Pilastrino porta a Orgilla da cena abbondantissimamente
e commette che ordini per la sera; e, volendo ella saper la
cagion di ciò, si parte. Ed ella chiama Eparo lavoratore
ivi a caso per farsi aiutare: il che dimostra l'avarizia di
Girifalco che non teneva famigli.
PILASTRINO, ORGILLA, EPARO villano.
PILASTRINO. Orgilla! o Orgilla!
ORGILLA. E che vuoi, Pilastrin?
PILASTRINO. To' questa robba.
Non morrem giá di fame.
ORGILLA. Oh! Oh! Puon mente.
Ve' quanta robba! Oimè! Mi faccio il segno.
Che vòl dir questo? È forse dodici anni
che sono in questa casa e sí ti giuro
che non ne ho visto mai per la metá.
Dimmi, di grazia.
PILASTRINO. Non è tempo, adesso.
Fa' d'aver cura a questo, che stasera
ogni cosa sia cotto.
ORGILLA. Oh! S'io gli cuoco,
ch'io caschi morta, se prima non dici
la cosa come sta.
PILASTRINO. Tu vuoi ch'io 'l dica?
In casa s'ha da fare un par di nozze.
Bastiti questo.
ORGILLA. Seheh! Dimmi il vero.
PILASTRINO. Attende qui.
ORGILLA. Di grazia, dimmi il tutto.
PILASTRINO. Nol saperai, se non m'attendi prima.
Incomincia qui. Sú!
ORGILLA. Mezzi i pollastri
arrosti e mezzi lessi e questa carne
a l'ordinario e mezzi anco i pipioni
faremo arrosto e gli altri in un tegame,
da far solo a l'odor levare i morti,
come so fare.
PILASTRINO. Iddio ti benedica.
Tu sei saccente piú de la metá
ch'io non pensava. L'altre cose tutte
rimetto in te.
ORGILLA. Che vuoi far lí da canto
di quel fagian?
PILASTRINO. Lo voglio di mia mano
governare istasera: e imparerai
un modo onde potrai fare al messere
mangiarsi, un tratto, in cambio di lasagne,
i suoi stivali. Come torna, digli
che aspetti in casa; ché avrò il negromante
stasera meco.
ORGILLA. E tu vai, Pilastrino?
Che m'hai promesso?
PILASTRINO. Nulla.
ORGILLA. Ah sciagurato!
Tornaci pure a cena. O vecchio matto,
dove hai lasciato andare il tuo cervello?
dove è 'l tuo senno? Ho visto cento pazzi
da incatenar che non farian mai quello
che fai or tu in vecchiezza. Ma Dio voglia
che non sia qualche tratto di costoro
di mala sorte. Eparo! o Eparo!
EPARO. Ben?
ORGILLA. Ben fostú mézzo, sciocco!
EPARO. Ben, madonna:
che ti manca?
ORGILLA. Non altro se non quello
che hai tu e non ho io.
EPARO. Non so che m'av'é
che questi pagni frusti qui di nogona
ed una capannuccia a ca' e l'asina
di mia moiera. Egghi negotta ancora
che sia per ti?
ORGILLA. Sí ben che c'è; quell'asina
di tua mogliera.
EPARO. Mò non g'ho di quella
a far negotta é, ché l'è del suoccio.
Li faccio ben le spese e la somezo
e la governo ancor; ma l'è di lui.
Maidò, non g'ho da fare é.
ORGILLA. O cappachione,
si vede pur che sei nato villano,
c'hai piú dura la pelle de la testa
e de la fronte che non han le bestie.
Vo' farti scorto.
EPARO. E perché? Non ti intendo,
se Dio m'aida.
ORGILLA. Perché spuntar fuora
non ti posson le corna de la testa.
E pur sei becco.
EPARO. Parla ch'io t'intenda;
ché non son becchi ne' nossi paesi,
se non quegghi che ammontan le bestiuole.
I galli e le galline ancora l'hanno;
ma non l'ho é.
ORGILLA. Ascolta, anima mia.
Che vuol dir che tu sei sí grossolano?
Vo' che tu venga a girarmi l'arrosto
di qua in cucina.
EPARO. E che tanto cianciare
e berlingar? Dimmi se vuoi covelle,
ché vo' spazzar la ca'.
ORGILLA. Possi morire,
se tu vedesti mai camicia a donna.
Bufalo, e 'n questo mondo a che sei buono?
Va', sta pur con le capre.
EPARO. Vagghi ti;
ché non sei buona se non da sbelare
e non sai che ti voglia.
ORGILLA. Guarda razza
di matto scempio! Vorrei venir teco
ad esser tua mogliera a casa tua.
Te ne contenti?
EPARO. N'ho d'avanzo n'una é.
Che credi, se ben siam grossi di pagni,
che siam poi asen? ché non è bastante
ad una donna sol tutto un comuno
di nossi pari; e tu vuoi ch'in mia parte
n'ava dò o tre! La non ti verrá fatta,
Orgilla me.
ORGILLA. Orsú! Va' tra' de l'acqua;
e porta sú tutt'oggi de le legna;
tramuta quei pietron che sono a basso;
e fa' netto il terrestre e la cantina
com'uno specchio. Or vanne, bufalaccio!
Si voglion gli animali adoperare
solo a quel che son buoni.
EPARO. Ben, madonna.