La giornata che seguì quella simpatica sosta fu molto gravosa. Dalle

11 del mattino alle 4 del pomeriggio il caldo divenne intollerabile. Ci

fermammo qualche tempo sotto le mura di Baynas[26], città antica le cui

fortificazioni rimontano all'epoca delle crociate e sono evidentemente

un lavoro europeo. Lambivamo il mare e circa un'ora prima del cader

del sole scorgemmo dinanzi a noi, all'estremità di una lingua di terra

che si avanza nel mare, una massa nerastra e frastagliata che ci fu

detto essere Tortosa[27]. Accanto al promontorio e quasi aderente alla

terra è un'isola chiamata l'isola delle donne. Ha ricevuto questo nome

perchè è quasi esclusivamente abitata da donne, madri, sorelle o figlie

di pescatori e marinaj che trascorrono la loro vita sulle onde. Ci

facemmo coraggio allo scorgere Tortosa. Una delle nostre guide osservò:

Non vi siamo ancora! Se tale riflessione gettata in viso ad un povero

viaggiatore sfinito dalla stanchezza è ben irritante, l'esperienza che

avevo ormai acquistato delle delusioni solite dei viaggi nel Levante,

mi sforzava purtroppo ad ammettere che la guida poteva aver ragione.

La notte scese rapidamente: la luna non compariva, ma le notti in

Oriente non sono mai molto nere. Sembrano piuttosto un crepuscolo.

Talora il paesaggio è così ben rischiarato verso mezzanotte come poteva

esserlo un'ora dopo il tramonto, sebbene voi non scorgiate una stella

perchè il cielo è completamente coperto di nubi. Checchè ne sia, la

notte era scesa, una di quelle notti dubbie, in cui si è più esposti

a perdere la strada che in mezzo alle più folte tenebre. Si scorgono

gli oggetti circonvicini, ma se ne vedono anche altri che non sono

vicini, anzi non esistono, e quelli reali vi appajono talora sotto

forme interamente nuove e quasi irriconoscibili. Avevamo intravisto

Tortosa quand'era ancor chiaro, credemmo riconoscerla a notte fatta.

Era là, dinanzi a noi, ad una piccolissima distanza. Ecco, dicevamo,

le sue antiche mura fortificate, ecco la sua vecchia torre; la città

occupa una distesa di terreno molto notevole: dev'essere abbastanza

importante. E così commentando, camminavamo sempre verso la nostra

città. Una svolta della strada ce la nascose un istante, ma, appena

girata la punta che ci stava dinanzi, non potevamo esserne molto

discosto. Svoltiamo e non vediamo nulla: il fantasma della città s'era

dileguato nell'aria e dovemmo camminare ancora più di due ore prima di

raggiungere le mura che avevamo creduto un momento di poter toccare.

Non ho visto a Tortosa che le strade che dovetti percorrere per

arrivare al mio alloggio; ma ciò che ne ho veduto assomiglia ad una

vecchia cittadina europea. Le case, fabbricate in pietra, si aprono

sulla strada, mentre ovunque qui le vie consistono in una serie di

muri di cinta, e le case sorgono al di là di quei muri, rimanendo

nascoste agli sguardi dei passanti. La camera dove passai la notte

era costruita a volta come lo sono in genere le case di Gerusalemme e

di tutte le città della Siria nelle quali i Crociati hanno dimorato

a lungo. Traversando la città, l'indomani, rilevai parecchi edifici

costrutti all'europea, che mi ricordavano certi palazzi municipali

della Normandia. Hanno un aspetto cupo, in fondo triste; ma havvi nulla

di triste per l'esule in ciò che gli ricorda la patria lontana?

Da Tortosa a Tripoli vi è la stessa distanza che da Gubletta a Tortosa.

La prima giornata ci aveva mal preparato alla seconda; alcuni dei

nostri cavalli erano ancor peggio disposti di quello che non fossimo

noi, e per completare la serie dei nostri guaj non ci si offriva

un solo rifugio lungo la strada. Circa alla metà della giornata

scorgemmo per altro in vetta ad un pendio un villaggio arabo, il primo

della sua specie che abbia veduto, composto in tutto di una dozzina

di tende in stoffa bruna, tessuta in pelo di capra o di cammello.

Non so dove fossero gli uomini; ma le donne custodivano le tende e

pensammo che fosse possibile trovarvi del latte. Fu una cattiva idea.

Avevamo creduto che quelle donne arabe fossero donne come le altre.

Fummo sgradevolmente sorprese allo scorgere esseri bizzarri che

si precipitavano fuor dalle tende al nostro arrivo: enormi cani le

precedevano, abbajando, urlando, mostrando i denti e lanciandosi tra

le gambe dei nostri cavalli. Ma quei furibondi mastini erano ancora

cortesi in confronto alle donne. Esse erano vestite d'una tunica di

tela turchina e uno straccio dello stesso colore avvolgeva la loro

testa e ricadeva sulle loro spalle; una cintura in cuojo le stringeva

alla vita; la loro pelle nera e grassa era coperta di tatuaggi neri e

bleu; e in particolar modo le labbra scomparivano completamente sotto

uno strato d'indaco e la punta del loro naso non era che un ricettacolo

di girasoli non ancora sbocciati, di anelli d'oro e di rame oppure

di fiorellini di filagrana. Fra queste donne ve ne dovevano essere

di giovani, ma tutte sembravano avere la stessa età, cioè una molto

rispettabile; tutte parevano ugualmente di umore intrattabile. Ci

mostravano i pugni facendoci delle orribili smorfie con accompagnamento

d'ingiurie e di maledizioni, tutto ciò perchè venivamo a domandar loro

qualche tazza di latte. Così edificati sull'ospitalità delle signore

dalle labbra turchine, non volevamo prolungare le trattative. Lanciammo

i nostri cavalli al galoppo, cosa poco comoda, con tutti i calci che

quelle povere bestie tiravano continuamente ai cani che mordevano loro

le gambe e non rallentammo il passo che dopo esserci messi fuori del

tiro delle loro grida e dei sassi che facevano piovere su di noi. Mi

ripromisi, mentre mi allontanavo, di non domandare mai più latte a

donne arabe.

Quella sera non fu molto più gradevole della precedente. I nostri

cavalli ci deposero, dopo una marcia faticosissima, e già a notte

fatta, a Tripoli[28], innanzi alla casa del console d'Austria, cognato

dei miei ospiti di Latakiè e di Gubletta. I due consoli avevano dovuto

scrivere a quell'agente per annunciargli il mio arrivo e mi avevano

incaricata di molti messaggi per la loro sorella. Era dunque colla

maggiore fiducia che io battevo alla porta del console d'Austria a

Tripoli, pregustando il piacere delle buone notizie che recavo alla

sua famiglia e della gioja che stavo per procurarle. Mandai il mio

dragomanno ad annunciare il mio arrivo, ed attesi il suo ritorno, a

cavallo, nella strada, stentando a lottare contro la stanchezza ed il

sonno che si erano impadroniti di me. Siccome il ritorno si faceva

aspettare al di là del prevedibile, pregai uno de' miei compagni di

viaggio di andare a riconoscere lo stato delle cose. Egli ritornò dopo

qualche istante col viso acceso per informarmi tutto sconvolto che

il console non sembrava affatto disposto a riceverci e faceva valere

tutti i pretesti immaginabili per dispensarsi dall'aprirci la sua

porta. Ero così bene avvezza all'accoglienza amabile degli orientali,

poveri e ricchi, che il modo di agire di quell'agente consolare mi

indignò davvero. La mia stanchezza scomparve come d'incanto, ed avrei

volontieri passato la notte su un paracarro, se ve ne fossero stati

a Tripoli, piuttosto che mettere i piedi in quella casa così poco

ospitale. Doveva per altro esservi un mezzo termine fra il paracarro

e il palazzo del console d'Austria, e m'informai dai curiosi, che

malgrado l'ora avanzata si erano riuniti intorno a noi, per sapere se

conoscessero alcuno che potesse riceverci per buon cuore od in cambio

di denaro. Vi era, è vero, un convento di Carmelitani, ma situato

all'estremità opposta della città; le porte non erano più aperte

dopo una certa ora ed era dubbio che le donne vi fossero ammesse. Mi

avevano affidato una lettera per il medico della quarantena, ma era

assente. L'opinione comune era che non avrei trovato in nessun luogo

un alloggio così buono come in quel consolato; ed ognuno sembrava

ritenere che la via più spiccia e più savia fosse quella di proseguire

le trattative per ottenere di entrarvi. Quanto alla questione della mia

dignità offesa, agli occhi dei cittadini di Tripoli era un particolare

completamente impercettibile.

Ne eravamo a questo punto, e confesso che col nostro discutere non

avevamo fatto un passo innanzi, quando il mio dragomanno e quello del

consolato comparvero e mi annunciarono, coll'aria di gente che aveva

appena terminato una lotta accanita, che il console mi attendeva e

che potevo far scaricare i nostri bagagli. Esitavo ancora, ma come

fare? Era quasi mezzanotte, non conoscevo nessuno a Tripoli nemmeno di

nome; uomini e bestie erano al limite delle loro forze e della loro

volontà. Seguii dunque i due dragomanni. Traversai una vasta corte

lastricata in marmo, curata colla più squisita nettezza e circondata da

vigne. Il primo vestibolo ben illuminato e le cui luci si riflettevano

sulla superficie lucida dei marmi e dei rivestimenti in legno come

su specchi di Venezia, mi abbagliò al primo mio entrare. Nella camera

vicina, quasi altrettanto grande che il vestibolo, ma meno rilucente

e più ammobigliata, il terribile console stava steso sul divano con

un berretto da notte in testa ed il corpo avviluppato in una veste

da camera. Dal primo colpo d'occhio mi avvidi che non si era ancora

riconciliato colla necessità alla quale si arrendeva, non so neppure

se avrebbe potuto dominarsi abbastanza per negarsi la soddisfazione

d'indirizzarmi un complimento di cattiva lega; ma non gliene lasciai

il tempo. Egli era molto malcontento e quindi di cattivo umore; io non

ero che in collera, ciò che è sempre molto meglio. Pertanto, camminando

dritta verso di lui mentre egli si moveva sul suo sedile come per

alzarsi, gli dissi con una voce molto chiara e scandendo le parole: «Vi

prego di credere, signore, che non mi sarei presentata a casa vostra

se la vostra famiglia non me ne avesse insistentemente pregata, ed in

questo momento stesso io escirei da questa casa se potessi trovare un

altro alloggio. Io non accetto quindi da voi che quello che non potete

rifiutarmi, un asilo per questa notte. Il vostro vestibolo mi basterà

e domattina all'alba proseguirò il mio viaggio.» Il console d'Austria

non era punto un uomo cattivo e non aveva avuto l'intenzione di farmi

una scortesia. Era semplicemente un uomo di cattiva salute, nervoso,

ipocondriaco; quelli che hanno vissuto lungamente in Oriente hanno

perduto l'abitudine di frenarsi, e quelli che non ne sono mai esciti

non l'hanno mai imparata. Gli era stato annunciato che una ventina di

persone reclamava la sua ospitalità alle undici di sera; ne era rimasto

imbarazzato ed aveva mostrato il cattivo umore che gli era derivato

dal trovarsi così in impiccio. Quando s'avvide di avere veramente

offeso i suoi ospiti, ne ebbe dispiacere e me lo manifestò colla stessa

vivacità e la stessa schiettezza colla quale aveva prima dato sfogo al

suo malcontento. La mia ira si dileguò subito come per incanto. La mia

attenzione si era del resto riportata sopra un oggetto infinitamente

più attraente che non fosse il console. Sua moglie, la sorella de' miei

ospiti di Latakiè, era seduta nell'ombra quando io entrai. Essa non

parlava e non capiva che l'arabo; ma indovinò facilmente che suo marito

ed io non stavamo scambiandoci frasi troppo tenere. Si alzò, con grande

dolcezza si accostò a me, mi prese la mano e mormorò a bassa voce

qualche parola araba che non compresi, ma di cui intuii il significato.

La moglie del console d'Austria a Tripoli è forse la più bella donna

che abbia veduto in Siria e la sua acconciatura era la più graziosa,

la più carina di tutte quelle che avevo ammirato prima di allora.

Fece segno al dragomanno del consolato di avvicinarsi e lo incaricò

di dirmi tutto quello che il suo bel viso m'aveva già detto. La mia

camera era già pronta, essa stessa andava a prepararmi la cena e

voleva servirmela; suo marito si era messo di cattivo umore temendo

ch'io non trovassi in casa sua tutti gli agi ai quali avevo diritto

d'aspettarmi. Era malato e la menoma agitazione lo metteva fuori di sè;

ma essa lo aveva rassicurato promettendogli che non mi sarebbe mancato

nulla o che almeno essa otterrebbe il mio perdono per ciò che essa non

riescirebbe a procurarmi. Mentre parlava così ed accompagnava le sue

parole coi più graziosi sorrisi e con uno sguardo in cui una punta

d'inquietudine si mescolava alla lieta dolcezza che sembrava essere

nella sua natura, io aveva bell'e dimenticata la mia ira e la causa

che l'aveva procurata. Guardavo via via quella donna ancor così bella,

così giovane ed attraente, un gruppo di bambini che giocavano in un

canto serbando un silenzio che rivelava un certo timore, ed il padre

di famiglia, il marito, il padrone, avvolto nella sua veste da camera

e nel suo malumore. Mi venivano in mente altre coppie europee, viventi

sulle stesse basi, offrenti lo stesso contrasto, e dicevo a me stessa

che la natura umana è la medesima sotto tutte le latitudini e con tutte

le usanze.

Bisognò seguire senza cerimonie la bella padrona di casa nella sala

da pranzo, e ricevervi dalle sue bianche mani tutto ciò che le piacque

offrirmi. Qualche momento più tardi, io gustavo il riposo più assoluto

in una camera confortevolmente ammobigliata. L'indomani il nostro

console si rivelò d'eccellente umore. Mentre io dormivo ancora, egli

aveva ricevuto la lettera de' suoi cognati che annunciava il mio

arrivo e che aveva avuta in ritardo per un incidente inatteso. Partii

dunque da Tripoli soddisfattissima del breve soggiorno che vi avevo

fatto, e perfettamente riconciliata coll'ottimo console che, dopo

tutto, era semplicemente un galantuomo, d'umore un po' vario e molto

malato. Quattro sole ore di marcia ci separavano da Badun[29]; il tempo

era bello e caldo, i nostri bagagli ci avevano preceduto, secondo il

solito, ed eravamo liberi da ogni noia; ma è precisamente in mezzo ad

una sicurezza completa che quasi sempre ci accadono guai.

Ci era impossibile di smarrirci durante la prima parte del nostro

viaggio verso Badun, poichè non dovevamo lasciare la spiaggia del mare,

ma fatalità volle che noi raggiungessimo un promontorio che segna il

punto dal quale la strada si stacca dal mare proprio quando la notte

spegneva gli ultimi bagliori del crepuscolo. Un'altra circostanza

molto disgraziata, di cui risentii gli effetti durante tutto il tempo

del mio viaggio, fu di avere per dragomanno un uomo altrettanto vano

quanto sciocco ed ignorante. Piccolo di statura e molto brutto, questo

personaggio, alternatamente ossequioso ed arrogante, era di origine

europea, perchè era nato a bordo di una nave danese che recava sua

madre nel Levante. Questo bastimento era tutto ciò che avesse mai

conosciuto dell'Europa, e la sola lingua occidentale che fosse riescito

a balbettare era l'italiana. Stabilitosi a Costantinopoli egli era

riescito, non so come, ad occupare una discreta posizione. Durante il

primo anno del mio soggiorno in Asia, lo avevo impiegato per qualche

mese nella fattoria, poi avendolo incontrato al mio passaggio da Angora

avevo acconsentito ad ammetterlo di nuovo nella mia scorta. Dacchè ero

entrata nella Siria, mi ero però accorta che l'arabo non gli era meno

straniero degli altri idiomi orientali ed occidentali e rimpiansi, ma

troppo tardi, di avere ingrossato il mio seguito con quell'importuno.

Ai suoi occhi, il titolo d'interprete e quello di primo ministro

si equivalevano: pertanto egli profittava di ogni occasione per

mandare innanzi il grosso della carovana e darsi la soddisfazione

di pavoneggiarsi al mio fianco, col fucile in ispalla, sul più alto

de' miei cavalli e ostentando un'immensa sciarpa rossa guarnita di

pugnali e di pistole. Se questo bizzarro dragomanno non fosse stato

che inutile non avrei preso al tragico l'impiccio della sua presenza;

sgraziatamente, non meno ignorante in geografia che in linguistica,

egli aveva la pretesa di possedere nei menomi particolari la carta

dei paesi che percorrevamo. Il giorno della nostra marcia su Badun

riconoscemmo a nostre spese quanto questa pretesa fosse infondata.

Guidati dal personaggio testè descritto, seguimmo dapprima la costa

fino al promontorio che taglia la strada di Badun. A partire da

quel promontorio, la via fa una svolta a sinistra, attraversa alcuni

avvallamenti e poi ritorna a sboccare sulla riva a breve distanza da

Badun. Il nostro dragomanno, giunto al promontorio, ci avviò verso le

alture; ma, invece di seguire la strada tracciata, ci gettò dietro a

lui nel letto di un torrente che, non solo ci allontanava dalla nostra

direzione, ma opponeva ai nostri cavalli numerosi ostacoli. All'escire

dal torrente ci trovammo sul declivio di un'alta montagna faccia a

faccia con un cumulo di roccie che chiudevano da ogni lato l'orizzonte.

Era evidente, dall'aspetto desolato di quel paesaggio, illuminato dalla

luna, che la nostra guida si era ingannata e questa volta anche la

sua fiducia sembrava scossa. Avremmo dovuto passare la notte all'aria

aperta? Dovevamo proseguire, tornare indietro o fermarci? Dibattevamo

melanconicamente queste varie soluzioni, quando uno di noi credette

di riconoscere un sentiero che doveva condurre ad un villaggio. Non

c'era da esitare: non era più Badun, ma un rifugio qualsiasi che

avevamo premura di raggiungere. Prendemmo dunque la direzione indicata

da alcune traccie, che fortunatamente non ci ingannarono, perchè ci

condussero sulla spianata di una montagna donde scoprimmo un villaggio

abbastanza vicino. Non fu difficile arrivare alle prime case, ma il

penetrarvi, giacchè le strade silenziose in cui eravamo assomigliavano

ai viali di una necropoli e le case non avevano all'esterno nè porte

nè finestre. Era evidente che i pacifici abitanti di quel villaggio

avevano adottato tutto un sistema di precauzioni notturne contro le

tribù erranti, di cui avevano certamente dovuto subire più di una

volta le incursioni. Due o tre dei nostri erano andati frattanto in

una capanna che sorgeva all'ingresso del paese e che sembrava meno

barricata e meno inaccessibile delle case vicine. In fatti la porta che

seppero scovare cedette ai loro colpi ed essi ricomparvero ben tosto

spingendosi innanzi un uomo mezzo svestito, mentre lamenti di donne

cominciarono a levarsi da tutte le abitazioni finitime, come un segnale

d'allarme. Dovemmo penar molto per convincere il nostro prigioniero

che non esigevamo da lui alcun prezzo di riscatto, anzi che eravamo

disposti a pagarlo abbondantemente se avesse voluto condurci a Badun.

Il mariuolo pretendeva d'essere cieco e gli risposimo che toccava a lui

di guidarci seguendo quello de' suoi sensi che l'aiutava per solito

a raccapezzarsi. Non eravamo del resto malcontenti di mortificare il

nostro dragomanno, col sostituire una guida cieca ad una ignorante.

Sgraziatamente il contadino che avevamo catturato era cieco fino ad

un certo punto, e, dopo aver camminato un bel pezzo dietro a lui, ci

accorgemmo che per scroccarci un po' di denaro si limitava a farci

gironzare intorno al suo villaggio. Occorse che uno della nostra scorta

accostasse all'orecchio di quell'individuo la canna della sua carabina

minacciandolo di tirare se avesse continuato a burlarsi di noi. Da quel

momento il sedicente cieco smise d'incespicare e di andare a tastoni,

camminò dritto e svelto davanti a noi fino a Badun, che era lontano due

ore di marcia dal villaggio in cui eravamo penetrati.

Non temo d'insistere su simili avventure. Quei ritardi, quelle

delusioni, quelle dispute fra viaggiatori e dragomanni, quel ricorrere

alla forza di fronte a popolazioni malevole o perverse, tutto ciò

caratterizza un viaggio in Oriente e deve trovar posto nelle narrazioni

di chiunque voglia far comprendere costumi così nuovi ad un europeo.

Posso ormai raccontare più rapidamente le due giornate di viaggio

che mi separavano ancora da Beyrut. Non ho nulla da dire di Badun,

salvo che vi trovai con una soddisfazione ben comprensibile una buona

camera ed una buona cena. Da Badun a Beyrut la strada costeggia il

mare. Camminavamo per un tratto nella rena della spiaggia ed i nostri

cavalli bagnavano i piedi nelle onde salse; oppure seguivamo le traccie

di antiche strade elevate dall'epoca romana sui pendii rocciosi dei

monti che si ergono a picco fuor dalle onde. Passammo davanti alla

vetusta città di Biblos, le cui fortificazioni sono opera dei Crociati

e che ora ha il nome di Gibel. Durante questo tratto di strada, per la

prima volta dopo il mio arrivo nella Siria, incontrammo viaggiatori

europei, un ministro della Chiesa Anglicana colla moglie. Il marito

era vestito interamente di nero, come fosse sul punto di salire sul

pulpito, con una cravatta bianca e stretta, un cappello di feltro

candido accompagnato da un crespo nero. La moglie era vestita come

per una passeggiata in un parco inglese, salvo che portava sopra il

suo cappello una specie di cappuccio molto complicato fabbricato con

cartone, tela ed ossi di balena e destinato a garantirla dai raggi

del sole. Con tutto ciò l'ombrellino conservava i suoi privilegi ed

ondeggiava sopra il cappuccio. Questa coppia così poco orientale nelle

sue abitudini e nella sua apparenza era in missione. Non parlava altra

lingua che l'inglese e, munita di un certo numero di Bibbie, di una

grammatica e di un dizionario arabo, percorreva le città e le campagne,

i monti e le pianure, il deserto e i luoghi abitati, convertendo, o

cercando di convertire al protestantesimo tutti in un fascio turchi ed

arabi, mussulmani, idolatri, ebrei e cattolici.

La vita intima e la vita nomade in Oriente · 第 11 / 16 段