È giunto l'impero ottomano all'epoca critica in cui si pone una tale

alternativa? Prima di rispondere esaminiamo bene quale sia il carattere

particolare della teocrazia mussulmana.

Molti anni mi separano dall'epoca in cui lessi per la prima volta il

Corano. Non fui colpita allora che dal lato bizzarro di quel libro ed

a stento capivo come dottrine, apparentemente più adatte a sorprendere

che a convincere, avessero potuto sedurre tante anime ed imporsi a

tante intelligenze. La mia sorpresa è cessata. Ho veduto l'Oriente e,

una volta eccettuato il cristianesimo, credo la religione di Maometto

superiore a tutte quelle che reggevano prima di lui o che reggono

ancor oggi i popoli dell'Asia. I drusi hanno i loro riti misteriosi,

i fellah di Siria il loro strano naturalismo, i Metuali del Libano

e dell'Antilibano adorano il fuoco; gli Jezibi, tribù curda secondo

alcuni, araba secondo altri, fanno oggetto del loro culto lo spirito

delle tenebre. Questi, ai numerosi avversarii della loro religione,

spiegano con una certa ingegnosità: «Perchè dovremmo inchinarci

all'autore d'ogni bene? Non abbiamo nulla da temerne e non sarà mai

nostro nemico. Quanto allo spirito del male, non lo amiamo e saremmo

felicissimi che scomparisse; ma, poichè esiste e manifesta tutta la

sua potenza, siamo bene obbligati a cercare di ottenerne le grazie e la

prudenza ci ordina di adorarlo.»

Quale distanza separa superstizioni così grossolane dalla dottrina

di Maometto! Sarebbe superfluo l'insistervi. Osserviamo ancora che

la maggior parte delle usanze mussulmane che feriscono il nostro

senso morale di cristiani, come la poligamia, la schiavitù, il

disprezzo della vita umana ecc. non potrebbero essere attribuite

senza ingiustizia al legislatore arabo che ha piegato la sua dottrina

ai costumi dei popoli dei quali voleva farsi uno strumento. Il suo

scopo non era nè di creare una società nuova e migliore nè neppure di

formare una nazione: egli voleva creare un esercito, una falange di

uomini devoti, rotti a tutte le esigenze di un grande compito militare.

Interdire ai suoi partigiani le dolcezze della vita sedentaria

concedendo loro tutti i godimenti che è possibile procurarsi nel

recinto di un accampamento, prometter loro la felicità eterna in

cambio di una sottomissione illimitata tale fu il disegno che dominò

senza posa il legislatore mussulmano. Gli affetti famigliari legano

naturalmente l'uomo al focolare domestico, indeboliscono troppo spesso

il suo ardore bellicoso: la famiglia fu, non dico abolita e distrutta,

perchè non esisteva fra i popoli che abbracciavano l'islamismo, fu

condannata a non aver mai un posto nelle loro istituzioni. La donna,

quell'artefice operoso ed infaticabile della mitezza dei costumi e

della gentilezza delle nazioni, fu relegata al livello degli strumenti

del vizio e della lascivia. Una volta annichilita moralmente la donna,

il gran capitano che solo poteva col suo genio rude concepire ed

eseguire un atto simile sembrò non aver più da temere alcun rivale.

Là ove non esiste l'amore conjugale, l'amore paterno non esercita che

una debole influenza. I legami famigliari divennero così illusorii.

Vi sono nondimeno altri vincoli che legano gli uomini alla società:

lo studio delle scienze, delle arti, il senso dell'eleganza e del

benessere materiale hanno anch'essi la loro influenza, incompatibile

coi doveri di un popolo organizzato per la guerra e per la conquista.

Maometto proscrisse il culto delle arti: la pittura e la scultura

furono condannate come invenzioni dello spirito maligno, la musica e

la poesia disprezzate come giochi puerili. L'amore delle ricchezze fu

collocato fra le tendenze più pericolose dell'umanità, e la politica

dei successori di Maometto lo combattè senza tregua. Non sono più di

venti anni che è possibile in Asia di essere impunemente ricco. Fino

all'assunzione al trono di Abdul-Megid, nè il negoziante armeno nè il

pascià turco osavano mettere vetri alle finestre della loro casa, per

timore di attirare su di essi la gelosia del potere e di dover perdere

la vita coi tesori. Ora il condannare la ricchezza a nascondersi è

toglierle ciò che ha di meglio, la sua azione civilizzatrice. Accadeva

pertanto che i capitali, forse più abbondanti in Turchia nelle mani

dei privati che ovunque altrove, si trasformassero in diamanti ed in

piastre sotterrate nei giardini senza mai servire ai miglioramenti così

necessari nella vita morale e materiale del paese.

Restavano ancora taluni appetiti grossolani che potevano far trattenere

gli uomini delle infime classi nelle città piuttosto che sui campi

di battaglia. Furon dunque proscritti l'uso del vino ed i piaceri

della tavola, ma, proscrivendo il vino, il legislatore mussulmano non

proibì nè la cupa ebbrezza dell'oppio, nè l'estasi, cento volte più

terribile, prodotta dall'hascisch. Ho seguito in Oriente gli effetti

di quelle ubbriacature su vari individui e me ne è rimasto un profondo

senso di terrore. Sovratutto gli effetti dell'hascisch sono terribili.

Il paziente, poichè non saprei chiamarlo diversamente, prova spasimi

al diaframma e nella regione del cuore che coprono le sue guancie di

un livido pallore e la sua fronte di un sudore diacciato. Le angosce

così provocate assomiglierebbero a quelle dell'agonia se non fossero

traversate d'un tratto da scoppi di pazza allegria. Il più strano

risultato di tale ebbrezza è una specie di spaventosa e completa

confusione del piacere e del dolore. Si trattava infine di proteggere

il popolo così foggiato contro l'influenza delle civiltà straniere. Il

genio implacabile che aspirava a sottomettere il mondo seppe inspirare

a' suoi fedeli il più fosco disprezzo per tutti i popoli che non

riconoscessero la sua fede. «Gli Osmanli soli sono degli uomini, diceva

loro, sono stati scelti da Dio per conoscere la verità e la prova

si è che io mi trovo in mezzo a voi. Disprezzate le altre nazioni,

guardatele con orrore e disgusto. Che vale che i vostri abiti siano

coperti di polvere, che le vostre case siano aperte a tutti i venti,

mentre i popoli dell'Occidente hanno cura delle loro vesti ed adornano

le loro case? Essi sono impuri. Ogni purezza è solo in voi.»

Testimonianze troppo persistenti ci mostrano abbastanza quale influenza

abbia esercitato questo ragionamento sui popoli mussulmani.

Non dirò che una parola della dottrina del Corano sulla vita futura,

sul Paradiso. Fu detto che le donne ne fossero escluse e che ad esse

fosse rifiutato il dono di un'anima immortale. In realtà non si parla

di esse nella descrizione di quel luogo di delizie ove «Huri» immortali

rendono superflua la presenza di femmine. Io credo sinceramente che il

silenzio di Maometto intorno all'ammissione delle donne nel Paradiso

equivale, nel pensiero del legislatore, ad una completa esclusione.

In compenso di queste promesse e della libertà di condotta quasi

assoluta concessa dalle istituzioni, che chiedeva Maometto ai suoi

fedeli? Tre cose: Obbedire, combattere e morire.

È noto se il patto concluso fra il capo ed il suo popolo sia stato

religiosamente adempito. Un momento quel genio rude ed audace potè

credere che si compisse il suo sogno; l'eroe orientale aveva voluto

creare un popolo di eroi, e risultati portentosi coronarono dapprima

l'impresa temeraria. Leggendo le narrazioni della marcia vittoriosa

degli arabi e dei turchi attraverso l'Asia Minore, la Grecia e l'Europa

orientale da una parte, l'Africa, la Spagna, la Francia Meridionale e

l'Italia dall'altra, vien fatto di chiedersi se fossero quelli uomini

accessibili alle debolezze ed agli affetti umani, od una razza di

esseri superiori creata per inesplicabili trionfi. Pertanto l'Europa

fu colpita di stupore ed una serie di strane catastrofi venne ad

atterrirla. La città di Davide e quella di Costantino videro librarsi

sulle loro mura lo stendardo degli infedeli. La Spagna obbedì ad

orde invincibili venute da Tunisi, il Mediterraneo divenne un lago

asiatico; poi, quando l'Europa impegnò decisamente la lotta, l'opera

delle Crociate non potè compirsi che dopo parecchi secoli di spedizioni

sanguinose, ed anche al termine di quella guerra, il Levante quasi

intero rimase in balìa della teocrazia mussulmana.

Vedete ora quale sia il carattere di questa teocrazia. Essenzialmente

collegata ad un'opera militare, essa poteva grandeggiare nella guerra,

ma aveva tutto da temere dalla pace. Noi sappiamo ciò che la guerra

fece dei mussulmani; poniamoci ora nell'impero ottomano nello stato in

cui era prima dell'ultima crisi e vedremo che ne abbia fatto la pace.

L'aspetto generale della Turchia, durante gli anni di pace che hanno

preceduto la lotta attuale, non attestava affatto, bisogna pur dirlo,

quel progresso materiale che si manifesta in altri paesi coll'abbellire

le città, lo sfruttare coll'intelligenza il suolo e l'accrescimento

della popolazione. Le proscrizioni lanciate dal Corano contro la

ricchezza e le arti potevan giudicarsi anche troppo duramente nei

loro effetti. Si era forse mantenuta collo stesso vigore l'azione

morale del libro sacro? Le scene intime che l'ospitalità orientale mi

permise di osservare durante il mio viaggio mi costringono a rispondere

affermativamente, ma devo soggiungere che spesso quest'influenza è

largamente corretta dall'indole eccellente del popolo turco, e qui ho

l'occasione di mescolare qualche simpatico augurio ai giudizi severi

che ho dovuto portare sulle istituzioni mussulmane. Mi sono chiesta

spesso cosa diventerebbe, non dico una nazione, ma solo una famiglia

europea che pretendesse non seguire altra legge che quella dell'Islam

ed oso appena formulare una risposta alla mia propria domanda. Ora

i risultati deplorevoli che avrebbe fra europei lo stabilirsi della

legge maomettana non sono qui visibili. Per quanto autorizzato a

disprezzare ed a maltrattare le sue mogli, il turco le circonda di

riguardi e di tenerezza. La legge vuole la donna schiava; ma l'uomo

che potrebbe comandarle preferisce ingraziarsela. Spesso anzi essa

abusa di tale impero, al quale non può pretendere, ma, per quanto essa

faccia, non accade che la forza maschile sia adoperata per ridurla al

dovere. Vi è qualcosa di commovente nello spettacolo di quell'infinita

indulgenza che il tiranno legale concede alla sua schiava legittima,

in quel completo abbandono di un diritto che gli sarebbe così facile

di far rispettare, in quella dimenticanza voluta di una potenza e

di prerogative illimitate. E non solo si accorda alla donna tanta

indulgenza, non le è mai rifiutato neppure il rispetto e Dio sa se lo

possa meritare. L'indole dolce e nobile del turco si compiace, forse

inconsciamente, nella stretta osservanza delle norme del pudore.

Ho abitato durante più di tre anni in mezzo alle popolazioni le

più grossolane e le più ignoranti dell'Anatolia; eravamo tre donne

europee e non ho mai udito una parola, nè scorto un gesto, e neppure

un'intenzione che ci facesse arrossire. Mi ricordo che un giorno un

contadino turco dei dintorni era venuto, secondo gli usi locali, a

recarci la sua offerta di miele e di latte, e ignaro della disposizione

interna dell'appartamento era penetrato in una delle nostre camere al

momento in cui ci alzavamo. Il turco non fece che socchiudere la porta,

perchè un grido d'allarme gettato dall'interno con voce femminile lo

ammonì del suo errore, e lo mise tosto in fuga. Fu ritrovato pochi

minuti dopo, mentre nascondeva la testa fra le mani e tremava di

confusione al pensiero di ricomparire dinanzi a noi.

Le virtù istintive del popolo turco non sono racchiuse del resto entro

gli stretti confini de' suoi rapporti colle donne. La stessa dolcezza,

la stessa delicatezza, direi quasi la stessa grazia sentimentale

lo seguono ovunque. Il bimbo non soffre quasi mai del malumore di

suo padre, e neppure lo schiavo di quello del suo padrone. Le risse

sono rare, anche nelle infime classi del popolo, e quando vengono

a scoppiare danno difficilmente occasione a quelle scenate volgari

e brutali che insanguinano troppo spesso i luoghi di riunione della

plebe nella nostra Europa. Un certo istinto di nobiltà preserva il

turco da ogni violenza ignobile. Egli espone i suoi rancori oppure si

difende con calma, e se l'accordo non è ristabilito spontaneamente le

parti avverse si recano presso un uomo rispettabile per l'età o per

il carattere e ne accettano il verdetto come si inchinerebbero alla

sentenza di un magistrato. Un sentimento di sincera pietà, una fede

cieca, una meravigliosa pazienza, una rassegnazione commovente nelle

disgrazie, il gusto del bello, del vero e dell'onesto, l'abnegazione

personale, ecco i caratteri principali dell'indole turca. Non parlo

qui degli abitanti delle grandi città, nè dei membri delle classi

alte che copiano le esteriorità degli stranieri, sebbene affettino di

disprezzare e di odiare tutto ciò che non è turco. Il turco elegante,

affettato, spirito forte non mi piace. Voglio parlare solo del popolo

delle campagne e degli abitanti poveri delle città di provincia. La

condotta di questi ultimi non concorda sempre coi loro sentimenti, che

però esistono ed hanno radici forti, vigorose e profonde nei cuori.

Hanno resistito a dure prove, alla corruzione degli esempi, dei costumi

e della legge. Colui che saprà svilupparli, sfruttarli e renderli

fecondi, sarà il rigeneratore degli Ottomani.

Al punto in cui si trova oggi, che avvenire attende il popolo turco?

Subirà fino agli ultimi limiti le funeste conseguenze della teocrazia?

Non havvi per lui che questa crudele alternativa di perire oppure di

riscattare la sua vita a prezzo della sua indipendenza? Dio lo salvi

da un destino così triste! Non voglio atteggiarmi nè a profeta, nè

a dottore; ma credo d'aver dimostrato che questo popolo ha in sè gli

elementi di una vita morale migliore. Che può farsi per svilupparli,

stornando le minacce di sventure? L'Europa si è prefissa ora, come

primo scopo, la salvaguardia dell'indipendenza turca; ma può venire

l'ora per un altro lavoro, per uno sforzo rigeneratore. Cosa si

intenderà di fare allora? Mi limito ad indicare due necessità che

dovranno certo rivelarsi, quella di costituire sul territorio turco

le forze materiali capaci di svilupparne la ricchezza, ma anche quella

di preparare una riforma ormai riconosciuta indispensabile nel regime

creato da Maometto con scopi che ora contrastano cogli interessi e

coll'incivilimento del mondo.

Il territorio ottomano invita, coll'abbondanza e la varietà delle sue

risorse, alle più larghe applicazioni dell'agricoltura. Inoltre quel

suolo che feconda tutte le sementi da quelle degli immensi alberi a

quelle dei fiori dei prati, che nutre greggi innumerevoli e preziose,

quello stesso suolo non è meno ricco in giacimenti mineralogici. Ogni

valle, ogni montagna possiede vene di rame, di ferro, di piombo ed

anche d'argento. Sonvi ruscelli che trascinano polveri d'argento ben

note agli abitanti dei villaggi vicini e che nondimeno questi non

pensano a raccogliere. Questo paese possiede dunque tutti gli elementi

necessari per divenire il più ricco, come è già forse il più bello

degli stati del vecchio mondo. Non v'è dubbio che esso sia in grado di

offrire alle potenze europee che prendono la sua difesa il compenso dei

servizi che riceve da essi.

Rimane un'altra opera, che non dipende più solo dall'Europa, ma dagli

stessi Ottomani.

Se è vero che la costituzione dell'islamismo, creatrice di soldati così

intrepidi, sia stata fatale allo sviluppo della vita civile, se è vero

inoltre che le teocrazie si ricusano ad ogni idea di progresso e di

mutazione, e se, nondimeno, una trasformazione almeno parziale è oggi

necessaria alla salvezza nazionale, che se ne potrà concludere? Sarà

deciso l'abbandono della forma e delle basi teocratiche del governo?

Attualmente ciò sarebbe inattuabile. Se anche i capi del governo

avessero il coraggio eroico di rinnegare il dogma che garantisce

loro un'autorità illimitata, il popolo, sinceramente ed intimamente

attaccato alle sue credenze religiose, non ratificherebbe questo

sacrificio. Esiste però un mezzo termine fra l'abbandono completo di

un sistema e la sua rigida esecuzione. Questo mezzo termine si chiama

riforma, parola odiosa ai membri delle teocrazie, ma che in questo

caso speciale è già stata pronunciata molte volte dagli uomini più

illustri della Turchia. È vero che il favor popolare non ha circondato

questa parola e neppure le cose che essa annuncia ed esprime. Ai miei

occhi la ragione ne è evidente. Sebbene le riforme sin qui introdotte

nella costituzione dell'Impero Ottomano fossero saggie e tendessero ad

abbassare la barriera eretta dall'islamismo fra l'Europa cristiana e

l'Asia mussulmana, esse non potevano recare alcun sollievo immediato

alle sofferenze degli Osmanli; avevano del resto per scopo la

distruzione delle limitazioni imposte nel passato ai sudditi cristiani

della Porta e quest'emancipazione, reclamata dalla giustizia del pari

che dalla politica, urtava pregiudizi dei maomettani zelanti. L'odio

ed il disprezzo verso i cristiani fanno parte del simbolo della loro

fede religiosa; intaccarli era ribellarsi contro le prescrizioni del

loro libro sacro e ciò per ragioni politiche incomprensibili per la

gran maggioranza dei turchi. Una riforma politica non sarà mai accolta

da un popolo così profondamente credente, se non è appoggiata ad una

riforma religiosa. Resta a sapere come quest'ultima dovrebbe procedere.

Il Cristianesimo ha avuto anch'egli al XVI secolo i suoi riformatori.

Cosa fecero? Si rivolsero alle coscienze più delicate, agli spiriti più

esaltati in fatto di religione; i timidi sarebbero rimasti neutri in

quella gran contesa. Gli zelanti se ne preoccuparono militando nell'uno

o nell'altro campo. Perchè non accadrebbe la medesima cosa nel Levante?

Occorre che i dotti scendano al livello delle menti semplici, che i

grandi si facciano piccini e non rifuggano anche dall'impiegare un

linguaggio mistico, dal rivendicare una partecipazione all'ispirazione

divina, sola capace di procurar loro la fiducia e l'obbedienza. È

necessario che in nome di quello stesso potere e di quel medesimo

principio che trasformavano un tempo gli ottomani in un popolo di

soldati, sappiano farne oggi degli uomini. Si decidano a rovesciare ed

a calpestare la fatale muraglia che separa l'Oriente dalla civiltà,

insegnino al loro popolo a rivolgersi verso l'Occidente quando

pronuncia le sue preghiere, perchè è da questo lato che si leva il sole

ed ormai continuerà a levarsi. Gli dischiudano le vie dello studio e

dell'azione, gli diano una famiglia coll'abolire la poligamia, perchè,

se una moglie costituisce una famiglia, parecchie la distruggono.

Inizino i turchi alle dottrine di incivilimento ed alla morale del

cristianesimo, pur senza pronunciare il nome del Cristo; atteggiandosi

a commentatori del Corano, ne modifichino profondamente le massime ed

i precetti. Questi propositi non sono facili a realizzarsi, lo so, e

non potrebbero attuarsi in Europa nel secolo in cui viviamo; ma l'Asia

non è l'Europa. Del resto le circostanze premono imperiose ed è ora di

decidersi.

Credo di aver detto abbastanza per mostrare a quali condizioni una

trasformazione salutare potrebbe compiersi in Turchia. Mi fermo dinanzi

a prospettive nelle quali sarebbe temerario di arrischiarsi troppo a

lanciare uno sguardo. Volevo nondimeno lasciarle intravvedere e, dopo

aver narrato un viaggio che mi aveva rivelato sotto aspetti così tristi

l'applicazione delle dottrine del Corano, volevo combattere queste

ultime in nome del carattere stesso e degli interessi del popolo che

esse reggono.

FINE

NOTE

[1] Veranceir è situata nel vilayet di Castamuni, che costeggia per

lungo tratto il Mar Nero e comprende pure il bacino minerario di

Eraclea.

[2] Il sultano Mahmud II, che regnò a Costantinopoli dal 1808 al

1839, dovette fronteggiare l'insurrezione della Grecia che finì per

collegare ai danni della Porta l'Inghilterra, la Russia e la Francia,

ed al tempo stesso vide il suo potere minacciato da mussulmani

ribelli come Alì pascià di Gianina e Mehemet Alì pascià d'Egitto. Ma

fu sopratutto l'insurrezione dei Gianizzeri nel 1826 che costrinse

il sultano ad una frettolosa ricostruzione dell'ordinamento militare

ottomano. Mahmud sotto la pressione di eventi così gravi non esitò ad

introdurre nella decrepita amministrazione dell'impero metodi imitati

dagli esempi occidentali e suscitò pertanto molte resistenze da parte

degli ortodossi più zelanti, ciechi fautori dell'antico ordine di cose

che ritenevano solo compatibile coi precetti del Corano. Il ribelle

vassallo d'Egitto, che fece correre così gravi pericoli al potere

del sultano, si giovò abilmente del malcontento che l'attitudine del

sultano stesso a cercare dei modelli in Inghilterra ed in Russia aveva

destato in larghe sfere del mondo mussulmano.

[3] Abdul-Megid salì al trono il 1º luglio 1839 nella giovanissima età

di sedici anni mentre Ibrahim pascià alla testa dei rivoltosi egiziani

avanzava trionfante nell'Asia Minore. Le influenze contrastanti delle

potenze occidentali si fecero sentire col massimo vigore intorno a

quel sultano che iniziava il suo governo in così difficili condizioni.

Realmente dopo due anni di lotte diplomatiche e militari Abdul-Megid

si vide liberato, essenzialmente per opera di quei potenti tutori,

dall'incubo della minaccia egiziana che pendeva da tanti anni sul capo

di Mahmud. Egli non aveva atteso la soluzione della crisi per iniziare

solennemente, col rescritto imperiale del 3 novembre 1839, una serie di

riforme costituzionali, rese in gran parte inefficaci dalla resistenza

passiva della popolazione mussulmana. Nondimeno il destino dei sudditi

delle altre razze e religioni ne fu notevolmente migliorato.

[4] Bajandur è anche indicato nelle carte come Baindir, e si trova sul

limite meridionale del vilayet di Castamuni.

[5] Allude ad Alessandro Gabriele Decamps pittore francese (1803-1860).

[6] Scerkess è ancora nel vilayet di Castamuni un poco più ad oriente

di Bajandur.

[7] Muftì è il capo locale del sacerdozio mussulmano.

[8] I turcomani, di origine turanica e solo superficialmente

islamizzati, sono nella maggior parte pastori nomadi che vivono

nell'interno dell'Asia Minore.

[9] Angora, che è tuttora la sede dell'amministrazione di un vilayet

turco, era sotto il nome di Ancira la capitale della Galazia, e, come

centro molto importante della regione, subì il diretto contracolpo di

tante mutazioni di dominio e fu anche conquistata dai Persiani, dai

Crociati e da Tamerlano.

[10] Il Caimacan è il rappresentante del potere centrale turco nel

vilayet.

[11] Il dottor Gabriele Andral (1796-1876) era un medico parigino di

rinomanza europea.

[12] Kirsceir è nella Cappadocia e capoluogo di un sangiaccato, a metà

strada fra Angora e Cesarea.

[13] l'imperatrice Elena, nata in Bitinia, moglie poi ripudiata di

Costanzo Cloro, fu assunta ai massimi onori dell'impero Romano quando

suo figlio Costantino ne divenne solo padrone. Partecipò con tutto

l'animo all'opera di pacificazione religiosa avviata così felicemente

dal figlio e, convertitasi al Cristianesimo, si acquistò la venerazione

dei fedeli sovratutto dopo il suo pellegrinaggio ai Luoghi Santi.

[14] Cesarea, che come città romana deve il suo nome a Tiberio, è stata

rifabbricata dai musulmani un poco ad oriente dell'antica metropoli

della Cappadocia, che ha avuto tanta importanza nella storia del

Cristianesimo orientale.

[15] Giudiesu si trova nel sangiaccato di Cesarea, alquanto a sud-ovest

da quest'ultima città.

[16] Il gruppo di montagne noto sotto il nome di Allah-Dagda è una

propagine settentrionale del Tauro.

[17] La principessa Belgiojoso vorrà alludere alla città ora chiamata

Maden.

[18] Adana, storica metropoli della Cilicia, è uno dei principali

centri della civiltà armena.

La vita intima e la vita nomade in Oriente · 第 15 / 16 段