Scorsi un altro gruppo poco numeroso nascosto in un angolo della corte,

sotto una specie di tetto che sporgeva sopra una finestra. Questi

uomini che contrastavano negli abiti e negli atteggiamenti col resto

della folla variopinta erano ricchi negozianti armeni di Adana che

forse per la ventesima volta venivano a chiedere un'udienza che il

pascià si dimenticava sempre di accordare loro. I sudditi cristiani

del Sultano ormai non hanno nulla da temere nè per le loro persone, nè

per i loro averi; ma la timidezza è naturale nei figli delle vittime.

Guardando i loro turbanti neri, le loro lunghe vesti sbiadite e

lacere, l'espressione umile e timorosa del loro viso, la linea sempre

curva della loro spina dorsale, potreste credervi ancora al tempo

delle confische, delle spogliazioni, dei ratti e delle impiccagioni.

Chiedendo loro di che temono, il loro spavento si accresce; se poi

cercate di far loro comprendere che la crudeltà, la violenza, la

cupidigia sono così estranee all'anima del giovane sultano come lo

sarebbero a quella di un bimbo appena nato, rischiereste di farli

svenire. Tutto fa loro l'effetto di uno spauracchio ed il meglio che vi

resta a fare è di lasciarli rabbrividire quanto vogliono, per la paura

che cercando di rassicurarli non abbiate a gettarli in un parossismo di

terrore.

Avrei ben voluto fermarmi qualche momento in questa corte, ma gli amici

che mi accompagnavano mi andavano ripetendo che la mia visita era già

stata annunciata al pascià, che questi mi attendeva e che bisognava

che ci affrettassimo. Quando fui giunta all'ingresso del vestibolo

della torre quadrata, le loro esortazioni divennero superflue. Mi

venne incontro una fiumana di segretari, sottosegretari, accenditori

di pipe, tostatori di caffè, camerieri ed altri simili dignitari

vestiti mezzo all'europea secondo l'uso di Costantinopoli. Facevano

un gran baccano: e chi mi prendeva per il braccio, per l'orlo della

mia veste o per un lembo del mio mantello, chi si slanciava innanzi

per annunciarmi al padrone, chi infine chiudeva il corteo, sì che fui

sollevata, come in un vortice, fino all'alto della scala. Ho una vaga

idea d'aver camminato sui piedi, sulle ginocchia ed anche sulle mani di

tutta una serie di sollecitatori che aspettavano l'udienza accoccolati

sui gradini; ma in ogni caso quei disgraziati devono aver compreso che

ubbidivo ad una spinta altrui, giacchè non udii levarsi dietro a me

alcuna di quelle imprecazioni così naturali in circostanze simili e

dalle quali forse neppur io avrei saputo trattenermi.

Trovammo il pascià nella sua sala d'udienza di cui tutto il lato

sul quale si aprivano le finestre era accompagnato nell'intera sua

lunghezza da un divano, secondo l'uso ottomano. Tutto il mobilio

consisteva in tale sedile, una tavola rotonda posta in mezzo alla

sala, un lampadario appeso sopra la tavola ed inoltre un piccolo

scrittojo collocato sullo stesso divano accanto al pascià. Bisogna

dire che tale divano non è un mobile che possa rimpiazzare i nostri

sofà, ma una serie di assi che sono considerati un semplice rialzo

del pavimento, tanto che la gente vi si siede sui tacchi come farebbe

in mezzo alla stanza, giacchè qui non si crede possibile di sedersi

dove non si è camminato o non si è rimasti in piedi. A casa mia, cioè

nella mia fattoria d'Asia Minore, ho alcune seggioline intrecciate

in isparto che mi sono state mandate da Milano; nei primi tempi del

mio soggiorno in Turchia ebbi l'imprudenza di offrirle, come sedile,

ad un bey, piuttosto corpulento, che veniva a farmi visita. Quale

non fu il mio spavento allorchè lo vidi rialzare il suo abito come

per eseguire un movimento difficile e porre il suo piede largo sulla

mia seggiolina! La disgraziata fece udire uno scricchiolio di cattivo

augurio ed il bey terrorizzato ritirò il suo piede e si sedette per

terra. Da quel momento si radicò l'opinione nel paese che i Franchi

sono incomparabilmente più leggeri che i Turchi poichè usano sedersi

sui mobili che si sfasciano sotto il peso dei Turchi. A nessuno venne

in mente che il modo di sedersi potesse influire su tale fenomeno.

Il pascià di Adana è cortesissimo, sembra intelligente ed abbastanza

istruito. Credo abbia viaggiato, parla il francese e discorre

volontieri cogli stranieri. Non avrebbe potuto essere più amabile

con me; ma v'è sempre qualcosa che ci sorprende nel tratto di

chi differisce così completamente dalla nostra educazione e dai

nostri costumi. Il loro modo d'interrogare non può che imbarazzare

l'interlocutore. M'era appena seduta al posto d'onore che il pascià mi

aveva forzato ad accettare, ed avevo risposto ai complimenti di rito

sul mio arrivo, il mio soggiorno e la mia partenza, quando il pascià mi

indirizzò a bruciapelo domande simili:

— Cosa pensate che la Russia potrà fare in Oriente? Quanto credete che

durerà in Francia la forma attuale di governo? Credete il movimento

rivoluzionario represso per sempre in Europa?

Cercai invano di tergiversare e di declinare il compito di oracolo

che mi si offriva, insinuando inutilmente che problemi così gravi e

complessi non potevano essere risolti con poche parole ed in pochi

minuti. Ma il pascià, senza badare alle mie scappatoje, ripeteva

imperturbabilmente le sue domande. Finii per rassegnarmi e con tutta

la mia presunzione risposi in tono serio qualche banalità, ciò che

non impedì al pascià di sembrare incantato della profondità e della

precisione delle mie idee.

Dopo ciò parlammo di cose meno gravi, fra l'altro del tempo che

avrei impiegato per arrivare a Gerusalemme ed il pascià venne a

sapere che intendevo viaggiare per terra. Il mio proposito lo allarmò

visibilmente, come la maggiore delle imprudenze, «giacchè senza parlare

degli arabi che infestano tutti i valichi del Libano» egli diceva

«avrei dovuto attraversare, tra Adana ed Alessandretta, una parte

dei monti del Giaurro che, a buon diritto, spaventano non meno delle

regioni più mal famate del deserto».

— Ma perchè non andreste per mare? — mi ripeteva continuamente.

Ebbi allora l'idea di chiedergli se, rinunciando al mio progetto

per imbarcarmi, avrei potuto trovare un battello a vapore che mi

trasportasse da Tarso a Giaffa. La domanda era opportuna, giacchè il

pascià guardò in viso i suoi segretari, confidenti e domestici che

scossero il capo. Dopo qualche minuto di consulti e di discussioni in

arabo, S. Ecc. finì per confessare che il passaggio del vapore aveva

luogo molto irregolarmente, che Tarso non era uno scalo cioè uno

dei porti toccati dal servizio di navigazione, che vi sarebbe forse

un'occasione nel corso del seguente mese, ma che essa avrebbe potuto

tardare tre mesi. Mi propose anche d'imbarcarmi su una nave a vela, ma

quando gli ebbero obbiettato che nel golfo i venti soffiavano in tutte

le direzioni e gli ricordarono tutti i naufragi dell'ultimo inverno, il

buon pascià fini là dove avrebbe dovuto cominciare e concluse che, se

volevo essere a Gerusalemme per le feste di Pasqua, dovevo prendere la

via di terra.

Mi rimaneva da affrontare un ultimo argomento. Poichè stavo per

attraversare questo terribile Giaur-Daghda ed il dado era tratto,

sì che non vi era più luogo a smentirsi, si trattava di superare il

pericolo. Il pascià mi aveva parlato del bey della montagna come di

un uomo che conoscesse e stimasse in modo particolare e credetti di

potergli chiedere senza indiscrezione qualche riga di raccomandazione.

L'ottenni, anzi dovetti accettare una scorta di venti uomini;

inoltre uno de' miei amici di Adana mi procurò un'altra lettera di

un negoziante che aveva reso molti servizi al bey, sì che ormai mi

consideravo al riparo dei pericoli. Preso congedo da quel gentile

pascià, ritornai al mio alloggio per prepararmi alla partenza che ebbe

luogo l'indomani mattina.

In una città del Levante la partenza, come l'arrivo, è una faccenda

importante: tutta la città è in subbuglio. Anzitutto la curiosità,

poi quel sentimento d'ospitalità di cui nessuno oserebbe mostrarsi

privo, da ultimo la consuetudine fanno sì che per il momento qualsiasi

viaggiatore, fosse pure insignificante per sè stesso, diventa una

specie di idolo che non si saprebbe onorare abbastanza. Tutte le case

gli si aprono, si scaldano per lui tutte le caffettiere e tutti i vasi

di marmellate hanno la loro parte in queste cerimonie del saluto. Non

voglio svelare la parte che vi hanno l'ostentazione, l'abitudine od i

sentimenti davvero benevoli; tale ricerca sarebbe tanto più difficile

in quanto che le proporzioni varierebbero da un luogo all'altro. Ciò

che è certo si è che il viaggiatore non si sente straniero in una città

che visita per la prima volta e dove non conosce nessuno. Come ho detto

tutte le porte gli sono aperte, anzi si potrebbe dire altrettanto dei

cuori; quanto alle borse lo sono di certo. Più di una volta mi accadde

di esaurire la somma, colla quale avevo contato di raggiungere la

residenza di un banchiere, quando non ero ancora a mezza strada. In un

caso simile in Europa avrei interrotto il mio viaggio, e scritto al

banchiere, presso il quale ero accreditata, di mandarmi il denaro là

dove rimanevo ad attenderlo. Ma in Oriente, grazie all'irregolarità ed

alla lentezza delle comunicazioni postali, il ritardo avrebbe potuto

prolungarsi parecchi mesi. Non dovetti mai sottostare ad una così

lunga attesa, giacchè fra tante domande che ovunque mi rivolgevano i

miei ospiti ed i numerosi miei amici non mancava quasi mai questa: —

Avreste bisogno di denaro? — E se rispondevo di sì, non vedevo dei visi

lunghi, perchè le offerte de' miei bravi ospiti non erano vane formule

di cortesia. Mi avevano offerto il denaro e me lo recavano colla stessa

intonazione e collo stesso viso. Naturalmente non ho bisogno di dire

che queste somme erano restituite puntualmente; ma chi lo garantiva a'

miei ospiti?

Una volta in un villaggio in pieno Libano, ove avevo dovuto fermarmi

oltre 15 giorni, dopo una serie di incidenti, un monaco carmelitano

sopraggiunse e mi chiese perchè io non continuassi il mio viaggio. Gli

risposi che avevo speso, con quella forzata interruzione, il denaro

col quale avrei dovuto raggiungere Homs, ove avevo dei fondi e che vi

avevo scritto di mandarmi del denaro. Il frate ritornava da Tripoli,

dove si era recato per riscuotere alcune centinaia di piastre. Trattele

dalla bisaccia che era attaccata alla sella del suo cavallo, me le

consegnò dicendo: «Il mio convento è a pochi passi di distanza, io ed

i miei confratelli potremo aspettare nelle nostre celle più facilmente

che voi sotto le vostre tende. Arrivando ad Homs rimettete la somma al

tale.» Mi diede le istruzioni sul modo di fargliele pervenire e riprese

la sua strada. Altre volte ricevetti la stessa prova di fiducia,

da un negoziante, da un turco, da un latino, e anche da un armeno!

Questa fiducia era concessa non a me personalmente, ma al viaggiatore,

all'ospite, giacchè ogni abitante di una città considera suo ospite lo

straniero che vi si trova.

Quando lasciai Adana, la guida che camminava in testa alla carovana

aveva già oltrepassato le ultime case del sobborgo e l'ultimo cavaliere

della mia scorta non era ancor escito dalla porta di casa mia. Come

si vede, formavamo una processione di aspetto molto imponente e la

popolazione della città, assiepata sul nostro passaggio, poteva esser

soddisfatta dello spettacolo che le offrivamo. Tutte le persone che

avevo conosciute, durante il mio soggiorno ad Adana, tutte quelle che

erano venute da Tarso per vedermi, avevano voluto accompagnarmi fino

ad una certa distanza dalla città. Aggiungete al corteo la scorta

del pascià e la nostra vera e propria carovana, bagagli, domestici

e viaggiatori e comprenderete che potevamo ben occupare una metà di

Adana.

Confesso che mi allontanavo con rammarico da quel piccolo mondo di

cui ero stata il centro durante una settimana, da quegli uomini che

avevano tralasciato i loro affari per non occuparsi che di rendermi

la vita dolce e gradevole, per quanto il mio soggiorno ad Adana fosse

stato breve e quei nuovi amici di data recente. La partenza non è mai

cosa lieta e del resto non ero la sola a provare questi rimpianti e

coloro che li inspiravano non ne erano immuni. Non vi era solo della

tristezza sul volto de' miei amici; vi notai qualche ansietà, specie se

accadeva ad uno di essi di trattenersi qualche momento a parte cogli

uomini della scorta. Questi non avrebbero avuto un'aria più cupa e

grave se avessero accompagnato al patibolo una schiera di condannati.

Devo ammettere che cominciavo ad aver paura. Tutti tremavano per me

e giungevo a rimproverarmi l'ostinazione che poteva compromettere non

solo la mia vita, ma quella di una cara fanciulla che non aveva che me

per proteggerla e difenderla. Se a quel momento qualcuno della carovana

mi avesse proposto di ritornare indietro credo che avrei accettato

l'invito con trasporto; ma chi sa mai che avviene nel cuore del suo

vicino? Mentre io formavo i voti più timidi, forse i miei compagni

deploravano la mia temerità.

Gli abitanti di Adana che mi avevano scortato finirono per fermarsi

presso un vecchio albero disseccato che segna il limite oltre il quale

non si accompagnano mai i partenti. Grandi strette di mano, le formule

commoventi di augurio delle quali tutti sono così prodighi in Oriente

e che si imparano facilmente da loro furono scambiate e ripetute da

ognuno: «Dio vi benedica e vi riconduca! Dio vi conceda la salute e la

pace! Voglia farvi felici in quelli che voi amate! Possano i miei occhi

rivedervi! Possa la vostra voce rallegrare il mio cuore!» Voltarono

poi i loro cavalli verso la città ed il settentrione; noi indirizzammo

i nostri verso il deserto ed il mezzogiorno. Da ambo i lati la nebbia

copriva il paese a breve distanza e ci nascondeva la vista dei luoghi

ove ci dirigevamo; ma quelli che ci lasciavano sapevano bene che vi

fosse dietro quella nebbia, la città, il focolare, la famiglia. Noi

invece andavamo verso l'ignoto: a che gli valeva quel velo?

IL BEY DEL MONTE DEL GIAURRO ED IL SUO HAREM

La vita di viaggio non tardò a vincere, colla varietà delle sue

impressioni, il rimpianto che mi lasciava il soggiorno di Adana. Appena

varcata la frontiera del Giaur-Daghda, salivamo le ultime colline

che ci separavano dal golfo di Alessandretta, quando un gruppo di

donne e di fanciulli apparve all'estremo limite del nostro orizzonte,

ristretto in quel punto dall'aprirsi di una valle di cui stavamo per

raggiungere i primi pendii senza poterne ancora misurare l'ampiezza.

Ben presto conoscemmo la causa di quell'affollamento, che non aveva

nulla di terrificante: le famiglie di una tribù di montanari accampate,

colle loro greggi, nella valle vicina venivano a presentarci i loro

omaggi, mentre i loro padri e mariti vagavano altrove. Ci mostrammo

sensibilissimi a quest'atto di riguardo, e dopo avere gettato qualche

piastra a quelle brave matrone, proseguimmo il cammino, lasciando molto

delusa una di quelle signore che aveva avuto la speranza di farsi

regalare della biancheria vecchia. Da buona occidentale io credeva

che il denaro potesse tener luogo, se non di tutti i beni di questa

terra, per lo meno di quelli che si comprano e vendono, ma quella buona

donna, alla quale cercavo di comunicare la mia convinzione, mi rispose

che, per quanto le dessi del denaro, non ne avrebbe mai abbastanza per

comprarsi del pane e che le mancherebbe sempre il modo di soddisfare i

suoi gusti in fatto di corredo.

Qualche passo più in là incontrammo una ventina di cavalieri, piuttosto

bene in arcioni, ed abbastanza ben armati, ai quali comandava un uomo

d'alta statura coperto da uno di quegli ampi mantelli di panno rosso

che hanno il medesimo taglio dei nostri scialli e che sono indossati

dai Curdi meridionali. Il capo della nostra scorta ed il personaggio

vestito alla curda si accostarono come veri fratelli d'arme. Il nostro

capitano mi presentò il cavaliere dal mantello rosso, facendomi

conoscere il suo nome ed il suo titolo: era Dedè bey, luogotenente

di Mustuk-bey, principe della montagna. Il luogotenente era venuto

a conoscenza del mio passaggio negli stati del suo signore e veniva

ad offrirmi i suoi servigi e quelli de' suoi uomini promettendomi

di condurmi, senza ostacoli nè impicci, alla residenza del principe

Mustuk. Non mi rimaneva che di ringraziare quel luogotenente, e lo

feci nel miglior modo possibile. Dedè per altro era un personaggio

troppo importante per porsi egli stesso alla testa della scorta che mi

recava. Rivolse ai suoi soldati un bel discorso per rammentar loro i

riguardi che dovevano avere per me, per la mia qualità di viaggiatrice,

e per l'onore stesso di quelle popolazioni della montagna, impegnato

ad assicurarmi la traversata di quel territorio pericoloso. Soggiunse

che aveva motivo di credere che essi adempirebbero puntualmente il loro

dovere di condurmi al gran bey Mustuk. Dopo avere così istruito il suo

drappello armato, Dedè ne affidò il comando ad uno de' suoi ufficiali,

poi risalì a cavallo e disparve in un labirinto di roccie.

Il luogo dove si svolgeva questa scena mi colpì col suo aspetto

pittoresco. È chiamato la porta delle tenebre, da un antico arco

di trionfo le cui rovine fanno una bellissima figura nel paesaggio,

giacchè l'arco sorge in fondo ad un dirupo che ha una ricca vegetazione

contrastante colla china arida che conduce laggiù. Gli alberi che

circondano la porta delle tenebre sono tanto frondosi da spegnere, per

così dire, la luce del sole, non lasciandone giungere, sino a quelle

venerande arcate, che qualche pallido raggio. Dall'alto delle colline

che incorniciano quella gola, la vista si stende sul mare di Siria,

di cui si ascoltano muggire le onde a poca distanza, e sulla linea

azzurra delle sue coste. Lo spettacolo è splendido sovratutto per

occhi attristati fino allora dalle ombre sinistre dei primi gioghi del

Giaur-Daghda.

Non ci rimanevano che alcuni scaglioni da scendere per toccare la

spiaggia del mare, e ben presto i sentieri rocciosi cedettero all'arena

fine e morbida della riva. L'aria era vibrata, il cielo di un turchino

senza venature, solo leggermente dorato verso il levante. Neppure il

mare aveva una sola increspatura, al punto da lasciar distinguere i

pesci che si dibattevano in quelle acque limpide e tranquille. I nostri

cavalli erano felici di correre su un terreno uguale, di immergere i

loro piedi nelle onde spumose. I nostri cavalli europei sembrano muti,

confrontati al cavallo arabo. Questi ha tutto un linguaggio, capace

delle più varie sfumature, sia che saluti con mille dolci fremiti la

presenza di un padrone amato, sia che chiami con grida reiterate la

cavalla che s'indugia nel prato vicino, sia che provochi un rivale

alla lotta con urla selvaggie. Per il momento i nostri cavalli

manifestavano ingenuamente le impressioni che destava in essi una così

bella natura. Che gioia vederli scalpitare, soffiare, aspirare l'aria

colle loro narici rosate, scuotere le loro lunghe criniere, frementi

di soddisfazione, accarezzati dal vento del mare! Devo dire che noi

partecipavamo interamente alla letizia di quei nobili animali e le

fatiche di sei settimane di viaggio erano quasi dimenticate in pochi

minuti, quando fummo distolte da quelle dolci sensazioni dai suoni

di una musica barbara che si faceva udire a qualche distanza. L'acuto

sibilo di qualche piffero e di qualche zampogna si mescolava al rullo

dei tamburi ed ai colpi sordi delle gran casse. Ed ecco comparire i

musicanti che precedevano una banda di montanari in campagna, cioè

nel corso di una delle loro spedizioni lungo le carovaniere. Il

nostro passaggio era stato annunziato a quei guerrieri nomadi che

accorrevano ad augurarci buon viaggio, anzi ad invitarci a prendere

con loro qualche rinfresco. Sarebbe stato inurbano il rifiutare. In un

attimo saltammo a terra e, affidati i nostri cavalli alla custodia di

quegli ospiti premurosi, ci sedemmo sull'erba, mescolando le nostre

provviste a quelle dei montanari. Un pasto in comune con una banda

di simili avventurieri è una di quelle occasioni che chi ricerca le

emozioni non può incontrare che nel Levante. A dir il vero i montanari

resistettero a tutte le nostre insistenze per deciderli a prendere

la loro parte delle nostre provviste. I doveri dell'ospitalità non

permettevano loro di consentire alle nostre richieste: se essi ci

avevano offerto il loro latte, il loro formaggio, la loro galletta

d'orzo ed i loro aranci era perchè ci riconoscevano come loro ospiti

e per ciò stesso non potevano accettare nulla da noi. Dopo il pasto

venne la siesta, nella giornata calda, mentre il sole, al colmo della

sua corsa, ci dardeggiava co' suoi raggi cocenti. I montanari si

ritirarono in un canto per lasciarci riposare; ognuno si stese per

terra all'ombra di un boschetto. Sdraiata accanto a mia figlia cercai

dapprima di resistere al sonno, ma la stanchezza non tardò a gettarmi

in una sorte di sopore. Quando riapersi gli occhi potei constatare con

grande soddisfazione che quei montanari erano stati fedeli al loro

compito di guardiani ospitali. D'accordo colla nostra scorta essi

vegliarono sui nostri cavalli e sui nostri bagagli. Mi sembrava però

che fosse tempo di partire separandomi da quei curiosi amici. Dopo

aver distribuito un po' di denaro a tutta la banda, e seguiti dalle

sue benedizioni ci allontanammo. Era ormai sera quando giungemmo in

vista del monte che ha dato il nome di Giaur-Daghda al gruppo al quale

sovrasta. L'aspetto del paese che percorrevamo allora, richiamava

taluni angoli verdeggianti e ricchi dell'Inghilterra. Avevamo alla

nostra destra la distesa del mare, illuminata sulla spiaggia dagli

ultimi raggi del sole, velata nello sfondo azzurrigno dalle prime ombre

della notte. A sinistra e dinanzi a noi si ergeva la cima verdeggiante

del Giaur-Daghda sui cui fianchi arrotondati sorgevano molti villaggi.

È raro che in Siria la costa si levi a picco dal mare. Qui, come in

tutto il paese, graziose ondulazioni separano i pendii dalle onde che

ne lambono la base. Lo spazio fra il mare ed il monte assomigliava ad

una fresca vallata della Svizzera. Il borgo di Bajaz[19], residenza

del bey, era nascosto ai nostri occhi da gruppi di alberi giganteschi

e collegati fra loro dalle ghirlande che vi intrecciava capricciosa

la vite selvatica. Tutto intorno a noi era calmo, ridente e sereno;

le campanelle che risuonavano qua e là nella campagna annunziavano il

ritorno delle greggi all'ovile; qualche merlo in ritardo svolazzava

di ramo in ramo a guisa di un gaio compare che, reduce da un banchetto

troppo prolungato, incespichi nel cercare la porta di casa. Le tortore

tubavano tristemente sugli alberi, e tratto tratto si udivano i primi

lagni dell'usignuolo che salutavano il cader della notte.

Allo svolto di un sentiero cinto di siepi vive ci trovammo ad un

tratto all'entrata di una corte irregolare. In fondo sorgeva un

edificio di poca apparenza. Era la casa del bey, ed egli stesso ci

attendeva sulla soglia della sua residenza. L'accoglienza che ci fece

non lasciava nulla a desiderare ed io fui personalmente abbastanza

fortunata di ottenere il permesso di ritirarmi nella mia tenda. Il

tempo cospirava contro di me; piovve così dirottamente durante tutta la

notte che, non volendo incorrere nella taccia di stravagante, dovetti

decidermi a riparare sotto un tetto. Io temeva di essere condannata ad

abitare l'harem; ma il bey, uomo di spirito, indovinò i miei segreti

pensieri, mise a mia disposizione un vasto locale del suo appartamento,

avvertendomi nel tempo stesso che le sue mogli riceverebbero le mie

visite e me le renderebbero tutte le volte che ne avessi piacere.

Una volta rassicurata sulla libertà de' miei movimenti, cominciai

col prender possesso del mio domicilio, ma subito dopo profittai

dell'occasione che mi si offriva, per studiare, a volontà, e sotto un

nuovo aspetto, quella vita dell'harem di cui il mio soggiorno presso il

mufti di Scerkess mi aveva già dato una ben triste idea. Poichè l'harem

è una delle istituzioni più misteriose della società turca non si

troverà forse male che ancor una volta io m'indugi a parlarne.

La vita intima e la vita nomade in Oriente · 第 6 / 16 段