Il paese che si attraversa da Nazaret a Gerusalemme è l'antico regno

di Giuda; la popolazione che l'abita è oggi come un tempo temuta per

il suo carattere feroce e per la sua scostumatezza. Sulla strada da

Nazaret a Gerusalemme s'incontra anzitutto Naplusa, l'antica Samaria,

dopo aver oltrepassato una pianura incolta e deserta, sulla cui

sinistra sorge il Monte Tabor. Dinanzi al viaggiatore si svolgono

paesaggi votati alla siccità; una atmosfera infuocata vi stanca il

petto dell'uomo e denuda il suolo da qualsiasi vegetazione. Le torture

della sete divengono insopportabili. Quanto ai buoni samaritani di cui

parla il Vangelo, non conviene cercarli in quelle cittaduzze inerpicate

sulle vette dei monti vicini e che evita ogni pellegrino prudente.

Le nostre guide, due cristiani cattolici di Nazaret, ci raccontavano

lungo la strada storie poco rassicuranti che concordano troppo bene

coll'aspetto sinistro della contrada. La nostra prima notte trascorse

a Gienim, piccola borgata ove fummo ospitati nella casa di un medico

che per il momento si trovava a Gerusalemme. L'indomani riprendemmo

la nostra marcia attraverso solitudini alpestri in cui non si poteva

disconoscere la bellezza dei contorni. Roccie di forme bizzarre si

sovrapponevano intorno a noi, macchiate qua e là sui dorsi rossastri

da zone scure che vi indicavano abitazioni umane. In riva ai torrenti

inariditi crescevano lauri rosati ed ulivi secolari. Avvicinandomi a

Naplusa, il carattere fosco di quelle lande desolate, che vieppiù si

accentuava, mi ricordava, quasi a mio malgrado, la storia sanguinosa

dei re di Giuda. Su quelle vette scoscese erano stati eretti i templi

di Baal; in quei selvaggi valloni avevano echeggiato i canti blasfemi.

Con qual piacere salutavamo le oasi che recano in mezzo a quelle

sabbie ed a quelle pietre la freschezza delle vive sorgenti ed il

profumo dei fiori di campo! Ma le oasi sono purtroppo molto rare e non

consiglierei mai ai temperamenti melanconici, come una distrazione, un

viaggio nell'antico regno di Giuda. Il più intrepido esploratore che

fosse condotto cogli occhi bendati da Marsiglia ai dintorni di Naplusa

sarebbe colto da un senso di terrore al cadergli della benda che gli

scoprisse per la prima volta quella terra sciagurata.

Naplusa contrasta coll'orrore dei luoghi circonvicini. Protetta

da boschi di ulivi e di fichi, l'antica Samaria mi sembrò un asilo

delizioso e sarei stata felice di riposarmi in quella città dalle

fosche impressioni che mi avevano accompagnata a partire da Nazaret. Ma

eravamo al Venerdì Santo, non ci rimaneva che un giorno per arrivare

a Gerusalemme per le feste di Pasqua. Dovevamo passare la notte in un

villaggio a due leghe da Naplusa. Forti della nostra decisione, senza

entrare in Naplusa proseguimmo verso la nostra meta ancora lontana

traversando le montagne sulle quali è tuttora additato il pozzo

di Giacobbe, quello stesso accanto al quale il Cristo incontrò la

Samaritana. Agli ultimi bagliori del crepuscolo, scorgemmo un ammasso

di pietre recinto da un piccolo muro in rovina; era il celebre pozzo.

Debbo soggiungere che alcuni de' miei compagni, che ci raggiunsero lì

accanto dopo aver seguito un'altra strada, avevano veduto per conto

loro un pozzo designato come il teatro del colloquio di Gesù colla

donna di Samaria. Qual'è la vera tradizione? Dovetti rinunciare a

scoprirla.

La giornata seguente doveva terminare a Gerusalemme. Durante la

nostra marcia verso la città santa noi incontrammo parecchi arabi

che ritornavano da una festa costituente, secondo mi si disse, la

Pasqua mussulmana. Per la prima volta potei osservare testimonianze

non equivoche dell'odio dei maomettani contro i Cristiani. Gli uomini

che si scontravano con noi ci lanciavan dietro ingiurie e maledizioni

grossolane. Fui sul punto di perdere la pazienza e di chieder conto a

quei burberi pellegrini della loro condotta inurbana. Fortunatamente

avevo messo in quel giorno nell'arcione della mia sella un volume

di «Don Chisciotte» e mi bastò per riacquistare la calma di gettare

gli occhi sul romanzo ironico del Cervantes. Più tardi a Gerusalemme

riconobbi che un piglio schietto e qualche frase scherzosa mantengono

senza troppa fatica i buoni rapporti fra il cristiano e l'arabo più

fanatico. Bisogna fare attenzione di non mostrare a quest'ultimo

collera o paura che l'arabo interpreta come sintomi di debolezza e

che lo rendono allora spietato. Miss Harriett Martineau attribuisce al

suo abito la cattiva accoglienza che riceveva spesso dagli orientali.

La malevolenza di cui essa si lagna tocca a tutti i cristiani che non

sappiano recare fra le popolazioni mussulmane una forte dose di tatto e

di buona volontà.

Al momento in cui facevo queste riflessioni, la giornata volgeva al

termine. Già da qualche tempo osservavo che i villaggi appollajati

sulle montagne divenivano più numerosi, e che i gruppi dei viaggiatori,

che andavano e venivano intorno a me, si moltiplicavano. Il sole stava

per coricarsi dietro alle montagne prossime al mare, quando scorsi le

mie due guide immobili ed a capo scoperto sul vertice del pianoro che

sorgeva a pochi passi di distanza, e corsi a raggiungerli. Ciò che

le mie guide avevano scorto erano le mura merlate di Gerusalemme che

coronavano una collina posta di faccia al pianoro. Dietro a quelle mura

una linea azzurrognola che si fondeva nell'orizzonte indicava il mare

di Galilea. Mi abbandonai per un tratto alla contemplazione di quel

grandioso spettacolo. Uno strano tumulto si rivelava in me; sentivo

contrarsi la mia gola ed i miei occhi riempirsi di lagrime, come se

avessi ritrovato una patria più antica di quella da cui era esiliata.

Cosa strana, questa sensazione di benessere, di gioja intima non mi

lasciò mai durante il mio soggiorno a Gerusalemme. L'arrivo in questa

città sconosciuta aveva per me tutto il fascino del ritorno.

Alcuni minuti di buon galoppo ci condussero sotto le mura di

Gerusalemme e davanti alla porta di Damasco. Non lontano da questa

sorge la casa che i francescani tengono a disposizione dei viaggiatori,

e le ombre della notte scendevano appena sulla città quando smontammo

dinanzi all'ospizio che era ingombro di pellegrini. Si trovò per altro

per me una camera abbastanza comoda, mobiliata all'europea, ciò che

aveva un gran valore ai miei occhi. Ben presto vi fui insediata e vi

passai in un raccoglimento pieno di serenità la prima notte del mio

soggiorno nella città del Cristo.

I MONUMENTI DELLA BIBBIA E DEL VANGELO A GERUSALEMME

L'indomani era alzata di buon mattino per recarmi con uno dei Padri

alla chiesa del Santo Sepolcro ed al Calvario. Mi ero sempre immaginata

il Calvario come una collina dominante la città santa, e non fui

poco sorpresa di dover seguire per giungervi una strada in discesa.

La Chiesa del Santo Sepolcro è costruita in una depressione: non

mi fermerò a descrivere l'interno. Se non avete letto le numerose

narrazioni dei pellegrini che l'hanno visitata, potete figurarvi una

chiesa cristiana del Medio Evo, non ancora terminata, che offre le

linee curve, le vaste arcate che si possono osservare negli antichi

monasteri lombardi di Pavia e di Monza. A sinistra della porta si erge

una grande torre mezzo diroccata; a destra sporge come un saliente una

cappelletta sormontata da una cupola. Chi entra nella basilica si trova

dapprima in un ampio vestibolo che contiene nel muro di sinistra una

specie di palco riservato al «Cadi» mussulmano ed ai suoi assessori.

Questo tribunale permanente sarebbe stato richiesto (mi fu riferito

dagli stessi cristiani) come il solo mezzo di porre un termine ai

conflitti delle tre comunioni cristiane che si scontrano nella chiesa.

Pochi passi più in là si giunge nel corpo principale della basilica,

cioè in una rotonda che ha i lati guarniti di cappelle e nel centro un

altar maggiore. Presso l'altare una piccola porta bassa conduce nel

santuario che racchiude la tomba del Cristo. Una camera quadrata in

fondo alla porta d'ingresso è riservata al culto greco. Ecco tutto il

monumento. Ciò non vuol dire che ci si debba fermare a quest'aspetto

generale poco significativo; l'interesse proviene dall'esame dei

particolari e sopratutto delle varie cappelle contenute nel recinto

della chiesa.

La mia attenzione fu attratta innanzi tutto dalla cappella dei

Cristiani d'Abissinia[31]. Essi erano abbastanza numerosi quel giorno

dinnanzi all'altare, ed il loro aspetto mi colpì. Uomini d'alta

statura, di tratti regolari, non ricordavano la razza africana che coi

loro capelli crespi, il colorito bruno e le labbra un po' spesse. Una

sorta di sajo in tela bleu, un mantello dello stesso colore, un largo

turbante e dei sandali componevano il loro vestiario. Dopo la cappella

degli abissini ne visitai parecchie altre; ad ognuno degli episodi

della Passione corrisponde un santuario. Come supporre che uno spazio

così ristretto come quello della chiesa del santo Sepolcro, costruito

sul posto stesso sul quale sorgeva il Calvario, sia stato sufficiente

allo svolgimento di tanti diversi episodi del grande mistero? I

protestanti criticano questa pretesa dei cattolici di rintracciare

e venerare tutti i luoghi citati nel Vangelo. Confesso che su tutta

questa topografia sacra io non ho che dei dubbi, per quanto la buona

fede dei frati mi sembri evidente, ma ho già detto con qual sentimento

mi paja che si debbano accogliere le loro ingenue indicazioni.

Esciamo ora dal Santo Sepolcro, cerchiamo i ricordi di Gerusalemme in

luoghi un po' meno frequentati dai viaggiatori. Le mura della città

santa non sono uno de' suoi monumenti meno curiosi. Se havvi una città

al mondo che serbi intatte le fortificazioni delle quali fu dotata

dal Medio Evo, è certo Gerusalemme. Le basi di queste fortificazioni

dal lato della valle di Giosafat e del monte degli ulivi sono immense

pietre levigate di quindici a venti piedi di lunghezza per sette od

otto di altezza e che sono fatte risalire fino al re Salomone. Ho

veduto a Balbek un pezzo di muro presso a poco simile che è attribuito

agli Assiri, ed è certo che tali costruzioni non appartengono ad

alcun stile dell'architettura europea. D'altronde quel lato delle

fortificazioni di Gerusalemme è appunto quello che si accosta al

tempio costruito da Salomone od almeno al posto che esso occupava.

Mi sembra dunque che nulla si opponga a che quelle mura gigantesche

siano state collocate al tempo e per ordine del grande re degli ebrei.

Gerusalemme è situata su una altura che si eleva gradatamente dal lato

di settentrione e domina a picco la stretta valle dal lato opposto,

mentre all'Oriente ed all'Occidente il suolo che la circonda degrada

lentamente fino alle rive del Cedron o piuttosto del suo letto, che è

tutto ciò che rimane di quel torrente. Se seguiamo dal di fuori le mura

gerosolimitane da settentrione a ponente e da ponente a mezzogiorno,

troviamo prima un ciglione poco alto che si stende sulla destra e

forma così una spianata quasi al livello della città santa. È il solo

posto in cui le mura della cinta fortificata non dominano interamente

il paese all'esterno. Questo monticello è la «Città di Davide» di cui

gli Armeni hanno fatto il loro cimitero, e che, senza serbare alcuna

traccia del suo antico splendore, non è per questo meno visitato da

tutti i pellegrini che vi sono attratti da due monumenti celebri. Uno

è la sala in cui Gesù Cristo sedette per l'ultima volta a tavola co'

suoi discepoli, l'altro una cameretta ove passò la prima notte dopo

il suo arresto ed udì il canto del gallo che ricordò a San Pietro la

profezia del divino Maestro e la propria debolezza. Il primo di questi

monumenti è oggi la residenza di un derviscio o santone mussulmano che

l'insudicia con tutta la sporcizia inerente a quella specie miserabile

di uomini. È uno spettacolo penoso e ripugnante quello di un tal

luogo trasformato in una tana ed occupato da ciò che l'umanità ha di

più immondo e spregevole. Giustizia vuole però che io aggiunga come

questa profanazione non indichi nè disprezzo nè intenzioni ostili. Se

i maomettani disdegnano ed odiano i cristiani, non estendono questi

sentimenti nè al Cristo nè al cristianesimo. Anzi è probabilmente con

un proposito rispettoso che hanno posto in tale luogo un essere che la

loro religione li induce a venerare; ma è colpa delle cose più ancora

che degli uomini se la personificazione divina della purezza non può

essere convenientemente onorata dagli adoratori dei sensi. Quando si

è veduta la dimora di un santone, non è più possibile dubitare dello

stretto legame che esiste fra l'impurità dell'anima e quella del corpo.

Il secondo di questi monumenti, di cui gli Armeni si sono impadroniti

a scapito dei Latini che lo possedevano un tempo, ha un aspetto ben

diverso. Una piccola corte lastricata in marmo bianco e circondata da

un portico a volta e piuttosto basso racchiude le tombe dei vescovi

della Comunione armena. Una cappella forma il lato meridionale della

corte e non si potrebbe trovar nulla di più elegante, pulito ed

accurato dell'interno dì quel santuario, intarsiato di piastrelle di

majolica smaltata, genere di ornamento molto diffuso nel Levante. Una

porta alla sinistra dell'altare si chiude su una celletta così piccola

che si fatica a credere abbia mai potuto esser destinata a contenere

una creatura umana. Sarebbe là che Cristo avrebbe dovuto esser lasciato

tosto dopo il suo arresto al monte degli ulivi. Non è infatti una

prigione propriamente detta, ma un locale temporaneo di detenzione per

deporvi i catturati in attesa del loro interrogatorio. Tal quale è oggi

questa celletta assomiglia allo spogliatojo di una cappella di un bel

castello di campagna.

Continuando a seguire esternamente le mura di Gerusalemme da ponente a

mezzogiorno si scopre ben presto la valle di Giosafat che non è altro

in realtà che il letto del Cedron prosciugato, chiuso da un lato dal

colle che serve di base a Gerusalemme, dall'altro dal monte degli

ulivi. Un villaggetto arabo, che è tuttora chiamato Siloe, occupa il

fondo del vallone alla sua estremità occidentale là dove comincia un

poco ad aprirsi. Quasi in faccia a questo villaggio, ai piedi della

collina di Gerusalemme, scorre dolcemente l'acqua della fontana di

Siloe. Un muro quadrangolare grossolanamente costruito raccoglie

anzitutto le sue acque che vanno poi ad irrigare i giardini del paese.

Più lontano, sempre nel fondo della valle, ma dal lato di Siloe,

tre piccoli edifici di forma bizzarra racchiuderebbero gli avanzi di

Assalonne e di due de' suoi compagni. Subito dopo si scorge quasi ai

piedi del monte degli ulivi un muro bianco che serve di chiusura ad un

rettangolo di terreno sul quale crescono ulivi secolari e contorti.

È il giardino degli ulivi e fu il rifugio prediletto di Colui che ha

dimora nei Cieli.

Nessuno potrà questa volta contestare che sia quello il giardino degli

ulivi. Sebbene il muro di cinta sia moderno e possa racchiudere qualche

braccia di più o di meno dell'antico giardino, tutta questa parte della

collina è coperta di ulivi vecchi e, se non è sotto uno di essi che si

sedette il Cristo per piangere sopra Gerusalemme, alcuni di quelli che

vediamo oggi ne derivano di certo.

Un frate della Custodia di Terrasanta passa tutta la giornata dall'alba

al tramonto, senza escire da questo recinto; vi coltiva qualche fiore

e riceve i viaggiatori che la pietà o la curiosità vi attirano. Questi

alberi sono immensi e numerosi virgulti circondano le radici mezzo

scoperte. Ho invidiato la vita di quel monaco. La solitudine in un bel

giardino, all'ombra di alberi che si collegano coi più grandi ricordi

dei quali possa essere pervaso lo spirito umano, ha in sè un fascino

che forse è senza eguali nel mondo.

Un ponte gettato sul fondo della valle ove scorre il Cedron riunisce la

città al monte degli ulivi. Questo ponte e la strada che sale il pendio

separano il giardino degli ulivi da un gran monumento in cui sono

conservati gli avanzi mortali della Madonna. Tale per lo meno è la fede

di tutti i cristiani orientali, che si sono contesa e si contendono

tuttora la proprietà di quella tomba con un ardore appassionato. La

cappella, poichè è tale, ove si scende da una larga scalinata è ampia

e bella; ma il clero latino non ha il permesso di celebrarvi i divini

uffici. Dietro a questa cappella si trova la grotta ove Gesù Cristo

si sarebbe ritirato vedendo avvicinarsi i soldati che venivano ad

arrestarlo e dove sarebbe stato infatti preso e legato. Alcuni altari

eretti nell'interno di questa grotta sono proprietà del clero latino.

Il monte degli ulivi non è che una collinetta vicino alla quale sorge

una moschea. La pietra ove il Cristo era in piedi quando fu assunto in

cielo e che serberebbe, secondo dicono, la sua impronta, è conservata

nel recinto di questa moschea e riceve gli omaggi dei cristiani come

dei mussulmani. La distanza da questo luogo a Gerusalemme è poco

rilevante ed è dalla finestra di un piccolo belvedere annesso alla

moschea, che ho veduto la città santa sotto il suo aspetto, non dirò

solo il più bello, ma il più soddisfacente. L'occhio ne abbraccia

l'insieme senza perdere alcun particolare. Per noi altri cristiani

sopra tutto, che siamo condannati a non vedere il tempio, (attualmente

moschea d'Omar) che dal tetto d'una caserma, è una vera fortuna

questo belvedere. Gli eruditi affermano che tutto quello che esiste

attualmente là dove Salomone aveva innalzato il suo meraviglioso

edificio è una costruzione mussulmana[32] ed io mi asterrò, seguendo

la mia norma prudente, dall'immischiarmi in una simile discussione.

Posso dire però che la moschea di Omar non assomiglia ad alcuna delle

numerose moschee che coprono tutta l'Asia. Le moschee sono di solito

precedute da una corte, circondata da alte mura, alberata e rallegrata

da una fontana. Quella di Omar è invece collocata nel mezzo di un

immenso spazio vuoto, la cui forma quadrata è determinata da frazioni

di portico poste ad intervalli. Le moschee sono in genere composte di

una riunione di costruzioni svariate, come tombe, celle per alloggio

dei dervisci, fachiri o santoni, una sala per la danza dei dervisci

ecc., oltre lo spazio aperto a tutti i fedeli mussulmani che vanno

a farvi le loro preghiere. Ignoro la disposizione interna della

moschea d'Omar; può darsi che l'abbiano divisa in tanti appartamenti

quanti sono i giorni dell'anno, ma nulla rivela all'esterno un tale

adattamento che risulta evidente in tutte le altre moschee. Se apro ora

la Bibbia e leggo il capitolo sulla costruzione del Tempio di Salomone,

vi ritrovo il grande spazio vuoto, il portico ed il colonnato in giro,

infine tutto ciò che rende la moschea d'Omar così diversa dalle altre.

Dal canto mio, siccome dopo tutto le opinioni sul Tempio di Salomone

e sulla moschea d'Omar sono libere, preferisco pensare che rimanga

qualcosa del primo nella seconda.

La salvezza del mondo, se si dovesse credere ai mussulmani, è connessa

alla rigida applicazione della regola che tien lontani gli infedeli

dalla moschea d'Omar, ed ho rischiato di procurarmi un guajo serio

quando scorgendo, sotto una volta che conduce alla moschea, delle

finestre ogivali che mi ricordavano la vecchia e cara Europa, feci

qualche passo per esaminarle meglio. Ero ancora sotto la prima arcata

e mi ero fermata a guardare le mie ogive quando un gigante snello,

quasi nero e quasi nudo, si accostò non a me, ma agli uomini che si

trovavano vicino a me, con una violenza di gesti e d'intonazione che

rendevano la sua barbara loquela fin troppo intelligibile. Era evidente

che ci minacciava di tutto il suo furore se non ubbidivamo a ritirarci

immediatamente. La mia avversione per ciò che noi italiani chiamiamo

prepotenza, mi dava una gran voglia di camminare diritto dinanzi a

me; ma un ottimo vecchietto che si era fatto per quel giorno il mio

cicerone si mostrò tanto allarmato e desolato, parlò all'arabo con tale

rapidità e prolissità che credetti di dovermi rimettere, per riparare

i miei torti, alla prudenza ed all'eloquenza della mia guida, ed era

senza dubbio il miglior partito da prendere. L'arabo non ci lasciò che

dopo averci visto retrocedere.

Gerusalemme non è solo la città del Cristo, è anche quella dei Re e dei

Profeti. Accanto ai ricordi del Vangelo vi si incontrano quelli della

Bibbia. A Gerusalemme vi sono anzitutto le grotte d'Isaia ed i sepolcri

dei Re; nei dintorni della città i giardini di Salomone, più lontano

ancora il Giordano e il Mar Morto. Riassumendo qualche impressione

su questi luoghi spesso descritti, completerò la mia peregrinazione

attraverso la Gerusalemme storica ed a' suoi dintorni, per passare

quindi alla Gerusalemme vivente, in mezzo alla quale ho trascorso i

primi giorni della primavera del 1852.

Le grotte d'Isaia mi hanno offerto l'occasione di osservare una

volta di più il gusto col quale gli Orientali, Turchi od Arabi, sanno

scegliere per le loro case i luoghi più pittoreschi.

A pochi passi da Gerusalemme, in mezzo a campagne ombreggiate da ulivi

magnifici, sorge una collina rossastra ed entro le sue pareti è stato

scavato uno stretto passaggio. Questo passaggio conduce alla grotta

d'Isaia, ampia cavità tappezzata di arrampicanti. Fra il passaggio e

l'ingresso della grotta si osserva una specie di giardinetto all'ombra

di un vecchio fico dai rami molto larghi. Vive colà un santone che

mi sembrò assai felice. Non so se questi monaci mussulmani facciano

voto di povertà, ma sono convinta che non possiedono nulla e che

quest'estrema indigenza non pesa loro affatto. Il santone della grotta

d'Isaia ha un vantaggio sui suoi confratelli, di condurre cioè quella

strana vita di fronte ad una magnifica natura. Dà prova di un gusto

squisito nella scelta della sua residenza e questo gusto distingue, lo

ripeto, tanto gli arabi che i turchi. Gli uni e gli altri sanno sempre

trovare per i loro villaggi la postura più comoda, le ombre più fresche

e le acque più limpide.

Dalla grotta d'Isaia non occorre camminar molto per giungere al

sepolcreto degli antichi re d'Israele. Per poco che ci si inoltri, in

mezzo a quel labirinto di boschetti e di roccie, si va presto a battere

contro un vecchio muro, che serve da cinta ad una specie di corte.

Sulla porta è scolpito un bassorilievo raffigurante una ghirlanda

di pampini, che mi sembra difficile di poter attribuire all'epoca

dei re d'Israele ed alla nazione ebrea. Si passa ginocchioni sotto

questa porta. Si entra ancor meno facilmente nelle sale sotterranee

che costituiscono il sepolcreto. Queste sale sono vuote; un tempo

comunicavano fra loro mediante porte massiccie in pietra che sono state

scardinate e giacciono al suolo. La sola impressione che produce questa

necropoli è il desiderio di allontanarsene, di varcarne la soglia

il più presto possibile, tanto è stretta che ai visitatori sembra di

essere condannati al carcere perpetuo.

Allontaniamoci ora un poco; traversiamo Betlemme, bel villaggio quasi

intieramente costruito in pietra bianca e posto sul fianco dirupato di

un monte: andiamo verso i giardini di Salomone. Ci piace credere che il

Cantico dei Cantici sia stato inspirato da quelle fresche ombre.

L'impressione prodotta da quell'asilo delizioso è tanto più viva,

in quanto che per giungervi occorre affrontare una marcia faticosa

attraverso ad una delle regioni più aride della Giudea. Effettivamente

i miei occhi non avevano mai veduto lo spettacolo di più ricche aiuole

di fiori olezzanti, nè mai canti di uccelli più melodiosi avevano

risuonato alle mie orecchie. Stavo forse per veder apparire il Re e

la Sunamite in mezzo a quel paesaggio fatato? Ero quasi tentata di

crederlo, allorchè uno spettacolo molto inatteso venne a dissipare

le visioni che mi sforzavo di evocare, e mi trovai frammista ad una

«party» inglese. Una di quelle colonie britanniche che si incontrano

su tutti i punti del globo si era impossessata per la stagione estiva

dei giardini di Salomone e li aveva presi in affitto, come si può

fare di una casa di campagna a Saint Cloud o di una villa a Capo di

Monte. Tende di forma e di colore variate formavano l'abitazione della

società; ma durante il giorno erano vuote e tutto lo sciame si godeva

la prateria ed i boschetti. Vi erano signore in abito da mattina

altrettanto corretto che se avessero abitato un castello in piena

Inghilterra, poi un'ondata di signorine giovani vestite di bianco

che lasciavano scendere le loro treccie sparse di nastri celeste e

rosa, sulle loro spalle scoperte. Un poco più in là scorsi un gruppo

di «gentlemen» in costume di caccia intenti ai lavori della campagna.

Venni a sapere che la colonia era composta di missionari che si erano

proposti il compito di additare agli arabi, e specialmente agli ebrei,

i risultati salutari delle società bibliche e degli aratri brevettati.

Non si può negare che sia un pensiero poetico e gentile quello di

valersi dei giardini di Salomone per introdurre in Palestina i benefici

della civiltà; ma è un'idea sterile che naufragherà certo contro

l'invincibile forza d'inerzia di quelle popolazioni.

La vita intima e la vita nomade in Oriente · 第 13 / 16 段