Col nome di harem si designa qualcosa di complesso e di molteplice.

V'è l'harem del povero, quello delle classi medie e del gran signore,

l'harem della provincia e quello della capitale, l'harem della campagna

e quello della città, quello del giovinotto e quello del vecchio, del

pio mussulmano che rimpiange i tempi andati e del maomettano spirito

forte, scettico, riformatore, che veste la redingote. Ognuno di questi

harem ha il suo carattere speciale, il suo grado d'importanza, i

suoi costumi, le sue abitudini. Il meno strano di tutti, quello che

più si accosta ad un'onesta famiglia cristiana, è l'harem del povero

abitante della campagna. La moglie del contadino, costretta a lavorare

nei campi e nell'orto, a condurre le greggi al pascolo, a recarsi nei

villaggi per farvi o vendere le provviste, non è prigioniera nelle

mura del suo harem. Quand'anche, ed è raro, la casa coniugale abbia

due stanze, di cui una teoricamente riservata alle donne, gli uomini

non ne sono banditi rigorosamente. È raro che il contadino abbia

parecchie mogli. Ciò non accade che in casi straordinari, per esempio

quando un giornaliero, cioè un servo, un inferiore, sposi la vedova

del suo padrone, fatto che non si verifica che se la signora non è più

in età da poter aspirare a miglior partito. Con questo matrimonio il

servo viene ad essere un poco più ricco di prima e, dopo qualche anno

di fedeltà coniugale, quando vede che gli anni hanno camminato più

presto per sua moglie che per lui, profitta della sua agiatezza per

aggiungersi una compagna più di suo gusto. Non conosco altri contadini

poligami che quelli che abbiano sposato, nella loro prima gioventù, una

vecchia possidente.

Salvo quest'eccezione la famiglia del contadino turco è simile a

quella del contadino cristiano e, lo dico con rammarico, il primo

potrebbe spesso servire d'esempio al secondo. Con pari fedeltà, il

vantaggio sarebbe del turco, perchè tale virtù non gli è imposta nè

dalla legge religiosa, nè dalla civile, nè dagli usi, nè dai costumi,

nè dall'opinione pubblica, e non può esservi indotto che dalla bontà

della sua natura, alla quale ripugna il pensiero di affliggere la

sua compagna. E non le fa mai pagare il privilegio, di cui non osa

privarla, di esser sola padrona di casa, con cattivi trattamenti o

malumori; non si compensa mai col tormentarla del freno che si impone

per riguardo ad essa. La sua anima semplice e generosa sarebbe incapace

delle piccole vigliaccherie. La tradizione della debolezza della donna

in Oriente non è relegata nel dominio della favola, ed i riguardi cui

ha diritto il debole da parte del più forte sono ancora considerati

cosa seria. Tutto o quasi è concesso alla donna dacchè è ritenuta

debole. Ha il privilegio di arrabbiarsi senza motivo, di mancare

di senso comune, di parlare per diritto e per traverso, di agire a

rovescio di ciò che le si domanda e sovratutto di ciò che le si ordina,

di lavorare quando le pare e piace, di spendere come crede il denaro

guadagnato da suo marito, di pretendersi malata, di lamentarsi senza

alcuna ragione. In forza di quale legge o di quale istituzione, per

effetto diretto od indiretto di quale usanza o di qual principio, gode

essa di tale privilegio? La legge l'abbandona senza difesa al capriccio

del suo signore e padrone, l'uso la condanna; ma la bontà d'animo, la

tenerezza, la generosità naturale dell'uomo garantiscono alla donna

un'impunità quasi assoluta. Il contadino turco ama la sua compagna

come un padre e come un amante; non la contraria mai di proposito e

scientemente e non v'è noia ch'egli non affronti di buon grado per

amor di sua moglie. La donna invecchia presto in questi climi, sotto

l'influenza di un nutrimento grossolano e malsano, e di continui parti,

di cui nè la scienza nè l'arte attenuano i pericoli. L'uomo invece, che

ha una costituzione più adatta a sopportare le fatiche e le privazioni,

rimane quasi eternamente vegeto. È frequentissimo qui il caso di

vecchi di più di ottant'anni che abbiano intorno bimbi che sono la loro

progenitura diretta. Nonostante questa disparità fra l'uomo e la donna,

l'unione stretta sulle soglie dell'infanzia è di regola spezzata solo

dalla morte. Ho veduto donne decrepite, inferme, orribili, condotte

per mano, curate ed adorate da bei vecchi ritti come i pini dei monti,

colla barba d'argento, ma lunga e folta, coll'occhio vivace e limpido.

Un giorno uno di questi splendidi vecchi di cui ho parlato mi aveva

condotto la sua vecchia moglie, cieca e paralitica, colla speranza

ch'io potessi renderle il moto e la vista. La vecchia era arrivata a

cavalcioni su un asino che suo marito teneva per la briglia, camminando

allato. L'aveva poi presa nelle braccia e, depostala su un banco

vicino alla mia porta, vi aveva installato la sua povera compagna su un

ammasso di cuscini, con tutta la sollecitudine di una madre per il suo

figliolo. Dissi alla cieca:

— Dovete voler molto bene a vostro marito?

— Vorrei bene vederci — mi rispose.

Io guardavo il marito che sorrideva melanconicamente, ma senza l'ombra

di un rancore. Si passò il rovescio della mano sugli occhi e disse:

— Povera donna! la sua cecità la rende molto infelice e non sa

abituarvisi. Ma voi le renderete la vista, non è vero, _Bessadea_?

Io scuotevo la testa e stavo per protestare la mia impotenza, ma egli

mi tirò il lembo della veste e mi fece segno di tacere. Gli chiesi

allora:

— Avete dei figli?

— Ahimè! ne ho avuto uno; ma è morto da tanto tempo.

— E come mai non avete preso un'altra moglie, più robusta e che avesse

miglior salute, sì da potervi dare dei figli?

— È presto detto; ma questa povera creatura ne avrebbe avuto

dispiacere, e ciò mi avrebbe impedito di esser felice con un'altra

anche se feconda. Vedete, _Bessadea_, non si può aver tutto a questo

mondo. Io ho una moglie alla quale voglio bene da quasi quarant'anni,

non ne sceglierei un'altra.

L'uomo che mi parlava in questa guisa era un turco. Sua moglie gli

apparteneva come un mobile; nessuno l'avrebbe biasimato, nessuna

legge l'avrebbe punito se si fosse sbarazzato di quel peso inutile

con qualche atto violento. In tal caso gli avrebbero semplicemente

domandato quali fossero stati i suoi motivi per agire a quel modo.

Fortunatamente il carattere del popolo turco corregge ciò che tali

costumi hanno di odioso. Vi ha in lui un fondo prezioso di bontà, di

dolcezza, di semplicità, un notevole istinto di rispetto per ciò che

è bello, di pietà per ciò che è debole. Quest'istinto ha resistito,

e speriamo resista ancora per molto tempo, all'azione di istituti

deleterii, basati unicamente sul diritto della forza e sull'egoismo.

Per comprendere quanto vi abbia di dolcezza e di serenità innate nel

turco, bisogna osservare i contadini di origine ottomana, sia nel

loro campo, sia al mercato o sulla soglia d'un caffè. Il raccolto, le

seminagioni, il prezzo dell'orzo, la loro famiglia, ecco l'argomento

invariabile delle loro conversazioni. Nessuno di essi alza la voce,

nessuno spinge lo scherzo fino a ferire od annoiare i suoi compagni;

niuno mescola a' suoi discorsi delle bestemmie o quelle parole

grossolane che il popolo predilige in altri paesi. Questo squisito

riserbo, questi modi al tempo stesso così nobili e così semplici gli

vengono dall'educazione? No, dalla natura, che è stata prodiga pel

popolo turco; ma tutti i doni ch'essa gli ha dato tendono ad essere

alterati dalle istituzioni. Man mano che ci si allontana dalle classi

nelle quali si conserva il carattere primitivo, man mano che si penetra

nella borghesia, od in istrati ancora più alti, ecco apparire il vizio

che giganteggia, prevale e finisce per regnare solo. Abbiamo visto

testè i sani istinti del popolo turco quali si rivelano nel contadino;

bisogna ora studiare l'influenza esercitata sulle classi superiori

dalla deplorevole costituzione della famiglia mussulmana. Questa

funesta influenza può sovratutto essere constatata ne' suoi effetti,

negli strati medi della società turca, nelle imitazioni servili

provocate dagli esempi della nobiltà.

Entriamo in un harem borghese o di un piccolo gentiluomo di campagna. È

necessario anzitutto che la viaggiatrice privilegiata che vuol visitare

un così triste luogo non si faccia alcuna illusione e si prepari a

superare molte ripugnanze. Imaginatevi un corpo di fabbrica, separato

dalla casa propriamente detta, ove il padrone riceve i suoi ospiti,

ove i domestici maschi hanno soli il diritto di abitare. L'ingresso

di questo fabbricato si apre di solito su una larga tettoia ove le

galline vivono in mezzo ad ogni sorta di detriti e di immondizie. Una

scala in legno, coi gradini guasti e disgiunti, conduce alle stanze

superiori che consistono in un grande vestibolo dal quale si ha accesso

a quattro camere. Una di queste è riservata al padrone di casa che vi

abita colla favorita del momento. Le altre stanze sono occupate dal

rimanente di ciò che qui si chiama la famiglia. Donne, ragazze, ospiti

di sesso femminile, schiave del padrone o della padrona compongono

la popolazione dell'harem. In Oriente non esistono veri letti, nè

camere specialmente destinate al riposo. Grandi armadi racchiudono,

durante il giorno, mucchi di materassi, coperte e guanciali. Venuta la

sera, ognuna delle abitanti dell'harem leva dall'armadio ciò che le è

necessario, fa il suo letto dove Dio vuole e si sdraia vestita. Quando

una camera è piena, quelli che sopraggiungono si collocano altrove,

e, se le camere sono ricolme, le ultime venute vanno nel vestibolo o

sulla scala. Nulla di più sgradevole per occhi europei che l'aspetto

di quelle signore quando si alzano il mattino nelle loro acconciature

della sera precedente, cincischiate e sfiorite per la pressione delle

materassa ed i moti impulsivi del sonno.

Lo scopo principale di un padre di famiglia turco è di avere il maggior

numero possibile di figli e tutto, nella vita domestica, è subordinato

a questa considerazione. Se una donna rimane due o tre anni sterile

è subito allontanata, suo marito la sostituisce con una compagna più

feconda. Nessuno si impiccia dei rimpianti e della gelosia della povera

reietta; ma bisogna aggiungere che, se invece di gemere e di piangere

questa trova modo di disfarsi in un modo qualsiasi della sua rivale,

nessuno si cura del destino di quest'ultima. Perciò io non credo che vi

siano in nessun luogo creature più degradate delle donne turche della

classe media; la loro abbiezione si legge sul loro viso. È difficile

di pronunciarsi sulla loro bellezza per gli spessi strati di belletto

che, applicati senza gusto nè misura, sfigurano le loro guancie, le

loro labbra, le sopracciglia e i contorni degli occhi. La loro figura

è resa difforme dal taglio ridicolo delle loro vesti ed al posto dei

capelli mettono dei peli di capra tinti in arancio acceso; il loro viso

non esprime che stupidaggine, volgare sensualità, durezza ed ipocrisia.

Non hanno la menoma traccia di principi morali o religiosi. I bimbi le

occupano e le annoiano al tempo stesso, ne prendono cura come di uno

scalino di cui si possono servire per ottenere il favore del marito; ma

qualsiasi idea di dovere materno è loro straniera, come si vede dalla

frequenza degli aborti che queste donne si procurano sfacciatamente

ogni volta che la nascita di un figlio non entra nei loro piani.

Circa quindici giorni prima della mia partenza per Angora, il capo

di una confraternita di dervisci, stabilita in una cittaduzza poco

lontana dalla mia dimora, venne a chiedermi un rimedio per sua figlia

che soffriva di vari disturbi che riconobbi come altrettanti sintomi

di gravidanza. Quando espressi il mio parere al venerando personaggio,

mi rispose sorridendo che sua figlia non voleva trovarsi in tale

stato: «Lo voglia o non lo voglia» replicai «se lo è effettivamente,

bisognerà che vi si rassegni». Il vecchio rispose: «Cara signora,

non è possibile, suo marito è partito per l'esercito e mia figlia è

ben decisa a non avere altri bimbi prima ch'egli ritorni.» Lasciai

capire al derviscio che io non lo comprendevo più affatto. Il vecchio

sembrava imbarazzato, e grattandosi l'orecchio, entrava in nuove

spiegazioni, quando uno de' miei famigli che lo aveva seguito per

facilitare la conversazione, si rivolse al vecchio gridandogli,

con aria seccata: «Non te lo avevo detto di non parlare di queste

cose alla mia padrona? I Cristiani d'Occidente non ammettono questi

compromessi e non otterrete niente.» Queste parole mi illuminarono ed

io dichiarai all'uomo venerando che perdeva il suo tempo, come se mi

avesse domandato del veleno; ma dovetti faticar molto a sbarazzarmene.

Ritornava sempre al suo grande argomento della partenza del genero per

l'esercito ed assicurava del resto che il marito conosceva ed approvava

la decisione di sua figlia. Per fortuna sua, e forse anche mia, quel

modello di padre non comprese una parola del mio piccolo discorso,

anzi se ne partì dandomi la sua benedizione, attestandomi la sua tenera

amicizia e pregandomi di riflettere alla domanda che mi aveva rivolto.

Sono transazioni che accadono tutti i giorni e non urtano la coscienza

di nessuno.

Se le madri non provano vera tenerezza per i loro figli, questi se

ne curano ben poco. I ragazzi considerano le loro madri come serve,

dando loro ordini, le rimproverano per la loro pigrizia o per la loro

trascuratezza e non so se si limitano sempre a delle parole. Il pudore,

questo ornamento virgineo della prima età, non esiste nè per i ragazzi,

nè per quelli che li circondano. Tutte queste donne si vestono, si

svestono davanti ai loro figli ed i discorsi più liberi si fanno in

loro presenza. I fanciulli disprezzano le loro madri e questa vita

in comune, che fa loro perdere il rispetto per i genitori, comunica

loro spesso le tristi passioni dalle quali essi sono dominati. La

rivalità del potere che agita le madri è per i figli una sorgente di

animosità, d'invidia, di dispetto, d'orgoglio e di ira. «Mia madre è

più bella, più ricca, più giovane! è nata a Costantinopoli!» Ecco di

cosa si vantano questi ragazzi quando vogliono umiliare quelli che essi

chiamano _fratelli_.

Chi avesse le idee e gli affetti di un Cristiano in seno ad una simile

famiglia, dovrebbe esser molto compianto; ma non sarebbe esposto a

trovarvisi. Il turco, che non è mai escito dalla sua provincia, che non

conosce altra società all'infuori di quella basata sulle istituzioni

mussulmane, che considera come articolo di fede che nulla havvi di

bello e di buono al mondo oltre il suo paese, le sue leggi, le sue

usanze, che ritiene animali immondi tutti gli uomini di un'altra

religione che la sua, questo turco della classe media si compiace della

corruzione in mezzo a cui vive. Egli non ama nessuno intensamente;

non è del resto violento e crudele che in un modo negativo. Purchè

i suoi pasti siano pronti all'ora voluta, egli non chiede nulla di

più alla Divinità. I suoi figli gli sono cari, ma se muoiono egli non

pensa che a colmare i vuoti causati dalla loro perdita. Le sue mogli

soffrono per caso nell'anima o nel corpo, forse egli ne riderà, forse

vi rimarrà perfettamente indifferente. Ignorantissimo, non sapendo

neppure che esistano paesi nei quali il culto delle arti e delle

lettere occupano e deliziano la vita dell'uomo, egli non conosce che i

piaceri sensuali ed il riposo che prolunga e varia finchè può coll'uso

dell'oppio, dell'hascisch, dell'acquavite e del tabacco. Le attrattive

della conversazione sono per lui lettera morta; parla per domandare

o per ordinare quello che gli occorre; poi tace e, siccome tutti

stanno in silenzio intorno a lui, non gli rimane neppure di stare ad

ascoltare ciò che si racconta. Allorchè una delle sue mogli ha perduto

la freschezza della gioventù o, per un motivo qualsiasi, ha cessato

di piacergli, egli si astiene dal chiamarla a sè e presto dimentica

che esista. Se ha veduto al bazar una schiava che gli piaccia, la

compera, la porta a casa sua e la proclama sua favorita. Può essere

idiota, golosa, ladra: lo sa, ma che gliene importa? Non ha illusioni,

e come potrebbe averne? E perchè? Egli sa benissimo che la giovane

donna, ch'egli stringe nelle sue braccia, non prova per lui che odio e

disgusto, sa che essa gli caccierebbe volontieri un pugnale nel cuore

pur di guadagnare dieci piastre, sa pure che il suo amore non è che

una febbre effimera. Ma potrebbe esserne altrimenti? Sonvi altrove

donne, amori, febbri, risvegli diversi dai suoi? Se ne esistono, non

si cura di conoscerli. Egli ignora le gioie intime, ineffabili del

sacrificarsi. Non ha mai confessato nulla che possa nuocergli, dicendo

a sè stesso: Sono stato fedele alla verità! Non ha mai preferito

la soddisfazione di un altro alla sua propria e non si è mai detto:

Sono stato fedele alle mie affezioni! Non ha mai considerato la morte

un'aurora, l'aurora di un giorno eterno, senza nubi. Pure quell'uomo si

crede felice; ma può egli esserlo più dell'ultimo mendicante al quale è

stato concesso nella vita di sapere che significhi amare, consacrarsi a

qualcosa, credere ed attendere?

La famiglia del ricco, del nobile, del turco di Costantinopoli, che

ha frequentato la società Franca, o che ha viaggiato in Europa, non

presenta lo stesso spettacolo d'immoralità o d'ingenua turpitudine,

ma, ohimè, salvo qualche rara eccezione, la seta ed il broccato non

ricoprono ancora che uno scheletro abbietto. Le dame di quegli harem

di primo ordine non indossano, per una settimana o per un mese, la

stessa veste sudicia e spiegazzata. Ogni mattina, levandosi dai loro

letti sontuosi, esse lasciano gli abiti del dì innanzi, cambiandoli con

nuove acconciature. I loro vestiti, i loro pantaloni e le loro sciarpe

escono dalle fabbriche di Lione, e sebbene le manifatture europee non

spediscano in Oriente che gli avanzi della loro fabbricazione, questi

rifiuti fanno ancora un effetto quando avvolgono le forme splendide di

una di quelle Georgiane o di quelle Circasse che popolano gli harem.

Ma che vale l'apparenza, se la realtà, così impiastricciata, non è per

questo meno ripugnante?

Voglio dire una parola a proposito delle due razze che per la nostra

immaginazione inesperta rappresentano il prototipo della bellezza

femminile. Alta, formosa, colla persona ben modellata, uno splendido

colorito, masse di capelli neri e lucenti, la fronte spaziosa e

completa, il naso aquilino, gli occhi neri enormi e spalancati, labbra

vermiglie modellate come quelle delle statue greche di buona epoca,

denti di perla, il mento rotondo, l'ovale del viso perfetto, tale è la

Georgiana. Ammiro di tutto cuore le donne di quella razza; poi, quando

le ho bene ammirate, volgo il capo e non le guardo più, perchè sono

certa di ritrovarle, quando mi piacerà, tali e quali le ho lasciate,

senza un sorriso di più nè di meno, senza la menoma variante nella

fisionomia. Un bimbo può nascerle e morirle, il suo signore adorarla

o detestarla, la sua rivale trionfare od essere inviata in esilio,

nulla ce ne rivela il viso della Georgiana. Non so neppure se gli

anni rechino qualche mutamento a quella bellezza marmorea di cui

m'impazienta l'immobile splendore.

La Circassa non ha nè gli stessi pregi, nè le stesse lacune. È una

bellezza nordica, che mi ricorda le bionde e sentimentali figlie

d'Allemagna; ma la somiglianza non va al di là delle forme esterne.

Le circasse sono in maggioranza bionde; il loro colorito è di una

freschezza incantevole; i loro occhi sono azzurri, grigi o verdi ed

i loro tratti, per quanto fini e graziosi, sono irregolari. Quanto

la Georgiana è sciocca ed altera, altrettanto la Circassa è falsa ed

astuta. Una è capace di tradire il suo signore, l'altra di farlo morire

di noia.

Il farsi belle è la grande occupazione di queste signore. A qualunque

ora voi le trovate vestite di crespo rosso o di raso celeste, la testa

coperta di diamanti, con collane al collo, pendenti agli orecchi,

spille sui loro abiti, braccialetti alle loro braccia ed alle loro

gambe, anelli alle dita. Talora piedi nudi appaiono fuor dal vestito

di crespo rosso ed i capelli sono tagliati quadri sulla fronte,

come usano gli uomini dei nostri paesi, ma sono questi particolari

dell'acconciatura che hanno poca importanza. Gli atteggiamenti del

bel mondo femmineo devono esprimere il più profondo rispetto misto

d'un timore reverenziale per il signore dell'harem. Non appena egli

entra, subito si fa silenzio, una delle sue mogli gli leva gli stivali,

l'altra gli mette le pantofole, quest'altra gli offre la sua veste

da camera, una quarta gli reca la sua pipa, il suo caffè od i dolci.

Egli solo ha il diritto d'indirizzarle la parola e, quando degna di

rivolgersi ad una delle sue compagne, questa china gli occhi, sorride

e risponde a voce bassa, quasi temesse di far cessare l'illusione e

di svegliarsi da un sogno troppo dolce perchè possa durare a lungo.

Tutto ciò non è che una commedia che non inganna nessuno, come non

prendiamo alla lettera le pose d'innocenza e di timidezza delle nostre

educande. In realtà, tutte quelle donne nutrono scarsa simpatia per

il loro signore e padrone. Esse, che sembrano così facili ad una dolce

commozione, che non parlano se non con un debole sussurro, si rimandano

l'un l'altra delle ingiurie grossolane su di un tono acuto e rumoroso

e non vi è eccesso a cui non possano giungere contro quella delle loro

compagne che gode il favore del Sultano. Le schiave favorite sarebbero

molto da compiangere, se non si permettessero delle rappresaglie, ma si

guardano bene dal non concedersele.

Ciò che mi ha rivoltato più d'ogni altra cosa, e non è dir poco, è

l'harem in miniatura dei giovinetti di grandi famiglie. Questi ragazzi,

da nove a dodici anni, possiedono delle schiavette della loro età

presso a poco, colle quali fanno la parodia delle gesta dei loro padri.

Queste giovani, vittime di una costituzione sociale davvero mostruosa,

fanno così un orrendo tirocinio della vita che le attende, giacchè

non v'ha nulla di più crudele d'un ragazzo scostumato e la barbara

depravazione del vecchio licenzioso si ritrova all'altra estremità

della vita. Ho veduto di questi ragazzi, embrioni di pascià, picchiare

a calci ed a pugni, graffiare, ferire tutta una schiera di ragazzine

che ardivano appena piangere, mentre la giovane tigre si leccava la

lingua con un sorriso singolare che mi rammentava certe pagine di

Petronio. Con tutto ciò, voglio ancora ripeterlo, niuno sarebbe più

lontano da sentimenti così odiosi che il turco, quale l'ha fatto la

natura. Dirò di più, quel ragazzo crudele diventerà probabilmente

un uomo abbastanza buono quando avrà l'età per eseguire senza troppo

sforzo il compito sotto il quale, per il momento, soccombe.

Le grandi dame di Costantinopoli non si tengono paghe di vedere il

mondo attraverso alle griglie delle loro finestre; vanno a passeggio

nella città, nel bazar, ovunque loro garba e senz'essere sottomesse

ad alcuna sorveglianza incomoda. Un tempo la maschera procurava alle

veneziane un'estrema libertà; il velo delle donne turche rende loro il

medesimo servizio. Il marito più geloso passerebbe accanto alla sua

sposa mentre questa segue un'avventura, senza poter avere il menomo

sentore di ciò che gli accade, poichè, non solo il velo copre il viso,

non solo il mantello, detto _ferragiah_, copre tutta la persona e le

dà l'aspetto di un involto, ma veli e _ferragiah_ sono tutti della

stessa stoffa, della stessa forma e quasi dello stesso colore; è un

domino che assomiglia a tutti gli altri domino. Le signore turche

possono quindi star sicure di salvaguardare il loro incognito finchè

lo desiderano e l'infedeltà non fa loro correre alcun rischio. Perchè

mai sarebbero allora fedeli? Non per amore dei loro mariti, che

detestano cordialmente, non per rispetto ai loro doveri, giacchè anche

la parola dovere non significa nulla per esse. Profittano dunque, come

loro piace, della libertà che accordano loro le usanze. Invocate la

testimonianza degli europei che hanno abitato a Costantinopoli: vi

confesseranno, se vogliono esser sinceri, che hanno annodato più di un

intrigo amoroso nella strada o nei bazar. La morale che si può trarre

da tutto ciò è che le maggiori precauzioni non valgono nulla, quando è

scomparsa l'idea del dovere.

La vita intima e la vita nomade in Oriente · 第 7 / 16 段