Volete sapere ora qualcosa di un'escursione al Giordano od al

Mar Morto? Per questo complemento di rito di un pellegrinaggio a

Gerusalemme è prudente assicurarsi una buona scorta. Il pascià di

Gerusalemme, al quale avevo annunciato la mia intenzione di visitare le

rive del Giordano, mi aveva posto sotto la protezione di uno sceicco

arabo, singolare protettore che era, dovetti presto convincermi,

l'agente degli sceicchi del deserto, incaricato di farsi pagare un

riscatto dai viaggiatori a casa loro. Lo sceicco arabo, vecchio di

una sessantina d'anni, venne infatti a trovarmi due giorni dopo la mia

visita al pascià e mi presentò una specie di passaporto che mi avrebbe

immunizzata, secondo lui, da qualsiasi cattivo trattamento delle tribù

del deserto durante tutto il mio viaggio, ma che non mi dispensava

per altro dall'assoldare una scorta e mi obbligava anzi a pagare cento

piastre a testa, in parte prima della partenza ed in parte al ritorno.

Questo metodo nuovo e pacifico di spillare quattrini ai viaggiatori

deve essere estremamente redditizio, perchè la sola nostra gita al

Giordano faceva passare nelle mani degli arabi mille duecento piastre.

Una volta che ciò fu deciso, ci mettemmo in istrada verso le nove del

mattino con alcune persone del consolato di Francia che si erano unite

a noi.

Io avevo l'animo oppresso e lo spirito inquieto. Temevo per mia

figlia i calori deprimenti che regnano sulle rive del Giordano e

del Mar Morto. La nostra spedizione, fortunatamente, non ebbe alcuno

strascico dannoso per quanto abbia messo più di una volta alla prova

il nostro coraggio. Da Gerusalemme al convento di San Saba, meta della

nostra prima tappa, la distanza non è lunga, ma possono bastare poche

ore per far molto soffrire. Cavalcavamo fra roccie che colla loro

bianchezza smagliante e coll'assoluta aridità ci rendevano doppiamente

penoso il riverbero della luce e del caldo. Finimmo per dimenticare

un momento le nostre sofferenze scorgendo una stretta gola dominata

da montagne ed il cui fondo scompariva sotto un'agglomerazione di

blocchi giganteschi. Quel dirupo era il letto diseccato del torrente

Hebron. Una delle montagne che lo stringono ci appariva scavata da

numerosissime grotte nelle quali si asserisce che abbiano vissuto

San Saba ed i suoi discepoli; l'altra montagna, che sorge sulla riva

sinistra del torrente, è coperta da diversi edifici, case, chiese,

fortilizi circondati da un solo muro di cinta. Questo gruppo di

fabbricati non è una rocca come si potrebbe credere, ma il convento

di San Saba, proprietà della chiesa greca ed abitato da monaci che

dovettero sostenere parecchi assedi per difendere i loro ricchi beni

dai tentativi degli arabi. Per solito, l'ospitalità dei monaci greci

di San Saba è molto fastosa, ma era loro accaduta pochi giorni prima

della nostra visita una curiosa avventura. Parecchi giovani inglesi,

muniti di lettere di raccomandazione del Patriarca greco per il

superiore del convento, avendo avuto da lamentarsi del ricevimento loro

fatto dai monaci, non avevano trovato altro di meglio che picchiare

di santa ragione i venerandi padri, più avvezzi a valersi della loro

artiglieria contro gli arabi che a respingere un assalto di box e

di bastone. Da che quei temibili ospiti li avevano lasciati, i frati

greci di San Saba, avevano giurato di non aprir più il loro convento

a verun straniero, se anche recasse una lettera dello stesso Czar

ortodosso. Pertanto quando, esausti di sete e di stanchezza, battemmo

alla porta del monastero, non ottenemmo altro esito che di richiamare

sul bastione un monaco che brandiva un'enorme pietra minacciando

di gettarcela sul capo se ci fossimo fermati più a lungo. Il nostro

sceicco arabo intervenne allora e chiese, non di poter entrare nel

monastero, ma di poter comprare qualche provvista. Queste trattative

fecero accorrere sulle mura altri frati armati di fucili coi quali ci

prendevano di mira. Eravamo sul punto di accettare battaglia, quando un

nuovo sforzo d'eloquenza dello sceicco ebbe finalmente ragione della

resistenza dei monaci che consentirono a calare dall'alto di quel

bastione colle corde qualche secchio ricolmo di un'acqua tiepida che

ci dividemmo avidamente. Solo gli uomini a cavallo della nostra scorta

araba rifiutarono di bagnarvi le labbra. Avvezzi alla vita sobria del

deserto, essi non provavano alcuna delle sofferenze dei nostri compagni

europei: all'ora del mezzogiorno, dopo una mezza giornata di marcia,

erano così calmi e freschi come al momento della partenza.

Non avendo potuto fermarci a San Saba, non cessammo di camminare fino

al termine della giornata.

Bivaccammo la notte ai piedi di una torre diroccata, nelle vicinanze

di San Saba ove i monaci si degnano di tollerare la presenza dei

viaggiatori. L'indomani ci rimettemmo in marcia prima del levar del

sole ed eravamo giunti sul culmine delle ultime montagne che delimitano

la valle del Giordano, quando il sole cominciò a levarsi. Dapprima non

vedemmo che una coltrice di nebbie stesa ai nostri piedi. Poco alla

volta quelle nebbie si raggrupparono formando una specie di padiglione

sopra le nostre teste, fortunato presagio di una di quelle giornate

nuvolose così rare in Oriente a quell'epoca dell'anno. Vasta e spoglia

la valle del Giordano si apriva davanti a noi. Alla nostra destra era

chiusa da una distesa di acqua nerastra sulla quale ondeggiavano ancora

i vapori del mattino. Era quel Mar Morto che batte colle sue onde le

rovine di Sodoma. A sinistra la valle si stendeva lontano quanto poteva

giungere la vista, sempre arida e sempre sterile. Dov'era dunque il

Giordano? Per quale via si gettava nel Mare Morto? Dall'altura su cui

mi trovava io non scorgeva nulla che mi annunciasse il corso di un

fiume, nulla, salvo ad una grande distanza una linea di un verde cupo

quasi impercettibile che risaltava come su un fondo cretaceo.

Fatta una breve sosta, prendemmo la via della valle ed impiegammo

più di due ore nella discesa, giacchè il Mar Morto è uno dei posti

più bassi del globo. Ci fermammo un momento sulle rive. Uno dei

nostri compagni pretendeva di trasportare nella valle del Giordano

le abitudini parigine e trovava il posto comodo per farvi colazione,

sicchè ebbimo molto da penare per mostrargli l'imprudenza di un pasto

simile lontano da ogni acqua potabile, quando eravamo ancora separati

dal Giordano da una tappa abbastanza lunga. Finalmente riescimmo a

convincerlo ed io mi allontanai dal lago Asfaltide pensando invece a'

miei bei laghi lombardi. L'idea di un lago si unisce a tal punto in me,

lo confesso, ad impressioni di calma e di gioia che mi era difficile,

anche in vista del Mar Morto, di pensare alla sua terribile origine.

Senza dubbio la regione che circonda questa terra è aspra e triste,

ma il limpido specchio delle acque salse riflette in modo mirabile la

bellezza del cielo. Si è narrato che i pesci non possono vivere nel Mar

Morto, che gli uccelli lo evitano, che niuna vegetazione vi projetta

la sua ombra; ebbene posso assicurare che a quel lago maledetto

non mancano pesci guizzanti e vivi, arbusti fioriti ove cantano gli

uccelli, che nulla gli manca, fuor dell'acqua che si possa bere. Ma,

malgrado la mia predilezione per i laghi che rimonta all'infanzia,

lasciai il Mar Morto senza troppo rammarico. Due ore di marcia erano

trascorse dalla nostra fermata in riva al Mar Morto e non vedevamo

ancora nulla. La strada seguiva un pendio ripartito in immensi gradini

e che si svolgeva dinanzi a noi come una scala gigantesca di cui

non potevamo intravedere il termine. D'un tratto osservai una certa

agitazione fra i nostri arabi. Stendevano il braccio verso il sud

pronunciando rauchi monosillabi; i nostri cavalli nitrivano rialzando

il capo; presero il galoppo, e noi li lasciammo correre sebbene nessun

fiume ci apparisse. Nondimeno cominciai ad udire un sordo mormorio,

finalmente giunti al basso della strana scalinata di roccie, che ci

nascondeva il fiume, scorgemmo uno degli spettacoli più impressionanti

che abbia ammirato durante il mio viaggio. Dinanzi a noi il Giordano

trascinava fragorosamente le sue acque un poco fangose, ma profonde ed

abbondanti, fra due sponde coperte di alberi immensi e, per così dire,

ammucchiati gli uni sugli altri. Entrammo in quella foresta, ma non fu

senza fatica che ci aprimmo un varco fra le macchie degli arrampicanti

tutte ripiene del ronzio di miriadi di insetti alati. Una volta in

riva all'acqua corrente mi affrettai a cercare un angolo solitario ove,

dopo aver mangiato qualcosa, potessi abbandonarmi alla contemplazione

del fiume sacro. Passai così parecchie ore in un raccoglimento che non

potè turbare neppure un allarme dato alla nostra scorta dall'apparire

di una tribù di predatori, subito dispersi. Spero di conservare tutta

la vita il ricordo chiaro e distinto delle ore affascinanti di riposo

passate in riva al Giordano, spero che l'immagine di quelle acque, di

quelle rive, di quei boschi non si cancellerà mai dalla mia memoria.

Il Giordano non è solo un gran fiume storico, è un fiume meraviglioso e

che trasforma intorno a sè la natura come per un incantesimo.

Ritornammo a Gerusalemme da una strada diversa da quella che ci

aveva condotto, con tanta fatica, fino al Giordano. Fra i ricordi di

quest'ultima parte della nostra escursione, il solo che abbia presente

è quello di un'ora passata presso una torre in rovina, di costruzione

araba, in mezzo ad un delizioso boschetto. Questa torre sorge nelle

vicinanze della città di Gerico o piuttosto dell'ammasso di capanne

informi che si chiama così e che ha preso il posto della fortezza

rovesciata dalle trombe di Giosuè. L'ora di riposo che gustai là dove

sorgeva l'antica Gerico fu gradevolissima. Avevamo stabilito il nostro

accampamento sotto alberi da frutta, in mezzo a fresche aiuole che i

più bei parchi dell'Inghilterra avrebbero potuto invidiare alla piana

del Giordano. Quelle verdi oasi, gettate qua e là fra le sabbie, sono

una delle singolarità di questa terra araba. La fantasia vi evoca

involontariamente tipi poetici, e vorrebbe crearvi un popolo che ne

fosse degno. Oh, perchè l'umanità non vi deve apparire che sotto le

spoglie le più misere al cospetto di quella grande e magnifica natura?

Ritornati a Gerusalemme il giorno seguente, non avevamo più nulla da

imparare sui luoghi e monumenti di Terrasanta; è sugli abitanti che la

nostra attenzione doveva riportarsi.

I PROTESTANTI E GLI EBREI A GERUSALEMME — GLI OSPIZI

Se anche i luoghi e i monumenti non avessero alimentato la mia

curiosità, Gerusalemme mi avrebbe offerto un simpatico argomento di

studi, l'ospitalità cristiana in Oriente. Ho passato fra i monaci e le

suore di carità alcuni dei migliori momenti del mio pellegrinaggio.

Gli uni mi incantavano colla loro ingenua bonarietà, le altre

vegliavano con materna cura sulla mia figliola, giovane neofita che

la direttrice di quella Comunità, una donna amabile e dolce, giudicò

degna di accostarsi ai Sacramenti con grande sorpresa di taluni di

quei religiosi che mi credevano dedita al culto ed alla pratica delle

dottrine di Voltaire e di Rousseau. Il giorno della prima Comunione era

arrivato e la cerimonia fu a parer mio molto commovente. Il Sacramento

era conferito a due sole giovinette, a quella che non ho più bisogno

di nominare e ad una giovane tedesca che aveva appena abjurato il

Protestantesimo e che s'incominciò dal battezzare. Scopo palese di

quest'ultima cerimonia era di far credere alle anime semplici che

i luterani non fossero cristiani, ma l'atto non era per questo meno

contrario alle vere intenzioni della Chiesa che non permette un secondo

battesimo condizionale che nei casi in cui è realmente dubbio che

il primo sia stato amministrato. La sola scusa che avrebbero potuto

invocare i promotori di quella manifestazione ostile ai protestanti

consisteva nelle prove di malevolenza che quei medesimi protestanti

risparmiavano tanto poco alla minoranza cattolica, in lega coi

mussulmani, greci, ebrei e gli armeni scismatici, attualmente così

numerosi a Gerusalemme.

Bisogna ammettere che tutte le simpatie dei protestanti vanno in Siria

agli ebrei. Ma devo anche confessare che gli ebrei sono circondati a

Gerusalemme da un certo prestigio poetico. Un giorno della settimana,

sopratutto, ed un'ora particolare, richiamano volontieri l'interesse

su quello strano popolo: l'ora del mezzogiorno di ogni venerdì. Si

vedono allora gli ebrei riunirsi fuor delle mura esterne del loro

tempio trasformato in moschea, in un punto in cui le antiche pietre

sono ancora ritte: ivi piangono e si lamentano, in conformità alle

parole del profeta, sui loro peccati e la loro caduta. Ebbi voglia

di ascoltare una volta quei lamenti settimanali e me ne partii

profondamente commossa. Vi è in quell'usanza un sentimento vero che

non può non commuovere. Dacchè Tito prese Gerusalemme, ogni venerdì

le lamentele degli ebrei si rinnovano su quei sacri ruderi. Sembra

forse agli eterni proscritti che la vecchia patria risponda una

volta la settimana all'appello della loro voce lamentosa? Non so; ma

quel punto dell'antico Israele è abbastanza forte per attrarre ogni

anno, verso Gerusalemme, schiere di emigranti israeliti dal fondo dei

più ridenti villaggi della Germania. Questi strani coloni popolano

quasi esclusivamente le città di Safed e di Tiberiade. Non vengono a

coltivare la terra, nè a scambiare le merci europee coi prodotti di

un paese remoto, no, vengono a chiedere un sepolcro alla terra che

ricopre le ossa dei loro antenati; sono convinti che, se muojono entro

il recinto di talune città di Palestina, non hanno nulla a temere

dai tormenti della vita futura. Tutti gli ebrei del Levante non sono

purtroppo, dei coloni di Safed e di Tiberiade; ma come potrebbero i

cristiani non mostrare a questi ultimi benevolenza e misericordia?

All'epoca del mio soggiorno a Gerusalemme, il consolato d'Inghilterra

manifestava agli ebrei di Palestina una vivissima simpatia. Il console

era un vero «gentleman» naturalmente benevolo. Sua moglie, ch'era del

resto una persona molto per bene, non aveva un carattere del tutto

pacifico come quello del marito. Ancor giovanissima, era profondamente

versata nelle lingue e nelle letterature orientali. Figlia di uno

dei principali agenti dell'Inghilterra nell'estremo Oriente, aveva

recato a Gerusalemme abitudini di attività politica che erano senza

dubbio una tradizione di famiglia. Era essa che, d'accordo col vescovo

protestante, dirigeva vari stabilimenti di beneficenza fondati in

favore degli ebrei. Ne ho veduti i due principali, l'ospedale e la

scuola. Ho poco a dire di quest'ultima; ma l'ospedale è un simpatico

asilo, in una bella postura, ben tenuto e bene ammobiliato ed ove i

sani non corrono il rischio di ammalarsi, come può accadere in parecchi

ospedali europei. Vi è un'eccellente farmacia e l'amministrazione si

regge con mezzi abbondanti. Quest'ospedale protestante, riservato agli

ebrei, offre uno stridente contrasto coll'ospedale cattolico, misera

istituzione sostenuta a fatica dalle scarse forze dei fedeli, ma ove

anche un protestante sarebbe accolto, se si presentasse.

Poichè sto parlando d'ospedali, dirò che mi recai a visitare l'asilo

dei lebbrosi e soggiungerò di passaggio che è una gran fortuna che

il de Maistre[33] non abbia fatto come me, perchè non avremmo avuto

il suo mirabile racconto. Nella maggior parte delle città della

Siria, i lebbrosi conducono un'esistenza singolare, ma felice. Sono

alloggiati a spese del comune o della carità di cittadini che si

quotano per ajutarli. L'alloggio non è caro e neppure sontuoso, perchè

a Gerusalemme, per esempio, consiste in un piccolo spazio in cui

gli stessi lebbrosi si son fabbricati alcune capanne, ove gli ultimi

venuti prendono successivamente il posto degli anziani che scompajono.

Ognuno di essi impiega il suo tempo come gli garba ed il loro gusto

uniforme li induce alla mendicità. Pertanto si trovano nelle strade e

nei pubblici passeggi con un bacile in mano ed il viso scoperto, ciò

che basta di solito a chiarire la loro situazione ed i loro bisogni.

Al tramonto, tutti rientrano nel loro parco, vi fanno la loro cucina,

mangiano e si addormentano come giusti che abbiano soddisfatto la loro

sete.

Quelli che prendono cura dei lebbrosi passano loro una piccola pensione

di pochi parà (la metà di un centesimo) al giorno, somma che del resto

basta largamente a sostentarli. La lebbra non è considerata da nessuno

in Oriente come una malattia contagiosa e neppure come un'infermità

vergognosa e ripugnante, tanto più che il senso di disgusto è molto

poco diffuso in quei paesi. E sì che l'aspetto di un lebbroso sarebbe

proprio fatto per ispirarlo! La sua pelle, sovratutto quella della

fronte, si copre dapprima di lenticchie che poi si tagliano per formare

sia delle scaglie, sia delle croste. Le sue labbra e le sue palpebre

si gonfiano e perdono la loro forma originaria, mentre le cartilagini

delle orecchie e del naso si allungano smisuratamente al punto che le

orecchie pendono talora fin sulle spalle. La loro testa si denuda e

non hanno più nè sopracciglia al disopra degli occhi, nè ciglia alle

palpebre. Si aggiunga a tutto ciò un colorito livido e cereo che è loro

speciale e si avrà un'immagine abbastanza fedele dei men maltrattati

fra i lebbrosi, perchè ve ne sono di coperti da orribili piaghe e di

cui le ossa stesse, consumate dalla putrefazione, escono a scheggie da

quelle ulceri ripugnanti, mentre in altri casi le ossa si stortano e si

dislocano, senza giungere a dissolversi. Vidi per altro piuttosto con

soddisfazione che con ripugnanza, come genitori di quei disgraziati si

stabilissero presso di essi dividendo con loro l'asilo e prestando loro

quelle cure che avrebbero dedicato loro in qualsiasi altra circostanza.

Ma ciò che mi fece indietreggiare dall'orrore fu il sapere che le

passioni e le debolezze umane non erano spente nè per essi nè per

quelli che li circondavano. I matrimoni sono frequenti nel quartiere

dei lebbrosi e, siccome la religione mussulmana vi predomina, tali

matrimoni non sono che l'unione passeggera di un uomo con parecchie

donne. Finchè io viva non potrò dimenticare una giovinetta lebbrosa

che, senz'essere ancora escita dall'infanzia, era già completamente

sfigurata dalla malattia e che stava tranquillamente seduta sulle

ginocchia di una specie di titano senza più forma umana. Egli aveva

completamente perduto la voce e per farsi ascoltare da lei accostava le

sue labbra tumide alle orecchie pendenti della fanciulla. Osservai che

essa sembrava ascoltarlo con piacere, e che lo stiramento dei muscoli

del suo viso sarebbe diventato un sorriso se tal cosa fosse stata

possibile, e ne conclusi che avevo dinanzi agli occhi uno sgradevole ma

onesto spettacolo di amor paterno e di tenerezza figliale. «È vostra

figlia?» chiesi al colosso. Egli fece udire un grugnito e niente di

più, ma la piccina si affrettò a far valere i suoi titoli alla mia

considerazione.

— Son sua moglie e da un mese! — esclamò rizzandosi...

L'espressione di vanità soddisfatta che riescì a palesarsi su

quell'orrendo viso all'idea della lunga durata del suo impero,

la specie di fiamma che lampeggiò un istante negli occhi glabri

del marito, tutto ciò suscitò in me un orrore misto di pietà e di

ripugnanza che pose un termine alla mia visita.

Avevo veduto i frati e le suore di Carità, ero penetrata negli ospizi

dei protestanti e delle altre confessioni, mi rimaneva da visitare

il convento degli armeni[34]. Mi vi recai e vi trovai la più amabile

accoglienza. Gli armeni dell'Asia Minore non assomigliano ai greci di

quel paese, che, sotto la dominazione dei loro barbari padroni, hanno

contratto non so quale ruvidezza estranea alla razza ellenica. Posti

sopra i greci dall'ingegno e dalla ricchezza, gli armeni di Siria e di

Palestina sovrastano loro anche per una grazia e per una dignità tutte

speciali.

Nulla è più bello, più ricco e di miglior gusto che i loro edifici,

gli ornamenti delle loro chiese e le loro case. In tutte le città

dell'impero ottomano, le più belle case appartengono agli armeni ed

esse, come le chiese, non sono solo magnifiche, ma pulite, ben tenute,

eleganti e comode. I loro modi sono quelli di gran signori e l'interno

dei loro palazzi risponde perfettamente all'idea che ci facciamo

in Europa di una dimora principesca in Asia. Il convento armeno di

Gerusalemme è immenso, composto di parecchi corpi di casa e circondato

da deliziosi giardini. Una biblioteca ricca in bei manoscritti ed in

miniature su pergamena, il tesoro ricolmo di pietre preziose montate

con un gusto squisito, infine i loro arredi sacerdotali intessuti

d'oro, d'argento, e delle sete più smaglianti, tutto ciò abbaglia gli

occhi e incanta l'immaginazione. Il patriarca armeno circondato da'

suoi monaci dalle lunghe barbe accurate, dalla tonaca violacea, con un

berretto ed un velo svolazzante dello stesso colore, non assomiglia

affatto ad un capo di comunità monastica europea. Dev'essere costato

molto ad essi l'umiliarsi come fecero durante tanti secoli di fronte al

potere del conquistatore o piuttosto devono aver tratto gran profitto

da un'umiliazione sopportata con tanta pazienza, perchè non sono

gente capace di prosternarsi nella polvere solo perchè è pericoloso di

rimanere in piedi.

Frattanto era arrivato il momento della partenza. Io era da un mese a

Gerusalemme, avevo raggiunto lo scopo del mio viaggio e non avevo più

tempo da perdere se volevo ritrovarmi in climi più temperati prima che

la canicola regnasse in Siria. Partii dunque, escii dalla cinta merlata

che avevo varcata con tanta emozione e, arrivata in cima alla collina

donde un mese innanzi avevo scorto Gerusalemme, mi voltai indietro per

dare alla città santa un ultimo sguardo. Ultimo? Che so io se lo sarà

davvero? Me lo domandavo lasciando Gerusalemme e me lo chiedo ancor

oggi.

IL CORANO E LE RIFORME IN TURCHIA

I luoghi che visitai dopo aver lasciato Gerusalemme, Damasco, Aleppo,

il Libano, mi offersero aspetti della vita nomade e di quella intima

poco diversi da quelli che avevo osservato ad Angora, Latakiè o nelle

montagne del Giaur-Daghda. Non mi rimane più che da riassumere le

impressioni lasciatemi da quella lunga corsa nell'Oriente turco ed

arabo. Di ritorno nella mia pacifica vallata d'Anatolia, comprendevo

meglio le condizioni fatte alle popolazioni che mi circondavano dalle

tradizioni che le dominano e dagli istituti che le regolano. Meglio

illuminata sul vero carattere dell'islamismo, mi domandavo quali

fossero i suoi destini probabili con una sollecitudine in cui entrava

pure della simpatia. Sarebbe tradire un'ospitalità generosa e cordiale

l'esporre qui tutto il mio pensiero su un argomento di cui oggi

l'Europa si preoccupa a ragione? Non lo credo perchè se devo segnalare

piaghe profonde posso pure additare qualità reali e porre meritati

elogi accanto a severi rimproveri. È facile del resto spiegare la mia

severità giacchè mi pongo al punto di vista cristiano per giudicare

i principii e le istituzioni dell'Oriente. Ciò che devo dire della

morale e della religione degli ottomani non potrà dunque essere che

l'espressione di credenze e di dottrine diametralmente opposte alle

loro.

Qual'è il principio che regge il governo turco? Quali germi di vitalità

rinchiude in sè? Quali elementi offre per una riforma? Che genere di

relazione può esistere fra esso e l'Europa cristiana? Sono questioni

molto gravi, ma che è impossibile di non porsi dopo parecchi anni

di soggiorno in mezzo alle popolazioni mussulmane. Non temete che io

inizii qui un lungo dibattito; mi limito ad esporre qualche veduta, a

raccogliere qualche osservazione.

L'impero ottomano è uno stato teocratico, ha per legislatore il suo

profeta, per codice il suo libro sacro, per giuristi i suoi sacerdoti.

Quando ci si pone fra i barbari, di fronte a popoli incapaci di

dirigersi da soli, non preoccupandosi che di dare al patto fra

governanti e governati la maggior solennità possibile, nessun principio

di governo, nè quello del diritto divino, nè quello dell'elezione

popolare può rivaleggiare col principio teocratico. Quale fonte più

diretta, quale origine più nobile che la rivelazione, le profezie, i

miracoli? Una volta ammesso il punto di partenza, rapporti immutabili

si stabiliscono fra il principe ed i sudditi. I problemi di diritto e

di legislazione non dipendono più dall'umano raziocinio; risolti dal

dogma, sfuggono come lui ad ogni discussione. Se l'immobilità è una

prova di forza, lo stato teocratico può guardare con compassione alle

perturbazioni degli altri governi. Il guajo di un tal regime è che alle

epoche di barbarie nelle quali prospera, succedono epoche in cui si

fa sentire il bisogno del progresso. Perfino le popolazioni allevate

sotto la protezione del sistema teocratico giungono a riconoscerne

gl'inconvenienti. Esse sentono che è condannato, che non risponde più

allo spirito dei tempi nuovi, esse sono allora poste fra due vie, o

rassegnarsi al mantenimento di quel sistema colla certezza di dare al

mondo lo spettacolo di una penosa agonia, oppure lanciarsi nei rischi

di una crisi che può essere funesta se già troppo pronunciata fosse la

decadenza prodotta dalla lunga durata delle istituzioni teocratiche.

La vita intima e la vita nomade in Oriente · 第 14 / 16 段