Girifalco si lamenta d'Amore. Pilastrino lo ammonisce
schernendolo; e, non potendo ultimamente mangiar seco la
mattina, si fa dar danari per comprar da cena e promettegli
di menar l'altro parasito il quale gli aveva giá fatto
credere che fosse negromante.
GIRIFALCO vecchio, PILASTRINO parasito, ORGILLA fante.
GIRIFALCO. Va' sempre stenta! Caca gli occhi e 'l sangue
in gioventú per non esser mendico
quand'altri è vecchio! Or vedi come, al fine,
tutto è niente; ché qui mai non puote
l'anima aver riposo in fin che dura
con la carne congiunta.
PILASTRINO. Oh bel dettato!
Gli è bene un buon boccon, se la è congiunta
con la mostarda; ma vuole esser porco
di pochi mesi. Oh! Parti che 'l vecchione
ragioni anch'egli _de bene vivendo_?
Piace anche a me.
GIRIFALCO. Deh! taci ivi, ti prego,
o parla piano; ch'oggi ho poca voglia
di cianciar teco.
PILASTRINO. Tu sei pur lunatico,
Girifalco: perdonimmi i tuoi anni.
Deh guarda che natura! Or si lamenta,
or tace e fa il balordo, or ride, or piange,
or ciancia fuor di modo e si rallegra
e infuria; che talora ho meraviglia
ch'un che pratica teco, in otto giorni,
nol fai impazzir. Che sí che ancor ti veggio,
un tratto, negromante? uomo composto
di sciatiche e catarri e d'avarizia,
d'ira e d'amore.
GIRIFALCO. Abbimi compassione.
Vedi pur com'io sto; lasciami alquanto
sfogar, ch'io moro.
PILASTRINO. Possa sfogar tanto
che ne rimanga agghiacciato per sempre.
Non restar giá per me.
GIRIFALCO. Sempre ho stentato;
né mai mi ho tolto un'ora di buon tempo,
in questa vita, per non stentar sempre.
Ed or che l'etá mia richiederebbe
qualche riposo e d'animo e di corpo,
cosí dentro mi sento travagliato,
inquieto e confuso che desio
talor la morte come cosa dolce.
Ma non vorrei esser posto in sacrato,
se non pensassi fare, anzi quel punto,
vendetta e strazio di quella frittella
che n'è cagione.
PILASTRINO. E che pensi di fare?
se Dio ti guardi, come ha fatto i denti,
ancor la vista.
GIRIFALCO. Se mai viene il tempo...
Non vo' dire altro.
PILASTRINO. Forniscel di dire.
Che la farai, come ti vien dietro,
morir forse in sul buco? Oh guarda volto
da far morir le donne di martello!
Che sia impalato!
GIRIFALCO. A chi dici «impalato»?
PILASTRINO. Ho detto che mi tira omai 'l palato;
e tu mi pasci qui pur di parole.
Saresti appunto buon, per la cappella
che si fa al Baracane, per un santo
in su l'altare o per un di quei voti
con le man giunte; ché non mangi o béi
ma vivi d'aere.
GIRIFALCO. Lascia: berem poi.
Anima mia, tu mi fai pur gran torto.
E poi per chi? Per un morto di fame,
un furfantello, un ladro, un giocatore,
un plebeo. Ma guardati, Filocrate;
ché, a' miei dí, mai nessun mi fece ingiuria
che non mi vendicassi. Vatti sposa:
e to' per donna qualche ruffianaccia
per tua infame. Oh! co! ca! ca! Io muoio.
Rinego il dí che mi battezza. Ca! ahi!
In mal punto. Ah!
PILASTRINO. Dá' giú, ch'io 'l voglio, il cuore.
Che fai? Par che rineghi anche il battesmo.
O Girifalco, tu sei diventato
un gran biastemmiatore. E poi sei vecchio
e mostri esser saputo!
GIRIFALCO. Io son perduto
piú lá che ora. Vo' chiamare il diavolo.
Diavol!
PILASTRINO. Di' forte, ché non ti può udire.
Sú! che ti porti presto.
GIRIFALCO. Che hai detto?
PILASTRINO. Che? non m'hai forse inteso? Che ti porti
dov'è colei che ti può dar salute
e tòr d'angoscia.
GIRIFALCO. Aimè! che sarò morto
prima ch'io n'esca.
PILASTRINO. Va'. Se non moro io
in questo mezzo, sará forse troppo
presto per te.
GIRIFALCO. Non vorrei esser nato
prima ch'esser cosí.
PILASTRINO. Fai grande errore
a dir tal cose. Oh! Se 'l sapesse Lúcia,
e che direbbe de la tua incostanza?
Ché debbi pur saper che amano i vecchi
perché son fermi e potenti a durare
a le lor dolci pene; ove noi altri
reggiam di rado. E l'aspettare ancora
non ti debbe esser grave perché sai
ch'un tesoro sí fatto non s'acquista
in un mese o in uno anno. Ma puon caso
che n'aspettassi ancora venticinque
e poi l'avessi. Non saria il tuo meglio?
ché allor forse saresti un'altra volta
tornato giovan, come ancor giá fosti,
e piú atto a l'amor ch'ora non sei.
Non perder la speranza.
GIRIFALCO. E che? Saremmo
forse come leggiam de la fenice,
noi innamorati?
PILASTRINO. Tu sol sei fra tutti
fenice. Gli altri li vo' dir pipioni.
Ma, s'Amor non si muta di costume,
tengo scorciare a sí vecchia fenice
con l'ali il volo. Di fiere piú brave
ho giá domato.
GIRIFALCO. E perché son dannato?
Ve' ladroncel! Non so che mi ritiene
che non ti lasci un pugno, che tu veda
le stelle a mezzo dí.
PILASTRINO. Non so vedere
altrimenti le stelle a mezzo giorno
se non sotto la botte; ma son certo
che non le vedrò giá sotto la tua,
subbio e telare, a mille opre d'aragna
ch'ivi tesse la muffa per vestirne
gli amici de l'aceto e del vin guasto.
Resta con Dio. So dir che sei persona
d'aver teco de' topi e de le mosche
in compagnia. E da lor sei fuggito,
così sei largo!
GIRIFALCO. Deh! non ti partire.
E dove, Pilastrino? Una parola
odi, se vuoi.
PILASTRINO. Non giá da quello orecchio.
Di': che ti manca?
GIRIFALCO. Cávali la cappa.
Non odi, Orgilla? Vo' che desni meco,
se non ti è grave.
ORGILLA. Or che se l'ha cavata,
il briacon, mio danno, se ogni mese
non ci torna a veder. Parti governo,
questo, di casa? Mi morrei se, un tratto,
non gli pesto a mio modo quel mostaccio.
Mettiam pur fuor la frasca.
PILASTRINO. Orsú, madonna!
Bisogna che abbi compassione un poco
al messere ancor tu, poi che tu vedi
come sta il poverin.
ORGILLA. La mala pasqua,
e presso che non dissi, che vi venga
a tutt'e dui! Forse che non s'arrabbia
per casa, poi, di questa massarizia
e non rugnisce? Saria manco male
se spendesse o comprasse della robba,
poi che vuol fare il grande.
PILASTRINO. Oh! Di' ben forte
che non v'è da mangiar; ma intanto cuoci
quello che c'è.
ORGILLA. Vien qua, vecchio insensato.
Tu sai pur che costui non mangia rape
cotte giá di tre dí né di pan cotto
minestra, come farai tu stamane;
né bee meschiati.
PILASTRINO. Io mi turo gli orecchi.
Tra voi gridate e menate le mani,
pur ch'io panebri.
ORGILLA. Tu tirerai in fallo,
Pilastrin, questa volta, ché la carne
rimasta è in beccaria. Che vuoi ch'io cuoca?
le miei mutande?
PILASTRINO. Giá denno essere arse,
se l'hai portate un dí, ché 'l vostro fuoco
non cuoce o scalda.
GIRIFALCO. Pilastrin mio caro,
tu vedi. Tornerai da me stasera,
ché compreremo una libbra di lonza
per fare arrosto; e poi, con quel guazzetto
che fa l'Orgilla, vo' che noi sguazziamo.
E mena l'indiano.
PILASTRINO. Hai ben pensato.
E che ci arem da cena?
GIRIFALCO. Non t'ho detto?
PILASTRINO. Non t'ho inteso.
GIRIFALCO. Una libbra di buon porco.
PILASTRINO. A incominciare. E poi infra pasto?
GIRIFALCO. Quello
non basterá? Tu se' pure, oggi, strano!
Non t'empierebbe....
PILASTRINO. E sí! Dici da vero?
Tu vuoi tener me a cena con un'oncia
di carne e con guazzetti? Tu mi vuoi
far ridere, oggi. Or veggio ben che Amore
qualche volta ti trae del seminato.
E poi sei vecchio. Dammi a me i danari,
ché comprerò da cena onestamente.
E non esser sí scarso.
GIRIFALCO. Ecco i danari.
Piglia quel che bisogna. O Pilastrino,
ferma un poco. Che fai? Non c'è moneta?
Questi quatrini... Sta'.
PILASTRINO. Non dubbitare:
ti porterò l'avanzo. Io voglio andare
a cercar di colui.
GIRIFALCO. Non v'è a bastanza?
Odi un poco.
PILASTRINO. Sí ben; ma lassa. Io vado
caminando a le porte, or ch'è passato
il mercato, se trovassi qualcosa
e spender poco. Non uscir di casa.
Torno con lui stasera.
GIRIFALCO. Ecco, or costui
mi vuol brugiar di qualche bolognino
con queste parolette: ché son fatti
come 'l tizzone. Ma son bene allegro,
se mena il negromante. Entrerò in casa:
ché mi par di sentire un ventarello
non molto sano.