piccolo eden; il sogno si era dileguato lasciando solo rammarichi
dietro di sè. Il console era assente da parecchi mesi ed una squadra di
servitori arabi si era insediata in tutte le stanze e le traccie del
loro soggiorno erano troppo evidenti. Dovetti strapparmi alle belle
visioni che mi avevano un momento arriso, poi ordinare e sorvegliare
le purificazioni senza le quali non è possibile abitare in una casa
araba. Scelsi una stanza esposta al nord, per non disturbare gli
esseri microscopici che preferiscono le camere esposte a mezzogiorno.
Misi in azione durante il resto della giornata parecchie scope ed
altrettante spazzole; feci del mio meglio per moltiplicare le correnti
d'aria favorite dagli assiti mal connessi e dalle mura screpolate;
m'impadronii d'un letto in ferro verniciato che mi parve d'aspetto
rassicurante, e terminati questi preparativi potei prendere un po' di
riposo. Si capisce nondimeno che cercai tutti i modi per star lontana
da un simile alloggio e le ore della mia sosta ad Alessandretta furono
sovratutto occupate da passeggiate in riva al mare. Come dovetti
rimpiangere allora la mia ignoranza in storia naturale! Camminavo su
un mosaico di marmi preziosi e di pietre rilucenti. Il mare, che li
aveva gettati sulla spiaggia con una quantità di graziose conchiglie,
dava pure ad essi il riflesso del suo umido scintillio su cui i raggi
del sole di Siria si rifrangevano in colori mutevoli ed indefinibili,
splendendo come diamanti. Mi chinai a raccogliere manciate di quelle
pietre e di quelle conchiglie andando e venendo dalla riva alla mia
camera per deporvi la mia raccolta, ma finii per gettarla tutta dalla
finestra dopo aver riflesso che quelle pietre che mi erano parse
così preziose non potevano avere alcun valore per uno scienziato. Un
altro spettacolo destò la mia sorpresa ad Alessandretta, quello di
una piccola mandra di maiali domestici che annusavano dibattendosi a
loro agio in un recinto accanto al consolato, giacchè quelle bestie
appartenevano al console. Non ho potuto dimenticare quest'incontro
perchè un armeno di Diarbekir, che avevo al mio servizio, scambiò
quegli animali per cani di una razza di gran pregio e non riescii a
convincerlo del suo errore. Se ben compresi, egli si era imaginato che
i maiali fossero degli elefanti con una tromba più piccola.
All'escire da Alessandretta, la strada penetra quasi subito nelle
montagne che sono a sud-est e si aggira per ben quattro ore in
un labirinto di lauri e di mirti. La cittadina di Beinam[21], ove
pernottammo appunto a quattro ore di distanza da Alessandretta, ha
sparpagliato le sue case tra il fondo del vallone e l'alto del pendio,
in modo da occupare uno spazio più ampio di quello che convenga alle
sue piccole dimensioni. La casa di campagna del console inglese, ove
dovevamo scendere, era una delle ultime della città. Da quell'altura
si scopre un bellissimo panorama. Le montagne, o meglio le colline,
in mezzo alle quali avevamo camminato a partire da Alessandretta
giacevano ai nostri piedi, ed i nostri sguardi si fermavano al di là,
sul mare scuro e turchino che dal lato della Siria incorniciavano
capricciosamente le cime ritagliate a festoni dei monti e le masse
verdi delle foreste. Quanto al nostro alloggio dirò solo che lo
raggiungemmo inerpicandoci su per la montagna come le mosche si
arrampicano sui muri e che, dopo aver ben considerato il locale
offertomi, feci un interrogatorio al mio cavass per scoprire quali
reconditi motivi lo avessero determinato a condurmi in quel Purgatorio
e perchè non avesse subito cercato di collocarmi altrove. Egli mi
squadrò tutto sorpreso ed attribuì la stranezza delle mie domande
e delle mie valutazioni dei beni di questa terra ad un'imperfetta
conoscenza delle usanze turche. Finì per giurarmi, su quanto può avere
di più sacro un buon mussulmano, che la casa in cui mi trovavo era
senza confronto la più bella di Beinam. Senza insistere più oltre avrei
desiderato sapere, non foss'altro per mia istruzione, come fosse fatta
la più brutta.
Da Beinam ad Antiochia la tappa è molto lunga, qualcosa come dieci
o dodici ore secondo le previsioni. A tale riguardo devo dire che è
difficilissimo stabilire nella Siria un calcolo esatto delle ore e
delle distanze. Siccome non si è ancor pensato a misurare il terreno
ed a suddividerlo in leghe, miglia o metri, non si valutano le distanze
che dal tempo impiegato a percorrerle. Non basta, v'è di peggio; perchè
non tutti camminano collo stesso passo e non è stato scelto un passo
qualsiasi che serva come unità di misura. Se per esempio vi dicono
che occorrono dieci ore da Beinam ad Antiochia e vi appagate di tale
indicazione potreste pentirvene, perchè può darsi che voi superiate
la distanza in cinque ore e fors'anche in quindici, senza poterlo
rinfacciare a chi vi ha dato l'informazione. La colpa sarà tutta vostra
per non aver soggiunto: quali ore? di pedone, di cammello, di mulo?
Di cavallo d'affitto o di cavallo di posta? In alcuni cantoni si conta
sempre ad ore di cammello, in altre ad ore di mulo e così via. Quando
sbucammo dalle montagne eravamo circa a mezza strada e scendemmo in
una valle che ha nel centro un lago ed il lato verso occidente limitato
da una catena di montagne basse lungo le quali serpeggia la strada. A
breve distanza dal lago una vecchia locanda quasi interamente diroccata
faceva ancora una certa figura. La grandezza e la magnificenza con cui
furono costruiti quei monumenti dell'ospitalità orientale sono proprio
straordinarie. A prima vista si direbbero palazzi reali o templi
consacrati a qualche Dio ignoto. Porte simili ad archi di trionfo,
enormi pilastri che sostengono volte alte cento piedi, vastissime corti
aperte su altre ancor più immense e selciate a pietroni, tutto ciò non
contiene che scuderie e tettoie per le merci. Per ciò che concerne i
viaggiatori, non vi è ostacolo a che si stabiliscano per la notte fra
le gambe dei cavalli, oppure sotto la loro testa, cioè su un rialzo
che fiancheggia le mangiatoie. I dintorni di Antiochia armonizzano
coll'antica grandezza di quella città in decadenza[22]. Sul vertice
di una delle montagne che chiudono la valle in mezzo alla quale sorge
l'antica capitale della Siria, si possono ancora scorgere rovine di
fortificazioni. L'Oronte bagna la valle e, prima di entrare nella
città, si suddivide in parecchie braccia che formano degli isolotti sui
quali sono stati eretti dei mulini. Le conche, scaglionate di tratto in
tratto, regolano il corso delle acque che servono ad irrigare deliziosi
giardini. Il riposo ci era offerto ad Antiochia dall'agente consolare
d'Inghilterra, ricco mercante armeno, che con una cordialità perfetta
aveva messo a mia disposizione tutta la sua casa. Mi sarebbe stato pur
dolce di fermarmi ad Antiochia! Tutto mi vi invitava, le rovine ed i
giardini, i boschetti dei lauri rosa e le fontane sacre; ma bisognava
proseguire senza guardare oppure rinunciare a raggiungere Gerusalemme
prima delle feste di Pasqua. Non tardai a decidermi ed allorchè, dopo
la prima notte passata ad Antiochia, il mio ospite venne a domandarmi
qual monumento doveva farmi visitare, rimase male all'udire come avessi
rinunciato a vedere le rarità di Antiochia e contassi partire il giorno
stesso.
Lasciavamo dunque Antiochia senza aver nulla veduto di quanto essa
racchiude; ma la Provvidenza dei viaggiatori che doveva conoscere
ed apprezzare i motivi della mia condotta ci riservava un compenso,
conducendoci verso uno dei luoghi più celebri e, ciò che vale
assai meglio, più belli dei dintorni della città. Era la fontana di
Dafne[23], ove si ergeva una volta, a pochi passi da una sorgente
limpida e copiosa, un tempio che credo fosse dedicato a Venere. Il
sole già alto sull'orizzonte bruciava il nostro capo e cercavamo cogli
occhi fin da lungi un poco di ombra, quando scorgemmo un boschetto
di gelsi che coronava il vertice di una collina. Attraverso a quel
fogliame scuro si indovinavano masse biancastre di varie forme e
misure. Erano colonne di marmo bianco; talune giacevano al suolo,
altre, sebbene tronche, si reggevano tuttora in piedi; il suolo era
ingombro di moltissimi frammenti. In mezzo sorgevano alberi di ogni
età, dal lauro e dall'olivo il cui tronco nodoso era annerito dal
tempo al gelso giovane e flessibile che levava al cielo i suoi rami
snelli come le dita di una mano supplichevole. Le mura del tempio erano
crollate, le colonne rovesciate, e quelle che rimanevano in piedi non
reggevano più nè volte nè frontoni. Ma gli alberi portavano tuttora le
loro foglie, i fiori ed i frutti. E, se i succhi di alcuni si erano
disseccati, ciò non era accaduto prima d'aver affidato alla terra,
custode e tutrice fedele, i germi fecondi destinati alla riproduzione.
La vanità umana non ha ancor imparato la lezione che la natura le
ripete sin dall'inizio della creazione. L'uomo crede innalzare edifici
che dureranno quanto il marmo e gli stessi metalli. Ahimè! Quei fragili
steli, quei fiori e quelle foglie così delicati, che proiettavano un
tempo la loro ombra sui gradini del santuario decantato come perenne,
non ombreggiano oggi che le sue rovine. Anche la più gracile creazione
della natura è immortale ed il lavoro più solido dell'uomo non dura al
di là di un certo tempo.
Non avrebbe dipeso che da noi di partire da Antiochia in una carovana
numerosa. Il Giaur-Daghda non è la sola montagna dell'impero ottomano
che ripari fra le sue roccie sudditi ribelli. La grande tribù
araba degli Ansariati, che occupa una parte notevole del Libano e
dell'Antilibano, da Latakiè fino ai dintorni di Damasco, si era appena
rivoltata ed il pascià d'Aleppo mandava truppe contro quegli indomiti
montanari che pretendevano di sottrarsi alla coscrizione. Vi fu chi ci
consigliò di accompagnarci ai soldati per porci al riparo dai briganti.
Ritenni invece che il viaggiare colle truppe voleva dire affrontare il
nemico; preferii dunque di viaggiare per conto mio e di non pormi sotto
la protezione di alcuno. Durante tutta la mia lunga spedizione non mi
sono allontanata una sol volta da questa regola di condotta e, quando
mi è stato impossibile di rifiutare una scorta, ho avuto cura di non
ammettervi che dei «basci-bozuk» (ciò che si potrebbe tradurre: capi
scarichi), specie di guardia urbana o comunale che deve avere un gran
potere di seduzione poichè è così ben vista dai briganti come dai suoi
propri capi. Non so quali sarebbero state le conseguenze del sistema
opposto, ma non devo preoccuparmene se il mio non ha dato cattivi
risultati. Ho attraversato paesi assai pericolosi, a giudicare da
quanto mi si diceva, e non ho mai subito gravi noie.
La mia decisione di non unirmi alle truppe del pascià era più facile
da prendere che da eseguire. Quando si parte dallo stesso posto, si
cammina nella stessa direzione e presso a poco collo stesso passo,
non si può rimanere distanti uno dall'altro. Potevamo rimanere
indietro di una o due giornate, ma sarebbe stato tempo perso e non
ne avevamo da gettar via. Ci esponevamo inoltre, in tal guisa, a
non trovare nei villaggi che magazzeni vuoti ed alloggi infestati
d'insetti. Ci rassegnammo dunque ad oltrepassare i soldati ed a
lasciarci oltrepassare ad ogni tratto, talora fino dieci volte in un
giorno, ripromettendoci bene di non trascurar nulla per convincere gli
indigeni che i nostri incontri colle truppe non erano che fortuiti e
passaggeri. Ogni volta che noi eravamo raggiunti dai soldati questi
ci inviavano una salva di maledizioni turche che mettevano a dura
prova la mia pazienza. Un corpo d'armata che insulta una ventina di
viaggiatori! Converrà ammettere che è spingere un po' lontano l'abuso
della forza; solo a gran fatica mi rassegnai a non rendere a quegli
insolenti armati anatema per anatema. Il mio cavallo diede prova il
primo giorno di quella marcia da Antiochia a Latakiè di un grado di
intelligenza e di sensibilità che mi sorprese. La tappa era lunga,
il tempo piovoso e la strada, scavata dalla pioggia, serpeggiava
attraverso alla vallata o sul fianco dei monti. La giornata era sul
finire e la stanchezza aveva rotte le nostre fila: i cavalli più deboli
si erano lasciati distanziare dai più forti e coraggiosi e, quando
le curve della strada nascondevano alcuni cavalieri agli sguardi dei
loro compagni, quelli che erano in testa si fermavano e chiamavano ad
alte grida i ritardatarii, non rimettendosi in cammino che dopo aver
udito la voce o scorto la figura di ciascuno dei viaggiatori. «Kur»,
che non conosce nè pigrizia nè stanchezza, era come sempre il primo
della fila. «Kur» è il nome del mio cavallo bianco perchè kur significa
bianco in turco e quel cavallo non ha un pelo che non sia del più puro
candore. Osservo di passaggio che nè turchi nè arabi fanno grandi
sforzi d'imaginazione per dar nome ai loro cavalli ed ai loro cani.
Quasi sempre il nome della bestia è dato dal colore del manto. Possiedo
per altro un bel stallone arabo il cui nome vale: «Cavallo verde» per
quanto sia grigio pomellato. È del resto un nome di razza, di famiglia
e non un nome proprio. Eravamo giunti ai piedi di una montagna ripida
su cui la strada tracciata colla più primitiva semplicità si lanciava
verticalmente dalla base alla cima. Kur fece esattamente come la
strada, per quanto lo invitassi colla voce e colla briglia a temperare
i suoi ardori. Egli non mi ascoltava: ritto il capo e le orecchie, le
narici dilatate, sembrava ch'egli aspirasse avidamente l'emanazione
inebbriante recatagli dall'aria dei monti; ai miei richiami rispondeva
con un nitrito sordo, a sbalzi, fremente, ed accelerava maggiormente
il passo. Quasi sulla vetta la strada aveva una piccola svolta che Kur
nella sua impazienza si guardò bene dal seguire. Mirando dritto dinanzi
a sè, egli raggiunse la cresta che dominava a picco l'opposto versante
o piuttosto una specie di voragine incorniciata dalle grandi roccie
strapiombanti all'ingiro. Con un movimento naturale ed involontario
tirai la briglia, ma prima che avessi l'agio di riflettere che forse
io faceva in quel momento l'ultima galoppata della mia vita, eravamo
ai piedi di quelle roccie precipitando dal monte con altrettanta foga
quanta ne avevamo messa a salire. Soddisfatta di questo esito scorgevo
con gioia sullo stesso pendio pel quale scendevamo a precipizio il
villaggio dove dovevamo pernottare ed ammiravo la forza e l'elasticità
dei garretti del mio cavallo preoccupandomi solo del suo stato morale,
giacchè non è necessario d'essere arabo per affezionarsi a quelle
bestie così eroiche quanto miti e così miti quanto belle. Il mio povero
Kur, dicevo fra di me, è divenuto pazzo; quand'ecco scorsi in mezzo
alla strada che conduceva al villaggio un arabo su un bel cavallo
riccamente equipaggiato, che aveva l'aria di aspettarci. Mi affrettai
a balzare a terra avendo constatato che non vi era più alcuna speranza
di far partire Kur in qualsiasi direzione. I due cavalli uniti da una
misteriosa amicizia, che dava la spiegazione della corsa sfrenata
di Kur, nitrivano, scalpitavano, facevano i salti più straordinari
e si rizzavano sulle gambe posteriori agitando le anteriori come se
avessero accarezzato l'ambizioso disegno di stringersi la mano. Il
cavaliere arabo, che era stato mandato dal capo di quella località
per offrirmi la sua casa, pose termine al mio stupore narrandomi
che i nostri due cavalli erano compatriotti e, fors'anche un po'
consanguinei, che un pascià li aveva comprati entrambi nello stesso
villaggio, ch'egli stesso aveva acquistato il suo da quel pascià e
che i due amici, riconosciutisi da lontano, esprimevano a modo loro
il piacere che provavano a rivedersi. Aggiunse che nulla era più
normale dell'attaccamento che i cavalli arabi sentono per esseri della
loro specie e che i loro sensi sono così raffinati da rivelar loro a
grande distanza l'avvicinarsi di un essere amato od anche di un luogo
famigliare. Pregai l'arabo di far chiudere i due cavalli nella stessa
scuderia per procurare loro qualche ora di gradevole convivenza,
ed egli mi promise di esaudire la mia domanda. La riunione dei due
amici si prolungò più che non avessi supposto dapprima, giacchè il
cattivo tempo ci obbligò a passare il giorno seguente nel villaggio
e le truppe giunte qualche ora dopo di noi imitarono in ciò il nostro
esempio. Passai la giornata a visitare malati. Il governatore locale,
bellissimo uomo, molto ricco ed affarista poco scrupoloso, mi confessò
bonariamente che riscoteva le imposte, ma non le versava al fisco.
Ed alzava le spalle dicendo: «Come potrei pagarle? Non mi rimarrebbe
abbastanza denaro per la mia famiglia e per me». Egli era inquieto
per la sua salute soffrendo di attacchi di nervi, di una vista molto
indebolita e talora anche di un tremito alle gambe. Mi condusse nel
suo harem e mi presentò alle sue due spose, che mi parvero due delle
più belle persone ch'io avessi veduto in Asia. Erano però spudorate
quanto belle e le manifestazioni erotiche che esse prodigavano al loro
signore e padrone in mia presenza erano sorprendenti. Egli stesso ne
parve sconcertato; ma le due signore dal viso di bronzo non erano di
quelle che si turbino così facilmente. In un altro harem dello stesso
villaggio potei assistere ad una scena intima molto più di mio gusto.
Due giovani donne sposate da qualche anno ad un vecchio Effendi non
avevano mai avuto figli, ma la terza sposa dell'Effendi era morta
mettendo al mondo un piccolo infermo che passava la sua triste vita a
gemere ed a piangere. Nulla di più commovente delle tenere cure colle
quali le due giovani madri addottive circondavano il gracile orfanello
figlio della loro rivale. Rimasi con esse qualche tempo studiando
quel quadretto interessante di vita famigliare mussulmana. Il bimbo
mancava di grazia e di bellezza, la sua testa troppo pesante per il
suo corpo ricadeva talora sul petto e tal'altra si rigettava indietro
come se dovesse scivolare lungo la sua schiena; le sue gambette gracili
ed arcuate non sembravano destinate a poterlo mai reggere; eppure
vi era nella sollecitudine di quelle due giovani donne per il povero
orfano un misto di ingenuo e di grazioso, di pietà, d'ammirazione e
di rispetto; un certo imbarazzo nel loro modo di curare quel malatino
mostrava esaurientemente che esse non avevano mai dedicato tali cure
ad un figlio delle proprie viscere. Così, assorte in un compito nuovo
e delicato, quelle donne erano certo felici, più felici che molte gran
signore di Costantinopoli.
Partimmo all'indomani, sfidando le minaccie del tempo e le truppe
turche fecero altrettanto. La strada si allontanava sempre più
dalla riva del mare ed errava traverso a valli, gole e montagne. Il
paese era magnifico, tutto fresco e verde e scorgevo ad ogni tratto
deliziosi rifugi sotto i folti pergolati formati dagli arrampicanti.
Come erano pure le acque che zampillavano a quelle ombre, e scorrevano
con un dolce mormorio in mezzo ai prati in fiore! Come si disegnavano
armoniose le linee delle montagne che si profilavano da lungi su un
azzurro immacolato! Suppongo che durante l'estate infuocata della
Siria questi luoghi perdono molto del loro fascino, mi figuro che
questo spettacolo incantevole di freschezza, di forza e di opulenza,
che questa calma serenità della natura scompaia presto e duri appena
qualche tempo; ma fu appunto durante quei giorni privilegiati che
attraversammo il paese e non potrò mai dimenticare le impressioni che
suscitò in me.
La scena non aveva mutato l'indomani. Ci avvicinavamo a Latakiè ed
al mare, che scorgevamo talora da lungi, dall'alto dei monti. Il
tempo era capriccioso; a delle pioggie torrenziali di breve durata,
succedevano intervalli di pace luminosa nei quali si potevano vedere
le goccioline d'acqua sospese alle foglie riflettere i raggi del sole.
L'arcobaleno si lanciava spesso da un monte all'altro quasi fosse un
ponte gettato dagli spiriti dell'aria. Durante una di quelle brevi
burrasche ci dirigevamo verso un villaggetto che sembrava invitante
e dove speravamo di potere asciugare le nostre vesti e prendere un
po' di cibo. Si può giudicare quale fu la nostra sorpresa quando,
avvicinatici al villaggio, ci scontrammo nelle donne, nei bimbi,
negli stessi uomini che escivano dalle case carichi di tutto ciò che
potevano trasportare, sacchi di grano e di farina, provviste di ogni
genere, materassa, coperte, spingendo pure innanzi a sè mucche, capre,
galline e tacchini. Quella popolazione terrorizzata correva verso il
monte con tutti i sintomi dello spavento e del dolore. Accelerammo
il passo colla speranza di raggiungerli, ma man mano che noi ci
affrettavamo essi facevano altrettanto sicchè presto li ebbimo perduti
di vista. Al nostro arrivo nel villaggio abbandonato, non trovammo che
una vecchia donna e due ragazzetti che, non so per qual motivo, non
avevano seguito gli altri. Domandammo loro latte e uova offrendo di
pagare ciò che avremmo consumato ed essi ne parvero stupitissimi. Si
guardavano in faccia e talora parevano pronti a concederci fiduciosi
i viveri richiesti; ma poi si voltavano a guardare dal lato donde
eravamo giunti e riprendevano a gemere e tremare. Uno dei due fanciulli
si fece coraggio sino a chiederci se gli «altri» fossero ancora
lontani ed incoraggiato dalla nostra risposta ci additò la causa di
quel misterioso spavento. Eravamo stati scambiati per l'avanguardia
del corpo d'esercito che seguiva la medesima nostra strada e gli
abitanti si erano affrettati a porre ciò che possedessero al riparo
dal saccheggio. Ecco qual simpatia esiste in certe provincie turche
fra le truppe nazionali, cioè i difensori armati dello stato e della
legge, e le popolazioni delle campagne! Ne fui tanto più confermata
nel mio proposito di rimanere durante tutta la durata del mio viaggio
all'infuori dalle autorità regolari e dai loro rappresentanti armati.
Cominciai già quel giorno a raccogliere i frutti della mia saggezza.
Quella buona gente era così contenta di non aver a che fare se non
con stranieri col denaro alla mano che frugò nei nascondigli e ci
offerse tutto quello che i fuggiaschi non avevano potuto portar
via... Poi, mentre uno dei ragazzi andava ad avvertire i suoi amici
che non dovevano temer nulla dai loro ospiti, l'altro giovanetto e la
vecchia ci raccontarono la triste storia di tutti i saccheggi di cui
erano stati vittime quegli abitanti. Questa parte della Siria è stata
il teatro di molte battaglie fra turchi ed egiziani, e dopo che è
ritornata in potere della Porta perdura la guerra civile fra i turchi
e le tribù bellicose delle montagne. I poveri contadini che lavorano
i campi, senza parteggiare nè per gli uni nè per gli altri, sono
malmenati da tutti. Nessuno li teme nè ha interesse a risparmiarli, o
per lo meno quest'interesse che non è diretto ed immediato non potrebbe
essere valutato in Asia. La stessa loro povertà non li mette al riparo
dal saccheggio perchè fin che uno vive evidentemente possiede qualche
cosa che può essergli tolta. La schiera dei fuggiaschi rientrava nel
villaggio quando noi ne uscivamo e tutti ci salutarono augurandoci buon
viaggio con cordialità e buon umore. Se ci fossimo imbrancati colle
truppe turche, quel giorno non avremmo fatto colazione.
Era destino per altro che dovessimo finire tristemente la giornata.
I nostri bagagli ed una parte della nostra gente, la cui marcia era
meno rapida della nostra, ci avevano preceduti, dandoci convegno per
la notte in un piccolo villaggio turcomano a quattro ore da Latakiè.
Il nome di questo villaggio mi sfugge; ma il guajo fu che non ce ne
ricordammo più appunto quel giorno. La strada si stendeva allora
lungo la linea delle colline sabbiose che fiancheggiano il mare,
e noi scorgevamo da tutte le parti villaggi ed accampamenti fra i
quali dovevamo scegliere. Cadeva la sera e, nella nostra incertezza,
continuavamo a camminare. Finimmo per renderci conto che avevamo
oltrepassato la nostra meta. Ci convenne di ritornare sui nostri passi
e, avendo scorto a breve distanza un accampamento di turcomani, lo
raggiungemmo per cercare di scoprire che fosse accaduto dei nostri
bagagli e della loro scorta.