Dopo ciò non parrà strano che gli splendidi coloritori, com'è il

Regaldi, riescano un po' meno felici, ove a rendere la tenuità del

concetto richiederebbesi tale una nitidità di disegno e una facilità di

lingua propria netta e viva che non è di troppi oggigiorno. Racconta

il Regaldi come riparasse da un temporale nella capanna del vecchio

Giacomo, padre della Lucia, della pastorella con la cui vaga figura

abbiamo fatto conoscenza pur ora. La folgore serpeggiava innanzi al

finestrino della capanna, romoreggiavano i tuoni, e il poeta mormorava

certi versi del Tasso. Ma «il buon vecchio levatosi da sedere volse

gli occhi alla imagine di Maria; e, stesa la callosa destra, prese il

rosario, e, baciatolo, mormorò una preghiera e versò qualche lagrima.

Lucia, vedendomi intento a quell'atto religioso, mi disse:--Il padre

stringe il rosario, che la cara madre aveva fra le mani, quando morí in

questa capanna pregando per noi. Quell'immagine e quel rosario sono il

nostro scampo nelle disgrazie. Ah! vedete come già cessa lo scrosciar

dei tuoni e il diluviar della pioggia?» Scommetto che il Baretti,

per esempio, uomo rotto com'era e non portato da vero all'idillio,

questo discorsetto l'avrebbe fatto un po' meglio, con piú naturalezza

vo' dire. Del che molte ragioni si potrebbon recare: a me basta

avvertire che quel che manca specialissimamente al nostro secolo, al

nostro secolo che pur si vanta di esser ritornato alla natura ed al

vero e grida tant'alto contro il cosí detto _convenzionalismo_ e le

accademie, è a punto in generale un po' di natura e di verità al men

nello stile. Vero è per altro che gli scrittori in prosa oggigiorno,

in confronto a quei del settecento un po' piú freddi un po' piú secchi

e poveretti, hanno della imaginazione sin nell'impasto della frase

e una certa magnifica arte di disporre che fa delle volte ottimo

effetto. «Veramente il cielo si abboniva (séguita il Regaldi); ond'io,

ringraziati l'uno e l'altra delle amorevoli accoglienze, uscii colla

guida per affrettarmi a Cesana, dove giungemmo in capo ad un'ora

sotto luminoso arcobaleno, che coronando la capanna del pio pastore

dalle falde del Chiabertone alle acque della Ripa mirabilmente si

distendeva.» E cosí finisce il paragrafo. È un bel finire: pur che

questo della imagine in fondo non divenga un processo sistematico,

come piú d'una volta accade agli imitatori del Lamartine, se non vuolsi

dello Chateaubriand.

III.

Ma la fantasia del Regaldi non sempre è descrittiva soltanto: qualche

volta prende forza dal cuore, e il suo aprir dell'ale risponde a un

batter di quello. Disceso col poetico viaggio a Torino e fermo su la

piazza di San Carlo, lo scrittor novarese non dimentica la notte del

22 settembre 1864; e inorridisce al ricordare gli allievi carabinieri

irrompenti a fucilate su l'affollato popolo inerme. «Nella concitata

mia mente ho veduto Emmanuele Filiberto rizzarsi sul destriero, e

levando la spada cercare intorno a sé gl'invasori stranieri per

combatterli. Ahi! vedendo i segni della pugna civile, egli fremente

esclamava: Chi sono gli sciagurati che cagionarono gli orrori del

macello cittadino?--Non sono Piemontesi: risposero cupamente fioche

voci di moribondi.--Ma pur sono Italiani: gridarono mille voci piene

di giusto sdegno.... Le acque della Dora e del Po non cancelleranno

facilmente nella piazza di San Carlo le macchie del sangue cittadino.»

Ha ragione; né so davvero quanto valessero i conforti che si provò

a dare al Regaldi in riva all'Arno un suo _cólto amico_ di Toscana.

«Poeta, mi disse, si tolga il velo alla favola; e in Fetonte rovesciato

dal carro di luce nelle acque dell'Eridano presso alla foce della

Dora facilmente ravviserai il fondatore della colonia ligure appiè

delle Alpi, spodestato e perduto nei disastri d'incaute imprese.

Poeta, ugual sorte sarebbe toccata al fondatore del regno italico

fra il Po e la Dora. Ma qui sull'Arno, non piú savoiardo, non piú

piemontese, ma italiano, il lealissimo fondatore, nella patria di Dante

e Michelangiolo, di Galileo e Machiavello, trarrà vita nuova e sicura

dall'idioma e dalle arti, dalle scienze e dalla politica della nazione

intera.--Un albero secolare, gli risposi, radicato in terreno acconcio

opino che corra pericoli gravi se altri vuole trapiantarlo in campo

novello.» Non so, dico, quale a questa volta fosse piú poeta fra il

Regaldi e il cólto amico suo, politico interpretatore di comodi miti.

Il Regaldi tuttavia (ciò che da un poeta ordinariamente non si aspetta,

ed è un torto che facciamo a Orazio e all'Ariosto) ci si mostra anche

acuto ed arguto osservatore. Tra le _fantasie pittrici_ della Dora chi

si aspetterebbe dei periodi maliziosetti ed ironici come questi? «I

nuovi venuti immaginarono il piemontesismo, piú di coloro che esuli,

stanziando fra noi da lungo tempo, si erano omai addomesticati alle

usanze nostre. Gl'italiani del mezzogiorno trovarono incresciose le

nebbie e le nevi di Torino, e sospiravano i soli, gli aranci e la

perenne primavera di Napoli e di Palermo. I toscani e i cittadini

della Emilia trovarono troppo compassata e gelida la realtà del

nostro vivere, e preferendo la ideale voluttà delle arti invocavano

le logge dell'Orgagna e le torri di Giotto, i prodigi di Michelangelo

e di Raffaello, e le glorie della scuola bolognese. Di poi si andò

accagionando il piemontesismo di tutti i malanni del mondo. Se freddo

era il verno, caldo l'estate, se ne accusava il mal clima del Piemonte.

Lo accusavano delle malattie e delle cure, che, mortali anch'essi,

soffrivano talvolta gli onorevoli deputati; e taluni maledicevano

alla cucina de'subalpini quando mai nel mattino non trovassero ben

acconciati i maccheroni o ben cotte le costolette nel caffè del Cambio,

ove per solito adunavansi per disporre lo stomaco alla eloquenza

parlamentare.»

Pur troppo era ed è cosí: e quel che una volta a Torino, ora tocca

a Firenze e toccherà a Roma, se una sconfitta qualunque, militare

o diplomatica (che altro, non saprei), ci apra, quando che sia, il

Campidoglio. L'Italia una e indivisibile troppo si ricorda di essere

il paese dei comuni: non per nulla si discende dai guelfi e dai

ghibellini, e il sangue non è acqua. A ogni modo speriamo che col

tempo, in una guisa o nell'altra, giungeremo pur una volta a conoscerci

un po' meglio e a stimarci un po' piú gli uni gli altri. Al qual uopo,

de'buoni libri fatti come la _Dora_ del prof. Regaldi gioverebbero

assai.

DON QUIXOTE

Da una prefazione di H. HEINE a una edizione tedesca illustrata 1837

DON QUIXOTE

La vita e i fatti dell'ingegnoso gentiluomo don Chisciotte della

Mancia descritti da Michele Cervantes di Saavedra», fa questo il

primo libro ch'io lessi non a pena giunto all'età dell'intendere e

imparato che ebbi a rilevare sufficientemente. Mi ricordo ancora

benissimo quel dolce tempo. Scappavo la mattina di casa, e correvo

al giardino di corte, per leggervi, senza essere disturbato, il _Don

Chisciotte_. Era una bella giornata di maggio: la fiorente primavera

posava nella placida luce del mattino sonnecchiando e si lasciava

lodare dall'usignolo, il suo dolce adulatore; e questi cantava sí

molle e carezzevole e con sí ardente entusiasmo, che le gemme piú

pudiche si schiudeano sbocciando e l'erba innamorata e i raggi

trepidi del sole si baciavano con desío di tenerezza, e gli alberi e

i fiori fremevano di rapimento. Ma io mi sedeva sur una vecchia panca

di pietra tutta fiorita di musco, nel viale detto dei sospiri, non

lontano a una cascata; e il mio piccolo cuore si rallegrava nelle

grandi avventure dell'ardito cavaliere. Nella mia probità infantile

io pigliavo tutto sul serio: comunque fosse conciato il povero eroe,

io pensavo--Deve esser cosí: oramai all'eroismo non tócca altro che

ridicolo e battiture;--e ciò mi affiliggeva, come se lo provassi

in me. Io era un fanciullo, e non conoscevo la ironia che Dio mise

dentro il mondo, e che il grande poeta aveva imitata nel suo piccolo

mondo stampato; e potevo spargere con abondanza di cuore le piú amare

lacrime, quando il nobile cavaliere di tutta la sua magnanimità

raccoglieva solo ingratitudine e bastonate. E come io poco esercitato

nella lettura pronunziavo ogni parola ad alta voce, cosí gli uccelli

e gli alberi, il ruscello e i fiori potevano sentire tutto; e quegli

esseri innocenti, che, proprio come i fanciulli, non sanno nulla

dell'ironia del mondo, pigliavano anch'essi tutto sul serio, e

piangevano con me sopra i dolori del povero cavaliere. Un veterano

albero di quercia singhiozzava, e la cascata scoteva forte la bianca

barba[1] e pareva brontolare su la cattiveria del mondo. Noi sentivamo

che l'eroismo del cavaliere non meritava meno ammirazione perché il

leone svogliato gli voltasse la schiena, e che tanto piú gloriosi erano

i suoi fatti, quanto piú fiacco e risecchito il suo corpo, quanto piú

intarlata l'armatura che lo proteggeva, e piú rifinito il ronzino che

lo trascinava. Noi disprezzavamo la canaglia bassa che prendeva a

bastonate l'eroe; ma anche piú la canaglia alta, che, parata di seta

e di belle frasi e di titoli ducali, scherniva un uomo tanto al di

sopra di lei per nobiltà e forza d'animo e di pensiero. Il cavaliere

di Dulcinea saliva sempre piú su nella mia stima e guadagnava del mio

amore a mano a mano che io andava innanzi nel leggere il meraviglioso

libro: il che facevo tutti i giorni nello stesso giardino, sin che in

autunno arrivai al fine della storia. Non dimenticherò mai il giorno

che lessi il pietoso abbattimento, nel quale il cavaliere dovè cosí

tristamente soggiacere.

Era una giornata fosca: brutti nuvoloni correvano per il cielo grigio,

gialle le foglie cadevano dolorosamente dagli alberi, lacrimoni di

pioggia pendevan dagli ultimi fiori, che inclinavano mesti e appassiti

le testoline morienti: gli usignoli era un pezzo che non cantavano piú,

e da tutte le parti la imagine della decadenza di tutto stava rigida e

stecchita intorno a me. E il mio cuore fu per rompersi, quando lessi

come il nobile cavaliere stordito e pesto e ammaccato giacea su 'l

terreno, e senza alzar la visiera, come se avesse parlato dalla tomba,

mandava su verso il vincitore una voce debole e fioca:--Dulcinea è la

piú bella donna del mondo, e io sono il piú infelice cavaliere della

terra; ma non conviene che la mia debolezza paia rinnegare quella

verità. Trapassatemi colla lancia, cavaliere.--

Ah, il luccicante cavaliere dalla luna d'argento, che vinceva il piú

animoso e nobile uomo del mondo, era un barbiere mascherato.

Sono oramai otto anni che scrissi per il quarto volume delle _Figure

di viaggio_ (_Reisebilder_) coteste linee, nelle quali descrivevo

l'effetto prodottomi molto tempo a dietro dalla lettura del _Don

Chisciotte_. Dio buono! come fuggono rapidi gli anni! Mi par come

ieri che io leggeva il libro del Cervantes nel viale dei sospiri del

giardino di corte a Düsseldorf e che il cuore mi balzava di ammirazione

per i fatti e patimenti del gran cavaliere. Il mio cuore è stato egli

fermo tutto questo tempo, o per un ricorso circolare è egli tornato ai

sentimenti della fanciullezza? Quest'ultimo è forse il caso, perché mi

ricordo di aver letto a ciascun lustro della vita il _Don Chisciotte_

con impressioni a volta a volta diverse. Quand'io sbocciavo in tutto

il fiore della giovinezza e mettevo le mani inesperte in tutti i rosai

della vita e mi arrampicavo alle piú alte cime per essere piú da presso

al sole e la notte non sognavo altro che aquile e vergini, allora il

_Don Chisciotte_ era per me un libro tutt'altro che di ricreazione,

e, ogni volta che mi capitava tra le mani o tra' piedi, lo buttavo

in là con atto di sdegno. Piú tardi, maturato a uomo, mi riconciliai

un tantino col disgraziato campione di Dulcinea e cominciai a

riderne:--Il brav'uomo è un matto--io mi diceva. E pure, parrà strano,

ma in tutte le vie della vita le due figure del magro cavaliere e del

suo scudiere grasso mi perseguitavano sempre; e proprio me le vedevo da

canto ogni volta che mi fermavo pensoso ad un bivio. Cosí, mi ricordo,

quando venni in Francia, che svegliandomi a un tratto da un assopimento

febbrile, vidi nella nebbia del mattino cavalcarmi presso le due ben

note figure: l'una, alla diritta, era don Chisciotte della Mancia su

l'astratto suo Rossinante, l'altra, alla sinistra, era Sancio Pancia

su l'asino suo positivo. Avevamo tócco a punto il confine francese.

Il nobile cavaliere della Mancia chinò rispettoso la testa dinanzi la

bandiera tricolore che ci sventolava dinanzi d'in cima ai pali del

confine; il buon Sancio salutò con un cenno del capo un po' freddo i

primi gendarmi francesi che ci comparvero incontro. Ma poi i due amici

cavalcaron via dinanzi a me: io gli perdei d'occhio, e solo di tratto

in tratto udivo gli entusiastici nitriti di Rossinante e i positivi _hi

hon_ dell'asino.

Allora io era d'avviso che il ridicolo del Donchisciottismo consistesse

in questo: che il nobile cavaliere avea voluto tornare in vita un

passato da lungo tempo estinto, e le sue povere membra, segnatamente la

schiena, s'erano avvenute a dolorose confricazioni con le realtà del

presente. Ahimè, io ho poi imparato ch'ell'è una altrettanto ingrata

follía voler troppo presto introdurre l'avvenire nel presente, quando

nei combattimenti contro i grossi interessi del giorno s'ha da portare

soltanto un troppo magro ronzino, una troppo arrugginita armatura e una

persona meschina quanto l'armatura e il ronzino. Cosí su questo come

su quell'altro Donchisciottismo il saggio crolla compassionevolmente

la sua testa piena di giudizio. Ma Dulcinea del Toboso è non pertanto

la piú bella donna del mondo, e, per quanto io giaccia miseramente a

terra, non ritirerò mai questa parola. Non posso altro. Passatemi pure

a parte a parte con le vostre lance, cavalieri dalla luna d'argento,

barbieri mascherati!

Quale idea prima guidava il gran Cervantes nello scrivere il gran

libro? Mirava egli soltanto a battere i romanzi di cavalleria, la cui

lettura al suo tempo infuriava nella Spagna a segno che nulla contro

potevano ordinanze ecclesiastiche e civili? o voleva egli volgere in

ridicolo tutte in generale le manifestazioni dell'entusiasmo umano e,

súbito accanto, l'eroismo dei trascinatori di sciabola? Intenzione

sua evidente fu la satira dei ricordati romanzi, che egli, mettendone

in luce le assurdità, voleva abbandonare alle risa dell'universale.

Gli riuscí a meraviglia: ciò che né le ammonizioni dei pulpiti né le

minacce delle cancellerie poterono ottenere, tutto ciò fece un povero

scrittore con la sua penna: egli demolí i romanzi di cavalleria cosí a

fondo, che, dopo l'apparizione del _Don Chisciotte_, il gusto di quei

romanzi si estinse in tutta Spagna e non ne fu stampato piú uno. Ma la

penna del genio è sempre piú ardita del genio stesso, ella vola sempre

al di là delle intenzioni del momento; o il Cervantes, senza averne la

conscienza, scrisse la piú gran satira umana contro l'umano entusiasmo.

Egli non si accorse né presentí mai cotesto, egli, l'eroe, che aveva

passato il piú della vita in combattimenti cavallereschi, e ancora da

vecchio solea compiacersi di aver combattuto a Lepanto, sebbene quella

gloria avesse pagato con la perdita della mano sinistra.

Ei fu un bello e forte uomo don Michele Cervantes de Saavedra. Alta era

la sua fronte, e largo il cuore: meravigliosa la magía dell'occhio.

Come v'ha gente che vedono attraverso la terra e vi scorgono i tesori e

i cadaveri sotterrativi, cosí l'occhio del grande poeta penetrava giú

per il petto degli uomini, e discerneva chiaro ciò che v'era sepolto.

Ai buoni era il suo sguardo come un raggio di sole che rischiarava

allegramente il loro interno; ai cattivi era una spada che tagliava

crudelmente a pezzi i mal celati sentimenti. Quello sguardo irrompeva

indagatore dentro l'anima, e parlava con lei, e, se non voleva

rispondere, la metteva alla tortura; e l'anima giaceva sanguinante

sul cavalletto, mentre forse la sua invoglia corporea si dava l'aria

degna d'una gentile condiscendenza. Qual meraviglia che tanta gente

gli procedesse avversa, e ch'egli trovasse cosí deboli e scarsi

appoggi nel córso della vita! Egli non giunse mai a quel che si dice

una posizione agiata, e da' suoi faticosi pellegrinaggi non riportò a

casa una perla, sí delle conchiglie vuote. Dicono ch'e' non sapesse

apprezzare il valore dell'oro; ma io v'assicuro che sapeva bene

apprezzarlo quando non ne aveva piú; non mai, per altro, lo apprezzò al

pari dell'onore. Aveva dei debiti, e nella constituzione che egli fa

concedere da Apollo ai poeti il primo articolo stabilisce:--Quando un

poeta afferma di non aver denaro, gli si deve credere su la parola e

non intimargli il giuramento.--Amava la musica, i fiori e le donne. Ma

anche l'amore per le donne gli riuscí cordialmente male, massimamente

da giovine. Forse che la conscienza della sua grandezza avvenire poté

consolarlo in gioventú, quando le smorfiosette e sguaiate rose lo

pungevano delle loro spine? Una volta, per una sera luminosa di estate,

passeggiava lungo il Tago con una bella di sedici anni che seguitava

a burlarsi delle sue tenerezze. Il sole non era ancora tramontato, e

sfolgorava nella sua pompa d'oro: ma in fondo al cielo stava già la

luna, gracile e pallida come una nuvolina bianca.--Vedi tu--disse il

poeta all'amata--vedi tu laggiú quella piccola pallida sfera? Il fiume

qui a canto, nel quale ella si specchia, sembra sopportare per pietà su

i flutti orgogliosi la poveretta imagine di lei, e le onde la rigettano

increspandosi e motteggiando alla riva. Ma lascia che il vecchio

giorno si abbui. Tosto che la tenebra cresca, quella pallida sfera

salirà risplendendo nell'alto gloriosa e piú sempre gloriosa, tutto il

fiume sarà irraggiato dalla sua luce, e le onde, che poco innanzi la

rigettavano arroganti, fremeranno all'aspetto dello splendido astro e

si gonfieranno incontro a lui voluttuose.

La storia de'poeti bisogna cercarla nelle opere loro, nelle quali

anche si ritrovano le loro piú secrete confessioni. Che il Cervantes

fu, come dissi, lungo tempo soldato, si vede in tutti i suoi scritti,

piú ancora nei drammi che nel _Don Chisciotte_. In lui il detto

romano--Vivere è combattere--si effettua nel suo doppio senso. Egli

combatté come soldato comune nei piú di que'feroci spettacoli di

guerra che il re Filippo II fece per l'onore di Dio e de'suoi propri

capricci rappresentare in tutti i paesi. Il fatto che Michele Cervantes

mise tutta la sua gioventú al servizio del piú gran campione della

cattolicità, che gl'interessi della cattolicità egli propugnò con

la persona, dà ragione a credere che questi interessi gli stessero

forte a cuore, e ribatte l'opinione assai diffusa che solo il timore

dell'Inquisizione lo ritenesse dall'accettare nel _Don Chisciotte_ le

idee protestanti del tempo suo. No, il Cervantes fu un figlio fedele

della Chiesa Romana, e non pure diede il suo sangue nei combattimenti

cavallereschi per la bandiera benedetta da lei, ma per lei patí con

tutta l'anima il piú crudele martirio in una schiavitú di molti anni

tra gl'infedeli.

Noi dobbiamo al caso parecchi particolari su la vita del Cervantes in

Algeri, i quali fanno ammirare nel grande poeta un eroe altrettanto

grande. La storia della schiavitú da lui sofferta confuta con la

piú splendida efficacia le melodiose menzogne di quel morbido e bel

vivente, il quale diè ad intendere ad Augusto e a tutti i pedanti

tedeschi ch'egli era un poeta e che i poeti sono vigliacchi. No, il

vero poeta è anche un eroe, e nel suo petto abita la pazienza, che,

come dicono gli Spagnoli, è un secondo coraggio. Non si dà spettacolo

piú sublime del vedere questo nobile castigliano schiavo del Bey

d'Algeri, constante a pensare la sua liberazione, infaticabile a

prepararne gli arditi divisamenti, tranquillo a riguardare in faccia

tutti i pericoli, e, quando l'impresa veniva meno, pronto a sofferire

tortura e morte, anziché tradire pur con una sillaba i complici.

Il sanguinario padrone del suo corpo è disarmato da tanta virtú e

magnanimità, la tigre risparmia il leone incatenato e trema dinanzi al

terribile monco che ella potrebbe con una parola mandare alla morte.

Michele Cervantes è conosciuto per tutto Algeri sotto il nome del

_monco_, e il Bey confessa ch'e' non può dormire tranquillo e sicuro

della città, dell'esercito e degli schiavi, se non quando sa che il

_monco_ spagnolo è in buona custodia.

Dissi che il Cervantes fu sempre soldato comune; ma, poiché pur in quel

posto subalterno si poté segnalare e farsi particolarmente notare al

suo gran generale don Giovanni d'Austria, egli ne ottenne, d'Italia

tornando in Ispagna, lettere per il re con attestazioni onorevolissime

che lo raccomandavano caldamente per un avanzamento. Ora, quando i

corsari d'Algeri, catturandolo nel Mediterraneo, gli videro coteste

lettere, lo tennero per un personaggio d'alto affare, e sí alta taglia

gli posero a dosso, che la sua famiglia, per sacrifizi che facesse,

non poté riscattarlo, e il povero poeta ne ebbe a durare piú lunga e

piú crudele schiavitù. Cosí per lui il riconoscimento de'suoi servigi

fu cagione di nuove disgrazie, e cosí la fortuna si burlò di lui sino

alla fine; la fortuna che non perdona mai al genio d'essere pervenuto

all'onore e alla gloria, anche senza la protezione di lei.

Ma l'infelicità del genio è sempre l'effetto del caso cieco, o non

piuttosto rampolla essa necessariamente dalla intima natura di lui e

dalla essenza di ciò che lo circonda? È l'anima del poeta che viene

alle prese con la realità, od è la rude realità che comincia lei un

combattimento ineguale con quella nobile anima?

La società è una repubblica. Quando l'individuo fa degli sforzi per

alzarsi, il comune lo ripinge in giú col ridicolo e la diffamazione.

Nessuno dee avere piú virtú e spirito degli altri. Che se uno per la

inflessibile potenza dell'ingegno si leva della testa sopra la misura

comunale, quegli è colpito d'ostracismo dalla società; la quale lo

perséguita con sí spietati motteggi e calunnie, che alla fine gli

bisogna ritirarsi nella solitudine de'suoi pensieri.

Sí, la società è, di natura sua, repubblicana; e ogni sovranità le è

odiosa, cosí la intellettuale come la materiale, la quale ultima, del

resto, si appoggia su la prima men di rado che comunemente si creda.

Lo vedemmo noi stessi dopo la rivoluzione di luglio, quando lo spirito

del repubblicanismo si manifestò in tutte le relazioni sociali. Il

lauro di un gran poeta attirava l'odio dei nostri repubblicani come la

porpora di un re. Anche le diseguaglianze spirituali volevano essi

sopprimere fra gli uomini: e, da poi che tenevano proprietà del comune

i pensieri sbocciati e sboccianti sul territorio dello stato, altro non

rimaneva loro che decretare l'eguaglianza dello stile. E di fatti il

bello stile fu screditato come aristocratico, e noi udimmo piú volte

affermare che il _vero democratico scrive come il popolo, di cuore,

schietto e sciatto_. Ciò era facile ai piú degli uomini del movimento:

ma non a tutti è dato di scrivere male, e tanto meno a chi ha già la

consuetudine di scriver bene; e allora non si mancava di proclamare--È

un aristocratico, un dilettante della forma, un amico dell'arte, un

nemico del popolo[2].--Lo dicevano e lo pensavano onestamente, come san

Girolamo, che si recava a peccato il suo bello stile e se ne flagellava

di santa ragione.

E come nulla contro il cattolicismo, cosí nulla troviamo nel _Don

Chisciotte_ che suoni avverso all'assolutismo. Quei critici che vi

fiutarono dentro qualche cosa di simile errano assai dal vero. Il

Cervantes uscía da una scuola che aveva poeticamente idealizzato

l'obbedienza incondizionata al sovrano. E questo sovrano era re di

Spagna in un tempo che la maestà sua raggiava su tutto il mondo.

L'ultimo soldato sentiva sé stesso nell'irraggiamento di questa

maestà, e sacrificava volentieri la sua libertà individuale a tale

soddisfacimento dell'orgoglio castigliano.

La grandezza politica della Spagna alzava e allargava allora le anime

de'suoi scrittori. Anche nello spirito del poeta spagnolo, come

nell'impero di Carlo V, non tramontava mai il sole. Erano finite le

feroci contese coi Mori; e come dopo un temporale i fiori odoran piú

forte, cosí la poesia fiorisce sempre piú magnifica dopo una guerra

civile. Lo stesso vediamo essere avvenuto al tempo della regina

Elisabetta in Inghilterra, dove contemporanea a quella di Spagna

vien su una scuola di poeti che invita ai piú curiosi paragoni. Là

Shakspeare, qui Cervantes, sono i fiori della scuola.

Conversazioni critiche · 第 2 / 16 段