Dopo tutto ciò che ho detto dell'atteggiamento del mariti orientali

verso le loro mogli, si potrebbe credere che la brutalità sia l'essenza

del loro carattere. La conclusione sarebbe falsa, giacchè il turco,

di ogni età e di qualunque classe della società, ha ricevuto dalla

natura una cortesia, una delicatezza ed una dolcezza di modi che gli

occidentali non acquistano che dopo lunghi studii, sforzi faticosi e

dominandosi continuamente. Un turco non si renderà mai colpevole nè di

una parola, nè di un gesto che possa offendere una donna, e, se tratta

sua moglie presso a poco come un essere irragionevole, in realtà essa

non fa nulla per elevarsi ad una condizione superiore. Vorrei che

vedeste l'attitudine imbarazzata e scandalizzata di un turco che si

trovi collocato fra una signora europea e la sua mandra di odalische.

Si badi che odalisca può esser tradotto letteralmente «cameriera» o

meglio ancora «donna per la camera»!

Bisogna imparare il turco per perdere così le ultime illusioni! Un

turco dunque in un caso simile si mostra più ruvido del solito colle

sue mogli, e le riduce al silenzio appena socchiudono le labbra, le

allontana con un pretesto o coll'altro, ed intanto lancia all'europea

delle occhiate di traverso che rivelano il suo timore e la sua

diffidenza e le ripete ad ogni momento: «Non badate a quello che

dicono, sono turche!» od ancora: «Voi mi trovate ben grossolano con

queste donne, non è vero? che volete, sono turche!» Ah Dio mio! Sì,

sono delle turche, nel senso che voi date a tale parola, vale a dire

delle creature sciocche e degradate; ma chi le ha rese tali? E perchè

il nome che date alle vostre compagne è divenuto il sinonimo di tutto

ciò che vi ha di basso e di incolto nel sesso femminile? Gli è che

voi avete costituito la famiglia coll'unico intento di moltiplicare i

vostri piaceri sensuali. Avete voluto che la donna vi fosse sottomessa

come una schiava; che può dunque essere se non una schiava? Ma forse

io ho già troppo prolungato queste riflessioni generali. Ormai il

lettore sa cosa voglia dire il nome di harem in Oriente e lo posso

ricondurre alla residenza che mi aveva suggerito queste divagazioni,

all'abitazione del nobile mio ospite Mustuk bey.

Il principe del Giaur-Daghda ha ormai varcato i limiti della prima

gioventù. È un uomo d'una quarantina d'anni, alto e ben fatto, con una

fisionomia che sarebbe un po' volgare, se non fosse illuminata da due

begli occhi azzurri, limpidi, sorridenti e penetranti come due spade.

Nulla rivela in lui il feudatario ambizioso ed astuto che resiste senza

posa agli ordini del suo sovrano, pur conservando le apparenze del

rispetto e della sottomissione. In Mustuk bey, o per lo meno ne' suoi

modi e nel suo linguaggio, vi è una certa bonomia. Egli non ostenta il

lusso orientale dei pascià e dei capi della sua tribù; il suo abito,

il suo contegno, la sua casa, la sua tavola, tutto in lui respira la

massima semplicità.

Dietro la casa del bey vi è una piccola corte quadrata, cinta di

fabbricati bassi ad un solo piano. Poichè la corte è rettangolare,

i due edifici che formano i lati occupano una superficie doppia

all'incirca di quella che coprono le costruzioni collocate alle

estremità. Una di queste non è che il muro divisorio fra l'harem e

la casa del bey e vi è praticata la porta d'ingresso. Due porticine,

fiancheggiate entrambe da due finestre, comunicano con ciascuno

degli edifici laterali della corte selciata. Il fabbricato in fondo

non ha che una porta e due finestre, ed è impossibile di entrare in

quel chiostro silenzioso senza ripensare all'interno di un convento

di certosini. Si accede anzitutto ad una stanza piuttosto grande,

mobiliata con materassa e cuscini e che si apre a sua volta su un'altra

camera adoperata come magazzeno e granajo. In ognuna delle celle

disposte intorno alla camera principale, regna e governa una delle

spose del bey. Si sussurra nel villaggio, ed anche nelle città vicine,

che l'universo non è concentrato per il bey in quelle quattro mura

e che altri stabilimenti, analoghi a questo, sono scaglionati ad una

certa distanza sui pendii del monte del Giaurro. A dir il vero, sarebbe

quello un lusso un po' dispendioso.

La gerarchia è sempre rispettata negli harem e, per Sardanapalo che

possa essere, e per innamorato che sia di una o dell'altra delle

sue giovani spose, Mustuk bey terrà sempre circolo presso la prima

sua moglie in ordine di data. Infatti mi condusse da lei, quando,

dopo aver visto che la grande sala fuori dalla cinta sacra era stata

apparecchiata perchè io vi potessi dormire, mi dichiarai pronta a fare

il dover mio con quelle signore.

La «signora in capo» mi sembrò stranissima nell'aspetto e, guardandola,

pensavo involontariamente ad una acrobata pensionata. Questa sultana

era stata bellissima e la sua bellezza non era ancor tutta scomparsa;

il suo colorito presentava una strana mescolanza della secchezza

recatavi dal sole e di una serie di strati di pittura sotto la quale la

pelle originaria non era più visibile. I suoi grandi occhi verde-mare

erano straordinariamente cerchiati: si sarebbero detti serbatoi posti

sotto la glandola lacrimale per raccogliere i torrenti che ne potessero

escire. La sua bocca grande, ma ben modellata, lasciava vedere dei

denti ancora bianchissimi, ma troppo staccati gli uni dagli altri

e che sembravano oscillare nelle gengive, il cui rosso troppo vivo

e la malsana enfiagione evocavano cattivi pensieri. Evidentemente

essa sdegnava le parrucche di pelo di capra, ma aveva tinto in rosso

fulvo i suoi propri capelli. Tutta la sua acconciatura era, non solo

accurata, ma ricercata e colpiva col contrasto offerto dallo spettacolo

de' suoi bimbi vestiti come piccoli mendicanti. Finchè suo marito fu

presente essa si mostrò timida e spaventata come una giovanissima

sposa il giorno del matrimonio, coprendosi il viso col velo, colle

mani, con tutto ciò che era alla sua portata, e non rispondendo che

a monosillabi. Voltato il naso contro il muro, essa tratteneva lo

scoppiettare di un riso nervoso, sembrava sul punto di piangere alla

prima occasione favorevole, ripeteva insomma le piccole manovre che

avevo veduto eseguire così spesso da donne nella stessa posizione e che

lusingano sempre visibilmente i mariti orientali.

Essi si dicono che tale turbamento deriva, nelle donne, dal senso della

loro inferiorità e, poichè l'inferiorità di chi ci circonda suppone

necessariamente la nostra propria superiorità, il padrone di un harem

interpreta come un omaggio l'imbarazzo prodotto dalla sua presenza.

È questo un sentimento che non spetta, del resto, esclusivamente, nè

ad un popolo nè all'uno dei due sessi: fa parte degli elementi che

costituiscono la natura umana.

Dopo aver goduto per qualche tempo il simpatico turbamento che egli

produceva ed avermi supplicata più volte di non fare attenzione a

sua moglie che era una semplice turca, il bey ci lasciò soggiungendo

che io non avrei potuto cavare una parola da lei, finchè egli fosse

stato presente. Quand'ebbe varcato la soglia, io mi voltai verso sua

moglie ed al primo momento credetti che fosse scomparsa in una botola,

lasciando dietro di sè a rappresentarla i suoi vestiti accomodati in

un pacco. Una leggera ondulazione in quell'informe ammasso mi convinse

del mio errore e tosto il viso dipinto della mia bella ospite ne emerse

come da una nuvola. L'addio del suo caro sposo l'aveva piombata in una

così grande emozione che aveva provato la necessità di nascondere la

sua testa fra le sue gambe. Quelli che conoscono il modo di sedersi

degli orientali capiranno che le evoluzioni della moglie di Mustuk non

offrivano grandi difficoltà.

Quando fummo sole, essa depose la sua maschera di fosca timidezza

e chiacchierò per qualche tempo a suo agio. Mi fece domande sulle

nostre usanze che le sembravano altrettanto strane quanto divertenti,

se devo giudicare dalle risate che si ripetevano così spesso come i

ritornelli di una canzone ed altrettanto a proposito. Rimasi nondimeno

convinta che quella bella signora era assai più intelligente di quello

che volesse ammettere suo marito, giacchè vedevo l'interesse che

essa prendeva ad una quantità di cose che non la riguardavano e la

costanza con cui essa mi domandava il perchè di ogni cosa. Mi sarebbe

stato difficilissimo di rispondere categoricamente a tutte le sue

domande in modo da farmi comprendere; ma io conoscevo già la parola

magica, il talismano che addormenta e paralizza subito ogni curiosità

degli orientali. Supponete il vostro interlocutore meravigliato al

massimo grado ed intento a chiedervi la ragione di ciò che a lui

sembra inesplicabile, mostruoso, pazzesco: vi basterà di rispondere:

«Così si usa nel nostro paese» e la sorpresa si dissiperà, non udrete

più ripetere la domanda ed il curioso si dichiarerà interamente

soddisfatto. Non vi accadrà mai che vi risponda: «Ma perchè si usa

così?» e neppure: «Chi vi impedisce di cambiare?» No, gli orientali

sono così bene avvezzi dalla più tenera infanzia a vedere, fare e

tollerare un numero infinito di assurdità consacrate dall'uso, che

giungono a considerare quest'ultimo come gli antichi consideravano

il destino, come una divinità immutabile, inesorabile, superiore a

tutte le altre, e contro la quale è inutile irrigidirsi. Quando mi

accada di trovarmi in mezzo di un popolo che si contenti di venire a

sapere che una cosa è in uso in un dato posto, per credersi dispensato

dall'esaminarla meglio e dal giudicarla, saprò cosa pensare del valore

delle sue istituzioni.

La striscia di luce che entrando dalla porta aperta, disegnava un

grande rettangolo sul pavimento, apparve d'un tratto intercettata; un

rumore di ciarle sussurrate e di pantofole strascicate sulle pietre

umide si fece udire dal di fuori e le tre altre mogli del bey, che si

trovavano per il momento a casa, vennero a fare la mia conoscenza ed a

darmi il benvenuto. La seconda e la terza si assomigliavano a tal punto

che le credetti sorelle: erano due grassoccie, la cui salsedine precoce

poteva essere scambiata per freschezza in un paese di gusti poco

raffinati. Entrambe trascinavano al loro seguito la schiera di bimbi

che la Provvidenza aveva loro regalato.

Dietro queste due donne, stava umilmente nell'ombra una figura che

attrasse subito i miei sguardi e li tenne avvinti a sè, malgrado tutte

le manovre compiute dalle altre sultane per farmi voltare dalla loro

parte. Io non ricordo d'aver mai visto nulla di più bello. Questa donna

indossava una lunga veste a strascico di raso rosso, aperta sul seno

che era appena velato da una camiciola di garza di seta, le cui larghe

maniche giungevano fin sotto il gomito. L'acconciatura del suo capo era

quella delle Turcomane e, per farsene un'idea, occorre imaginare una

complicazione, una molteplicità infinita di turbanti, messi gli uni

sugli altri o gli uni attorno agli altri, fino a raggiungere altezze

inaccessibili. Eranvi sciarpe rosse arrotolate, sei o sette volte a

spirale e formanti una torre nel genere della dea Cibele; fazzoletti

di tutti i colori intrecciati colle sciarpe che salivano o scendevano

senza un disegno prestabilito e componendo dei fantastici arabeschi;

metri e metri di mussola fina che coprivano col loro candore una parte

dell'impalcatura, incorniciavano con cura la fronte e ricadevano

in drappeggi lunghi e leggeri lungo le guancie, intorno al collo,

fino sul petto. Catenelle d'oro o piccoli zecchini, infilati gli uni

negli altri, spille in pietre preziose od in diamanti puntate nella

mussola, ondeggiavano graziosamente fra le pieghe, dando loro una certa

stabilità che non sarebbe stato ragionevole di attendersi da un tessuto

così vaporoso. I piccolissimi piedi di bambina, che sembravano scolpiti

nel marmo, apparivano e scomparivano tratto tratto sotto la lunga veste

scarlatta, mentre braccia e mani, come non ne vidi giammai, scuotevano

un numero infinito di braccialetti e di anelli che non dovevano pesar

poco e scintillavano come veri diamanti. Tutto ciò costituiva un

insieme bizzarro e grazioso al tempo istesso, ma si cessava dal vederlo

appena si avesse guardato il viso cinto da quei drappeggi ondeggianti

e che una così grande toeletta mirava ad abbellire. La bellezza di

quel viso era così singolare che io rinuncio a descriverla perchè

non è possibile dare, a chi non ha potuto contemplarla, un'idea di un

capolavoro così incantevole della natura, di un misto tanto delizioso

di grazia e di timidezza.

Come ho detto, ciascuna delle due nuove venute trascinava con sè,

aggrappati alla sua veste, i frutti delle sue viscere, assolutamente

come la madre dei Gracchi. Invece la bella donna che prediligevo

camminava sola dietro alle sue «metà», come è chiamato in Oriente

il grado di parentela che consiste nell'avere un marito comune. Essa

teneva la testa bassa e sembrava piuttosto umiliata che umile. Feci

in fretta i miei convenevoli colle due prime, perchè ero impaziente

di arrivare all'ultima e di vedere quel bel viso animarsi nella

conversazione. La saluto e non mi risponde. Le domando perchè non ha

condotto con sè i suoi bimbi, sempre silenzio. Allora le tre altre

metà, parlando tutte insieme, m'informano colla maggiore soddisfazione

che essa non ne ha, mentre la bella china il capo ed arrossisce

esageratamente. Mi dolsi di aver toccato un tasto così delicato; ma

non si indovinerebbe mai ciò che soggiunsi per attenuare l'effetto

della mia imprudenza. Avrei dato prova della più odiosa brutalità, se

avessi parlato a qualsiasi altra donna che non fosse stata un'abitante

dell'harem; ma vivevo da tre anni in Asia, e conoscevo abbastanza

bene il terreno sul quale mi inoltravo. Prendendo dunque un'aria di

confidenza elogiosa, come se dovessi dire qualcosa che potesse metter

certo un termine all'imbarazzo della bella Turcomana e restituirle

l'onore, replicai: «Certo i figli della signora son morti?»

— Non ne ha mai avuti, — urlarono le tre arpie ridendo a crepapelle.

Questa volta due lagrime scesero lungo le gote infiammate della

poveretta.

Nulla è più spregiato, vilipeso, rejetto in Oriente di una donna

sterile. Avere dei figli e perderli è certo un dolore, ma è possibile

consolarsene, dimenticarli, sostituirli. Dopo tutto, se anche

mancassero i conforti, l'oblio, ed i nuovi rampolli, la madre che

ha perduto i suoi figli non resta per questo meno una signora e la

sua posizione sociale e domestica rimane la medesima; è rispettata,

ammirata, fors'anche amata e non ha nulla da arrossire. Ma non mettere

al mondo figliuoli, quella è una disgrazia vera, immensa, irreparabile,

che vi getta nel fango e nella polvere e che autorizza l'ultima delle

schiave, pur che sia incinta, a calpestarvi. Siate pur bella, graziosa,

adorata, abbiate pur recato a vostro marito la sostanza di cui vive,

corra nelle vostre vene sangue imperiale, mentre vostro marito non

è che un facchino, dal momento che la vostra sterilità è accertata,

non avete più da sperare salvezza. Sarebbe meglio per voi finirla

colla vita, perchè ognuno dei vostri giorni sarà riempito di dolorose

umiliazioni e d'insulti.

Durante tutto il tempo che passai con quelle signore, non mi riescì

di strappare alla più bella una sola parola. Abbassava le sue lunghe

ciglia con un gesto ammirabile, i più incantevoli colori andavano

e venivano sulle sue guancie di velluto, i sorrisi più amabili

gareggiavano sulle sue labbra, ma se fosse stata muta non avrebbe

potuto rimanere più ostinatamente silenziosa. Non fu che alla fine

della mia visita, quando prendevo congedo dalle mie ospiti, ed avevo

fatto osservare alla bella taciturna, che la lasciavo senz'aver udito

il suono della sua voce, allora soltanto, fatto un passo verso di me

e, assunto un atteggiamento deciso, come se stesse per salire su una

breccia, essa disse tutto d'un fiato, con una voce dolcissima e molto

pura, ma priva della menoma modulazione nel suono:

— Signora, rimani ancora, perchè ti voglio molto bene.

Ciò detto, la bocca si richiuse, gli occhi ricominciarono a guardare il

pavimento, l'ardore della risoluzione si spense su quel magnifico viso;

l'impresa era stato coronata da successo, il complimento era giunto al

suo indirizzo e la bella fra le belle poteva riposare sugli allori.

Non so perchè, ma a partire da quel momento fui perseguitata dall'idea

che la mia regina di bellezza potesse essere idiota e che mi avesse

servito una delle frasi, forse l'unica, colla quale salutava il signore

suo sposo. Quando lo rividi gli feci, secondo l'uso, molte lodi delle

sue donne, ma insistetti sopratutto sulla rara bellezza della mia

favorita.

— La trovate dunque così bella? — disse egli con una certa sorpresa.

— Mirabilmente bella! — gli risposi.

Parve che riflettesse un momento, poi rialzò le sopraciglia,

disegnando, con questo movimento una quantità di rughe orizzontali

sulla sua fronte; spinse innanzi il labbro inferiore ed il mento,

abbassò la testa allungando il collo, alzò leggermente le spalle ed un

poco le braccia per lasciarle poi ricadere sulle coscie; finalmente mi

disse in tono semi-confidenziale:

— Non ha figli.

Era giudicata!

Avevo fretta di rimettermi in cammino.

Dopo aver passato alcuni giorni presso il principe del Giaur-Daghda,

dovevo raggiungere Alessandretta per dirigermi di là a Beirut.

Sgraziatamente il tempo piovoso venne a contrariare i miei progetti di

partenza e dovetti, molto a malincuore, prolungare il mio soggiorno

nella residenza di Mustuk, senz'altri mezzi di distrazione che

conversazioni molto monotone, un poco col bey ed un poco colle sue

mogli. Finalmente il sole ricomparve, ed io abbandonai il monte

del Giaurro, con un senso vivissimo di soddisfazione, cioè in una

disposizione d'animo ben diversa da quella in cui mi trovavo alla mia

partenza da Adana.

III.

IL VIAGGIATORE EUROPEO NELL'ORIENTE ARABO

LA VALLE D'ANTIOCHIA — LATAKIÈ — LE DONNE DI SIRIA

Quattro ore di marcia separano il palazzo del principe Mustuk dalla

cittadina di Alessandretta[20]. Il viaggiatore che da Alessandretta

si reca a Beirut comincia a percorrere le montagne fino ai dintorni

di Latakiè: di là segue le coste del Mediterraneo fino a Beirut. La

regione che quest'itinerario mi fece attraversare è una delle più

pittoresche della Siria, ed il tratto da Alessandretta a Beirut segna

un periodo distinto nel viaggio di cui vado raccogliendo i ricordi. Non

ebbi mai un'occasione migliore per constatare come siano esagerate le

apprensioni che sembrano inseparabili da una marcia in talune parti del

Levante. Si temono le fatiche e le privazioni quando ci si avvia verso

solitudini di apparenza molto inospite. Se tali timori sono a volte

giustificati, non bisogna dimenticare che i nostri viaggi in Europa

hanno pure le loro noie e le loro fatiche, e che le gioie di una corsa

avventurosa, come quella di cui voglio rievocare le vicissitudini, non

vengono sempre a riscattarne i pesi.

Per non prolungare troppo questo saggio di riabilitazione della vita

alquanto laboriosa che s'impone nel Levante ad ogni viaggiatore, mi

contenterò di dire: Non visitate la Siria nel mese di luglio, nè l'Asia

Minore in inverno; dovreste temere l'apoplessia o la congelazione.

Scegliete un'epoca favorevole, prendete un buon cavallo di cui

regolerete il passo a modo vostro, buttatevi attraverso le montagne

o sulle spiaggie bagnate dal Mediterraneo, e venite poi a dirmi se

la corsa di otto ore al giorno, fatta in simili condizioni, non valga

mille volte le lunghe giornate del viaggiatore trascinato da una comoda

berlina, sulle migliori strade d'Europa. Certo il pericolo, accanto

alla stanchezza, deve esser calcolato nelle previsioni di chiunque

voglia visitare l'Oriente, ma il miglior modo di affrontarlo consiste

nel liberarsi dai timori puerili, alimentati da vecchi pregiudizii, e

di cui si vantano volontieri le donne. Lasciando che altri collochi una

sorta di pusillanimità pretenziosa e finta fra le grazie femminili,

per conto mio faticherò sempre a comprenderla, e non riuscirò mai a

scusarla. La paura, più o meno sincera, è uno dei nemici più temibili

nel viaggiatore e, sovratutto nel Levante, chi non sa trionfare di un

così triste sentimento, deve condannarsi alla vita sedentaria.

Veniamo alla città di Alessandretta ed alle avventure del mio

pellegrinaggio verso Beirut. A dispetto dei geografi, devo negare

che Alessandretta sia una città. Potrò ammettere, se si vuole, che

lo sia stata parecchi secoli or sono, sebbene non vi siano rovine

ad attestarlo; ma non vado più in là; e non potrò mai considerare

Alessandretta che come un punto di partenza. Il paesaggio è bello; il

littorale poi magnifico. Il vasto anfiteatro di montagne colleganti il

monte del Giaurro col Libano è meraviglioso. Nulla di più ridente della

verde pianura limitata per tre lati da queste montagne, e per l'altro

lato dal mare, la pianura sulla quale sorge Alessandretta. Ma che si

può dire delle case che rappresentano la città, case in pessimo stato,

anche se sono nuove, costruite senz'ordine nè disegno e che lasciano

fra di esse, invece di strade, piccoli spazi tagliati in tutti i sensi?

Di Alessandretta si può solo dire che la temperatura vi è eccessiva

sia in estate che in inverno, che il caldo vi è intollerabile ed il

freddo rigorosissimo, che le infiltrazioni del mare vi provocano febbri

periodiche, che il bazar vi è poverissimo e la maggior parte delle

mercanzie spedite da Aleppo scompaiono quasi immediatamente nelle mani

di otto o dieci abitanti privilegiati. La città di Alessandretta, lo

ripeto, non vale che quando la si abbandona.

Vi passai nondimeno circa 48 ore. Pochi momenti dopo la nostra partenza

dal palazzo di Mustuk bey, eravamo stati sorpresi da un orribile

temporale che ci forzò a rifugiarci in una capanna di doganieri, posta

in riva al mare. Lo spazio troppo stretto non ci aveva permesso di

ricoverare le nostre cavalcature e, quando arrivammo ad Alessandretta,

ci accorgemmo che uno dei nostri cavalli, un bel turcomano color

isabella, col muso e la criniera neri, era come reumatizzato in tutta

la faccia. Non si poteva pensare a condurlo più lontano, e ci piangeva

il cuore all'idea di abbandonarlo così al suo triste destino. Decidemmo

dunque di consacrargli un'intera giornata, durante la quale avremmo

potuto prendere disposizioni necessarie per farlo ben curare.

Non si trattava più che di allogarci per un giorno e per due notti ad

Alessandretta. Eravamo scesi in casa del console di Sardegna, che ci

aveva ricevuti con tutta la cordialità alla quale i viaggiatori sono

così sensibili, ma egli viveva da celibe nella sua triste residenza, e

la sua casa, sebbene abbastanza grande, non era adatta per ricevere la

nostra numerosa carovana. Il console comunicò il suo imbarazzo ad un

collega, agente consolare della Gran Bretagna, ed il risultato della

conferenza fu di mettere a nostra disposizione la dimora del console

inglese, allora in congedo, e tutto ciò che essa conteneva. Accolsi

questa decisione con una gioia quasi infantile. Avevo osservato,

nella casa del console d'Inghilterra, certi particolari di griglie

verdi, di balconi coperti che mi riportavano come d'incanto in mezzo

alle simpatiche dimore di Cheltenham e di Brighton. Passare un giorno

e due notti in uno di quegli eden in miniatura, che mi appariva

inaspettatamente, sulle rive del mare di Siria, dopo esser rimasta

digiuna, durante degli anni, di ogni lusso e di ogni eleganza, ciò

somigliava ad un sogno, ad un sogno d'Europa.

_Ma nulla è al mondo in c'uom s'affida_

La vita intima e la vita nomade in Oriente · 第 8 / 16 段