ha detto il Petrarca e mi ricordavo questo verso entrando nel mio

piccolo eden; il sogno si era dileguato lasciando solo rammarichi

dietro di sè. Il console era assente da parecchi mesi ed una squadra di

servitori arabi si era insediata in tutte le stanze e le traccie del

loro soggiorno erano troppo evidenti. Dovetti strapparmi alle belle

visioni che mi avevano un momento arriso, poi ordinare e sorvegliare

le purificazioni senza le quali non è possibile abitare in una casa

araba. Scelsi una stanza esposta al nord, per non disturbare gli

esseri microscopici che preferiscono le camere esposte a mezzogiorno.

Misi in azione durante il resto della giornata parecchie scope ed

altrettante spazzole; feci del mio meglio per moltiplicare le correnti

d'aria favorite dagli assiti mal connessi e dalle mura screpolate;

m'impadronii d'un letto in ferro verniciato che mi parve d'aspetto

rassicurante, e terminati questi preparativi potei prendere un po' di

riposo. Si capisce nondimeno che cercai tutti i modi per star lontana

da un simile alloggio e le ore della mia sosta ad Alessandretta furono

sovratutto occupate da passeggiate in riva al mare. Come dovetti

rimpiangere allora la mia ignoranza in storia naturale! Camminavo su

un mosaico di marmi preziosi e di pietre rilucenti. Il mare, che li

aveva gettati sulla spiaggia con una quantità di graziose conchiglie,

dava pure ad essi il riflesso del suo umido scintillio su cui i raggi

del sole di Siria si rifrangevano in colori mutevoli ed indefinibili,

splendendo come diamanti. Mi chinai a raccogliere manciate di quelle

pietre e di quelle conchiglie andando e venendo dalla riva alla mia

camera per deporvi la mia raccolta, ma finii per gettarla tutta dalla

finestra dopo aver riflesso che quelle pietre che mi erano parse

così preziose non potevano avere alcun valore per uno scienziato. Un

altro spettacolo destò la mia sorpresa ad Alessandretta, quello di

una piccola mandra di maiali domestici che annusavano dibattendosi a

loro agio in un recinto accanto al consolato, giacchè quelle bestie

appartenevano al console. Non ho potuto dimenticare quest'incontro

perchè un armeno di Diarbekir, che avevo al mio servizio, scambiò

quegli animali per cani di una razza di gran pregio e non riescii a

convincerlo del suo errore. Se ben compresi, egli si era imaginato che

i maiali fossero degli elefanti con una tromba più piccola.

All'escire da Alessandretta, la strada penetra quasi subito nelle

montagne che sono a sud-est e si aggira per ben quattro ore in

un labirinto di lauri e di mirti. La cittadina di Beinam[21], ove

pernottammo appunto a quattro ore di distanza da Alessandretta, ha

sparpagliato le sue case tra il fondo del vallone e l'alto del pendio,

in modo da occupare uno spazio più ampio di quello che convenga alle

sue piccole dimensioni. La casa di campagna del console inglese, ove

dovevamo scendere, era una delle ultime della città. Da quell'altura

si scopre un bellissimo panorama. Le montagne, o meglio le colline,

in mezzo alle quali avevamo camminato a partire da Alessandretta

giacevano ai nostri piedi, ed i nostri sguardi si fermavano al di là,

sul mare scuro e turchino che dal lato della Siria incorniciavano

capricciosamente le cime ritagliate a festoni dei monti e le masse

verdi delle foreste. Quanto al nostro alloggio dirò solo che lo

raggiungemmo inerpicandoci su per la montagna come le mosche si

arrampicano sui muri e che, dopo aver ben considerato il locale

offertomi, feci un interrogatorio al mio cavass per scoprire quali

reconditi motivi lo avessero determinato a condurmi in quel Purgatorio

e perchè non avesse subito cercato di collocarmi altrove. Egli mi

squadrò tutto sorpreso ed attribuì la stranezza delle mie domande

e delle mie valutazioni dei beni di questa terra ad un'imperfetta

conoscenza delle usanze turche. Finì per giurarmi, su quanto può avere

di più sacro un buon mussulmano, che la casa in cui mi trovavo era

senza confronto la più bella di Beinam. Senza insistere più oltre avrei

desiderato sapere, non foss'altro per mia istruzione, come fosse fatta

la più brutta.

Da Beinam ad Antiochia la tappa è molto lunga, qualcosa come dieci

o dodici ore secondo le previsioni. A tale riguardo devo dire che è

difficilissimo stabilire nella Siria un calcolo esatto delle ore e

delle distanze. Siccome non si è ancor pensato a misurare il terreno

ed a suddividerlo in leghe, miglia o metri, non si valutano le distanze

che dal tempo impiegato a percorrerle. Non basta, v'è di peggio; perchè

non tutti camminano collo stesso passo e non è stato scelto un passo

qualsiasi che serva come unità di misura. Se per esempio vi dicono

che occorrono dieci ore da Beinam ad Antiochia e vi appagate di tale

indicazione potreste pentirvene, perchè può darsi che voi superiate

la distanza in cinque ore e fors'anche in quindici, senza poterlo

rinfacciare a chi vi ha dato l'informazione. La colpa sarà tutta vostra

per non aver soggiunto: quali ore? di pedone, di cammello, di mulo?

Di cavallo d'affitto o di cavallo di posta? In alcuni cantoni si conta

sempre ad ore di cammello, in altre ad ore di mulo e così via. Quando

sbucammo dalle montagne eravamo circa a mezza strada e scendemmo in

una valle che ha nel centro un lago ed il lato verso occidente limitato

da una catena di montagne basse lungo le quali serpeggia la strada. A

breve distanza dal lago una vecchia locanda quasi interamente diroccata

faceva ancora una certa figura. La grandezza e la magnificenza con cui

furono costruiti quei monumenti dell'ospitalità orientale sono proprio

straordinarie. A prima vista si direbbero palazzi reali o templi

consacrati a qualche Dio ignoto. Porte simili ad archi di trionfo,

enormi pilastri che sostengono volte alte cento piedi, vastissime corti

aperte su altre ancor più immense e selciate a pietroni, tutto ciò non

contiene che scuderie e tettoie per le merci. Per ciò che concerne i

viaggiatori, non vi è ostacolo a che si stabiliscano per la notte fra

le gambe dei cavalli, oppure sotto la loro testa, cioè su un rialzo

che fiancheggia le mangiatoie. I dintorni di Antiochia armonizzano

coll'antica grandezza di quella città in decadenza[22]. Sul vertice

di una delle montagne che chiudono la valle in mezzo alla quale sorge

l'antica capitale della Siria, si possono ancora scorgere rovine di

fortificazioni. L'Oronte bagna la valle e, prima di entrare nella

città, si suddivide in parecchie braccia che formano degli isolotti sui

quali sono stati eretti dei mulini. Le conche, scaglionate di tratto in

tratto, regolano il corso delle acque che servono ad irrigare deliziosi

giardini. Il riposo ci era offerto ad Antiochia dall'agente consolare

d'Inghilterra, ricco mercante armeno, che con una cordialità perfetta

aveva messo a mia disposizione tutta la sua casa. Mi sarebbe stato pur

dolce di fermarmi ad Antiochia! Tutto mi vi invitava, le rovine ed i

giardini, i boschetti dei lauri rosa e le fontane sacre; ma bisognava

proseguire senza guardare oppure rinunciare a raggiungere Gerusalemme

prima delle feste di Pasqua. Non tardai a decidermi ed allorchè, dopo

la prima notte passata ad Antiochia, il mio ospite venne a domandarmi

qual monumento doveva farmi visitare, rimase male all'udire come avessi

rinunciato a vedere le rarità di Antiochia e contassi partire il giorno

stesso.

Lasciavamo dunque Antiochia senza aver nulla veduto di quanto essa

racchiude; ma la Provvidenza dei viaggiatori che doveva conoscere

ed apprezzare i motivi della mia condotta ci riservava un compenso,

conducendoci verso uno dei luoghi più celebri e, ciò che vale

assai meglio, più belli dei dintorni della città. Era la fontana di

Dafne[23], ove si ergeva una volta, a pochi passi da una sorgente

limpida e copiosa, un tempio che credo fosse dedicato a Venere. Il

sole già alto sull'orizzonte bruciava il nostro capo e cercavamo cogli

occhi fin da lungi un poco di ombra, quando scorgemmo un boschetto

di gelsi che coronava il vertice di una collina. Attraverso a quel

fogliame scuro si indovinavano masse biancastre di varie forme e

misure. Erano colonne di marmo bianco; talune giacevano al suolo,

altre, sebbene tronche, si reggevano tuttora in piedi; il suolo era

ingombro di moltissimi frammenti. In mezzo sorgevano alberi di ogni

età, dal lauro e dall'olivo il cui tronco nodoso era annerito dal

tempo al gelso giovane e flessibile che levava al cielo i suoi rami

snelli come le dita di una mano supplichevole. Le mura del tempio erano

crollate, le colonne rovesciate, e quelle che rimanevano in piedi non

reggevano più nè volte nè frontoni. Ma gli alberi portavano tuttora le

loro foglie, i fiori ed i frutti. E, se i succhi di alcuni si erano

disseccati, ciò non era accaduto prima d'aver affidato alla terra,

custode e tutrice fedele, i germi fecondi destinati alla riproduzione.

La vanità umana non ha ancor imparato la lezione che la natura le

ripete sin dall'inizio della creazione. L'uomo crede innalzare edifici

che dureranno quanto il marmo e gli stessi metalli. Ahimè! Quei fragili

steli, quei fiori e quelle foglie così delicati, che proiettavano un

tempo la loro ombra sui gradini del santuario decantato come perenne,

non ombreggiano oggi che le sue rovine. Anche la più gracile creazione

della natura è immortale ed il lavoro più solido dell'uomo non dura al

di là di un certo tempo.

Non avrebbe dipeso che da noi di partire da Antiochia in una carovana

numerosa. Il Giaur-Daghda non è la sola montagna dell'impero ottomano

che ripari fra le sue roccie sudditi ribelli. La grande tribù

araba degli Ansariati, che occupa una parte notevole del Libano e

dell'Antilibano, da Latakiè fino ai dintorni di Damasco, si era appena

rivoltata ed il pascià d'Aleppo mandava truppe contro quegli indomiti

montanari che pretendevano di sottrarsi alla coscrizione. Vi fu chi ci

consigliò di accompagnarci ai soldati per porci al riparo dai briganti.

Ritenni invece che il viaggiare colle truppe voleva dire affrontare il

nemico; preferii dunque di viaggiare per conto mio e di non pormi sotto

la protezione di alcuno. Durante tutta la mia lunga spedizione non mi

sono allontanata una sol volta da questa regola di condotta e, quando

mi è stato impossibile di rifiutare una scorta, ho avuto cura di non

ammettervi che dei «basci-bozuk» (ciò che si potrebbe tradurre: capi

scarichi), specie di guardia urbana o comunale che deve avere un gran

potere di seduzione poichè è così ben vista dai briganti come dai suoi

propri capi. Non so quali sarebbero state le conseguenze del sistema

opposto, ma non devo preoccuparmene se il mio non ha dato cattivi

risultati. Ho attraversato paesi assai pericolosi, a giudicare da

quanto mi si diceva, e non ho mai subito gravi noie.

La mia decisione di non unirmi alle truppe del pascià era più facile

da prendere che da eseguire. Quando si parte dallo stesso posto, si

cammina nella stessa direzione e presso a poco collo stesso passo,

non si può rimanere distanti uno dall'altro. Potevamo rimanere

indietro di una o due giornate, ma sarebbe stato tempo perso e non

ne avevamo da gettar via. Ci esponevamo inoltre, in tal guisa, a

non trovare nei villaggi che magazzeni vuoti ed alloggi infestati

d'insetti. Ci rassegnammo dunque ad oltrepassare i soldati ed a

lasciarci oltrepassare ad ogni tratto, talora fino dieci volte in un

giorno, ripromettendoci bene di non trascurar nulla per convincere gli

indigeni che i nostri incontri colle truppe non erano che fortuiti e

passaggeri. Ogni volta che noi eravamo raggiunti dai soldati questi

ci inviavano una salva di maledizioni turche che mettevano a dura

prova la mia pazienza. Un corpo d'armata che insulta una ventina di

viaggiatori! Converrà ammettere che è spingere un po' lontano l'abuso

della forza; solo a gran fatica mi rassegnai a non rendere a quegli

insolenti armati anatema per anatema. Il mio cavallo diede prova il

primo giorno di quella marcia da Antiochia a Latakiè di un grado di

intelligenza e di sensibilità che mi sorprese. La tappa era lunga,

il tempo piovoso e la strada, scavata dalla pioggia, serpeggiava

attraverso alla vallata o sul fianco dei monti. La giornata era sul

finire e la stanchezza aveva rotte le nostre fila: i cavalli più deboli

si erano lasciati distanziare dai più forti e coraggiosi e, quando

le curve della strada nascondevano alcuni cavalieri agli sguardi dei

loro compagni, quelli che erano in testa si fermavano e chiamavano ad

alte grida i ritardatarii, non rimettendosi in cammino che dopo aver

udito la voce o scorto la figura di ciascuno dei viaggiatori. «Kur»,

che non conosce nè pigrizia nè stanchezza, era come sempre il primo

della fila. «Kur» è il nome del mio cavallo bianco perchè kur significa

bianco in turco e quel cavallo non ha un pelo che non sia del più puro

candore. Osservo di passaggio che nè turchi nè arabi fanno grandi

sforzi d'imaginazione per dar nome ai loro cavalli ed ai loro cani.

Quasi sempre il nome della bestia è dato dal colore del manto. Possiedo

per altro un bel stallone arabo il cui nome vale: «Cavallo verde» per

quanto sia grigio pomellato. È del resto un nome di razza, di famiglia

e non un nome proprio. Eravamo giunti ai piedi di una montagna ripida

su cui la strada tracciata colla più primitiva semplicità si lanciava

verticalmente dalla base alla cima. Kur fece esattamente come la

strada, per quanto lo invitassi colla voce e colla briglia a temperare

i suoi ardori. Egli non mi ascoltava: ritto il capo e le orecchie, le

narici dilatate, sembrava ch'egli aspirasse avidamente l'emanazione

inebbriante recatagli dall'aria dei monti; ai miei richiami rispondeva

con un nitrito sordo, a sbalzi, fremente, ed accelerava maggiormente

il passo. Quasi sulla vetta la strada aveva una piccola svolta che Kur

nella sua impazienza si guardò bene dal seguire. Mirando dritto dinanzi

a sè, egli raggiunse la cresta che dominava a picco l'opposto versante

o piuttosto una specie di voragine incorniciata dalle grandi roccie

strapiombanti all'ingiro. Con un movimento naturale ed involontario

tirai la briglia, ma prima che avessi l'agio di riflettere che forse

io faceva in quel momento l'ultima galoppata della mia vita, eravamo

ai piedi di quelle roccie precipitando dal monte con altrettanta foga

quanta ne avevamo messa a salire. Soddisfatta di questo esito scorgevo

con gioia sullo stesso pendio pel quale scendevamo a precipizio il

villaggio dove dovevamo pernottare ed ammiravo la forza e l'elasticità

dei garretti del mio cavallo preoccupandomi solo del suo stato morale,

giacchè non è necessario d'essere arabo per affezionarsi a quelle

bestie così eroiche quanto miti e così miti quanto belle. Il mio povero

Kur, dicevo fra di me, è divenuto pazzo; quand'ecco scorsi in mezzo

alla strada che conduceva al villaggio un arabo su un bel cavallo

riccamente equipaggiato, che aveva l'aria di aspettarci. Mi affrettai

a balzare a terra avendo constatato che non vi era più alcuna speranza

di far partire Kur in qualsiasi direzione. I due cavalli uniti da una

misteriosa amicizia, che dava la spiegazione della corsa sfrenata

di Kur, nitrivano, scalpitavano, facevano i salti più straordinari

e si rizzavano sulle gambe posteriori agitando le anteriori come se

avessero accarezzato l'ambizioso disegno di stringersi la mano. Il

cavaliere arabo, che era stato mandato dal capo di quella località

per offrirmi la sua casa, pose termine al mio stupore narrandomi

che i nostri due cavalli erano compatriotti e, fors'anche un po'

consanguinei, che un pascià li aveva comprati entrambi nello stesso

villaggio, ch'egli stesso aveva acquistato il suo da quel pascià e

che i due amici, riconosciutisi da lontano, esprimevano a modo loro

il piacere che provavano a rivedersi. Aggiunse che nulla era più

normale dell'attaccamento che i cavalli arabi sentono per esseri della

loro specie e che i loro sensi sono così raffinati da rivelar loro a

grande distanza l'avvicinarsi di un essere amato od anche di un luogo

famigliare. Pregai l'arabo di far chiudere i due cavalli nella stessa

scuderia per procurare loro qualche ora di gradevole convivenza,

ed egli mi promise di esaudire la mia domanda. La riunione dei due

amici si prolungò più che non avessi supposto dapprima, giacchè il

cattivo tempo ci obbligò a passare il giorno seguente nel villaggio

e le truppe giunte qualche ora dopo di noi imitarono in ciò il nostro

esempio. Passai la giornata a visitare malati. Il governatore locale,

bellissimo uomo, molto ricco ed affarista poco scrupoloso, mi confessò

bonariamente che riscoteva le imposte, ma non le versava al fisco.

Ed alzava le spalle dicendo: «Come potrei pagarle? Non mi rimarrebbe

abbastanza denaro per la mia famiglia e per me». Egli era inquieto

per la sua salute soffrendo di attacchi di nervi, di una vista molto

indebolita e talora anche di un tremito alle gambe. Mi condusse nel

suo harem e mi presentò alle sue due spose, che mi parvero due delle

più belle persone ch'io avessi veduto in Asia. Erano però spudorate

quanto belle e le manifestazioni erotiche che esse prodigavano al loro

signore e padrone in mia presenza erano sorprendenti. Egli stesso ne

parve sconcertato; ma le due signore dal viso di bronzo non erano di

quelle che si turbino così facilmente. In un altro harem dello stesso

villaggio potei assistere ad una scena intima molto più di mio gusto.

Due giovani donne sposate da qualche anno ad un vecchio Effendi non

avevano mai avuto figli, ma la terza sposa dell'Effendi era morta

mettendo al mondo un piccolo infermo che passava la sua triste vita a

gemere ed a piangere. Nulla di più commovente delle tenere cure colle

quali le due giovani madri addottive circondavano il gracile orfanello

figlio della loro rivale. Rimasi con esse qualche tempo studiando

quel quadretto interessante di vita famigliare mussulmana. Il bimbo

mancava di grazia e di bellezza, la sua testa troppo pesante per il

suo corpo ricadeva talora sul petto e tal'altra si rigettava indietro

come se dovesse scivolare lungo la sua schiena; le sue gambette gracili

ed arcuate non sembravano destinate a poterlo mai reggere; eppure

vi era nella sollecitudine di quelle due giovani donne per il povero

orfano un misto di ingenuo e di grazioso, di pietà, d'ammirazione e

di rispetto; un certo imbarazzo nel loro modo di curare quel malatino

mostrava esaurientemente che esse non avevano mai dedicato tali cure

ad un figlio delle proprie viscere. Così, assorte in un compito nuovo

e delicato, quelle donne erano certo felici, più felici che molte gran

signore di Costantinopoli.

Partimmo all'indomani, sfidando le minaccie del tempo e le truppe

turche fecero altrettanto. La strada si allontanava sempre più

dalla riva del mare ed errava traverso a valli, gole e montagne. Il

paese era magnifico, tutto fresco e verde e scorgevo ad ogni tratto

deliziosi rifugi sotto i folti pergolati formati dagli arrampicanti.

Come erano pure le acque che zampillavano a quelle ombre, e scorrevano

con un dolce mormorio in mezzo ai prati in fiore! Come si disegnavano

armoniose le linee delle montagne che si profilavano da lungi su un

azzurro immacolato! Suppongo che durante l'estate infuocata della

Siria questi luoghi perdono molto del loro fascino, mi figuro che

questo spettacolo incantevole di freschezza, di forza e di opulenza,

che questa calma serenità della natura scompaia presto e duri appena

qualche tempo; ma fu appunto durante quei giorni privilegiati che

attraversammo il paese e non potrò mai dimenticare le impressioni che

suscitò in me.

La scena non aveva mutato l'indomani. Ci avvicinavamo a Latakiè ed

al mare, che scorgevamo talora da lungi, dall'alto dei monti. Il

tempo era capriccioso; a delle pioggie torrenziali di breve durata,

succedevano intervalli di pace luminosa nei quali si potevano vedere

le goccioline d'acqua sospese alle foglie riflettere i raggi del sole.

L'arcobaleno si lanciava spesso da un monte all'altro quasi fosse un

ponte gettato dagli spiriti dell'aria. Durante una di quelle brevi

burrasche ci dirigevamo verso un villaggetto che sembrava invitante

e dove speravamo di potere asciugare le nostre vesti e prendere un

po' di cibo. Si può giudicare quale fu la nostra sorpresa quando,

avvicinatici al villaggio, ci scontrammo nelle donne, nei bimbi,

negli stessi uomini che escivano dalle case carichi di tutto ciò che

potevano trasportare, sacchi di grano e di farina, provviste di ogni

genere, materassa, coperte, spingendo pure innanzi a sè mucche, capre,

galline e tacchini. Quella popolazione terrorizzata correva verso il

monte con tutti i sintomi dello spavento e del dolore. Accelerammo

il passo colla speranza di raggiungerli, ma man mano che noi ci

affrettavamo essi facevano altrettanto sicchè presto li ebbimo perduti

di vista. Al nostro arrivo nel villaggio abbandonato, non trovammo che

una vecchia donna e due ragazzetti che, non so per qual motivo, non

avevano seguito gli altri. Domandammo loro latte e uova offrendo di

pagare ciò che avremmo consumato ed essi ne parvero stupitissimi. Si

guardavano in faccia e talora parevano pronti a concederci fiduciosi

i viveri richiesti; ma poi si voltavano a guardare dal lato donde

eravamo giunti e riprendevano a gemere e tremare. Uno dei due fanciulli

si fece coraggio sino a chiederci se gli «altri» fossero ancora

lontani ed incoraggiato dalla nostra risposta ci additò la causa di

quel misterioso spavento. Eravamo stati scambiati per l'avanguardia

del corpo d'esercito che seguiva la medesima nostra strada e gli

abitanti si erano affrettati a porre ciò che possedessero al riparo

dal saccheggio. Ecco qual simpatia esiste in certe provincie turche

fra le truppe nazionali, cioè i difensori armati dello stato e della

legge, e le popolazioni delle campagne! Ne fui tanto più confermata

nel mio proposito di rimanere durante tutta la durata del mio viaggio

all'infuori dalle autorità regolari e dai loro rappresentanti armati.

Cominciai già quel giorno a raccogliere i frutti della mia saggezza.

Quella buona gente era così contenta di non aver a che fare se non

con stranieri col denaro alla mano che frugò nei nascondigli e ci

offerse tutto quello che i fuggiaschi non avevano potuto portar

via... Poi, mentre uno dei ragazzi andava ad avvertire i suoi amici

che non dovevano temer nulla dai loro ospiti, l'altro giovanetto e la

vecchia ci raccontarono la triste storia di tutti i saccheggi di cui

erano stati vittime quegli abitanti. Questa parte della Siria è stata

il teatro di molte battaglie fra turchi ed egiziani, e dopo che è

ritornata in potere della Porta perdura la guerra civile fra i turchi

e le tribù bellicose delle montagne. I poveri contadini che lavorano

i campi, senza parteggiare nè per gli uni nè per gli altri, sono

malmenati da tutti. Nessuno li teme nè ha interesse a risparmiarli, o

per lo meno quest'interesse che non è diretto ed immediato non potrebbe

essere valutato in Asia. La stessa loro povertà non li mette al riparo

dal saccheggio perchè fin che uno vive evidentemente possiede qualche

cosa che può essergli tolta. La schiera dei fuggiaschi rientrava nel

villaggio quando noi ne uscivamo e tutti ci salutarono augurandoci buon

viaggio con cordialità e buon umore. Se ci fossimo imbrancati colle

truppe turche, quel giorno non avremmo fatto colazione.

Era destino per altro che dovessimo finire tristemente la giornata.

I nostri bagagli ed una parte della nostra gente, la cui marcia era

meno rapida della nostra, ci avevano preceduti, dandoci convegno per

la notte in un piccolo villaggio turcomano a quattro ore da Latakiè.

Il nome di questo villaggio mi sfugge; ma il guajo fu che non ce ne

ricordammo più appunto quel giorno. La strada si stendeva allora

lungo la linea delle colline sabbiose che fiancheggiano il mare,

e noi scorgevamo da tutte le parti villaggi ed accampamenti fra i

quali dovevamo scegliere. Cadeva la sera e, nella nostra incertezza,

continuavamo a camminare. Finimmo per renderci conto che avevamo

oltrepassato la nostra meta. Ci convenne di ritornare sui nostri passi

e, avendo scorto a breve distanza un accampamento di turcomani, lo

raggiungemmo per cercare di scoprire che fosse accaduto dei nostri

bagagli e della loro scorta.

La vita intima e la vita nomade in Oriente · 第 9 / 16 段