La Siria è invasa, percorsa in tutti i sensi dai missionarii inglesi ed

americani, il cui candore e la cui buona fede sono incontestabilmente

superiori al tatto ed all'intelligenza. La conversione è divenuta,

per gli orientali, una specie di situazione sociale molto remunerativa

ed il convertito, che ha rappresentato questa parte due o tre volte,

diventa un uomo molto solvibile; possiede beni, si mette nel commercio

e fa fortuna. Ecco come le cose vanno in quasi tutte le sette e

religioni di quel paese; ma principalmente fra gli ebrei, che sono del

resto, non so perchè, i favoriti della propaganda protestante. Uno di

questi assiste più o meno a qualche conferenza tenuta dai missionarii,

per rispondere alle obbiezioni che gli infedeli potrebbero elevare

contro le dottrine di Lutero o di Calvino. Non ho mai assistito ad

alcuna di queste conferenze, ma confesso che vi sarei andata colla

maggiore premura se avessi potuto farlo in incognito per udire quei

curiosi dibattiti fra uomini educati e nutriti in tutte le sottigliezze

della dialettica religiosa ed i figli degeneri d'Israele o di Giuda

pei quali intelligenza e morale sono parole senza senso. Qualunque sia

la presumibile singolarità di queste conferenze, l'ebreo che abbraccia

il protestantesimo riceve una gratificazione od una pensione che è

però passeggera, cioè gli è pagata solo finchè non ottenga un onesto

impiego. Perde allora la pensione e si spegne l'ardore della sua

fede: parte, passa in una provincia poco frequentata dagli europei e

sovratutto dai missionarii, rientra nella sua comunione, se non trova

più proficuo d'abbracciare l'islamismo: ciò dipende da circostanze

assolutamente estranee alla fede. I suoi nuovi correligionari,

particolarmente se sono stati ben scelti, rivaleggiano in generosità,

se non in candore coi missionarii protestanti: non accordano

pensioni alla pecorella rintracciata, perchè le pensioni sono un

uso occidentale, non gli affidano lavoro da compiere trattandosi di

un genere d'incoraggiamento che è ritenuto poco adatto per attirare

proseliti; ma tutte le case gli sono aperte ed il penitente va a

dormire dall'uno, a mangiare dall'altro e si fa vestire dal terzo.

Ciò dura qualche mese, poi il ricordo della sua conversione si perde e

la pecorella negletta ritorna allora a mettersi a portata di qualche

pio missionario evangelico, badando solo ad evitare il teatro delle

sue prime gesta e l'incontro del suo precedente benefattore. Vi sono

parecchi mascalzoni che hanno passato così la loro gioventù a vagare

di chiesa in chiesa senz'altro scopo che di alimentare una vita di

ozio nè altro risultato che di gettare il discredito, e qualche volta

anche il ridicolo, sugli sforzi, del resto onorevolissimi, del clero

protestante.

Beyrut, ove giungemmo un giorno e mezzo dopo aver lasciato Badun,

segnava il termine della marcia faticosa che aveva avuto Alessandretta

per punto di partenza ed i cui incidenti mi parvero atti a mostrare

l'ospitalità orientale in qualcuno de' suoi tratti caratteristici.

A Beyrut cominciava per me un'altra serie di spettacoli. Non era

più verso l'Oriente mussulmano, ma su quello cristiano che la mia

attenzione si sarebbe ormai rivolta.

I paesaggi ed i monumenti dovevano ormai avere la loro parte

nell'interesse svegliato in me fino allora quasi unicamente dai

costumi. Mi attendevano numerose sorprese ed anche qualche delusione.

Non era senza fatica che calpestando luoghi celebri dovevo vedermi

forzata a scordare i miei sogni per contemplare una realtà meno severa

o meno graziosa a mio gusto. Già al mio arrivo a Beyrut, riconobbi che

la mia immaginazione stava per essere esposta a qualche disinganno.

Scorgevo l'arida catena del Libano e cercavo invano cogli occhi le

foreste di cedri di cui parla la Sacra Scrittura. Questi cedri esistono

in realtà, ma non occupano più di mille o milleduecento pertiche

quadrate, mentre il Libano copre un'intera regione. Da questo genere

di sorprese è minacciato ogni viaggiatore che visiti le terre bibliche

recandovi il ricordo troppo vivo dei sacri testi. Fui messa così

sull'avviso e, tra le impressioni che si collegano per me al soggiorno

di Beyrut, questa è la sola che mi abbia lasciato serie traccie.

Quanto alla città in se stessa, si può definirla con una parola: fra le

città dell'Asia è la meno asiatica; fra le città dell'Oriente è la più

europea.

IV.

GLI EUROPEI A GERUSALEMME — LA TURCHIA ED IL CORANO

LE MONTAGNE DI GALILEA E L'ANTICO REGNO DI GIUDA

Giunta all'ultimo periodo del mio viaggio, attendevo con qualche

impazienza i compensi alle faticose giornate che avevo passato da

qualche mese sulle strade dell'Asia Minore. Posso dire che quest'attesa

fu soddisfatta? Malgrado i ricordi vivaci e dolci che serbo del mio

soggiorno a Gerusalemme, devo confessare che più di un disinganno mi

era riservato, e che troppo spesso fu messa alla prova la mia tendenza

ad anticipare colla fantasia l'aspetto di luoghi celebri ed a restare

quindi fredda dinanzi alla realtà. Fortunatamente io cercavo altro nel

Levante che dei paesaggi e dei monumenti. È la vita orientale, ma la

vita dell'Oriente cristiano questa volta, che nell'antica metropoli

ebraica richiamava anzitutto la mia attenzione; e avrei potuto farmi

un'idea dell'ospitalità monastica. Dopo essermi riposata via via sotto

il tetto dei mufti, nei palazzi dei principi della montagna, e nelle

ville dei consoli, mi apprestavo a vivere sempre più, da Beyrut a

Gerusalemme, in mezzo ai numerosi rappresentanti che il mondo cattolico

ha tuttora in Oriente. Era un nuovo argomento di studio che mi si

offriva per distrarmi dalle aspre emozioni della vita nomade.

Non avevo per altro preso congedo da questa vita ed appena esciti da

Beyrut ci ritrovammo alle prese coi mille ostacoli d'un viaggio in

Oriente. Non fu che dopo una marcia delle più faticose, iniziata di

giorno, proseguita di notte, che raggiungemmo Seida[30], la nostra

prima tappa. Una volta arrivate a Seida, ci affrettammo a battere

alla porta del «Khan» francese, perchè Seida ne possiede uno ed

i viaggiatori europei, che passano per questa città, lo conoscono

bene. Il padrone del Khan è al tempo stesso uno dei più simpatici

agenti consolari che la Francia conti in Oriente. Munita di una

raccomandazione del console di Francia a Tripoli pel suo collega

di Seida, vi fui accolta con una cordialità che mi fece rimpiangere

vivamente di non poter farvi una sosta più prolungata sotto il tetto

di quel Khan francese. Il console che mi riceveva così simpaticamente

ha una numerosa famiglia, forse dieci figli. Riscuote uno stipendio

scarso, garantito in gran parte dalla rendita dell'ospizio, il

cui ammontare diminuisce continuamente. La carovana che veniva a

sorprenderlo era composta di circa venti persone, senza contare le

guide, i mulattieri e la mia scorta indigena. Non avevamo mangiato

da circa ventiquattr'ore, ed avevamo passato una notte senza sonno.

Nondimeno ci saremmo fatti uno scrupolo di far colazione a spese di un

ospite di cui conoscevamo la situazione difficile e ci proponevamo,

dopo una breve visita al console, di andare a far colazione con

provviste comperate al bazar sotto i primi alberi che avremmo

incontrato all'escire di città. L'estrema cortesia dei console non

ci permise di eseguire un piano così ben architettato. Comprendemmo

facilmente che le insistenze del nostro ospite non erano vane formole

di urbanità. Alle nostre reiterate obbiezioni egli oppose argomenti

irresistibili conducendoci in una sala da pranzo ove, su una tavola

imbandita all'europea, fumava in nostro onore una splendida colazione.

Fu necessario allora di arrendersi ed il console francese venne tanto

più facilmente a capo de' miei scrupoli in quanto che l'Asia non

era rappresentata in quell'imbandigione che da frutti squisiti e da

eccellenti confetture.

E mentre noi facevamo una così gradevole colazione il nostro seguito

era trattato colla medesima liberalità, sicchè lasciammo il Khan

francese con un sentimento di gratitudine che il miglior pasto non

basta talora a suscitare. Ci rimaneva da raggiungere Gerusalemme il più

presto possibile. Il console di Seida ci diede tutte le indicazioni

necessarie e, secondo il suo consiglio, ci avviammo invece che a

Giaffa a Nazareth donde un giorno o due di marcia dovevano condurci a

Gerusalemme.

Il rimanente di questa giornata così ben cominciata passò senza

incidenti; terminò, dopo una marcia abbastanza lunga, in una locanda

di Sur (l'antica Tiro). Il padrone dello stabilimento era una specie

di meticcio, mezzo europeo e mezzo asiatico, il cui aspetto triste ed

abbattuto ci prometteva un cibo magro, promessa che fu mantenuta anche

troppo. Si deve credere che l'antica Tiro abbia esistito là dove oggi

sorgono le umili case di Sur? Se è così, non è mai accaduto che una

città grande e potente sia scomparsa più completamente sotto orribili

ciarpami. Come? Nemmeno un fusto di colonna! Non un arco, non un

pavimento! Palmira, Balbek, Ninive hanno lasciato vestigia di preziose

rovine. Ove sono le rovine di Tiro? Il mare ha senza dubbio inghiottito

tutta la capitale del re Hiram. Quanto a Sur, è una piccola e brutta

città, senza carattere nè originalità, eretta in una pianura ove il

sole di Siria non lascia crescere nessuna vegetazione.

La giornata seguente fu una delle più tristi del nostro viaggio.

Appena il sole era apparso sopra le montagne della Galilea, noi

eravamo in cammino lieti di lasciare quella malinconica locanda di

Sur. La strada che dovevamo seguire lungo il mare non aveva per altro

nulla di attraente; era stata recentemente il teatro di una scena

sanguinosa. Un piccolo bastimento, comandato da un capitano arabo e

noleggiato da pellegrini greci, spinto sugli scogli dai venti, era

venuto a naufragare presso la costa. I disgraziati pellegrini, in

maggioranza donne e vecchi, riempirono tosto l'aria delle loro grida

di disperazione. Furono trasportati a terra dal capitano e dai marinai

arabi della navicella, in vista di una ventina di cavalieri che si

erano adunati sulla spiaggia; ma man mano che sbarcavano cadevano

sotto i colpi di assassini che li massacravano e si impadronivano

delle loro spoglie. Non uno di quei poveretti era scampato alla morte

ed il capitano arabo era sospettato d'aver provocato il naufragio

per saccheggiare i passaggeri d'accordo coi cavalieri della costa. Il

capitano era stato arrestato, ma s'era tratto d'impiccio col pagare

una parte del prezzo del sangue. I cadaveri dei naufraghi erano rimasti

esposti sulla riva senza che nessuno si desse la pena di seppellirli.

Tale era per lo meno la voce pubblica, ma ebbimo la fortuna di non

scorgere alcuna traccia di quel recente massacro. Secondo tutte le

apparenze gli uccelli di rapina delle vicine montagne avevano già

terminato il loro banchetto.

L'aspetto dei luoghi che attraversavamo non era punto fatto per

distrarmi dalle impressioni destate in me dal racconto del massacro

di Sur. Un calore opprimente gravava su di noi. I piedi dei nostri

cavalli affondavano, fin sopra la caviglia, in una sabbia cocente. Alla

nostra sinistra, al posto del Libano incoronato di villaggi, avevamo

le aride montagne di Galilea. Dopo qualche ora di marcia, raggiungemmo

una specie di oasi costituita da qualche cespuglio con un tenue filo

d'acqua che serpeggiava fra quei pochi arbusti. Ci parve prudente di

sostare attendendo con pazienza all'ombra di quella macchia, che il

sole cominciasse a declinare, ma dovemmo pentirci amaramente di tale

decisione. Quando volemmo rimetterci in cammino ci accorgemmo che una

strana malattia aveva colpito i nostri cavalli. La maggior parte delle

nostre cavalcature, che sembrava avesse goduto fino allora d'una salute

eccellente, non si trascinava più che con un'estrema lentezza. Madide

di sudore, l'occhio spento e la pelle gelata, quelle povere bestie

sembravano agonizzanti. Ci risolvemmo a mandare innanzi i più malati

sotto la sorveglianza di uno dei nostri domestici, buon tedesco del

Ducato di Baden, molto pio ed onestissimo, per ciò che ci risultava;

poi, pensando che gli altri cavalli avrebbero sempre facilmente

raggiunto la nostra avanguardia, demmo loro qualche istante di riposo.

Sgraziatamente questa nuova sosta non fu meno fatale della precedente.

Ci eravamo appena rimessi in cammino, quando uno dei nostri cavalli,

di una buona razza d'Anatolia, si fermò fra i gemiti. L'uomo che lo

cavalcava saltò a terra e si rassegnò a seguirci adagio tirandolo

per la briglia. Un altro cavallo diede ben presto gli stessi segni

d'esaurimento e pochi passi più in là incontrammo il nostro Badese

che ci aspettava a fianco di un cavallo turcomano steso al suolo e

prossimo a spirare. Egli ci confessò poi d'aver mancato di pazienza

e di esser ricorso, per combattere la spossatezza del cavallo, ad un

mezzo poco caritatevole, quello di spingerlo dinanzi a lui coprendolo

di bastonate.

Continuammo alla meglio la nostra marcia fra i lamenti dei cavalli

e le imprecazioni dei cavalieri, ma malgrado i nostri sforzi il sole

tramontò prima che avessimo potuto raggiungere un villaggio designato

per la nostra sosta notturna e di cui credevamo di avere perfettamente

ritenuto il nome. Per evitare il ritorno degli incidenti della giornata

ero decisa di non fermarmi più prima di essere arrivata alla meta.

Proseguivo dunque malgrado l'oscurità fidandomi delle indicazioni

del dragomanno e credendo di trovarmi sulla strada del villaggio.

D'un tratto m'accorsi che nella mia premura avevo lasciato dietro a

me tutta la mia scorta. Non mi vedevo più al fianco che mia figlia

Maria, il dragomanno e due domestici. Questi mi tranquillarono sulla

sorte de' miei compagni che dicevano seguirci alla meglio rianimando

le loro cavalcature. Stimolai allora di nuovo il mio cavallo mentre

il nostro dragomanno ci precedeva nell'atteggiamento di un uomo che

ha sempre il suo posto segnato dalla natura nelle prime fila. Illusi

da una presunzione così sicura di sè, cavalcavamo dietro di lui con

una ingenua fiducia che doveva ben presto essere punita. Infatti il

dragomanno non sapeva meglio di noi dove andassimo. L'oscurità intanto

cresceva, le rocce prendevano intorno a noi forme bizzarre, il menomo

cespuglio si trasformava ai nostri occhi in un gruppo di viaggiatori

in ritardo, le strida degli uccelli notturni risuonavano alle nostre

orecchie come voci umane. Quanto ai nostri compagni, ne avevamo

decisamente perduto le traccie.

Che brutte ore si passano lottando così contro la stanchezza della

marcia aggiunta alle allucinazioni dei sensi! E con qual gioia febbrile

sono accolti, dopo momenti simili, i primi indizi di una abitazione

umana! Fummo debitori di tal sentimento ad un profumo di aranci che

ci avvolse d'un tratto come in una nube. Questo profumo benedetto

ci annunciava la vicinanza d'un giardino, d'una casa, forse di un

villaggio. Rianimati dalla speranza spingiamo i cavalli nella direzione

di quell'olezzo inebriante e penetriamo in un labirinto di freschi

boschetti irrorati da acqua corrente! Giunti tosto nel bel mezzo di

un orto folto ci troviamo ai piedi di un pendio sormontato da case.

Un fuoco di stramaglia al quale si scalda una vecchia donna dal viso

tatuato in bianco e nero ci attira su una spianata che costeggia la

collina. Domandiamo notizie del resto della scorta. «Sonvi viaggiatori

nel villaggio che si scorge da qui?» — «Nessuno» risponde la vecchia.

— Nessuno? ma che succederà di noi? Una donna, una bimba, due uomini ed

un dragomanno, senza denaro e quasi inermi, a cavallo di bestie malate:

c'era di che agitarsi seriamente. Il dragomanno ordinò alla vecchia di

condurci dallo Sceicco del vicino villaggio. Essa, dopo qualche momento

di esitazione, si mise a correre dinanzi a noi. Risparmio al lettore

i particolari di ciò che accadde quando la seguimmo in un villaggio

diverso di quello in cui ci aspettava la nostra scorta e, scoperto

quest'inganno, raggiungemmo finalmente i nostri compagni accampati come

potevano in una casa araba del primo villaggetto che avevamo scorto.

Questi incidenti mi ricordarono altre noie di cui già avevo avuto

occasione di parlare narrando le mie prime impressioni di viaggio. La

notte che seguì una peregrinazione così laboriosa non mi procurò per

colmo di sventura alcun riposo. La camera che mi attendeva non era

coperta dal tetto che a metà e il vento che vi turbinava a suo agio

sollevava le ceneri del focolare in guisa da rendere impossibile il

sonno.

Malgrado gli inconvenienti di un asilo così misero, ci decidemmo a

passarvi la giornata seguente per medicare i nostri cavalli e numerare

le nostre perdite. Avevamo in tutto tre cavalli morti e tre altri

gravemente ammalati. Ma cos'era questa malattia? Avevano mangiato

qualche erba velenosa? Avevano bevuto troppo presto dopo il loro pasto

d'orzo? Il cavallo d'Oriente abbeverato prima del tempo è di fatti

colpito sovente da una paralisi, che si cura con bagni freddi alternati

a moto forzato. Del resto nessuno di noi seppe scoprire la causa del

male che ci aveva fatto passare una così triste giornata dalla nostra

partenza da Sur. Quelle povere bestie erano state trasportate in una

prateria all'ombra di fichi, ove le nostre tende erano state rizzate.

Il cadavere di uno de' miei cavalli favoriti, ch'era fra i morti, era

stato deposto poco lontano; dovemmo faticar molto a strappare di là,

quando giunse l'ora della partenza, un grosso mastino stabilitosi a

sentinella per scacciare gli uccelli di rapina e gli sciacalli che

ronzavano intorno. Strana cosa queste affezioni che si stabiliscono fra

taluni animali e che si possono osservare sopratutto in Oriente! In un

paese ove i rapporti degli animali cogli uomini sono rari, essi tendono

ad associarsi fra loro e serbano una specie d'indipendenza assai più

interessante a parer mio della sottomissione delle razze addomesticate

dei nostri paesi.

Il martedì della settimana Santa giunse quando camminavamo di buon

mattino sulla via di Nazaret con una pioggia dirotta tra i valloncelli

ai quali sovrastano le montagne della Galilea. Essi sono deliziosi coi

loro lauri, con mirti alti come le nostre quercie e che intrecciano le

loro ombre sulle aiuole verdi e fiorite. Salvo una caduta che feci, ma

che, per l'abilità del mio buon cavallo Kur, non ebbe alcun seguito

pericoloso, la giornata si era svolta normalmente. Non ebbimo altro

guajo fuor dell'arrivo a Nazaret a notte fatta, quando poche luci

sparse nella campagna ci preannunciarono sole il celebre villaggio.

Entrammo nelle sue strade senza poter distinguere nulla intorno a

noi, sinchè la nostra carovana si fermò dinanzi alla porta d'una casa

d'aspetto europeo. Un frate francescano stava sulla soglia con una

fiaccola in mano. Avevamo raggiunto il nostro asilo; e non fu senza una

profonda emozione che udii il monaco darmi il benvenuto in italiano

e con quell'accento del settentrione della penisola al quale la mia

infanzia è stata avvezzata. Provavo una gran gioia a sentir risuonare

sotto la volta di un chiostro orientale le pie formule che avevano

così spesso eccheggiato alle mie orecchie nelle campagne di Lombardia.

E perchè lo nasconderei? I canti dei mufti e la glorificazione del

santo nome di Allah cominciavano a stancarmi alquanto. Non avevo nulla

a ridire contro il Dio dei mussulmani; ma sapevo ormai che pensare

di coloro che lo invocano dal gorgo delle sensualità con labbra

corrotte dalla menzogna. Mi sembrava che il Dio dei cristiani era ben

differente; così la mia anima, rimasta fredda alle solenni invocazioni

dei mufti, si associava con slancio alle umili preghiere del frate di

Nazaret indirizzate alla Vergine Maria ed a San Francesco. Con questo

arrivo a Nazaret io entrava in un mondo interamente nuovo. Avevo

visto la società mussulmana, sapevo quali fossero nell'Asia Minore

i risultati del regime creato dal Corano. Quale poteva essere in

Oriente l'azione del Cattolicismo? Come mantiene la sua influenza fra

sette rivali e di fronte alla religione mussulmana? Mi ponevo questi

problemi, mentre ammiravo la bella cameretta ove stavo per passare la

notte. La casa dove ero scesa a Nazaret apparteneva al convento dei

Cappuccini; è specialmente destinata ai viaggiatori, perchè le donne

non sono ammesse nell'interno del convento. La mia camera era a volta,

secondo l'uso di tutti gli appartamenti in Palestina ed era scavata in

una specie di torre. Un letto di ferro, un mobilio semplice e comodo,

tutto mi vi ricordava la buona ospitalità dell'Europa... e nondimeno io

mi trovava a Nazaret! Entravo in una regione consacrata dall'adorazione

di tutte le epoche. M'ero dapprima rammaricata di dover giungere a

notte alta; qualche ora più tardi me ne rallegravo perchè avevo così

ritardato una prova penosa e singolare alla quale ho già accennato,

vale a dire l'incapacità di trarre dalla vista reale dei luoghi celebri

le emozioni che me ne procura in qualche guisa la contemplazione

interiore ed anticipata. Avevo già provato una delusione analoga ad

Atene ed a Roma. Mi ricordo ancora d'aver invidiato, nella pianura di

Maratona, l'emozione che il ricordo di Temistocle suscitò in uno de'

miei compagni di viaggio. Quest'uomo intelligente e colto aveva uno

spirito più positivo che poetico; ma io vidi una lagrima scorrere sulle

sue guancie e per me, lo confesso a mia vergogna, tutto ciò che potei

osservare nella mia visita a Maratona fu che in quel giorno vi faceva

molto caldo.

Finalmente si levò il sole ed io corsi alla mia finestra impaziente di

paragonare la realtà collo spettacolo adombrato tante volte in sogno.

Ed ecco ciò che potei vedere. La casa dei Francescani, fabbricata

nella parte bassa della città, che è scaglionata sul pendio di un

monte, dominava da un lato il fondo della valle, mentre dall'altro

guardava la città che si svolgeva in anfiteatro sopra la mia testa.

Il colpo d'occhio era ammirevole. Casette bianche, intramezzate da

fresche ombre, fra le quali spiccavano i fiori purpurei del melograno,

risaltavano vigorosamente sulla terra rossiccia. Tutto il paesaggio

era una festa per gli occhi; ma, ahimè, invano io cercava fra le donne

arabe di Nazaret i tipi che si era foggiata la mia immaginazione,

invano invocavo i grandi ricordi della Bibbia e del Vangelo. Nulla

valeva ad eccitare in me quell'entusiasmo che tanti spiriti eletti

aveano provato messi in presenza di quegli stessi luoghi. Umiliata e

scoraggiata andai alla ricerca del Padre Cappuccino che doveva farmi

gli onori di Nazaret. Egli mi addusse alla chiesa dell'Annunciazione,

poi nei vari santuarii eretti nelle località indicate dalle Scritture.

Senza discutere l'autenticità del monumenti di Nazaret, dirò

soltanto in cosa consistano. La chiesa dell'Annunciazione, piccola

e bizzarramente costrutta avendo la navata centrale meno profonda di

quelle laterali, sovrasta ad una cappella sotterranea ove vien mostrata

la colonna dinanzi alla quale la Vergine sarebbe stata inginocchiata

quando ricevette la visita del Messaggero Celeste. Osserviamo frattanto

che i padri di Terrasanta collocano in grotte sotterranee il teatro di

tutti i grandi avvenimenti dell'antico e del nuovo Testamento. Questa

circostanza si spiega colle abitudini che durano ancora in quella

popolazione che scava volentieri le sue dimore nel fianco dei monti.

A Nazaret la vita deve esser stata parecchi secoli or sono tal quale

è attualmente. Mi fu additata ancora una cappella eretta sul posto

ove Gesù Cristo si rifocillò co' suoi discepoli, un'altra destinata

a consacrare gli avanzi della casa abitata da Giuseppe. La cappella

ha muri imbiancati a calce e finestre adorne di tendine bianche

colorate in rosso. Ripugna di collocare in un luogo simile le scene

dell'infanzia di Gesù. A dir il vero l'origine delle indicazioni che

si danno qui sulle varie località illustrate dalle scene del Vangelo

non rimonta al di là dello stabilirsi a Gerusalemme della Custodia di

Terrasanta. Quei buoni frati sono stati i grandi raccoglitori delle

tradizioni locali. Su tutti i punti che esse segnalavano alla nostra

venerazione, hanno eretti santuarii e monasteri. Come si potrebbero

biasimare d'un eccesso di credulità che testimonia dopo tutto di una

fede ardente? Val meglio accogliere le loro narrazioni colla simpatia

che merita ogni slancio d'ingenua religiosità, ma colla riserva

eziandio che bisogna recare sempre di fronte a testimonianze trasmesse,

e spesso fors'anche alterate, dalla tradizione orale.

La vita intima e la vita nomade in Oriente · 第 12 / 16 段