NOTE DEL TRASCRITTORE:
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dizioni; sono state quasi integralmente mantenute per aderenza
all'opera originale.
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G. CARDUCCI
CONVERSAZIONI CRITICHE
4º Migliaio
ROMA
CASA EDITRICE A. SOMMARUGA E C.
_Via dell'Umiltà.--Palazzo Sciarra_
1884.
CONVERSAZIONI CRITICHE
G. CARDUCCI
CONVERSAZIONI CRITICHE
4º Migliaio
ROMA
CASA EDITRICE A. SOMMARUGA E C.
_Via dell'Umiltà.--Palazzo Sciarra_
1884.
PROPRIETÀ LETTERARIA
ROMA--Tipografia dell'Ospizio di S. Michele
_in esercizio di Carlo Verdesi e C._
PER IL CLASSICISMO E IL RINASCIMENTO
Nella _Nazione_ di Firenze 23 settembre 1861.
PER IL CLASSICISMO E IL RINASCIMENTO
Lodiamo di buon animo i buoni pensieri ne'due scritti del dott. C.,
intitolati _I beni della letteratura_ e _I mali della lingua latina_,
intorno agli offici delle lettere e dei letterati, intorno alle pessime
condizioni dell'educazione letteraria qual fu e qual è in parte ancora
fra noi e alla necessità di una educazione piú veramente civile.
Ma noi amiamo e desideriamo il vero in tutto e per tutto: noi,
abborrendo dalle comode declamazioni, crediamo non si possa comprendere
in un odio e uno spregio sistematico tutto intero un secolo, tutta
intera una letteratura, senza dissimulare molti fatti, senza sforzare
molte illazioni, senza falsare molti giudizi; e, quando procedesi con
buona fede e con animo volto al bene, com'è di certo il caso del
signor C., senza involgersi in contraddizioni che nocciano capitalmente
all'assunto. Anche noi anteponiamo di gran lunga, almeno quanto il
signor C., la letteratura di Grecia alla romana, la trecentistica
nostra a quella della seconda metà del Cinquecento. Il signor C. per
altro, in quel che tócca della civiltà romana e della letteratura
di tutto il Cinquecento, ha fatto ne'suoi scritti uno stillato, un
sublimato, per cosí dire, delle opinioni del Balbo e del Cantú, e
troppo ai loro asserti si affida, troppo si abbella fin delle loro
citazioni. Ma il Balbo e il Cantú, oltre che in letteratura e in
filosofia non attinsero sempre alle fonti, vollero anche giudicare la
storia e la civiltà cosí antica come moderna dal solo punto di vista
cattolico.
* * * * *
E a noi sa di fazione, dottor C., della fazione che spinse il
cristianesimo all'intolleranza, alle persecuzioni, agli sperperi
delle arti antiche, agli abbruciamenti delle biblioteche, fra cui
esultava lo spirito selvaggio di Orosio, il prete spagnolo che poi
doveva insultare all'eccidio di Roma, quel proscrivere, come voi
fate, quel bandire all'odio universale tutta intera una civiltà, che
improntò gran parte di mondo di quella unità meravigliosa onde s'aiutò
poi il cristianesimo, che lasciò all'Europa il retaggio della sua
legislazione, delle sue costituzioni, del suo senno pratico: la civiltà
che sola diè all'Italia l'idea nazionale, da' cui frantumi risorse
colla forma dei Comuni la libertà popolare, col simbolo dell'impero il
concetto dell'unificazione. Quando voi dite che la civiltà romana _ai
nostri giorni farebbe vergognare di sé le piú barbare tribú africane_,
non c'è bisogno di confutarvi: simili sentenze portano nella loro
esagerazione la loro condanna: ce ne appelliamo al Vico, da voi non
degnato mai di né pur nominarlo. Né la letteratura romana ha bisogno
delle nostre apologie, per non essere reputata _ordinariamente sotto
il livello della mediocrità e congegnata sempre sulla piú gelata
apatia del sentimento_: né del nostro aiuto han bisogno Cesare,
Cicerone, Tacito, Virgilio ed Orazio, per rimanersene fra i piú grandi
scrittori delle nazioni civili. Vero è ch'indi a poco voi salutate
Tullio _grande oratore_, parlate dei _canti immortali del castissimo
Virgilio_, onorate Tacito del titolo d'_ingegno superiore al giudizio
di qualunque non si levi all'altezza del genio_. Come ciò possa stare
con una letteratura _ordinariamente sotto il livello della mediocrità_,
altri vegga: noi facciamo plauso alla buona fede. Del resto né pur
gli argomenti che voi portate contro l'insegnamento della lingua
e letteratura latina son nuovi: né voi, scrittore del _Prete e il
Vangelo_, avete sdegnato di seguitare il canonico Gaume e il padre
Ventura: basti dunque ricordare ai nostri lettori le risposte del
Thiers, del Gioberti e dello stesso Tommaseo.
Ma non posso lasciar senza nota questa singolare asserzione: «E chi
insanguinò sí atrocemente la rivoluzione dell'89, se non gli alunni
della lingua e della morale latina?» Caro ed egregio dottore, la non fu
colpa del latino, se un popolo gentile e cortese, se un'assemblea di
filosofi umanitari dovettero ripurgar la Francia nei lavacri di sangue
del 1792 e 93: tali eccessi furono dolorosa conseguenza dei piú grandi
eccessi di un clero, il quale, se voi aveste scritto _Il Prete e il
Vangelo_ poco piú che un secolo fa, avrebbe fatto ardere per man del
carnefice il vostro libro se non pur voi; dei piú grandi eccessi del
feudalismo, il quale, se voi foste nato vassallo, come venti milioni
d'uomini su a mala pena cinquecento, dava ad ognuno di quei cinquecento
il diritto di riscaldarsi i piedi agghiacciati nel vostro ventre
sparato, di salir primo nel letto della vostra sposa, o dottore. E il
clero e il feudalismo non furono istituzioni della civiltà romana, _che
farebbe vergognare di sé le piú barbare tribú africane_.
* * * * *
Veniamo alla letteratura del Cinquecento. Prima di tutto, se il dottor
C. avesse attentamente seguíto il filo della tradizione romana dalla
caduta dell'impero a tutto il secolo decimoterzo, ei non avrebbe
detto che il Boccaccio fu il primo a far romane le nuove lettere;
perché appoggiata d'una parte alle ruine del Campidoglio e al sorgente
Laterano dall'altra avrebbe veduto dominar sempre su l'Italia la
civiltà latina; perché nelle origini, nelle istituzioni, nelle glorie
dei Comuni avrebbe veduto l'orgoglio del nome romano, lo avrebbe
sentito nelle cronache, nei romanzi, nelle feste, nei canti; perché,
a ogni modo, fu Dante il primo a far romana la letteratura dei Comuni
italiani. E il quadro che il dott. C. delinea del Cinquecento è troppo
ristretto, troppo vago, troppo caricato in certi punti e falso in certi
altri, troppo copiato alla cieca dal libro XV della Storia Universale
del Cantú, che tutti sanno non esatto né imparziale scrittore.
E ben si pareva, anche senza ch'ei ce lo dicesse, che il dott. C.
non ha piú che _scartabellato_ gli autori del Cinquecento: il che,
se può bastare a buttar giú piú o meno calorose tirate, è poco a dar
giudizio d'un secolo, il quale, se altro non avesse avuto che Venezia
combattente contro tutta l'Europa, e le difese di Firenze e di Siena;
se altro non avesse avuto che l'alterezza nazionale onde sotto il
dominio straniero conservò purissimo il carattere paesano e ne improntò
Francia Spagna e Inghilterra ad un tempo, e il senso squisitissimo
e il culto amoroso del bello, che è sempre morale di per sé; se
d'altri nomi non si gloriasse che del Machiavelli, del Guicciardini,
dell'Ariosto, di Michelangelo, di Raffaello, di Tiziano, del Tasso, del
Sarpi (non metto come il dott. C. fra i cinquecentisti il Savonarola),
avrebbe sempre diritto a esser gloriosamente ricordato fra quei secoli
ne'quali il genere umano diè piú larga prova della sua nobiltà. Ah,
signor C., ben pochi segni dell'alfabeto ci vogliono e pochissimi
secondi occorrono a scrivere di queste righe «l'impudenza di abdicare
i diritti del cittadino e di rinnegare la terra dei padri è un tristo
privilegio dei cinquecentisti:» ben poco ci vuole! Ma, quando voi
infamavate cosí molte generazioni d'italiani, non vi sorsero per un
istante dinanzi agli occhi la greca figura di Francesco Ferruccio, non
la romana di Andrea Doria, non la italianissima del Burlamacchi? E lo
spasimo di un'anima e di un ingegno sublime tra l'ideale di una patria
libera e grande e la realtà d'una corrotta politica, non lo sentiste
voi mai nelle acerbe pagine d'un Machiavelli e d'un Guicciardini, le
quali pur nel disperato scetticismo sono de'piú gloriosi monumenti
del senno e della eloquenza italiana? E nel poema e nelle satire
dell'Ariosto non vedeste la piú gran fantasia dell'Europa, che dalla
trista verità del servaggio si ricovera nel campo della libera idea?
E nei comici, nei novellieri, nei satirici non avete sentito erompere
un concetto accarezzato dagli italiani, fin nel secolo decimoterzo, il
concetto della riforma e della libertà di conscienza?
Ma voi conchiudete: «L'epoca che è corsa fra Dante e il Parini è
una faticosa parentesi che interrompe il processo cronologico della
letteratura italiana--parentesi che non ha relazione col suo contesto,
ed è cosí estranea alle leggi di continuità, che è necessario
addentellare la nuova letteratura al Trecento.» Voi avrete le vostre
buone ragioni per obliare del tutto, non dirò il Tasso e l'Ariosto,
sí il Machiavelli, il Sarpi, il Bruno, il Campanella, il Vico; ma
e da vero la letteratura del Parini vi pare da potere addentellare
solamente alla trecentistica? Ad altri in vece parrebbe che quel
faticoso ed esquisito lavorío dello stile, quella cura della rotondità
dei contorni, quelle frequentissime rimembranze mitologiche, non
fossero virtú affatto affatto trecentistiche: e'parrebbe che la
formazione della poesia pariniana tenesse del latino anche troppo:
basti accennare le odi e molti luoghi del poema. E lo stesso può
dirsi d'altri sommi della scuola del rinnovamento, i quali meglio
mutarono le occasioni e le allusioni che non l'arte stessa, nella quale
ritraggono piú dai cinquecentisti che dal Trecento. Ma voi seguitate:
«dall'Alighieri al Parini, se si eccettui due canzoni del Petrarca,
alcuni sonetti del Guidiccioni e del Filicaia, quattro versi e la
vita di Michelangiolo, il Savonarola e il Galileo, sei costretto a
traversare quattro secoli di stupido oblio per la patria italiana.» E
noi vi regaliamo anche il troppo celebre sonetto del Filicaia: ma e
l'ultimo capitolo del Principe, e le Storie del Varchi e del Nardi, e
le orazioni del Casa per la lega e altre di altri, e tutto quasi il
canzoniere dell'Alamanni, e molte poesie non plebee di cinquecentisti e
secentisti, fin del Marini, e quelle del Chiabrera e del Testi, e piú
luoghi di poemi famosi, e le Filippiche del Tassoni, e le prose del
Boccalini mostrano elleno questo _stupido oblío della patria italiana_?
Lo mostrano molte altre e poesie e prose che giacciono inedite per
le biblioteche, colpa la erudizione pusillanime de'nostri critici
d'accademia e di sagrestia? E il nome d'Italia non ricorre frequente
fin nei versi degli Arcadi? Ben poco bastava aver veduto della nostra
letteratura, per non proferire un'accusa sí amara; della nostra
letteratura, a cui fu dato taccia di essere troppo egoisticamente
nazionale.
* * * * *
Anche, avrebbe dovuto il dott. C., per acquistarsi maggior fede, curar
piú la esattezza dei particolari e delle citazioni. Nulla dirò delle
poche notizie intorno ai cinquecentisti, ch'egli ha per sua confessione
solamente _scartabellati_, e dove gli errori son piú veramente
imputabili al Cantú che non a lui. Ma in certo luogo, dopo aver chiesto
il bando della lingua latina dalle scuole, egli, per mostrare con
gli argomenti del D'Alembert la impossibilità del recare in quelli
studi la critica grammaticale ed estetica, domanda agli uomini di
buona fede: «come sentiranno che Virgilio sia cosí _trascurato nella
lingua_ da aver ordinato egli stesso la dispersione dell'Eneide, che
a noi pare un modello di latinità?» Veramente non è questione di
lingua scorretta: Virgilio voleva arso il poema, perché non gli aveva
dato ancora l'ultima mano né l'avea terminato (_ut rem inemendatam
imperfectamque_), e sconsigliatone da Seneca e Varo lo legò loro per
testamento, _sub conditione ne quid ederent quod a se editum non esset,
et versus etiam imperfectos, si qui erant, relinquerent_: tanto era
lungi dal dubitare della correttezza della lingua: veggasi Donato e
i biografi tutti. «Come comprenderanno--séguita il dott. C.--che
Orazio sia verboso come ne è tacciato da Ovidio?» Veramente il _tenuit
nostras numerosus Horatius aures_ non suona rimprovero di verbosità,
ma è lode di armonia nel numero e di pienezza di stile: veggansi i
dizionari. «Come Cicerone, lo dicono Tacito e Quintiliano, camminasse
balzellante od incolto?» Veramente non è Tacito che dice _incólto_
Cicerone: è l'oratore Apro, il partigiano del cattivo gusto, il Tesauro
del tempo suo, introdotto nel famoso dialogo da Tacito come antagonista
di Messala, seguitatore della buona tradizione, è Apro a cui Tullio
sembra _non satis expolitus et splendens_; quali apparivano gli
scrittori nostri del Trecento ai letterati della scuola del Bettinelli
e del Cesarotti. E Quintiliano non fa che riferire come Cicerone ad
alcuni suoi contemporanei avesse aria di essere _in compositione
fractior et exultantior_: ma quanto debban reputarsi fondati sul vero
i giudizi dei contemporanei, impacciati dalle parti politiche o dalle
scuole letterarie, non importa avvertire. E le accuse di _arcaismo_ a
Sallustio e di _patavinità_ a Livio erano non dell'opinione pubblica,
sí d'Asinio Pollione; il quale fu, come a dire, un pedante che andava
per la maggiore e si compiacea dei paradossi; archetipo di molti
critici de'nostri giorni. Per quel che tócca a Ovidio, non è difficile
anche a noi moderni il sentire come il Sulmonese corra profuso quasi
sempre e sia dilavato talvolta; e potremmo anche additare i versi ove
egli fallisce alle regole inventate di poi. Ma che monta? togliesi con
ciò il pregio ad Ovidio di essere uno de'piú copiosi scrittori romani?
Anche Dante e il Petrarca e il Boccaccio e il Machiavelli trascurarono
piú d'una volta le regole del benemerito Puoti. E il verso d'Ovidio,
che il dottor C. riporta come una confessione fatta dal poeta del suo
sgrammaticare, _Num didici getice sarmaticeque loqui_, non significa
veramente cotesto; sí è un accenno dello aver egli scritto nella lingua
getica: del che piú largamente altrove:
Ah pudet! et scripsi getico sermone libellum.
Structaque sunt nostris barbara verba modis.
Et placui gratari mihi, coepique poetae
Inter inhumanos nomen habere Getas.
* * * * *
Dopo ciò e con ciò tutto io non consiglierei l'Italia di arrendersi
al piacere del dott. C. e ad abbandonare nell'istituzione giovanile
l'insegnamento del latino. Per simili proposte di demagogica incultura
e di sospettoso pietismo, ella n'ebbe alcuna volta di male parole dal
Foscolo e dal Gioberti, non pedanti, credo. Del resto, all'Alighieri
e all'Ariosto, al Vico e al Manzoni, avere scritto versi latini non
guastò mica né l'ingegno né l'animo né la pietà.
IL BUCO NEL MURO
DI F. D. GUERRAZZI
Nella _Nazione_ di Firenze, 3 marzo 1862.
IL BUCO NEL MURO
DI F. D. GUERRAZZI
Se alcuno, gittando gli occhi su tale argomento di appendice letteraria
in un giornale stato sempre avverso ai procedimenti politici di F.
D. Guerrazzi, se ne ripromettesse una fitta d'allusioni maligne o di
volgarità invereconde, quegli s'ingannerebbe a partito. Di molte cose
è ignorante chi scrive la presente appendice; ma questo non ignora,
questo fermamente crede e liberamente professa: che lo scrittore, il
quale pur essendo di pochissime facoltà rispetta in sé il ministero
delle lettere, non ha da sottomettere il pensiero e la penna né al
superbo giudizio della opinione creata dalle parti né alla variabile
moda; e che a scrittor giovane massimamente si addice la osservanza
verso chi formò con l'ingegno potente molta vita intellettuale
della generazione a cui egli appartiene, a chi, atleta già provato
nella lotta senza fine col male, resta diritto nel campo aspettando
e ricercando tuttavia la battaglia, mentre i sorvenienti si perdono
dietro a farfalle ed a fiori o scioperano all'ombra de'sacri boschi non
da loro piantati.
F. D. Guerrazzi è l'ultimo superstite degli illustri toscani, che nella
metà prima di questo secolo resero onore e diedero impronta propria e
rilevatissima alla letteratura che oso ancora chiamare toscana, della
quale ognun sa quanto bassa fosse caduta nel secolo scorso. E ognun sa
come dal '15 in poi prevalesse in Italia la scuola in prima solamente
lombarda, poi anche piemontese; la quale era messa in atto da quel
comune impulso, che respinse le nazioni d'Europa dalla imitazione
francese del secolo decim'ottavo alle loro origini, alle antichità
loro storiche e letterarie, ma che pur ritenne qualche cosa del
carattere rivestito in Germania, nella Germania della Santa Alleanza,
onde mosse da prima, e ove fu per qualche tempo riazione non solo
contro la conquista francese ma contro la rivoluzione incarnata nella
repubblica e nell'impero invadenti. Anche nella Francia avemmo a udire
il Lamartine e l'Hugo, trasportati da quel movimento un po' cieco e
furioso, declamare nei loro princípi contro la rivoluzione e l'89. Non
furono sí ciechi i nostri, lombardi e piemontesi: ma pur si ristrinsero
in un cristianesimo un po' troppo stazionario, piú _disposto_, per
dirla con Dante, _a patire_ che a _fare_; vagheggiarono di soverchio
il medio evo cosí per la rappresentazione artistica come nell'essenza
storica: onde il _neoguelfismo_, che fu un male: onde la confederazione
italiana col papa a capo, che altri seppe accortamente pescare nei
loro princípi e nei loro dettati. Che se alcuni potenti d'ingegno e
di volontà giunsero a liberarsi dalle conseguenze ultime di certe
premesse, abbiamo tuttavia recente l'esempio d'uno scrittore di
quella scuola, che ha mostrato apertamente non poter menarci buona
l'unità; la quale oramai è pur condizione necessaria ed unica del
nostro esser civile. Allora fu bello veder la Toscana levarsi d'un
tratto a contrastare non di lingua né di forma, ma di pensieri e di
massime; levarsi a difendere la vecchia tradizione del suo Dante,
del suo Machiavelli, del quasi suo Alfieri. Nell'alta Italia tutto
informava, con forza vera e nuova tra noi, la personalità di Alessandro
Manzoni: egli la fonte da cui scaturivano la politica e la storia,
la filosofia, la poesia, il romanzo. Se non che egli, con quel senso
squisito di convenienza che è primo carattere, anzi, direi, grandissima
parte del suo ingegno, non avea forse mai trasmodato: sí trasmodarono
gl'imitatori e seguaci. E allora l'autore del _Nabucco_ insorse alla
sua volta col _Procida_ e coll'_Arnaldo_; allora contro gl'innaiuoli
e gli scrittori di ballate, contro i menestrelli e trovatori in
caricatura, contro i _genii incompresi_ e non comprendenti, contro
gli arcadi nuovi, insorse la lirica satira del Giusti; allora contro
i romanzi moltiplicati sino al fastidio da ispirazioni e reminiscenze
feudali di sagrestia insorse F. D. Guerrazzi col maggior suo romanzo,
ove protagonista è il popolo, catastrofe la caduta della libertà e
dell'Italia. E a questi tre scrittori massimamente si ha obbligo,
se la Toscana, non ostante la sua gloriosa autonomia, non ostante
le tradizioni di democrazia recenti e vive nel suo popolo, gridò
prima l'unità, trascinò seco nel concetto dell'unità tutta Italia.
Questa giustizia dovevasi alla scuola letteraria toscana e all'ultimo
superstite rappresentante di lei.
Parlare in genere dei difetti d'arte che son nei romanzi dell'illustre
scrittore sarebbe inutile, quanto discorrere i pregi di quello del
Manzoni. Chi non sa che quei difetti gli ha confessati in certi luoghi
l'autore stesso? Chi non sa che quel suo ingegno altero, solitario,
chiuso in sé, che trae la ispirazione piú dall'uno che dal molteplice,
piú da dentro sé che dal di fuori, non gli permette di variare
atteggiamenti e colori, meglio condensa il suo raggio affocato sopra
certe figure e scene fantastiche di quello che non si allarghi chiaro e
sereno nella vita esterna reale? Chi non sa che, a guisa del poema di
Giorgio Byron, il romanzo del Guerrazzi precipita, come torrente, di
cascata in cascata, e cerca rupi e scogli contro i quali infrangersi
spumeggiando; piuttosto che si devolva pieno ed eguale nell'analisi
graduata dello Scott, come fiume in lati e declivi meandri? Ma e chi
può negare la potente originalità dello scrittore livornese? Mi si
permetta, poiché non mi soccorre un termine di raffronto dalla storia
letteraria nostra, di ricorrere a quella delle arti. Il Guerrazzi
fra i romanzieri del tempo mi pare quel che Piero di Cosimo fra i
pittori dei primi anni del secolo decimosesto. (Non mi si faccia per
questo l'ingiuria d'intendere che io voglia agguagliare tutti gli
altri nostri romanzieri alla bella scuola pittorica del Perugino e
del Ghirlandaio). Figuravano gli altri bellezze ineffabili di vergini
e sante: Piero, mostri stupendamente orribili. Studiavansi gli altri
di delibare dalle parvenze divine della natura il fiore ideale, e
aggraziarla: Piero si piaceva di veder selvatico ogni cosa, e voleva
che gli alberi e le viti dell'orto suo cacciassero e stendessero a
loro talento intatti dal pennato e dal ronchio i rami ed i tralci,
allegando che le cose della natura bisogna lasciarle custodire a lei
senza farci altro. Proponevansi gli altri i modelli che quella età
porgesse migliori: egli guardava a lungo nelle nuvole, e ne cavava
di strane battaglie equestri e le piú fantastiche città e paesi che
si vedessero mai; anche amava i diluvii grandi delle acque che si
rovesciassero dai tetti stritolandosi per terra. Gli altri rallegravano
l'Atene italiana del Cinquecento con le piú liete e vaghe mascherate
del mondo: egli spaventava i fiorentini, troppo tosto dimentichi del
Savonarola e troppo improvvidi della servitú, sorveniente, col Carro
della Morte. Altro tipo somigliante al Guerrazzi scrittore l'abbiamo
in Michelangiolo da Caravaggio. Sórto egli pittore senza maestro,
tra il fiorire de'Caracci, per dispetto degli arbitrii accademici
e delle leggi convenzionali si gittò sotto i piedi ogni regola.
ogni legge, e l'antichità e il disegno: per odio ai coloritori del
tempo, ei dipingeva in uno studio tutto tinto a nero, ove la luce
pioveva scarsa da un solo e alto spiraglio. Onde ne'suoi dipinti le
ombre vigorose e taglienti, rilevati i contrasti del chiaroscuro,
il tócco vigoroso; ma e scorrezioni e durezze inevitabili. Aggiungi
che il Caravaggio presceglieva, a dipingere, assassinii e avventure
paurose, ruine e cadaveri, e che nei quadri per le chiese sgomentava e
disgustava i divoti con la cruda verità. Ma tutto questo, odo dirmi,
è egli bene? Tutto tutto, non credo. Per altro ai tempi in cui il
convenzionale predomina, o in cui, a malgrado delle pretensioni e
presunzioni superbe, tutto è appianato e livellato a un esempio né alto
né bello, tutto è intonacato e scialbato come le facciate delle chiese
de'gesuiti, questi contrasti acri, avventati, è bene che ci sieno.
Di tal guisa F. D. Guerrazzi ha compiuto il ciclo de'suoi romanzi
di antico argomento. Dopo narrato la caduta della libertà e preso
vendetta dei percussori ed eredi di lei--imperocché l'_Assedio_,
l'_Isabella Orsini_, la _Beatrice Cenci_ possono riguardarsi come una
trilogia sanguinosa, della quale la _Battaglia di Benevento_ è il
prologo, e la _Veronica_ Cibo il picciol dramma satirico--ora mostra
di voler modificare la sua prima maniera, piegando ai tempi moderni
col _Pasquale Paoli_, ed anche al romanzo di carattere o di costume
contemporaneo con questo _Buco nel muro_.
Io per me amo il romanzo di costume e d'argomento moderno a preferenza
del racconto storico. Oggi gli spiriti sono piú quieti, e certe cose
si possono dire. S'intende bene che il romanzo storico avesse una
ragione d'esistere in Scozia, la terra delle ballate, la terra ove
le tradizioni passano modificandosi di generazione in generazione
per le leggende dei clan. Ma in Italia, ove in cambio delle leggende
abbiamo le inesorabili cronache, le quali segnano il giorno e l'ora
non che l'anno d'un avvenimento; in Italia, dove la poesia popolare
contenta a cantare cosette d'amore o di devozione non s'è brigata mai
delle vicende patrie, dove la epopea storica propriamente detta non ha
potuto allignare; in Italia il romanzo storico poté e potrà essere uno
sforzo d'ingegni piú o meno felice, non mai un genere di letteratura
propriamente nazionale e vivace. E, per tornare al Guerrazzi, tenendo
io il romanzo di costume contemporaneo per piú artistico, per piú
necessario e utile, per piú accessibile alle moltitudini, che di fatto
nei romanzi storici gustano meglio le parti d'invenzione e di affetto,
mi rallegro di vederlo preso a trattare da uno scrittore illustre, e
spero ch'ei ce ne darà esempi originali e che durino all'ammirazione e
allo studio dei lettori. Ma F. D. Guerrazzi, il quale sbozza piú che
non finisca, e riesce ne'tócchi arditi meglio che nei contorni, nelle
tinte vigorose meglio che nelle sfumature; il Guerrazzi, il quale si
trova a suo agio fra le nature scabre e forti della storia antica e
tra quelle de'Còrsi; potrà egli accomodarsi a delineare, a miniare le
figurette lievi e sfuggenti della bella e buona società contemporanea?
Questa è la domanda che si movono molti fra gli ammiratori dell'autor
dell'_Assedio_, del dipintore terribile della cena e del laboratorio di
Francesco de'Medici. Rileggiamo _Il Buco nel muro_.
Nulla d'orribile, nulla d'ostentato o di sforzato negli avvenimenti e
nei caratteri: niuna dose, per quanto minima, di quegli _eccitanti_,
che la imitazione francese suole intromettere in siffatti romanzi.
Semplice e piana è la storia, una breve storia di famiglia. Vediamo
e udiamo ne'due primi capitoli uno zio, buona pasta d'uomo strano,
tutto cura e amore per la casa e per un nipote che s'è rilevato e
tirato su orfanello. Non però dovete credere che il signor Orazio
sia uno di quei soliti zii da commedia, il cui tipo primitivo è il
Micione terenziano; di quegli zii buontemponi, ben pasciuti, tutti
ciarla volgarmente assennata, che lasciano correr l'acqua alla china.
Il signor Orazio è un uomo ora arruffato come un istrice, ora soave
come una colomba; che pensa come non pensano gli altri, e dalle cose
chiarissime curiosamente osservate deduce le piú nuove conseguenze; che
per le follie e le tristizie del mondo ha un cotale suo riso, velato
talor da una lacrima, terminante piú spesso in un fremito: sopra tutto
grande amatore del parlar figurato e delle digressioni. E Marcello,
il suo degno nipote, specialmente nel considerar le cose dal lato piú
lontano, e specialissimamente nell'amore delle digressioni, tien tutto
dallo zio, se pure, per la maggior caldezza della gioventú, non lo
vince. Sta fra i due la Betta, vecchia donna di casa, una di quelle
che in una famiglia priva di capo femminile pigliano il sopravvento
sul padrone, e dimostrano la loro potenza con la famigliarità
rispettosa verso di lui, con l'affettuosa protezione verso i minori.
La Betta, figura gioviale e arguta, dall'aria serena e sicura, fra
zio e nipote pensanti e parlanti a ghirigori, rappresenta il buon
senso popolano, che vede le cose dall'aspetto piú ovvio e piú vero,
e pensa dirittamente, e parla alla buona, benché talvolta si lasci
prendere a certe lustre per fin di bene; è una specie di Sancio Panza
in gonnella, senza la goffaggine del bravo scudiere della Mancia. Ma il
signor Marcello, conoscendo per prova l'arrendevolezza dello zio non
ostante le dure apparenze, gli avea levato la mano; e di scapataggine
in scapataggine era venuto tant'oltre da rasentare la via della colpa.
Fatto un animo risoluto, lo zio lo fornisce del necessario viatico, e
lo conforta a correre il mondo e non tornarsene a casa se non mutato
in altr'uomo e dopo cinque anni. Ne corrono intanto due; il cui spazio
è occupato nel racconto da un capitolo ove si dimostra piú apertamente
al lettore l'animo e la vita del signor Orazio, e da un altro, ove,
perché il lettore non prenda scandalo del terribile salto di due anni,
gli si fa la storia delle origini e delle vicende del romanzo. Ma il
zio Orazio, per quanto non voglia farne trasparir nulla, è tormentato
dal pensiero di Marcello, e ne discorre una sera con Betta: quando
a un tratto si spalanca l'uscio ed eccoti niente meno che Marcello
in persona. Il quale fa in tre capitoli la narrazione, un po' piú
lunga di quella d'Enea che dura due libri, de'suoi viaggi, de'suoi
travagli, della sua conversione; come, reputasse bene non recarsi
oltre Milano; come dato fondo al denaro, tornasse a pigione in una
soffitta; come volendo appendere una immagine alla parete facesse un
buco nel muro, buco in grazia del quale egli torna _Rinnovellato di
novelle fronde_, _Puro e disposto a_ ... a far che, vedremo piú sotto.
Imperocché vide per quel buco una donna, una bellissima e pietosa e
misera donna che sosteneva col lavoro delle sue mani e con amorosissime
cure confortava un ammalato. Era la signora Isabella, figliuola di un
ricco banchiere, e contro al volere del padre moglie a un pittore, che,
sfogato l'ardor primo, si chiarí indegno di lei, ed è l'ammalato. Come
ne fosse Marcello súbito preso, per quali casi giungesse a parlarle,
a sovvenirla d'efficace aiuto, a patir le sue pene, leggetelo nel
racconto del giovine. Uditolo, il signor Orazio senz'altro chiude il
nipote in camera, trotta a Milano a vedere con gli occhi suoi qual
sorta di amore fosse quello della signora Isabella; e trovato che è
del buono, e provatosi in vano a riconciliarle il padre, il banchiere
Omobono, se la porta a Torino e la dà in moglie a Marcello. E tutto
finisce con un bel figliuolo maschio; al quale, perché nulla si abbia
in fine a desiderare, fa da padrino il pentito Omobono.
La storia è dunque per sé semplicissima; lo svolgimento naturale,
aspettato. Ma tutto acquista aria di novità e varietà singolare dal
modo del racconto. Il quale definire è difficile: mi proverò per
via di paragoni. Mi pare che l'illustre autore anzi tutto abbia
saputo ringiovanire la novella antica italiana, con gli allegri suoi
motti, con la sua eloquenza argutamente ed elegantemente ciarliera;
ed abbia saputo accortamente accoppiarla a quel burlone finissimo,
incisivo, accigliato, che è il romanzo di costumi inglese. Per quanto
la sembianza della storia pubblicata dal Guerrazzi sia italiana, pur
tuttavia, chi cerchi sottilmente, piú d'un lineamento gli parrà di
scorgere, che rammenta una parentela col zio Tobia e con Tristano
Shandy. Potrebbe anche assomigliarsi a una pittura domestica fiamminga,
in cui le oneste scene borghesi fossero a quando a quando interrotte da
qualche gruppo del Callotta, mentre sorridono e scherzano in disparte
alcuni putti del graziosissimo Albano. Forse delle digressioni tanto
care allo Sterne ne ha troppe il Guerrazzi. Ma chi vorrebbe dirgliene
parola in contrario, quando egli stesso mostra di tenersene, come
d'argomento a rivolgersi, di mezzo al racconto, da qualunque tempo, da
qualunque luogo, al lettore, e intrattenersi con lui di ciò che piú gli
preme? E, o digressioni o episodi che si vogliano dire, ve ne ha in
questa storia di bellissimi. Chi lettala una volta non ricorderà poi
spesso la rassegna dei marenghi, la maledizione al libraio Tapputi, la
questione e il contratto di Marcello col prete per conto del funerale,
il banco dell'usuraio, e vai discorrendo? Aggiungi che il racconto
acquista due tanti di vivezza dall'abbondanza cordiale della lingua
parlata toscana, e dal maneggio de'suoi scorci, de'suoi tropi, de'suoi
proverbi; il tutto saputo destramente contemperare alla bella lingua
dei novellieri e dei comici antichi, contemperamento che a nessuno fino
a qui era avvenuto di fare in modo che piacesse, a nessuno, se non,
pare a me, al Guerrazzi.
Il quale nel _Buco nel Muro_ ha forse scelto quella forma sotto cui
il romanzo contemporaneo può meglio arridere all'autore dei _Nuovi
Tartufi_. Ma noi desidereremmo, e il desiderio non paia importuno, che
egli volgesse il pensiero e la fantasia anche a un altro punto. Perché
non dipinge egli in qualche racconto le virtú occulte e illaudate, la
vita operosa e paziente, la fede e i sacrifici della plebe? Perché non
ravviva della sua potente parola la memoria di tanti eroi popolani che
han prodotto negli ultimi anni le nostre città? Perché il _Pasquale
Sottocorno_ rimane senza fratelli?
LA DORA
MEMORIE DI GIUSEPPE REGALDI
Nella _Rivista bolognese_, fascicoli dell'agosto e del settembre 1867.
LA DORA
MEMORIE DI GIUSEPPE REGALDI
I.
Francamente, io preferisco la prosa del Diderot, per un esempio,
a quella dello Chateaubriand, e di gran lunga poi il Voltaire al
Lamartine. Ma a dirne la ragione mi troverei un po' sgomento; tanto
ella è semplice, che ai gran tiratori di formole risica di non parere
né meno una ragione: in somma, è che io amo la poesia in poesia e in
prosa la prosa. Cosí che, quando veggo di questi libri divisi, non a
capitoli, ma a cifre romane _in quella specie di stanze epiche tanto
oggigiorno alla moda_, come diceva il Sainte-Beuve a punto di certe
storie del Lamartine, quando veggo della prosa divisa per istrofe,
novantanove per cento io quel libro non lo leggo. Gli è che i razzi a
lung'andare mi stufano. E coteste strofe di periodetti con la loro
imaginetta ciascuno, montano, montano, fin che vadano a incappellarsi
di una grande imagine finale, il _coronamento dell'edifizio_; proprio
come il razzo che fila via per l'aria serpeggiando con quella sua
striscia scurastra e fischiante, poi ricasca in una momentanea
pioggetta di piú colori, poi tutto finisce in un fumacchio. Ora, a
veder tirare un quattrocento razzi un dopo l'altro, resistereste voi, o
lettori? E né pur io a leggere quattrocento pagine di prosa a strofe;
tanto piú essendovi il pericolo ognora imminente d'un agguato. Dico di
voi, traditrice imagine, brigante epifonema, assassina iperbole, che,
mentre sono in vena, puta il caso, di sillogizzare su quel che leggo,
mi cogliete al canto, e levatomi a mezza vita nell'aria mi urlate:
Pover uomo, tu non ci aspettavi qui! o un po' di _emozione_, o sei un
imbecille.
II.
Capitandomi da prima alle mani la _Dora_ del prof. Regaldi, io mi
mossi, non ostante la partizione per cifre romane, a svolgere il
libro, dietro questo ragionamento--Il Regaldi, quando vuole scrivere
in poesia, sa scrivere versi ben numerosi e di vena (ricordavo
specialmente l'_Armeria reale_ e la _Umanità_): onde il bisogno
di apparire poeta a ogni piè sospinto anche in prosa per lui non
è urgente. Ancora: il Regaldi, quando vuole scrivere in prosa,
ha mostrato di saperlo fare con larghezza e con determinazione di
stile ad un tempo (e ricordavo i saggi su Parga, su 'l Capodistria,
ed altre belle pagine staccate d'un viaggio per l'Ionio): onde
questa _Dora_ sarà di certo imaginosa, che non è male; ma sarà anche
ragionevole e ragionata, che è bene anzi tutto. Di piú, aggiungevo,
se la prosa poetica è un genere letterario (che ne dubito), in quel
che è descrizione di viaggi dee fare men trista prova anche a cui non
le sia favorevole molto. Nel viaggio in fatti, massime per paesi di
montagna, lo spirito della natura mescolandosi a quello dell'uomo lo
rinfresca quasi ed assottiglia; onde la maggior prontezza a comporsi o
ricomporsi, di su i diversi aspetti che gli si presentano, altrettante
reminiscenze e fantasmi; e la varietà degli oggetti succedentisi sempre
nuovi e diversi porta seco la molteplicità delle imagini, e la varietà
dei toni e dei colori rende, quasi direi, probabile anche la partizione
della prosa per istrofe. In fine mormoravo fra me e me questi versi del
poeta:
Vidi fiumi tra campi ubertosi,
Vidi laghi tra chine fiorite,
Città prische, famose bastite,
Monumenti dell'italo onor.
Ma il pensier piú soave, piú santo,
Che i disir di mia vita nudría,
Fu il pensier della valle natía,
Dei primi anni castissimo amor.
A questo amore per il paese ove uno è nato risponde sempre l'animo di
chi non si avvezzò ad ammirare _fumum et opes strepitumque_. Mi crebbe
quindi il desiderio di sentire come il Regaldi, reduce di Grecia e di
Soria, ritrovasse e dipingesse una valle del suo Piemonte: e prima
lessi la _Dora_ di séguito, poi la rilessi in piú punti; e tuttavia con
piacere.
Non si aspetti però il lettore che io gli riferisca qui per filo e
per segno ciò che la _Dora_ contiene. Prima di tutto, la critica a
modo d'indice a me non garba: e poi questa è della _Dora_ la seconda
edizione dopo quella del Sessantacinque, il che in tanta scarsezza
di chi legga libri è non mediocre lode all'autore: finalmente di sì
fatti libri non si può dare un epilogo. Se io dovessi dire che cosa
è propriamente la _Dora_, la definirei una guida dal Monginevra a
Torino composta da un poeta e insieme un itinerario poetico composto
da uno studioso delle patrie antichità. Il Regaldi, benché poeta e in
sua gioventú improvvisatore, studia i suoi soggetti con amore, anzi
con ostinazione. Per comporre l'ode sul _telegrafo elettrico_, si
dice ch'ei stésse chiuso qualche diecina di giorni in un gabinetto
di fisica, tormentatore assiduo del professore e dell'assistente.
Dell'_Armeria reale_ v'è chi preferisce alle ottave le note
illustrative: per me è uomo di poco gusto, ma egli afferma di amar
l'erudizione. Anche per questo libro su la _Dora_ v'è ragion di credere
che il Regaldi abbia rifrustato molte cronache e memorie paesane, e il
nome del Cibrario che spesso gli ricorre sotto la penna ci è arra di
sicurezza.
Di che ne viene una varietà notevole di materie e di stile. V'è
l'idillio a canto all'ironia, la descrizione olezzante di fiori con la
dissertazione polverosa dalle biblioteche, e dialoghi, e apostrofi,
e anche visioni. Qui, un paesaggio e una pittura di costumi; lí, una
leggenda feudale e religiosa; appresso, la storia d'un convento e la
narrazione di una battaglia; qua un ospizio di frati, là un monumento
romano; e poi un miracolo, e poi un colloquio di politica. Re, monaci,
santi, guerrieri, montanari, industriali, artisti, poeti, si succedono
dal Monginevra al Moncenisio, per le Chiuse e alla Novalesa, sul
Pirchiriano, a Torino, a Superga, a Sántena.
Anche di miracoli parla il Regaldi; e fa bene. La composizione di
coteste tradizioni giova agli studiosi per sorprendervi e raffrontare
fra loro le costumanze e le facoltà d'una famiglia di popoli. Vero è
che egli appartiene a quella scuola poetica che adoperava assai il
soprannaturale, a quel modo che certa scuola pittorica fece grande
sciupío di azzurro di Prussia a fine di ristorare il cristianesimo.
Non però il Regaldi metterebbe pegno per acquistar fede ai miracoli
ch'egli racconta. È ben capace di stare a udire con faccia tosta un
da ben parroco che gl'infinocchi il racconto di non so che pisside
portata via da certi soldati, e che poi fece un buco nei sacchi delle
salmerie militari, e se ne rivolò tutta raggiante al suo posto: ma dopo
ciò fa una crollatina di capo, conchiudendo «Lascio il miracolo sotto
le arcate della chiesa parrocchiale» ecc. ecc., e passa a sbizzarrirsi
con l'Inquisizione e suoi nefandi processi alle streghe o _masche_.
Ancora: il Regaldi s'intrattiene volentieri a chiacchiera con preti e
frati, e spesso ha da lodarsi in buona fede, e io lo credo, del fatto
loro; non sí però che un sorrisetto fine insieme e bonario non gli
scappi talvolta. «Che v'è di nuovo a S. Antonino? (un paese qualunque
della montagna). Di _veramente nuovo_, mi fu risposto, abbiamo il
prevosto Agostino Belmondo, accolto ora con feste popolari. Annessa
alla prepositura v'ha la _pingue rendita di cinque mila franchi_,
che il neo-prevosto saprà usare piamente, perché evangelico pastore
lo annunziano la fama e i _versi_ del bravo sacerdote Don Picco.» È
veramente di buon gusto, e contenta tutti, il preposto, Don Picco poeta
e gli spiriti forti del villaggio. La religione in somma del Regaldi,
come di molti scrittori della sua generazione, è un idealismo, se non
vogliasi piuttosto un ottimismo poetico, il quale si allarga a tale una
tolleranza che confina da piú lati con lo scetticismo.
Del resto il Regaldi considera con roseo ottimismo tutte le cose e gli
uomini tutti. Egli, come ogni poeta da natura e nello stato di natura,
è buono. Ammira facilmente, facilissimamente loda: per lui non vi sono
né scuole né partiti né sètte: cita Giuseppe Mazzini e il commendatore
Minghetti; ama il Cibrario e il Brofferio; il Prati, Norberto Rosa
ed il Révere. È un uomo egregio che vi apre le braccia e vi sorride
di primo acchito; che si esalta della sua stessa parola, e prorompe
nella lirica. Noi in vece, cresciuti dopo il 1849, maturati dopo il
'60, siamo una gelida e arcigna generazione. Poco e di rado amammo;
meno credemmo; e dubitammo troppo spesso di avere, ove ammirassimo
oggi, a ricrederci domani. Abbiamo dell'acredine nel sangue; e molti
di noi si vantano di essere d'un partito, credendo in verità che il
non aver partito, quando la non sia una figura di parole, debba essere
una immoralità. Per ciò quella gran bontà e larghezza del Regaldi non
la possiamo accettar per intero: non dico che volessimo in lui un po'
di fiele, che anzi in fondo desidereremmo per avventura di esser come
lui; ma a noi iconoclasti quel suo voler di frequente rizzar degli
altari fa specie. Tutto ciò avvertiamo, a dir vero, non per lui, che
avrà benissimo le sue ragioni di far cosí, ma per i giovani e per
noi stessi. Per noi stessi, dico; perché anche noi alla fin fine, a
sentirci sempre brontolar d'intorno questo fiotto di lodi, abbiamo come
pubblico il diritto di gridare: Alto là, rendeteci un po' di ragione.
Il Regaldi, per esempio, afferma di vedere nel discorso di Alessandro
Manzoni intorno a' Longobardi _connaturate, direbbe quasi, le anime
del Muratori e del Vico_. Tutto cotesto in un discorso solo non vi par
troppo? Aggiungete un zinzin di Dante (e già ci son di quelli i quali
per conto loro mandano di pari passo il Manzoni e Dante), ed eccovi,
si passi un po' d'iperbole anche a me, eccovi rifatta una specie di
padre eterno. Io intanto, dalla parte mia, per quanto possa ammirare
l'autore dell'Urania, dei cori dell'Adelchi e dei Promessi Sposi, Vico
e Muratori insieme non lo crederò ancora. Mi permette tanto la vostra
tolleranza, signori lettori?
Qualche altra volta l'enfasi fa dimenticare al Regaldi il buon gusto.
Egli, poeta delle reminiscenze bibliche, si ostina a chiamar Debora
del Piemonte la signora Giulia Colombini. Ora la signora Giulia sa
troppo bene chi la Debora fosse, e non avrebbe fatto mai quel che ella
fece: cioè, se un generale austriaco fosse stato ospitato in casa d'un
piemontese amico suo, e se la costui moglie, ospitatolo e datogli
mangiare, gli avesse poi, mentre dormiva, piantato tanto di chiodo
nella tempia, la signora Giulia non avrebbe cantato per ciò alleluia.
Le son cose coteste da farle e lodarle le donne della santa nazione:
noi poveri giapetici non siamo tanto perfetti, e dobbiam contentarci
delle egoistiche e selvagge virtù di Atene e di Roma. Del resto, nel
canto della pretessa ebrea certa energia, come quella dell'indiano che
scalpella il teschio del nemico vivo, non manca. Per il nome adunque
di Debora son troppo poca cosa dei versi come questi della signora
Colombini:
Ma, nuovo Curzio, nel fatal momento
Diede il suo capo il gran Biellese, e volle
Sé stesso per la patria in sacramento:
Scoppiò l'eccelsa polve, e glorïoso
Micca su mille eroi tomba si aderse.
Importa egli provarlo?
Per certi giudizi, del resto, qualcosa è pur da concedere alla maniera
di stile adoperata dal Regaldi in questa prosa. E chi mi domandasse
che stile è cotesto, mi attenterei di accennare le due figure
litografiche che adornano le copertine del libro. In quella d'avanti
c'è la Naiade della Dora: tale almeno la dimostrano la classica urna
su cui appoggia l'un braccio e il remo che sorregge dell'altro e la
ghirlanda di canne: differente dalle antiche ninfe in questo, che
ha un po' di camicia per mezzo il seno e una gran gonnella pe 'l
rimanente del corpo. È classicismo rammodernato. Nella copertina di
dietro si vede un vecchio seduto fra le ruine d'un castello del medio
evo, e legge in un gran codice. Probabilmente doveva simboleggiare
l'archeologia o l'erudizione storica: ma per me è un bardo, un
trovatore, un poeta in somma di ballate e di leggende bell' e buono:
chi altro, salvo un poeta sí fatto, si piglierebbe la scesa di testa di
leggere al lume della luna e, per dirla col Davanzati, _in zucca_, come
fa l'uomo della copertina? Se non che, ficcategli ben bene gli occhi
in viso a cotest'uomo; e vi riconoscerete in fondo il buon compagno,
e pratico a sufficienza della vita di questo mondo: come pure,
riprendendo a vagheggiare la Naiade d'avanti, non c'è caso che quel
viso furbetto mi voglia ricordare nulla delle alpi, ma sí bene le belle
fanciulle in cui si avviene chi torna le sere di festa per le stupende
colline da Moncalieri a Torino.
Non so se mi son fatto intendere: ma queste imagini a me pare che
possan rendere un'idea della prosa della _Dora_, con le sue aspirazioni
all'idillio alla lirica all'_epos_ romanzesco, temperate e tal volta
turbate o mortificate da un sentimento troppo vivo della realtà
convenzionale. In questi contrasti l'arte ci perde un cotal poco:
dico che il poeta perde la serenità della inspirazione, il pittore
la sicurezza della mano; e la intonazione lirica diventa confusa e
strepitante, e nella pittura idilliaca si ricorre spesso alla biacca.
Vorreste un qualche esempio? Prendiamolo súbito dalle prime pagine. Si
tratta, a pagina 13, del corso diverso della Duranza e della Dora, che
la prima scaturisce dalla costa orientale del Monginevra, la seconda
dall'occidentale: _due sorelle, geni del bene e del male usciti da
un medesimo principio_, dice il Regaldi; e séguita: «Direbbesi quasi
che nella Duranza si agiti una furia, la quale dalle Alpi scendendo
minacciosa porti colle gonfie acque la desolazione nei seminati campi
della Francia. Non cosí della Dora, fecondatrice benefica delle nostre
campagne subalpine. Nelle sue sorgenti ella sospira con innocente
grazia pastorale, e discesa al piano diviene regina, diletta ed onorata
da tutte le genti italiane. Gli spiriti di Caino e d'Abele s'incontrano
su le piú alte cime del Monginevra. Quello di Caino mira all'occaso,
e seguitando nella loro corrente le acque della Duranza rinnova la
sua antica disperazione; e lo spirito di Abele guardando ad oriente
benedice le acque della Dora, e le accompagna coi canti dell'amore
e dei santi olocausti.» A pagina 17 si descrive una pastorella di
Bousson: «In quell'ora procellosa Lucia era veramente l'angelo, la
stella della consolazione. Vestiva un giubboncello di panno bigio, una
corta gonnella, egualmente di panno di tinta oscura, con un grembiale
di tela turchina. La parte superiore del giubboncello terminava a fior
di spalle in una listina di mussola, che in gran parte copriva _gli
avori_ del seno. Il volto di Lucia sarebbe stato _all'Urbinate un
prezioso modello per le sue madonne_. Gli occhi azzurri ed _i coralli
del breve labbro_ sfavillavano _fra i gigli e le rose del verginale
sembiante_; ed il cuffiottino di trapunto bianco con due fettucce
raccomandato al mento faceva viemmeglio spiccare quell'angelico viso,
sul quale scorrevano _a guisa di fila d'oro_ le ciocche de'biondi
capegli.» Ecco rappresentate in due esempi le virtú e i vizi di questo
stile: vuolsi tuttavia notare che i vizi, o quelli che a me paiono
tali, non sono tanto del Regaldi quanto di cotesto genere letterario:
ricordiamoci certe pitture dello Chateaubriand, certe altre del Gessner.