Filocrate viene a parlare a Calonide; e riman seco di
sposar Lúcia di corto.
CALONIDE madre, FILOCRATE giovane,
LÚCIA figliuola, GIRIFALCO.
CALONIDE. Chi è giú?
FILOCRATE. Io sono. Aprite.
CALONIDE. Aspettami, figliuolo.
FILOCRATE. Non mi par giá cangiata. Oh! Dio volesse
che non ci avesse visto! Iddio ti guardi,
madre. Quanto m'allegro di vederti
cosí di buona voglia! ch'istanotte
non ho dormito mai, del dispiacere
ch'ebbi, perché pensai che ci vedesse
Demofilo, iersera.
CALONIDE. Anzi, ci vide:
e me ne dimandò; ma tanto seppi
bene acconciarla che poi non disse altro.
E di qui presi occasion d'entrare
ne' fatti tuoi; e, per fartela breve,
tanto ho saputo ben dir mal di te
che, d'uomo che ci fu giá sí ritroso,
or n'è contento e l'ha rimessa in me.
Che faremo ora?
FILOCRATE. E che! Va' che n'usciamo.
Questo è stato ben fatto: aver disposto
la cosa seco. Orsú, madre! Ora è fatta.
Porgimi qui la man; ti do mia fede
di non mancare; e cosí fa' tu a me.
Quando farem le nozze?
CALONIDE. Ora, a tua posta:
ché a me non manca se non provedere
a certe cosarelle; poi, del resto,
possiam farlo istasera. Ma indugiamo
ancor duo giorni perché a lui non paia
che siam corrivi. E tu fa' che non manchi.
A te ne sto.
FILOCRATE. Perché? non è giá fatta?
CALONIDE. È fatta, sí, ma vo' veder le nozze:
ché non vo' star piú in questo struggimento,
ché importa troppo; e lo starne sospesa
non è sicuro.
FILOCRATE. Io sono a le tuoi voglie;
altro non bramo. Ma vorrei che anch'ella
mi toccasse la mano.
CALONIDE. Oh! S'è per questo,
anco s'ha da far ben. Dálli la mano.
Orsú! A chi dico?
FILOCRATE. Quando fia mai l'ora
per me tanto felice che, legati
d'eterno nodo, di tante fatiche
e tanti stenti al fin mi sia concesso
cogliere i dolci frutti? Aimè! ch'io temo,
sí come mi cognosco al tutto indegno
d'un tal tesor, che non mi sia negato
da la mia sorte.
CALONIDE. Lascia andar da canto
queste tuoi leggerezze. Ora attendiamo
che si dia fine. E poi vo' che tu pigli,
figliuolo, per potervi mantenere
sempre nel grado vostro con onore,
qualche onesto esercizio; ed io giá mai
non ti son per mancar.
FILOCRATE. Lo voglio fare.
E son restato in fine a questo giorno
perché, mercé di lei, cosí inquieto
era di mente che ad altro pensare
non mi poteva dar che a dimostrarle
quanto fosse 'l mio amore. E ancor la veggio
tanto esser de le suoi rare bellezze
superba e altera che non par si degni
accettarmi per suo.
CALONIDE. Taci, figliuolo.
Or non vo' dir piú in lá: ché, se sapessi
gl'intrinsechi di lei, forse altrimenti
ti parrebbe col ver; ché tutta notte
m'abbraccia e bascia e spesso ancor, se 'l giorno
non ci sei stato. In fine, ancora in sogno
ti chiama e piange e meco si lamenta
con dir che tu non l'ami; e ben talora
c'è che fare appagarla.
LÚCIA. Oh che bugie!
Non è giá vero.
CALONIDE. Cosí fosse manco
in tuo servigio come è da vantaggio
di quel ch'io dico. Ma ben sai che poi
non staria bene a lei essere ardita
e parlar come me. Ma sia pur certo
che d'affezion ti avanza.
FILOCRATE. Lúcia, è vero?
LÚCIA. Che cosa?
FILOCRATE. Quanto ha detto, qui, tua madre.
LÚCIA. Ha detto cose assai.
FILOCRATE. Non ti ricordi?
Che tu ami tanto me quant'amo io te.
Ma non lo credo.
LÚCIA. Tu non sei cristiano,
se tu credi sí poco. E perché questo
non creder, sí?
FILOCRATE. Perché vedrei gli effetti,
se cosí fosse. Or che rispondi a questo?
Non ti fare insegnar.
LÚCIA. Faccia mia scusa
la fanciullezza mia, ché inver non so
darti risposta.
CALONIDE. E che vuoi che risponda?
che non ha mai parlato con alcuno
quanto or con te. Ve', ve'! Dimmi, Filocrate.
Chi è quel vecchio? che ogni dí lo veggio
passar di qua.
FILOCRATE. Piú presto di', ci impazza:
ché, secondo che ho inteso, è innamorato
costí di Lúcia e la torria per moglie.
Guardalo, un tratto. Oh! gli è 'l buon capitale!
Felice quella donna che l'avrá!
ché è tutto robba.
CALONIDE. Oibbò! ibbò! ibbò!
Che è quel ch'io sento? E quel vecchio pelato
e gottoso vuol tôr donna ancor egli?
Si li vuol dar. Te ne contenti, Lúcia?
Guarda che bella cera!
LÚCIA. Par lo sposo
de la madre de' vecchi.
CALONIDE. Io dico il padre
de' guattari che sono innamorati.
Non si può bussicar, tanto è pasciuto!
M'ha cosí cera che debbe esser nato
a la luna mancante.
FILOCRATE. Eh! Il poverino
non fu mai savio. Oh! Senti che si spurga.
Gli è caduto il cimurro: avria bisogno
de la scuffia de l'asino. Ah! ca! ca!
Bella cosa ch'è un pazzo!
CALONIDE. Orsú! Va' via,
ché non pensasse mal: ché sai com'oggi
si vive al mondo.
GIRIFALCO. Io son mezzo aggirato.
Mi parve pur veder lá non so chi;
ed or si fugge; e sento in qua romore.
Qualche quistione è nata. Meglio è ch'io
ritorni in dietro, che non ritrovassi
quel che non vo cercando.