Crisaulo batte il servitore e biasma forte con
Pilastrino l'avarizia; e, incominciandosi a doler d'Amore,
Pilastrino lo lascia.
CRISAULO nobile, FILENO, TIMARO servi, PILASTRINO.
CRISAULO. Basta. Ho inteso.
Ma parti che ci torni?
FILENO. Eccol, per Dio.
Contava i passi; or corre.
CRISAULO. Io son disposto...
A che sei stato tanto, manigoldo?
Ho voglia di...
TIMARO. Signore, ho corso sempre.
Questo è 'l resto di tutto il fornimento,
d'infuor la sella che non è fornita.
S'avrá stasera.
CRISAULO. Hai piú tu di bisogno
del baston che non ha di te la stalla.
Canaglie! ché non passa per la strada
civette o olocchi o per l'aere augelli
che non voglin vederli.
TIMARO. È pure stato
il maestro che m'ha fatto indugiare
questo poco: ché non voleva darmi
quegli avanzi del drappo e stava a dire
che non è usanza e che none sta bene
a un vostro pari; e quasi bastemmiava.
Son ladri: sempre voglion sopra i pregi
di quel d'altrui.
CRISAULO. Ah vigliacco, poltrone!
Questi sono gli onor? Vo' che tu impari
per l'altre volte.
TIMARO. Oimei, padron! Son morto.
CRISAULO. Ti vo' spezzar quella testa balorda.
Chi te l'avea commesso?
TIMARO. Oh gramo a me!
CRISAULO. S'io vi ritorno...
TIMARO. Oimei, che ho rotto gli ossi!
Morrò in duo dí.
PILASTRINO. Oh! co! Non piú, Crisaulo.
Oh! co! Crepo di rise. Gli farai
smaltire i sughi, con quelle sopposte
che gli hai fatto nel viso da sedere.
Cosí si smuove il corpo ai manigoldi
che vogliono, a dispetto del padrone,
far massarizia: ma la medicina
non val niente, se non si continova
piú d'una volta il giorno. To', poltrone!
Come fa il morto!
CRISAULO. Corre e va' riportali.
E di tua bocca di' che t'ho punito
di tanta villania: se non, con altro
la farem che con calci.
TIMARO. Ben, messere.
Che ti possa esser mozza quella gamba,
prima ch'io ti riveggia!
PILASTRINO. O va' pur via.
So che ti sentirai di quelli schiaffi,
per otto giorni almeno, a cavalcare.
Se avessi istaman fatto colazione,
non avrei sí goduto. O guarda dove
si truova esser condotto un gentiluomo!
Ché lasci ogni anno cento pezzi d'oro
per non dar luogo agli spirti che sempre
biasmano altrui; ed or, per quattro soldi,
avrá dato da dire a tutta piazza,
quest'ignorante. Ma che! Non importa:
perché sei cognosciuto da ciascuno
per l'uom che sei.
CRISAULO. Ho sempre da natura
avuto questo, che d'alcuna cosa
non mi son dilettato quanto avere
il mondo tutto e, se fosse possibile,
l'inferno amico. E quegli che altra via
tengono, essendo nobili di sangue
e di gran facultá, debbiam chiamargli
animai brutti. Avarizia malnata,
d'ogni altro mal radice! O pien d'inganni,
fraudi, ruine e morti, oro, tiranno
fatto di quello a cui ti fe' suggetto
chi tutto fe'! Come può tanto errore
fermarsi in noi? poi che veggiamo espresso
che chi piú n'ha piú stenta e manco gode.
Ché nol fuggiamo?
PILASTRINO. Ogni uom sa predicare;
e tanto piú di quel che poi non crede.
Certo è che l'oro è cosí maladetto
che alcuno esser non può mai, in fin che n'ha,
contento o riposato. Ma vorrei
veder pigliare, un tratto, a chi 'l cognosce
qualche rimedio.
CRISAULO. E questo è 'l colmo appunto
del nostro errar: ché lo veggiamo aperto;
né in alcun modo ne vogliamo uscire
o rimanerne.
PILASTRINO. Tu non neghi, adunque,
essere in grande errore?
CRISAULO. Errore. Ah quanto
fòra 'l meglio esser nato in vil capanne,
talora, e in boschi che ne l'alte case!
Chi nol pruova nol sa.
PILASTRINO. Cosí sarebbe
piú felice 'l mio stato assai che 'l tuo;
ché non mi truovo un soldo.
CRISAULO. Senza dubbio.
PILASTRINO. È meglio, adunque, che cangiam gli stati
e le fortune. E tu sarai contento
sempre nel mio: e sí lieto e felice
e senza alcun pensier che non vorresti,
quando lo provi poi, per tutto il mondo
non l'aver fatto. Ed io, in cambio tuo,
torrò questi tuoi affanni.
CRISAULO. E che potresti
cangiar se non que' panni e quella pelle?
o 'l vizio orrendo che non potrá mai
mancare in te? poi sai che non possiamo,
per noi stessi, cangiar stato e fortuna:
ché s'appartiene al ciel.
PILASTRINO. Ti vo' insegnare.
Avremmo prima a tramutar la robba:
_verbi gratia_, la tua fa' che sia mia.
Tu voglio che ti chiami Pilastrino;
ed io sarei Crisaulo. E, in questo modo,
non sol muterai nome, ma costumi,
stato e natura; e forse ancor la mente.
Proviam, se tu nol credi.
CRISAULO. Io ti ringrazio;
ché è buono il tuo consiglio: ma non voglio
ch'oggi ne venda a me.
PILASTRINO. Ah! ca! ca! ca!
Non ti si può appicare oggi niente
di questa mia dottrina. Io me ne vado.
Qui non si busca.
CRISAULO. Sta', non ti partire;
fermati un poco.
PILASTRINO. Non posso indugiare.
CRISAULO. E che buona facenda?
PILASTRINO. Un'altra volta,
se riesce, tel dirò; ché penso, un tratto,
uscir d'esti pedocchi. Non dir nulla,
ché vo' ch'abbiam da rider per cent'anni,
se mi vien fatta.
CRISAULO. Non vo' sapere altro.
Guarda pur di non far qualche trabalzo
che te n'abbi a pentir. Di poi quel giorno,
non mi sai dir niente di colei?
Tu sei pur negligente!
PILASTRINO. Ora non posso
dirt'altro, c'ho da fare in fine a sera.
Ma vo' che sappi la piú bella berta
ch'io tramo adesso.
CRISAULO. Non lo vo' sapere.
Attende ad altro, e forse ti fia 'l meglio.
Ier la vidi duo volte a la fenestra.
Felice giorno!
PILASTRINO. Ed io piú di sei volte
la vidi, dopo bere; e l'abbracciai.
Chi è piú felice?
CRISAULO. Aimè! Vita infelice,
quando fia 'l dí che fuor di tanti affanni
ti scorga Amor, che giá condotta a tale
t'ha in poco tempo ch'altro omai non resta
in tuo conforto che la morte istessa
o di lei la speranza?
PILASTRINO. Oh! co! T'ho inteso.
Addio; fa' pur da te. Questi incomincia,
pur come suole, a noverar le stelle
e gli animali e le donne e le piante;
i sassi e i monti e l'acque e 'l cielo e l'aere
dimanderá crudeli; e la fortuna
e la sua sorte iniqua e ingiuriosa;
troverá tutti i santi, al fine, in fraude;
e vorrá far vendetta. Io voglio andare
a comprar, prima, e, poi, in qualche taverna,
fin che giunga la sera, anch'io a gridare
con le mezzette.
CRISAULO. Aimè! Dolce mia luce,
quando mai resterai di tôrti in gioco
questa mia miser'alma? e quando avranno
mai fin tante passioni? e le cocenti
fiamme fian spente? e quando fia mai vinta
da pietá cosí dura altera mente?
o di me sazia quella cruda voglia?
Certo, non mai; ché la mia sorte è tale
ch'io sempre peni. Ma lascia, ché, in breve,
forse questa mia man ti fará lieta
di tanto desiderio e fia disciolta
l'alma d'esta prigion.
FILENO. Fornisce, un tratto.
Che cosa è questa, tanto lamentarsi
e rinnegar la fé? che tanti stinchi?
tante prigion? Chi ti sentisse, certo,
giudicherebbe ch'aspettassi or ora
acerba morte. Hai pur questo tuo pecco,
come le donne, di voler morire
d'ogni picciola cosa e avere in cima,
come lo sputo, il pianto. Se non fosse
ch'io troppo t'amo e del tuo mal m'incresce,
in fine al cuore avrei or con fatica
ritenuto le risa. È pur vergogna
tanta viltá.
CRISAULO. Dico che n'ho per sette
de' buon consigli. Ma questo non basta:
ché bisogna pazienza; di che i santi
mancan talora.
FILENO. Eh! va': l'hai per costume
questo voler morire. E poi per chi?
Una fraschetta, che, chi la strizzasse
tutta, non n'usciria tanto di buono
che te n'ungessi un'unghia.