Siro servo, non introdotto in altro luogo che in
questo, parlando con Timaro, apre e dá lume a la favola: e
questo è costume degli antichi comici.
SIRO. TIMARO servi.
SIRO. Or veggio il lor cervello.
Innamorati? Che sia maladetto
quel giorno traditor che incominciai
a servir mai nessun! ché non mi manca
da starmi a casa mia ben da mio pari
e sto a straziarmi dietro a questi cani
che tengon servitori come gli osti
le bestie da vettura; e 'l dí non basta,
ché ancor s'ha a star la notte or qua, or lá
per lor capricci. Che sia strutto Amore
e chi lo fe', chi 'l pruova e chi gli crede!
Io mai nol vidi.
TIMARO. È Siro che ragiona.
Lasciamili accostar. So che camina!
O Siro, aspetta.
SIRO. Che vai tu cercando,
Timaro?
TIMARO. Sono uscito de la strada
per venirti dietro, ché sentiva
bastemmiar non so che.
SIRO. Sí, ch'io bastemmio
qualche volta me stesso; ché non posso
omai durar con questo insopportabile,
quasi ho detto, poltron.
TIMARO. Che c'è di nuovo?
SIRO. Ultimamente non m'ha minacciato
di fare e dire, s'io non truovo modo
ch'esca di questi affanni?
TIMARO. O dágli il modo.
SIRO. E come?
TIMARO. Che s'appicchi per la gola!
SIRO. Or non ho punto voglia di scherzare.
E' nol potrebbe fare altri che Dio
che l'ami, se non l'ama.
TIMARO. Sa bene egli
se l'ama o no.
SIRO. Non fosse egli piú vivo!
Io l'ho cercato: ch'è piú d'otto giorni
che non mi fermo mai, né dí né notte,
sol per saper di questo; e truovo al fine
ch'ella l'ha in odio sopra ogni altra cosa.
E questo è la cagion. L'ha sempre amata
un Filocrate giovin, qual si dice
che se la sposi in breve. Ora il padrone
vorria impedir che questo non seguisse.
E, per esser chi egli è ed ella vile,
vorria poterla avere a posta sua.
A che bisognerebbe che mutasse
l'animo, prima, in disamar chi ella ama;
e poi si fesse tal che sí grande odio
rivolgesse in amore; e poi la madre,
ch'è la piú saggia donna, intera e santa
di questa terra, consentisse a questo:
il che non potria far, penso, un reame.
E giá mille altri han lasciato l'impresa,
sol per esser la madre quel ch'ella è.
Potria forse anco star; ché non è 'l primo
miracol ch'abbia fatto, a' miei dí, l'oro.
Ma non voglio che mai per mezzo mio
faccia tal roffiania.
TIMARO. Farei ancor peggio,
per il padron, pur ch'ei mel comandasse.
Che ne puoi perder tu?
SIRO. Quello c'ho al mondo,
servendo un fuor di senno e disperato.
Ma ascolta. Non è solo. Girifalco
vecchio, sí avaro, anch'egli è in questo ballo
(ed era sí stimato!): ché un Listagiro
con Pilastrino e certi buon compagni
l'han messo sú ch'ella gli muor dietro.
E fangli far l'amor seco ogni giorno:
cosa da smascellare. E, perché mai
non la vede, gli dicon che 'l difetto
vien c'ha poca veduta. E 'l moccicone
è giá venuto a tale, in questa giostra,
di cosí scarso, che gli tran canóni
che ne portano il sangue. E va pensando
che Pilastrino, un tratto, il peli e strini
fine in su l'osso. Specchiati in quel nome.
Da l'altro canto mi par sí vedere
che 'l padrone (e Dio voglia ch'io mi menti)
faccia con colei tanto che la sposi.
Che ti parria di questo?
TIMARO. Io non mi curo.
Sia come vuol. Non ho di questi impacci;
non penso tanto inanzi e mi contento
di questa vita: ben mangiare e bere
e gire a spasso, portato c'ho sú,
talor, come acqua e legne e governato
ben la mia stalla e spazzato la casa
e netto gli usuvigli di cucina,
le secchie e i caldaroni e, alcuna volta,
supplito anche ai bisogni de le fanti
che non mi lascian viver.
SIRO. Sí, t'ho inteso.
Tu la discorri bene.
TIMARO. Io me ne vado
di lungo a casa (m'hai tenuto un pezzo),
ché 'l padron non gridasse.
SIRO. A posta tua.
Questi stan ben con queste simil gente
che sopportan com'asini venduti;
o ver gli adulatori. Io mi risolvo
di non vi tornar piú; ch'omai son chiaro
ch'ogni or ne sarei a peggio, ché Fileno
(perché dice a suo modo) è seco il _totum_.
Io sarei sempre schiavo.