Un bimbo che rincasava col suo gregge ci assicurò di aver inteso dire

che in un dato villaggio si erano alloggiati mulattieri spettanti

ad una carovana di viaggiatori. A stento consentì con una mancia

anticipata a farci da guida. Lo seguimmo per più di un'ora, ormai

in piena notte, mentre la stanchezza mi opprimeva. D'un tratto il

fanciullo fuggì dopo averci additato alcuni fuochi lontani che

annunciavano un villaggio ove, asseriva, avremmo trovato quanto

cercavamo. Sebbene questi presagi non fossero favorevoli, ad un'ora

così avanzata della notte non ci rimaneva altro da fare che di recarci

là ove ci aveva indirizzato il ragazzo e doveva evidentemente sorgere

un villaggio, per aspettarvi l'alba anche senza bagagli. Ci toccò

infatti di trascorrere in tali condizioni quelle ore notturne.

Le notti passate così sono orribili. Viaggiando in Oriente, non si

porta con sè nulla di superfluo, un materasso, qualche oggetto per

ripulirsi, un po' di zucchero, di riso e di caffè, non altro; ci si

riduce allo stretto necessario e si riesce a contentarsi. Ma più sono

semplici questi preparativi tanto più gravoso è il rinunciare anche ad

essi. E cosa vi si offre in aggiunta, supponendo che i vostri ospiti

sieno buona gente disposta ad offrirvi qualcosa? Come materassa avete

una coperta imbottita che si piega in due e nell'interno della quale

siete invitata a stendervi come tra i fogli di un libro. Il pasto

consiste di solito in un piatto di riso cotto nell'acqua e condito con

un burro Dio sa di quale data. Nelle case ben montate vi servono dei

cucchiaj di legno utilissimi per mangiare; nelle piccole case vi si

lascia la scelta o di prendere il riso colle dita o di fabbricarvi voi

stessi sul posto dei piccoli recipienti con un pezzo di pane. E bisogna

ancora spiegare che il pane d'Asia non assomiglia affatto a quello

d'Europa. Si mescola della farina d'orzo coll'acqua senza impastarla,

poi con un cilindro la si stende su di un asse lasciandole lo spessore

di un grosso quaderno di carta; si posa quindi la miscela su un largo

coperchio di casseruola o di marmitta che si avvicina al fuoco. Quando

vi è rimasta due o tre minuti, il pane è fatto. Questo pane che è molle

come il cotone deve servirvi da tovaglia, anzi da piatto, da tovagliolo

per asciugarvi le dita e per involgervi le provviste dell'indomani;

infine ne fate dei cornetti per riempirli di riso o di qualche

altra miscela poco solida e portarti alla bocca nel modo più pulito

possibile. Talora vi è servito anche un po' di latte agro e cagliato.

Ormai mi ci sono avvezza, ma a quell'epoca del mio soggiorno nel

Levante non lo potevo tollerare. Quanto al caffè, non solo è servito

senza zucchero, ma è di regola che metà della tazza sia occupata dal

fondo. Al momento di porgerlo è scosso in modo che il fondo sale alla

superficie e si mescola a tutto il liquido.

Un'altra causa d'imbarazzo per il viaggiatore rimasto senza bagagli

consiste in ciò che i pettini e le spazzole sono oggetti completamente

sconosciuti nelle campagne dell'Oriente. Fra i piccoli inconvenienti

che chiedo scusa di enumerare aggiungo l'impossibilità di versare

l'acqua in una catinella per lavarsi il viso e le mani. I catini

orientali sono, per solito, in ferro smaltato od in rame ed il fondo

ne è composto da un leggero reticolato attraverso al quale l'acqua

scorre man mano che è versata, in un secondo sudicissimo bacino dello

stesso metallo. Gli orientali tengono le loro mani sopra i fori del

primo catino mentre un servo versa loro l'acqua che si raccoglie poi

nel catino inferiore. Mentre hanno le mani bagnate in tal guisa se le

passano sul viso e sulla barba e le loro abluzioni sono terminate.

Imperfette come sono queste abluzioni sono però ripetute parecchie

volte in un giorno. Vedete a quali noie si espone il viaggiatore

europeo che faccia troppo a fidanza coi mezzi dell'ospitalità

orientale; mi basta di averle indicate senza insistere troppo.

Aggiungerò solo un particolare. Guai a chi visiti alcune parti del

Levante senza aver provvisto all'illuminazione. Nei villaggi ed anche

nelle piccole città, candele e candellieri sono sconosciuti. Vi si

bruciano scheggie di un legno resinoso che dà una luce molto viva,

ma ancor più fumo che luce. Si tengono in mano questi bastoncelli

accesi a rischio di spargere la resina infiammata su tutti gli oggetti

circonvicini e spesso sulle proprie dita, senza parlare del pericolo

che possono correre la casa e gli ospiti.

Appena alzato il sole ci rimettemmo in cammino. Dovevamo arrivare prima

della fine del giorno a Latakiè[24]. Non era ancora mezzogiorno quando

incontrammo, a poca distanza dalla città, una cavalcata composta dei

principali abitanti che veniva, secondo l'uso, a darci il benvenuto e

ad accompagnarci alla casa del console inglese dal quale eravamo attesi

ed ove ritrovammo bagagli e scorta. La casa e la famiglia del console

inglese di Latakiè dovrebbero essere additate a tutti gli stranieri

come il tipo più attraente delle case e delle famiglie arabe. Ogni

cosa vi è assolutamente nazionale, vale a dire propria dell'Oriente, e

nondimeno è difficile l'immaginare alcunchè di più elegante che questa

casa e di più rispettabile e grazioso della famiglia che vi abita.

L'uso di far comunicare gli appartamenti gli uni cogli altri è

sconosciuto nell'Oriente arabo; la corte ricollega fra loro tutte le

stanze di una casa che bastano a loro stesse. Quante sono le camere

del primo piano, altrettante le scale che terminano tutte nella corte.

Non si economizza certo così nè lo spazio nè i materiali nè la mano

d'opera, tutte cose che non costano care nel Levante, e del resto

così si usa. Si entra nella casa del console inglese di Latakiè da una

piccola porta bassa che si apre da un lato sulla strada e dall'altro

su un andito stretto e scuro che conduce alla corte. Questa ha un

pavimento di lastroni di marmo ed è circondata dai vari corpi di

fabbrica. Quello in fondo contiene la sala comune, ove si giunge da

una scala esterna in due rami come le scalinate d'accesso alle nostre

case di campagna. Il salotto è grande, rischiarato da sette finestre

che danno sui giardini e mobiliato da un divano che si stende lungo

tutte le pareti sotto le finestre; parecchi altri sofà più piccoli

sono addossati al muro. Tutti i mobili sono coperti di seta verde, le

tende delle finestre sono della stessa stoffa, il pavimento di legno è

risplendente di nettezza, un lampadario sospeso in mezzo alla stanza

ne completa l'addobbo. In faccia a questo corpo di fabbrica sorge la

sala da pranzo, vasto locale a pianterreno che non ha aperture fuor che

sulla corte e che ha in giro un rialzo riempito da file di piastrelle

e da divani. I due fabbricati laterali contengono le camere da letto,

gli uffici, la credenza ecc. La mia camera era collocata in alto

d'una scala scoperta che dava sui giardini, trovandosi allo stesso

livello delle terrazze che costituiscono i tetti delle case orientali e

sulle quali, nella stagione calda, si trasportano i letti. Il console

era un giovane arabo di Latakiè che parlava benissimo l'italiano ed

aveva tutte le belle maniere di un vero gentiluomo inglese. Mite,

intelligente ed attivo, egli esercitava un'influenza abbastanza grande

sui Drusi come pure sui Fellah e gli Ansariati dei dintorni e non

adoperava questa influenza che per calmare le passioni violente di

quelle schiatte, per mantenere o ricondurre la pace fra esse ed il

governo. Il giorno stesso del mio arrivo — non precedevo che di alcune

ore le truppe ottomane — egli aveva ricevuto una lettera del capo della

tribù ribelle, che si diceva pronto a trattare coll'amministrazione

imperiale sulla base delle condizioni che il console avesse giudicato

opportuno di proporgli. Il giovine mediatore era felice del suo

successo nell'interesse del paese e della pace in primo luogo, e poi

anche perchè sperava di acquistare un merito a Costantinopoli.

Sebbene molto giovane, il console era marito in seconde nozze di una

vedova che sembrava escita allora dall'infanzia. Questa bella giovane

indossava il grazioso costume delle donne della Siria che fa davvero

onore al loro gusto squisito. Una veste di seta di color chiaro, rosa,

celeste, viola, verde tenero, all'incirca del taglio d'una veste da

camera per uomo, aperta sul davanti ed ai lati, lascia il petto quasi

completamente scoperto. Questo abito scende fino alla caviglia ed ha

una coda che però quelle signore rialzano generalmente attaccandola con

una spilla; poi esse risvoltano i due pezzi anteriori e li attaccano

parimenti con spille sulla parte già rialzata. Larghi pantaloni rigonfi

stretti alla caviglia mostrano le loro pieghe di seta attraverso

l'abito aperto in vari punti. Una larga sciarpa di stoffa indiana o di

broccato ricinge la vita al disotto del seno che è appena velato da una

camiciola di garza di seta con lunghe maniche pendenti. Una bustina

molto attillata ricamata con oro e perle e aperta sul petto come la

veste da camera completa l'acconciatura. Le treccie scendono tanto in

basso quanto lo consentono la natura o l'arte. La testa è coperta da un

fez adorno di perle. Ecco per l'insieme del costume, ma che dire degli

accessori? Chi ha mai fatto il conto delle migliaja di bottoncini,

dei metri di passamanteria e di cordoncino che ornano la veste da

camera, i pantaloni e la camiciola? Delle catene, delle spille, dei

fermagli e dei braccialetti accumulati su quelle braccia, sul petto

e sul collo di cigno di quelle signore? Anche il fez che serve da

copricapo è ornato in cento modi curiosi. Il fazzoletto di seta di

Damasco o d'Aleppo annodato intorno al fez ricade senza pretesa sulla

spalla sinistra; molti nastri si intrecciano sul fazzoletto frammisti a

pizzi. Fez, fazzoletto, nastri e merletti non costituiscono del resto

che la simpatica intelaiatura di quell'opera d'arte: su di essa si

colloca tutta un'aiuola di fiori naturali, che occorre rinnovare ad

ogni momento. Un mazzo di rose ricade sull'orecchio, un ramo di fior

d'arancio accarezza la guancia, gelsomini, garofani, fiori di melagrano

si stendono come un diadema sulla fronte e ciascuno di questi fiori è

fissato sul fazzoletto da spilloni di diamanti di stile orientale che

arieggiano pure del fiori e delle farfalle. Le signore Siriane sembrano

aver accolto il principio che non si ha mai troppo delle cose buone e

che i giojelli sono una cosa ottima. Immaginate ora, sotto una simile

acconciatura, delle donne di statura alta e slanciata sebbene di curve

perfette, con grandi occhi neri straordinariamente scintillanti, un

colorito che avrebbe destato l'ammirazione del Tiziano, lineamenti

fini, delicati e regolari e un'espressione sempre atteggiata al più

grazioso sorriso: avrete allora un'immagine esatta della bellezza

siriaca. Dal canto mio ho veduto tipi di bellezza più notevoli, ma

ben raramente di più seducenti. Per dir tutto nondimeno soggiungerò

che le usanze europee, così poco note e così mal viste nel Levante,

minacciano di farvi breccia colla moda femminile che è forse il solo

lato del mondo mussulmano che converrebbe rispettare. Le signore

d'Aleppo cominciano ad abbandonare la veste da camera e la coda per

adottare la gonna rotonda dell'Occidente, i broccati ed i rasi d'Aleppo

e di Damasco per le stoffe di Lione e, ciò è molto peggio, i tessuti

dell'India, della Persia e del Thibet per il cachemir imitato in

Francia.

Latakiè è una cittadina fabbricata meglio delle città dell'Asia Minore;

l'architettura esteriore delle abitazioni non ha nulla di degno di

nota; ma le case vi hanno l'aria di case e non di capanne rovinate.

I marciapiedi sono così alti e le strade così sporche nel mezzo

che il solo modo di traversarle senza infangarsi fino al ginocchio,

consiste nel saltare da un marciapiede all'altro, ciò che rende il

passeggiare nella città di Latakiè alquanto faticoso. Mi recai a

visitare un arco di trionfo antico attribuito a Vespasiano; ma questo

monumento assai degradato non era forse di una grande bellezza anche

quando era intatto. Ne fui poco soddisfatta. Preferivo a quelle rovine

insignificanti i boschi di aranci, di ulivi e di fichi che circondano

la città ed i palmizi solitari che sorgono qua e là nella campagna

impregnandola a distanza del loro profumo.

LA LEGGENDA DEL SULTANO IBRAHIM — UNA SOSTA A TRIPOLI — BADUN — I

MISSIONARI INGLESI IN SIRIA

Non lasciammo Latakiè e gli amabili nostri ospiti che l'indomani

piuttosto tardi nel pomeriggio. Poco male, perchè ci aspettava solo

una tappa di quattro ore. Dovevamo passare la notte a Gubletta[25],

cittaduzza in riva al mare ove, da parecchi giorni, il fratello del

console inglese era intento a sorvegliare il ricupero di una nave

russa che aveva fatto naufragio in quei paraggi e di cui si sperava di

ritrovare il rame.

Non so se Gubletta esista perchè non l'ho veduta. Il fratello del

console inglese (che era a sua volta console di Russia) doveva

aspettarci alle porte della città, ma non trovai nè porte, nè città, nè

nulla che meritasse tal nome. Vidi soltanto una moschea ove il console

ci aveva fatto preparare un alloggio. Fui ben lieta di venire a sapere

pochi momenti più tardi ch'egli non aveva visitato quel locale e che si

era accontentato di farne escire i sotto-ufficiali della guarnigione di

Gubletta che l'occupavano. Dico che ne fui lieta perchè avevo veduto

a Latakiè la giovane moglie di quel console russo e mi sarebbe stato

penoso di dovermi formare un'opinione sfavorevole sul suo conto. Ora,

solo un selvaggio avrebbe potuto considerare come un alloggio il canile

che mi era stato offerto.

Il console non ne era colpevole e lo vidi anzi arrossire quando

gettò uno sguardo nell'interno del mio appartamento. Non posso dire

cosa questo fosse, ma è certo che le tane degli animali più immondi

sarebbero ricoveri preferibili alle camere dei sott'ufficiali della

guarnigione di Gubletta. Nonostante la fama che ha l'aria di Gubletta

dì procurare le febbri, e sebbene la sera fosse fresca e la notte

promettesse di essere addirittura fredda, mi stabilii sulla terrazza

che copre il tetto della moschea dove neppure l'aria libera valse a

farmi dimenticare un istante solo come mi trovassi nelle vicinanze

di un appartamento testè occupato dai sotto-ufficiali di Gubletta.

Malgrado tutto ciò, che bell'edificio era la vecchia moschea di

Gubletta! E come è commovente la leggenda collegata a quel monumento!

Seicent'anni or sono un sultano chiamato Ibrahim, stanco delle

grandezze, si volle votare alla vita contemplativa. Una notte, dopo

essersi procurato un abito da derviscio, escì solo dal suo palazzo e

dalla sua capitale, ed errò lungamente a caso, vivendo d'elemosina,

ma contento della sua indipendenza e della sua solitudine. Finalmente

la sorte lo condusse sulle rive del ruscello che scorre a qualche

passo dalla moschea. Se questo luogo era allora come è oggi, non mi

meraviglio che il sultano siasi deciso a fissarvisi pel resto de' suoi

giorni. A breve distanza dalla spiaggia, dietro una siepe selvatica

di arboscelli in fiore, un corso d'acqua abbastanza largo, ricco di

acque chiare e limpide, si snoda tortuoso per una prateria di circa

centocinquanta metri quadrati ch'esso abbraccia e quasi interamente

racchiude. Verso il centro di questa prateria, in cui il fresco ed il

verde durano in ogni stagione, grazie all'acqua del ruscello che filtra

nel sottosuolo, un albero immenso, di cui non saprei dire il nome,

stende i suoi rami ombrosi sopra la terrazza che corona la moschea.

Se da un rifugio così calmo e verdeggiante voi levate gli occhi in

giro, voi scorgete da un lato una serie interminabile di boschetti e

dall'altra il mare, in riva al quale sono ancora ritti gli avanzi di

un anfiteatro romano. Il sultano Ibrahim comprese la bellezza di quel

luogo, risolse di stabilirvisi e di terminarvi i suoi giorni nella

meditazione e nella preghiera. La sua vita fu corta e la leggenda

non ci dice quale sia stata la causa della sua morte prematura.

Cadde forse vittima sotto i colpi di qualche orda sanguinaria? Gli

fecero difetto le cose indispensabili alla vita, anche a quella di

un anacoreta? La sua costituzione formatasi fra gli agi ed i piaceri

non resistette alle austere aspirazioni della sua anima? Non sappiamo

nulla. La leggenda ci mostra soltanto la madre del giovine sovrano che

lascia la Corte tosto dopo suo figlio, ne segue da lungi le orme, le

perde oggi per ritrovarle domani e giunge finalmente sulle sponde di

quel limpido ruscello dove io stavo seduta ad ascoltare questa storia

narratami da un vecchio santone arabo. Non trovò di quel figlio così

a lungo cercato che il cadavere ancora caldo. La leggenda descrive

coll'enfasi dell'Oriente il dolore di quella madre in lagrime. «È

giunta dunque troppo tardi? Tanti giorni passati sulle strade deserte,

fra i pericoli, tante sofferenze, tante privazioni non avranno nessun

risultato? Non può essa più nulla per quel figlio ch'era venuta a

cercare e di cui voleva dividere l'esistenza? No, non può esser così;

le rimane qualcosa a fare per lui; essa gli innalzerà un monumento

che perpetuerà il ricordo delle sue virtù e Dio saprà bene mostrare

ai fedeli che il corpo sepolto sotto quelle volte è stato d'uno de'

suoi eletti.» Qui finisce la leggenda, ma il santone soggiunse a modo

di conclusione: «La _validè_ (sultana madre) eseguì il suo progetto

e Dio ricompensò la sua fede. Da seicento anni cioè, dacchè il corpo

del sultano Ibrahim riposa in questa moschea, innumerevoli miracoli

sono stati compiti sulla sua tomba e tutti i viaggiatori che passano

da Gubletta vengono a farvi le loro preghiere ed a deporvi la loro

offerta. Tu, che sei cristiana, non rivolgerai le tue preghiere

al sultano Ibrahim, ma se vuoi sarai ammessa nell'interno di quel

monumento e ricompenserai chi ti avrà procurato questo favore.»

Io non domandava di meglio che di ricompensare quel buon santone e

lo seguii rispettosamente fino nella sala funeraria che racchiude

l'immenso catafalco del sultano Ibrahim. Non vi trovai nulla di più

di ciò che aveva visto in tutte le moschee che custodiscono ceneri

illustri. Una cappella, o per dir meglio, una camera collocata nella

parte più remota dell'edificio e separata dalla moschea propriamente

detta contiene un cofano gigantesco posto su un piedestallo di legno

che lo rialza ancora e che è coperto da tappeti, scialli indiani e

piume. La luce del giorno non penetra che debolmente in quel recinto e

vi è sostituita da una moltitudine di lampadine ad olio che diffondono

fumo piuttosto che raggi di luce. Tutt'intorno alla stanza sono sospese

le offerte, come in alcune delle nostre chiese.

I nostri cavalli attendevano insellati ed imbrigliati alla porta della

moschea, avevamo la prospettiva di una lunga marcia ed ero impaziente

di trovarmi in aperta campagna; ma non fu facile l'escire. Ho detto che

ero dispostissima ad esprimere la mia riconoscenza al santone che mi

aveva narrato la leggenda; sgraziatamente quella leggenda era unica,

i santoni erano parecchi ed i pretendenti alla mia gratitudine si

assiepavano in una tal folla all'escita della moschea che arrischiai

di rimanerne soffocata. Anche in Europa vi sono molti mendicanti, ma

ricevono quello che voi date loro o si ritirano senza far rumore se

voi non date loro nulla. I mendicanti arabi sono d'una specie molto

diversa. Non havvi differenza fra essi e i briganti, salvo che questi

cercano i luoghi solitari a teatro delle loro gesta, mentre quelli

esercitano la loro professione in mezzo ad una popolazione che sta a

vedere guardandosi bene dall'intervenire. Malgrado la protezione del

console di Russia e delle mie guardie non so cosa sarebbe accaduto di

me se avessi rifiutato l'elemosina a questi mendicanti. Non vi pensai

neppure, ma la mia buona volontà fu inutile. È una massima generalmente

ammessa e praticata nel Levante che non bisogna mai accontentarsi di

ciò che vi si offre quand'anche vi si offrisse il doppio di ciò che

vi proponevate di chiedere. Ho ritrovato traccie di questo sistema, a

Venezia, ove certamente è stato introdotto da negozianti levantini. Un

bottegaio delle Procuratie mi domandava un prezzo stravagante di non

so più quale oggetto. Non piacendomi di mercanteggiare, gli volsi le

spalle; ma il mercante mi richiamò e mi disse:

— Diavolo! signora mia. Come scappate! Non si domanda il prezzo che si

vuole avere!

Strano principio di cui non ho ben compreso tutto il valore che dopo il

mio soggiorno in Oriente!

Fortunatamente i miei cavalli stavano alla porta della moschea. Il

console frugò nelle sue tasche, ne trasse tutti i quattrini che aveva

e li gettò in aria in modo da farli cadere un po' lontano da' miei

persecutori. Appena il suono della moneta, che batteva sulle lastre del

tempio, si fece udire, il cerchio che mi chiudeva si spezzò e mi trovai

libera. Ne profittai per lanciarmi a cavallo e partire di galoppo,

gettando uno sguardo pieno di rimpianto all'anfiteatro diroccato che

avevo dovuto rinunciare a visitare. I miei compagni di viaggio, che non

erano entrati nel sepolcreto del sultano Ibrahim, avevano percorso,

in compenso, le rovine romane e ne ritornavano incantati. A parer

loro, l'anfiteatro di Gubletta era un monumento del miglior stile ed

in un raro stato di conservazione. Ci seguiva la numerosa scorta di

«Basci-bozuk» che dovevano lasciarci quando avessimo oltrepassato

un certo posto considerato molto pericoloso. Fu nondimeno in tal

punto che ci fermammo a far colazione e vi avrei passato volentieri

qualche giorno a dispetto di tutti i briganti dell'universo, tale era

il fascino di quel luogo. Le rive del mare sono generalmente molto

aride, in Siria più che in qualunque altro luogo; ma non so per quale

segreta influenza le leggi fisiche sono talora annullate in questa

terra prodigiosa ed i paesaggi più meravigliosi si spiegano d'un tratto

ai vostri occhi là dove non credevate di incontrare che sassi, roveti

e sabbie. Talune oasi della Siria sfuggono a tutte le spiegazioni,

a tutte le ipotesi e per la loro estensione e per la natura degli

ostacoli che hanno vinto. L'aria salata del mare non dovrebbe agire

allo stesso modo su tutti i terreni che costituiscono la spiaggia? Come

accade che, dopo aver camminato intere giornate nel greto sabbioso,

fra arbusti nani e rattrappiti, vi troviate d'un tratto alla soglia

d'un giardino inglese? La sabbia cede il campo all'aiuola; i cespugli

e le boscaglie sono sostituiti da alberi vigorosi di tutte le specie,

ricoperti di fiori. Questi fiori smaglianti di colore, con ampie

corolle, deliziano gli occhi e rendono balsamica l'aria; gli uccelli

cantano a migliaia con un ardore ed un'energia che gli uccelli dei

climi più temperati non potrebbero raggiungere. Per esempio, le nostre

rondini gettano durante il volo un grido monotono e null'altro; ma

quella d'Asia, più piccola delle nostre, con ali lunghe ed una coda

allungata a forchetta di un bel turchino metallico, col petto ed il

collo di color arancione, canta presso a poco come un usignuolo. Il

timbro della voce è più profondo, ma il suo canto si scosta assai

poco per ritmo e per melodia da quello del nostro grande concertista

boschereccio. La natura orientale rivela qui la sua potenza e non ci

era mai apparsa così meravigliosa come nell'oasi ove ci siamo fermati

dopo aver lasciato Gubletta. Un vecchio castello, non so di quale

epoca, dominava una piccola altura a pochi metri dal mare. Non era

facile di distinguere a prima vista le rovine, coperte com'erano da

una tunica di edera e di altri arrampicanti. Ogni screpolatura di

quei vecchi muri non sembrava aperta che per lasciar passare ciuffi

di fiori. Tutt'intorno il paese aveva la medesima colorazione datagli

da una ricca vegetazione e, sebbene il sole fosse già abbastanza alto

sull'orizzonte, l'ombra di alberi immensi si disegnava sulla prateria

con larghe chiazze scure. Impossibile d'imaginarsi in un tale paradiso

nulla che non fosse dolce, ridente, soave. Occorre una cornice ad

ogni quadro ed una scena di sangue e di violenza avrebbe spezzato in

modo criminoso tanta armonia fra quel mare, quel cielo, quelle rovine

coperte di fiori, quei prati e quei boschetti. Mi si narrava che quel

vecchio castello era spesso riparo di briganti, ma io non lo potevo

credere. Nondimeno le guardie che ci dovevano accompagnare fino a

Tripoli (Tarabulus) ci facevano premura ricordandoci che mancavano

ancora dieci ore di marcia di cammello per arrivare a Tortosa ove

dovevamo pernottare. Convenne cedere alle loro insistenze e mi

staccai molto di malumore dal vecchio castello, dal suo velario di

fogliame e di fiori, dalla verde prateria e dall'ombra opaca. Quando

si abbandonano di questi paesaggi siriani si finisce per dire: «Non

vedrò mai più qualcosa di così bello!» È triste, perchè vi sono grandi

probabilità che sia proprio così.

La vita intima e la vita nomade in Oriente · 第 10 / 16 段