alternativa? Prima di rispondere esaminiamo bene quale sia il carattere
particolare della teocrazia mussulmana.
Molti anni mi separano dall'epoca in cui lessi per la prima volta il
Corano. Non fui colpita allora che dal lato bizzarro di quel libro ed
a stento capivo come dottrine, apparentemente più adatte a sorprendere
che a convincere, avessero potuto sedurre tante anime ed imporsi a
tante intelligenze. La mia sorpresa è cessata. Ho veduto l'Oriente e,
una volta eccettuato il cristianesimo, credo la religione di Maometto
superiore a tutte quelle che reggevano prima di lui o che reggono
ancor oggi i popoli dell'Asia. I drusi hanno i loro riti misteriosi,
i fellah di Siria il loro strano naturalismo, i Metuali del Libano
e dell'Antilibano adorano il fuoco; gli Jezibi, tribù curda secondo
alcuni, araba secondo altri, fanno oggetto del loro culto lo spirito
delle tenebre. Questi, ai numerosi avversarii della loro religione,
spiegano con una certa ingegnosità: «Perchè dovremmo inchinarci
all'autore d'ogni bene? Non abbiamo nulla da temerne e non sarà mai
nostro nemico. Quanto allo spirito del male, non lo amiamo e saremmo
felicissimi che scomparisse; ma, poichè esiste e manifesta tutta la
sua potenza, siamo bene obbligati a cercare di ottenerne le grazie e la
prudenza ci ordina di adorarlo.»
Quale distanza separa superstizioni così grossolane dalla dottrina
di Maometto! Sarebbe superfluo l'insistervi. Osserviamo ancora che
la maggior parte delle usanze mussulmane che feriscono il nostro
senso morale di cristiani, come la poligamia, la schiavitù, il
disprezzo della vita umana ecc. non potrebbero essere attribuite
senza ingiustizia al legislatore arabo che ha piegato la sua dottrina
ai costumi dei popoli dei quali voleva farsi uno strumento. Il suo
scopo non era nè di creare una società nuova e migliore nè neppure di
formare una nazione: egli voleva creare un esercito, una falange di
uomini devoti, rotti a tutte le esigenze di un grande compito militare.
Interdire ai suoi partigiani le dolcezze della vita sedentaria
concedendo loro tutti i godimenti che è possibile procurarsi nel
recinto di un accampamento, prometter loro la felicità eterna in
cambio di una sottomissione illimitata tale fu il disegno che dominò
senza posa il legislatore mussulmano. Gli affetti famigliari legano
naturalmente l'uomo al focolare domestico, indeboliscono troppo spesso
il suo ardore bellicoso: la famiglia fu, non dico abolita e distrutta,
perchè non esisteva fra i popoli che abbracciavano l'islamismo, fu
condannata a non aver mai un posto nelle loro istituzioni. La donna,
quell'artefice operoso ed infaticabile della mitezza dei costumi e
della gentilezza delle nazioni, fu relegata al livello degli strumenti
del vizio e della lascivia. Una volta annichilita moralmente la donna,
il gran capitano che solo poteva col suo genio rude concepire ed
eseguire un atto simile sembrò non aver più da temere alcun rivale.
Là ove non esiste l'amore conjugale, l'amore paterno non esercita che
una debole influenza. I legami famigliari divennero così illusorii.
Vi sono nondimeno altri vincoli che legano gli uomini alla società:
lo studio delle scienze, delle arti, il senso dell'eleganza e del
benessere materiale hanno anch'essi la loro influenza, incompatibile
coi doveri di un popolo organizzato per la guerra e per la conquista.
Maometto proscrisse il culto delle arti: la pittura e la scultura
furono condannate come invenzioni dello spirito maligno, la musica e
la poesia disprezzate come giochi puerili. L'amore delle ricchezze fu
collocato fra le tendenze più pericolose dell'umanità, e la politica
dei successori di Maometto lo combattè senza tregua. Non sono più di
venti anni che è possibile in Asia di essere impunemente ricco. Fino
all'assunzione al trono di Abdul-Megid, nè il negoziante armeno nè il
pascià turco osavano mettere vetri alle finestre della loro casa, per
timore di attirare su di essi la gelosia del potere e di dover perdere
la vita coi tesori. Ora il condannare la ricchezza a nascondersi è
toglierle ciò che ha di meglio, la sua azione civilizzatrice. Accadeva
pertanto che i capitali, forse più abbondanti in Turchia nelle mani
dei privati che ovunque altrove, si trasformassero in diamanti ed in
piastre sotterrate nei giardini senza mai servire ai miglioramenti così
necessari nella vita morale e materiale del paese.
Restavano ancora taluni appetiti grossolani che potevano far trattenere
gli uomini delle infime classi nelle città piuttosto che sui campi
di battaglia. Furon dunque proscritti l'uso del vino ed i piaceri
della tavola, ma, proscrivendo il vino, il legislatore mussulmano non
proibì nè la cupa ebbrezza dell'oppio, nè l'estasi, cento volte più
terribile, prodotta dall'hascisch. Ho seguito in Oriente gli effetti
di quelle ubbriacature su vari individui e me ne è rimasto un profondo
senso di terrore. Sovratutto gli effetti dell'hascisch sono terribili.
Il paziente, poichè non saprei chiamarlo diversamente, prova spasimi
al diaframma e nella regione del cuore che coprono le sue guancie di
un livido pallore e la sua fronte di un sudore diacciato. Le angosce
così provocate assomiglierebbero a quelle dell'agonia se non fossero
traversate d'un tratto da scoppi di pazza allegria. Il più strano
risultato di tale ebbrezza è una specie di spaventosa e completa
confusione del piacere e del dolore. Si trattava infine di proteggere
il popolo così foggiato contro l'influenza delle civiltà straniere. Il
genio implacabile che aspirava a sottomettere il mondo seppe inspirare
a' suoi fedeli il più fosco disprezzo per tutti i popoli che non
riconoscessero la sua fede. «Gli Osmanli soli sono degli uomini, diceva
loro, sono stati scelti da Dio per conoscere la verità e la prova
si è che io mi trovo in mezzo a voi. Disprezzate le altre nazioni,
guardatele con orrore e disgusto. Che vale che i vostri abiti siano
coperti di polvere, che le vostre case siano aperte a tutti i venti,
mentre i popoli dell'Occidente hanno cura delle loro vesti ed adornano
le loro case? Essi sono impuri. Ogni purezza è solo in voi.»
Testimonianze troppo persistenti ci mostrano abbastanza quale influenza
abbia esercitato questo ragionamento sui popoli mussulmani.
Non dirò che una parola della dottrina del Corano sulla vita futura,
sul Paradiso. Fu detto che le donne ne fossero escluse e che ad esse
fosse rifiutato il dono di un'anima immortale. In realtà non si parla
di esse nella descrizione di quel luogo di delizie ove «Huri» immortali
rendono superflua la presenza di femmine. Io credo sinceramente che il
silenzio di Maometto intorno all'ammissione delle donne nel Paradiso
equivale, nel pensiero del legislatore, ad una completa esclusione.
In compenso di queste promesse e della libertà di condotta quasi
assoluta concessa dalle istituzioni, che chiedeva Maometto ai suoi
fedeli? Tre cose: Obbedire, combattere e morire.
È noto se il patto concluso fra il capo ed il suo popolo sia stato
religiosamente adempito. Un momento quel genio rude ed audace potè
credere che si compisse il suo sogno; l'eroe orientale aveva voluto
creare un popolo di eroi, e risultati portentosi coronarono dapprima
l'impresa temeraria. Leggendo le narrazioni della marcia vittoriosa
degli arabi e dei turchi attraverso l'Asia Minore, la Grecia e l'Europa
orientale da una parte, l'Africa, la Spagna, la Francia Meridionale e
l'Italia dall'altra, vien fatto di chiedersi se fossero quelli uomini
accessibili alle debolezze ed agli affetti umani, od una razza di
esseri superiori creata per inesplicabili trionfi. Pertanto l'Europa
fu colpita di stupore ed una serie di strane catastrofi venne ad
atterrirla. La città di Davide e quella di Costantino videro librarsi
sulle loro mura lo stendardo degli infedeli. La Spagna obbedì ad
orde invincibili venute da Tunisi, il Mediterraneo divenne un lago
asiatico; poi, quando l'Europa impegnò decisamente la lotta, l'opera
delle Crociate non potè compirsi che dopo parecchi secoli di spedizioni
sanguinose, ed anche al termine di quella guerra, il Levante quasi
intero rimase in balìa della teocrazia mussulmana.
Vedete ora quale sia il carattere di questa teocrazia. Essenzialmente
collegata ad un'opera militare, essa poteva grandeggiare nella guerra,
ma aveva tutto da temere dalla pace. Noi sappiamo ciò che la guerra
fece dei mussulmani; poniamoci ora nell'impero ottomano nello stato in
cui era prima dell'ultima crisi e vedremo che ne abbia fatto la pace.
L'aspetto generale della Turchia, durante gli anni di pace che hanno
preceduto la lotta attuale, non attestava affatto, bisogna pur dirlo,
quel progresso materiale che si manifesta in altri paesi coll'abbellire
le città, lo sfruttare coll'intelligenza il suolo e l'accrescimento
della popolazione. Le proscrizioni lanciate dal Corano contro la
ricchezza e le arti potevan giudicarsi anche troppo duramente nei
loro effetti. Si era forse mantenuta collo stesso vigore l'azione
morale del libro sacro? Le scene intime che l'ospitalità orientale mi
permise di osservare durante il mio viaggio mi costringono a rispondere
affermativamente, ma devo soggiungere che spesso quest'influenza è
largamente corretta dall'indole eccellente del popolo turco, e qui ho
l'occasione di mescolare qualche simpatico augurio ai giudizi severi
che ho dovuto portare sulle istituzioni mussulmane. Mi sono chiesta
spesso cosa diventerebbe, non dico una nazione, ma solo una famiglia
europea che pretendesse non seguire altra legge che quella dell'Islam
ed oso appena formulare una risposta alla mia propria domanda. Ora
i risultati deplorevoli che avrebbe fra europei lo stabilirsi della
legge maomettana non sono qui visibili. Per quanto autorizzato a
disprezzare ed a maltrattare le sue mogli, il turco le circonda di
riguardi e di tenerezza. La legge vuole la donna schiava; ma l'uomo
che potrebbe comandarle preferisce ingraziarsela. Spesso anzi essa
abusa di tale impero, al quale non può pretendere, ma, per quanto essa
faccia, non accade che la forza maschile sia adoperata per ridurla al
dovere. Vi è qualcosa di commovente nello spettacolo di quell'infinita
indulgenza che il tiranno legale concede alla sua schiava legittima,
in quel completo abbandono di un diritto che gli sarebbe così facile
di far rispettare, in quella dimenticanza voluta di una potenza e
di prerogative illimitate. E non solo si accorda alla donna tanta
indulgenza, non le è mai rifiutato neppure il rispetto e Dio sa se lo
possa meritare. L'indole dolce e nobile del turco si compiace, forse
inconsciamente, nella stretta osservanza delle norme del pudore.
Ho abitato durante più di tre anni in mezzo alle popolazioni le
più grossolane e le più ignoranti dell'Anatolia; eravamo tre donne
europee e non ho mai udito una parola, nè scorto un gesto, e neppure
un'intenzione che ci facesse arrossire. Mi ricordo che un giorno un
contadino turco dei dintorni era venuto, secondo gli usi locali, a
recarci la sua offerta di miele e di latte, e ignaro della disposizione
interna dell'appartamento era penetrato in una delle nostre camere al
momento in cui ci alzavamo. Il turco non fece che socchiudere la porta,
perchè un grido d'allarme gettato dall'interno con voce femminile lo
ammonì del suo errore, e lo mise tosto in fuga. Fu ritrovato pochi
minuti dopo, mentre nascondeva la testa fra le mani e tremava di
confusione al pensiero di ricomparire dinanzi a noi.
Le virtù istintive del popolo turco non sono racchiuse del resto entro
gli stretti confini de' suoi rapporti colle donne. La stessa dolcezza,
la stessa delicatezza, direi quasi la stessa grazia sentimentale
lo seguono ovunque. Il bimbo non soffre quasi mai del malumore di
suo padre, e neppure lo schiavo di quello del suo padrone. Le risse
sono rare, anche nelle infime classi del popolo, e quando vengono
a scoppiare danno difficilmente occasione a quelle scenate volgari
e brutali che insanguinano troppo spesso i luoghi di riunione della
plebe nella nostra Europa. Un certo istinto di nobiltà preserva il
turco da ogni violenza ignobile. Egli espone i suoi rancori oppure si
difende con calma, e se l'accordo non è ristabilito spontaneamente le
parti avverse si recano presso un uomo rispettabile per l'età o per
il carattere e ne accettano il verdetto come si inchinerebbero alla
sentenza di un magistrato. Un sentimento di sincera pietà, una fede
cieca, una meravigliosa pazienza, una rassegnazione commovente nelle
disgrazie, il gusto del bello, del vero e dell'onesto, l'abnegazione
personale, ecco i caratteri principali dell'indole turca. Non parlo
qui degli abitanti delle grandi città, nè dei membri delle classi
alte che copiano le esteriorità degli stranieri, sebbene affettino di
disprezzare e di odiare tutto ciò che non è turco. Il turco elegante,
affettato, spirito forte non mi piace. Voglio parlare solo del popolo
delle campagne e degli abitanti poveri delle città di provincia. La
condotta di questi ultimi non concorda sempre coi loro sentimenti, che
però esistono ed hanno radici forti, vigorose e profonde nei cuori.
Hanno resistito a dure prove, alla corruzione degli esempi, dei costumi
e della legge. Colui che saprà svilupparli, sfruttarli e renderli
fecondi, sarà il rigeneratore degli Ottomani.
Al punto in cui si trova oggi, che avvenire attende il popolo turco?
Subirà fino agli ultimi limiti le funeste conseguenze della teocrazia?
Non havvi per lui che questa crudele alternativa di perire oppure di
riscattare la sua vita a prezzo della sua indipendenza? Dio lo salvi
da un destino così triste! Non voglio atteggiarmi nè a profeta, nè
a dottore; ma credo d'aver dimostrato che questo popolo ha in sè gli
elementi di una vita morale migliore. Che può farsi per svilupparli,
stornando le minacce di sventure? L'Europa si è prefissa ora, come
primo scopo, la salvaguardia dell'indipendenza turca; ma può venire
l'ora per un altro lavoro, per uno sforzo rigeneratore. Cosa si
intenderà di fare allora? Mi limito ad indicare due necessità che
dovranno certo rivelarsi, quella di costituire sul territorio turco
le forze materiali capaci di svilupparne la ricchezza, ma anche quella
di preparare una riforma ormai riconosciuta indispensabile nel regime
creato da Maometto con scopi che ora contrastano cogli interessi e
coll'incivilimento del mondo.
Il territorio ottomano invita, coll'abbondanza e la varietà delle sue
risorse, alle più larghe applicazioni dell'agricoltura. Inoltre quel
suolo che feconda tutte le sementi da quelle degli immensi alberi a
quelle dei fiori dei prati, che nutre greggi innumerevoli e preziose,
quello stesso suolo non è meno ricco in giacimenti mineralogici. Ogni
valle, ogni montagna possiede vene di rame, di ferro, di piombo ed
anche d'argento. Sonvi ruscelli che trascinano polveri d'argento ben
note agli abitanti dei villaggi vicini e che nondimeno questi non
pensano a raccogliere. Questo paese possiede dunque tutti gli elementi
necessari per divenire il più ricco, come è già forse il più bello
degli stati del vecchio mondo. Non v'è dubbio che esso sia in grado di
offrire alle potenze europee che prendono la sua difesa il compenso dei
servizi che riceve da essi.
Rimane un'altra opera, che non dipende più solo dall'Europa, ma dagli
stessi Ottomani.
Se è vero che la costituzione dell'islamismo, creatrice di soldati così
intrepidi, sia stata fatale allo sviluppo della vita civile, se è vero
inoltre che le teocrazie si ricusano ad ogni idea di progresso e di
mutazione, e se, nondimeno, una trasformazione almeno parziale è oggi
necessaria alla salvezza nazionale, che se ne potrà concludere? Sarà
deciso l'abbandono della forma e delle basi teocratiche del governo?
Attualmente ciò sarebbe inattuabile. Se anche i capi del governo
avessero il coraggio eroico di rinnegare il dogma che garantisce
loro un'autorità illimitata, il popolo, sinceramente ed intimamente
attaccato alle sue credenze religiose, non ratificherebbe questo
sacrificio. Esiste però un mezzo termine fra l'abbandono completo di
un sistema e la sua rigida esecuzione. Questo mezzo termine si chiama
riforma, parola odiosa ai membri delle teocrazie, ma che in questo
caso speciale è già stata pronunciata molte volte dagli uomini più
illustri della Turchia. È vero che il favor popolare non ha circondato
questa parola e neppure le cose che essa annuncia ed esprime. Ai miei
occhi la ragione ne è evidente. Sebbene le riforme sin qui introdotte
nella costituzione dell'Impero Ottomano fossero saggie e tendessero ad
abbassare la barriera eretta dall'islamismo fra l'Europa cristiana e
l'Asia mussulmana, esse non potevano recare alcun sollievo immediato
alle sofferenze degli Osmanli; avevano del resto per scopo la
distruzione delle limitazioni imposte nel passato ai sudditi cristiani
della Porta e quest'emancipazione, reclamata dalla giustizia del pari
che dalla politica, urtava pregiudizi dei maomettani zelanti. L'odio
ed il disprezzo verso i cristiani fanno parte del simbolo della loro
fede religiosa; intaccarli era ribellarsi contro le prescrizioni del
loro libro sacro e ciò per ragioni politiche incomprensibili per la
gran maggioranza dei turchi. Una riforma politica non sarà mai accolta
da un popolo così profondamente credente, se non è appoggiata ad una
riforma religiosa. Resta a sapere come quest'ultima dovrebbe procedere.
Il Cristianesimo ha avuto anch'egli al XVI secolo i suoi riformatori.
Cosa fecero? Si rivolsero alle coscienze più delicate, agli spiriti più
esaltati in fatto di religione; i timidi sarebbero rimasti neutri in
quella gran contesa. Gli zelanti se ne preoccuparono militando nell'uno
o nell'altro campo. Perchè non accadrebbe la medesima cosa nel Levante?
Occorre che i dotti scendano al livello delle menti semplici, che i
grandi si facciano piccini e non rifuggano anche dall'impiegare un
linguaggio mistico, dal rivendicare una partecipazione all'ispirazione
divina, sola capace di procurar loro la fiducia e l'obbedienza. È
necessario che in nome di quello stesso potere e di quel medesimo
principio che trasformavano un tempo gli ottomani in un popolo di
soldati, sappiano farne oggi degli uomini. Si decidano a rovesciare ed
a calpestare la fatale muraglia che separa l'Oriente dalla civiltà,
insegnino al loro popolo a rivolgersi verso l'Occidente quando
pronuncia le sue preghiere, perchè è da questo lato che si leva il sole
ed ormai continuerà a levarsi. Gli dischiudano le vie dello studio e
dell'azione, gli diano una famiglia coll'abolire la poligamia, perchè,
se una moglie costituisce una famiglia, parecchie la distruggono.
Inizino i turchi alle dottrine di incivilimento ed alla morale del
cristianesimo, pur senza pronunciare il nome del Cristo; atteggiandosi
a commentatori del Corano, ne modifichino profondamente le massime ed
i precetti. Questi propositi non sono facili a realizzarsi, lo so, e
non potrebbero attuarsi in Europa nel secolo in cui viviamo; ma l'Asia
non è l'Europa. Del resto le circostanze premono imperiose ed è ora di
decidersi.
Credo di aver detto abbastanza per mostrare a quali condizioni una
trasformazione salutare potrebbe compiersi in Turchia. Mi fermo dinanzi
a prospettive nelle quali sarebbe temerario di arrischiarsi troppo a
lanciare uno sguardo. Volevo nondimeno lasciarle intravvedere e, dopo
aver narrato un viaggio che mi aveva rivelato sotto aspetti così tristi
l'applicazione delle dottrine del Corano, volevo combattere queste
ultime in nome del carattere stesso e degli interessi del popolo che
esse reggono.
FINE
NOTE
[1] Veranceir è situata nel vilayet di Castamuni, che costeggia per
lungo tratto il Mar Nero e comprende pure il bacino minerario di
Eraclea.
[2] Il sultano Mahmud II, che regnò a Costantinopoli dal 1808 al
1839, dovette fronteggiare l'insurrezione della Grecia che finì per
collegare ai danni della Porta l'Inghilterra, la Russia e la Francia,
ed al tempo stesso vide il suo potere minacciato da mussulmani
ribelli come Alì pascià di Gianina e Mehemet Alì pascià d'Egitto. Ma
fu sopratutto l'insurrezione dei Gianizzeri nel 1826 che costrinse
il sultano ad una frettolosa ricostruzione dell'ordinamento militare
ottomano. Mahmud sotto la pressione di eventi così gravi non esitò ad
introdurre nella decrepita amministrazione dell'impero metodi imitati
dagli esempi occidentali e suscitò pertanto molte resistenze da parte
degli ortodossi più zelanti, ciechi fautori dell'antico ordine di cose
che ritenevano solo compatibile coi precetti del Corano. Il ribelle
vassallo d'Egitto, che fece correre così gravi pericoli al potere
del sultano, si giovò abilmente del malcontento che l'attitudine del
sultano stesso a cercare dei modelli in Inghilterra ed in Russia aveva
destato in larghe sfere del mondo mussulmano.
[3] Abdul-Megid salì al trono il 1º luglio 1839 nella giovanissima età
di sedici anni mentre Ibrahim pascià alla testa dei rivoltosi egiziani
avanzava trionfante nell'Asia Minore. Le influenze contrastanti delle
potenze occidentali si fecero sentire col massimo vigore intorno a
quel sultano che iniziava il suo governo in così difficili condizioni.
Realmente dopo due anni di lotte diplomatiche e militari Abdul-Megid
si vide liberato, essenzialmente per opera di quei potenti tutori,
dall'incubo della minaccia egiziana che pendeva da tanti anni sul capo
di Mahmud. Egli non aveva atteso la soluzione della crisi per iniziare
solennemente, col rescritto imperiale del 3 novembre 1839, una serie di
riforme costituzionali, rese in gran parte inefficaci dalla resistenza
passiva della popolazione mussulmana. Nondimeno il destino dei sudditi
delle altre razze e religioni ne fu notevolmente migliorato.
[4] Bajandur è anche indicato nelle carte come Baindir, e si trova sul
limite meridionale del vilayet di Castamuni.
[5] Allude ad Alessandro Gabriele Decamps pittore francese (1803-1860).
[6] Scerkess è ancora nel vilayet di Castamuni un poco più ad oriente
di Bajandur.
[7] Muftì è il capo locale del sacerdozio mussulmano.
[8] I turcomani, di origine turanica e solo superficialmente
islamizzati, sono nella maggior parte pastori nomadi che vivono
nell'interno dell'Asia Minore.
[9] Angora, che è tuttora la sede dell'amministrazione di un vilayet
turco, era sotto il nome di Ancira la capitale della Galazia, e, come
centro molto importante della regione, subì il diretto contracolpo di
tante mutazioni di dominio e fu anche conquistata dai Persiani, dai
Crociati e da Tamerlano.
[10] Il Caimacan è il rappresentante del potere centrale turco nel
vilayet.
[11] Il dottor Gabriele Andral (1796-1876) era un medico parigino di
rinomanza europea.
[12] Kirsceir è nella Cappadocia e capoluogo di un sangiaccato, a metà
strada fra Angora e Cesarea.
[13] l'imperatrice Elena, nata in Bitinia, moglie poi ripudiata di
Costanzo Cloro, fu assunta ai massimi onori dell'impero Romano quando
suo figlio Costantino ne divenne solo padrone. Partecipò con tutto
l'animo all'opera di pacificazione religiosa avviata così felicemente
dal figlio e, convertitasi al Cristianesimo, si acquistò la venerazione
dei fedeli sovratutto dopo il suo pellegrinaggio ai Luoghi Santi.
[14] Cesarea, che come città romana deve il suo nome a Tiberio, è stata
rifabbricata dai musulmani un poco ad oriente dell'antica metropoli
della Cappadocia, che ha avuto tanta importanza nella storia del
Cristianesimo orientale.
[15] Giudiesu si trova nel sangiaccato di Cesarea, alquanto a sud-ovest
da quest'ultima città.
[16] Il gruppo di montagne noto sotto il nome di Allah-Dagda è una
propagine settentrionale del Tauro.
[17] La principessa Belgiojoso vorrà alludere alla città ora chiamata
Maden.
[18] Adana, storica metropoli della Cilicia, è uno dei principali
centri della civiltà armena.