Mi ero alzata da tavola quando mi fu annunciata la visita delle

autorità e degli ottimati locali e del clero greco. Questi si compone

di un vescovo o patriarca, de' suoi coadiutori, e di un giovane

prete stabilito da poco nella città come capo di una nuova scuola

fondata pe' ragazzi greci. Questo sacerdote che aveva una fisionomia

intelligente, dolce e triste, insegnava a leggere e a scrivere il

turco ed il greco nonchè l'aritmetica, la geografia, il catechismo,

un po' di storia e di francese. Aveva circa 300 scolari di cui un po'

meno di un terzo erano fanciulle. Mi aveva invitato a visitare la

sua scuola: glielo promisi ed egli, tutto contento, se ne andò per

prepararsi a ricevermi, faccenda di maggior conto ch'io non potessi

pensare. Ritornò un'ora dopo ad annunciarmi che tutto era pronto e

che i suoi allievi mi aspettavano. Partiamo, traversiamo una parte

della città e, tirandoci dietro quasi tutta la popolazione, arriviamo

all'edificio della scuola che parrebbe molto bello anche in Europa.

Costrutto in cima alla montagna, accanto alla cinta murata, esso domina

in tutta la sua ampiezza la conca occupata dalle case di Giudiesu. Un

portico sostenuto da colonne serve da vestibolo ad una sala vasta,

ben illuminata e ben arieggiata, arredata con banchi e leggii ed in

fondo una cattedra per l'insegnante. Tutto, dai banchi ai leggii,

dai quaderni ai libri era di una nettezza scrupolosa ed avrei proprio

potuto credermi trasportata in una cittadina della Germania o della

Svizzera. Ammiravo l'influenza salutare che un uomo illuminato ed

attivo può esercitare su tutta una popolazione e non volevo tardare

ad esprimere tutta la mia soddisfazione al degno ecclesiastico autore

di quei prodigi, senonchè il valent'uomo pensava allora a ben altro

che a ricevere delle congratulazioni. Egli ci aveva preceduto per

correre alla scuola e lo vedemmo tosto dirigersi verso di noi in

abiti pontificali e guidando i suoi allievi che dietro a lui cantavano

inni greci. Si allinearono nel vestibolo per lasciarci passare, e al

nostro seguito entrarono nella sala; dovetti salire sulla cattedra

e prendervi posto mentre il professore disponeva gli scolari in due

file in faccia a me. Cessati i canti greci furono sostituiti purtroppo

con altri in francese composti sul momento in mio onore e di cui ebbi

una copia scritta di propria mano di uno degli allievi. Da quella

strana poesia fui condotta alla conclusione che gli allievi avevano

ben poco da perdere se la lezione di francese dovesse cessare di

far parte del programma dei loro studii; nondimeno è un gran passo

nell'incivilimento di quella popolazione orientale il propagarvi in

tal guisa la conoscenza, sia pure superficiale, di una lingua europea.

I più ricchi abitanti di Giudiesu avevano eretto la scuola a spese

loro e, fatto venire il professore dall'isola di Candia, gli pagavano

seimila piastre (all'incirca mille cinquecento franchi) all'anno. È

un esempio che i greci del resto dell'impero hanno veramente torto di

non imitare ed incoraggiare. Informatami dell'appoggio che i greci di

Giudiesu avessero potuto trovare nel concorso a tale iniziativa dei

loro compatrioti di Costantinopoli, venni a sapere con mio rammarico

che questi ultimi avevano assistito quasi indifferenti ad un simile

saggio di rivoluzione pacifica, come può ben definirsi l'apertura di

una tale scuola in una povera cittaduzza dell'Asia Minore. Ma temo

assai che il prete, consacratosi con tanto zelo e con tanta abnegazione

a quest'opera di incivilimento, non abbia a soccombere fra breve ad

una fatica così grande. Come potrebbe infatti bastare un sol uomo ad

educare ed istruire centocinquanta fanciulli e settanta fanciulle? Devo

soggiungere purtroppo che, in tutto il mio viaggio in Asia Minore ed

in Siria, non ho mai visto nulla che, nemmeno alla lontana, mi potesse

rammentare la scuola ed il professore di Giudiesu.

Qualche giorno più tardi camminavamo in mezzo a montagne sempre

più alte che preannunciavano la catena del Tauro. Mi ricordo di una

notte passata ai piedi di una di quelle montagne che porta il nome di

Allah-Daghda[16]. Sostammo per la notte in un piccolo villaggio: il

caldo era eccessivo quando smontammo di cavallo in pieno mezzogiorno;

ma non appena il sole era scomparso dietro le cime dell'Allah-Daghda,

la neve cominciò a cadere ed il freddo divenne intollerabile. Ci

chiudemmo nella parte della stalla che ci era stata destinata e là,

avvolti nelle pelliccie, ascoltavamo il fragoroso soffiare della

tramontana che, dapprima impetuosa, finiva per cadere alla base delle

roccie. Da qualche momento la tempesta era stata seguita dal silenzio

ed io sentivo che il sonno a poco a poco gravava sulle mie palpebre,

sulle mie membra e sui miei pensieri quando fui riscossa di soprassalto

da un colpo battuto alla porta. Un uomo della scorta mi mandava a

chiamare in gran fretta perchè stava male e si credeva in pericolo

di morte. Alzatami mi copersi alla meglio con tutti i mantelli che

trovai a portata di mano ed escii con colui ch'era venuto a cercarmi.

Ma mi fermai appena posto il piede sulla soglia rimanendo estatica

ad ammirare. Era notte alta da gran tempo; là dove prima fosche nubi

serravano tutto l'orizzonte precipitandosi come masse d'ombra nelle

strette gole delle montagne, io non scorgeva sopra il mio capo che

un cielo turchino come lo zaffiro, sparso di stelle così scintillanti

che l'occhio ne era abbagliato. La luna raggiava sopra l'Allah-Daghda,

diffondendo sul villaggio e sul tappeto di neve circonvicino la sua

luce dolce. Nemmeno un soffio d'aria moveva i rami degli alberi che

sorgevano qua e là intorno alle case. Era una delle più belle notti

che avessi ammirato in vita mia ed il suo fascino era accresciuto

dalla serata tempestosa alla quale succedeva quasi senza transizione.

Attraversai il villaggio addormentato e le strade deserte per giungere

alla capanna occupata dal malato che si trovava all'altra estremità

di quel gruppo di case. Il poveretto era semplicemente in preda ad un

delirio manifestatosi in lui come in un accesso. Gli feci prendere un

calmante, lo tranquillai come mi fu possibile e rientrai nel mio antro.

Di buon'ora giungemmo l'indomani a Medem[17], che è città ben

nota nell'impero turco in grazia delle sue miniere di piombo. Fui

alloggiata dal Direttore delle miniere che ne aveva pure l'appalto e

che mi accompagnò a visitare i forni, primitivi quant'altri mai. Il

minerale veniva gettato in grandi buche in mezzo alla fornace, donde

il piombo liquefatto esciva traverso piccoli canali scavati nella

terra e veniva a cadere ed a raffreddarsi in una cavità aperta sotto

alla fornace. Qua e là nella montagna vi sono parecchie di queste

miniere, in maggioranza non ancora sfruttate. Se osservavo la quantità

di piombo che esciva continuamente dai forni, il numero ristretto

degli uomini che accudivano all'estrazione e l'estrema semplicità dei

mezzi adoperati dovevo concludere che la speculazione fosse propizia

all'intraprenditore. Lo pregai di darmi qualche indicazione sulle

spese ed i profitti dell'impresa. Egli non domandava di meglio, ma

sgraziatamente mi accorsi subito che si era cacciato in un'iniziativa

per lui temeraria non essendosi mai posto i quesiti intorno ai quali

io l'interrogavo. Mi chiese allora il permesso di far venire il suo

amministratore che sarebbe stato meglio in grado di illustrarmi i

particolari, come egli li voleva chiamare; ma padrone e collaboratore

erano allo stesso punto. Rinnovando le mie domande in varie forme,

ottenni che i due «Effendi» cominciassero a darmi qualche risposta

colla quale provavano per altro che non mi capivano, sicchè era ancora

peggio di prima.

Medem è alle porte del Tauro, e appena si è perduta di vista la città

ci si ritrova in mezzo alle montagne note sotto questo nome. Per

Tauro, Anti-Tauro, Libano, Anti-Libano non sono designati monti come

il San Bernardo, il Sempione, il Monte Bianco, bensì grandi catene di

montagne come le Alpi, gli Appennini, i Pirenei, racchiudenti vasti

territori ed una molteplicità di cime e di vallate. Ci occorsero cinque

giorni per traversare il Tauro, cioè per andare da Medem ad Adana[18].

Consacrammo quei giorni ad errare di valle in valle, percorrendo un

paese magnifico, ma completamente deserto, senza un villaggio e solo

qualche rovina in cui gli armeni od anche qualche turco intraprendente

hanno stabilito delle locande per i viaggiatori. Inutile descrivere

quei cinque giorni, insistere sui soliti incidenti che derivano sempre

in certe parti dell'Oriente dal cattivo stato delle strade e degli

ospizii. Più di una tappa faticosa mi separava tuttora dal termine

di questo primo periodo di viaggio di cui mi preme di affrettare il

racconto. La società turca, quale può essere osservata in regioni che

gli europei non visitano quasi mai, è tratteggiata in questi primi

quadri della mia vita nomade. Ad Adana si entra in una contrada che

è la parte dell'Oriente meglio nota ai viaggiatori od almeno creduta

tale, ed ove l'azione della civiltà dell'Occidente si fa sentire in

modo più diffuso. Avrei potuto ormai osservare i Franchi accanto agli

Orientali ed ero abbastanza iniziata alla vita intima di questi ultimi

per poter paragonare a mio agio le due società così avvicinate in ciò

che esse hanno di essenziale e di caratteristico.

II.

LE MONTAGNE DEL GIAURRO — L'HAREM DI MUSTUK BEY — LE DONNE TURCHE

IL GIAUR DAGHDA — UN VILLAGGIO FELLAH — IL PASCIÀ D'ADANA

Dal giorno in cui avevo lasciato la tranquilla mia vallata nell'Asia

Minore avevo avuto, come si è potuto vedere, non poche occasioni di

avvezzarmi agli stenti ed ai pericoli della vita dei viaggiatori nel

Levante. Da Angora ad Adana mi ero fermata poco e di rado, mentre le

marcie erano state faticose e quasi continue. Pertanto i pochi giorni

che passai ad Adana, giorni di riposo e di festa rallegrati dalla

presenza di europei ed anche di italiani, mi hanno lasciato un ricordo

gradevole. Debbo dire che il fascino di quel mio soggiorno mi era

aumentato dall'idea che avrei dovuto affrontare altri pericoli appena

lasciata la città.

Sul punto d'intraprendere una spedizione abbastanza pericolosa

attraverso il Giaur-Daghda (montagne del Giaurro), mi sentivo meglio

disposta ad apprezzare qualche momento di calma trascorso in mezzo ad

amici devoti. Vi è in ogni vita attiva qualcuna di queste tregue, quasi

sempre troppo brevi e che hanno un incanto tanto maggiore quando devono

esser seguite da un domani avventuroso.

Ma cos'era dunque questo Giaur-Daghda, che mi si descriveva ad Adana

con colori così poco rassicuranti? È una catena di montagne tre volte

più vasta dell'Alvernia e con una popolazione di 500 mila anime.

Io ripeto quanto mi è stato detto senza garantire nulla. Questa

popolazione è divisa in due gruppi che potrebbero essere chiamati dei

deboli o sedentari e dei forti o nomadi: i primi abitano i villaggi,

i secondi errano lungo le strade. Converrà parlare degli uni e degli

altri.

La parte sedentaria e pacifica di questa popolazione consiste in

vecchi, in donne e in bambini; numerosi villaggi sparsi sul fianco

delle montagne o celati in fondo alle valli sono il loro rifugio. Il

mussulmano, bisogna riconoscerlo, ha un gusto istintivo per le bellezze

della natura. Fabbrica sempre i suoi villaggi all'ombra di begli

alberi, nel mezzo di verdi aiuole od in riva a limpidi ruscelli. Se gli

domandate le ragioni che gli hanno fatto scegliere un posto più di un

altro per dimorarvi, sarà imbarazzatissimo a rispondervi, perchè non

saprebbe spiegare a sè stesso le sue preferenze. Quand'egli cerca le

posture pittoresche obbedisce al medesimo istinto che guida l'aquila

fra le roccie, che spinge la rondine ad annidarsi sotto ai tetti, il

passero a rifugiarsi nei giunchi, la quaglia a nascondersi nel grano.

Egli ha udito ai piedi di un albero, sulla vetta di quella collina

il gorgoglio dell'acqua fra le erbe alte od il fruscio del vento nel

bosco vicino: l'ombra gli è parsa gradevole e l'aria imbalsamata e

si è fermato. A qual pro andar più innanzi? Così sorge un villaggio

turco laddove la vita è parsa facile e la natura aveva l'aspetto

ricco ed attraente. I greci, ben diversi dai turchi, non vedono che

il lato positivo nella collocazione dei villaggi. Nella scelta di una

dimora si preoccupano, a ragione, che il terreno sia solido, le pietre

per costruire abbondino e non manchino le comunicazioni coi mercati

periodici. I greci non disdegnano la vicinanza degli alberi, ma allo

scopo di fare assi dei tronchi e fascina dei rami. Così a prima vista

e da lungi un villaggio greco si può distinguere da uno turco. Il

primo è triste e repugnante, attraente il secondo; ma purtroppo la

differenza cessa quando si penetra nelle strade. Vedute da vicino le

case greche e le case turche si rivelano tutte egualmente brutte, tetre

ed inabitabili.

Gli abitanti validi del Giaur-Daghda non s'incontrano, come ho detto,

che lungo le strade e quei rozzi montanari non sono vicini molto

comodi. Guai alle carovane che essi sorprendono ed alle tribù che

vivono nel raggio delle loro incursioni! Ogni popolazione che abita in

case di legno facili a bruciare o che non ha granaio per ricoverare

i suoi cereali è trattata da nemico dagli abitanti del Giaur-Daghda

dediti alle avventure. Perciò le strade che attraversano il loro paese

sono le meno frequentate che esistano al mondo. Un bey, dipendente

dal pascià di Adana, delegato del potere imperiale, dovrebbe, è vero,

governare nelle montagne del Giaurro, ma non si può negare che il

potere centrale qui non esiste che in apparenza. Per quanto gli ordini

di Costantinopoli possano essere promulgati nel Giaur-Daghda, imponendo

leve e tasse, non troverete un montanaro che indossi l'uniforme o che

versi un centesimo al fisco. Agiscono così, non per vigliaccheria, ma

per amore della vita indipendente. Il Levante novera molte popolazioni

nello stesso caso e dalla Siria all'Egitto potrete incontrare i

Drusi, gli Ansariani, i Mettuali, ecc. Tanti popoli ad un tempo non

potrebbero esser fronteggiati che da eserciti così numerosi come quelli

di Senacheribbo e per ottenere qualcosa da schiatte così indomite è

preferibile ricorrere ai mezzi pacifici. Nondimeno talvolta scoppiano

delle crisi ed un pascià si risolve a mandare alcune compagnie di

fantaccini contro le tribù ribelli. Queste allora hanno due vie da

seguire: o si ritirano in massa in rifugi sicuri e lasciano le truppe

regolari in balìa dei rischi di marcie mal sicure, in paesi deserti,

oppure sdegnose della tattica di Fabio prendono l'offensiva, dopo

essersi assicurate una grande superiorità numerica. Per esempio 25,000

montanari affrontano un migliaio di soldati, gesto che di regola basta

a terminare le ostilità. Le truppe rientrano nelle loro caserme;

i montanari riprendono le loro faccende e si ristabilisce la buona

armonia fra governo e popolo fino alla prossima leva od alla scadenza

delle imposte.

Ecco il popolo di cui dovevo traversare il territorio dopo aver

lasciato Adana. Aspettando il giorno della partenza vivevo come ho

detto, molto piacevolmente. Ero lieta di dimorare finalmente in quella

vecchia terra delle palme e dei cedri, fra genti arabe che nel tipo e

nei costumi evocavano ai miei sguardi le splendide scene della Bibbia.

È sotto il cielo d'Oriente che dovreste leggere le pagine dell'antico

Testamento. I casi del vecchio Giobbe, fra gli altri, si rinnovano qui

ogni giorno. La ricchezza di un abitante della campagna non consiste

che nelle sue greggi; l'orientale non tiene capitali in deposito

in una banca o presso un notaio. Il ricco non ha denaro in maggiore

abbondanza del povero; ma ha i suoi granai, grandi buche scavate nella

terra e riempite di grano avuto in cambio dei prodotti del bestiame,

ha il bestiame stesso, dal quale ricava tutto ciò che gli occorre. Con

questi cespiti, i granai e le greggi, il ricco deve pure mantenere

una famiglia e un gran numero di servi, ha una tenda sempre aperta

al viaggiatore o all'amico che presentandosi trova una tavola sempre

servita, se si può dare questo nome al vassojo di stagno che piega

sotto il peso di agnelli e di capretti arrostiti intieri e ripieni

d'uva secca e di fichi. Ecco ciò che nel Levante si chiama un ricco

proprietario, un gran signore; ma che accadrà di lui se un'eruzione

infetta le greggi di questo potente? Se un fiume inonda i suoi granai?

Esattamente quello che è accaduto al vecchio Giobbe, giacchè non gli

rimane che la terra che qui non ha alcun valore venale. Io non dubito

che vi sia a quest'ora più di un Giobbe in Oriente, e, se molti secoli

ci separano dai tempi biblici, si può dire che le grandi famiglie

arabe, dalle quali furon tratti quei tipi, hanno serbata intatta in

fondo la loro fisionomia e che, a differenza degli altri popoli, non

hanno subito profonde metamorfosi.

Io osservava con un'attenta simpatia i costumi orientali quali mi si

presentavano dal mio arrivo ad Adana, quando un medico piemontese, il

signor Orta, stabilito da parecchi anni in Oriente e possessore di una

bellissima collezione di antichità, mi propose di andare a visitare un

villaggio fellah non lontano dalle porte di Adana. Rimasi male, perchè

io credeva che i fellah non vivessero che in Africa, sulle rive del

Nilo. Il dottor Orta, vedendomi disorientata, venne in ajuto della mia

erudizione presa in fallo e mi assicurò che questi fellah derivavano

realmente da quelli d'Egitto ed erano stati qui trapiantati da Jbrahim

Pascià. La mia sorpresa doveva però crescere ancora. Non appena

avevo coordinato l'esistenza alle falde del Tauro dei fellah del buon

medico, colle nozioni attinte sul loro conto in una quantità di libri

eccellenti, ecco un altro abitante di Adana affermarmi che alquanti

milioni di fellah indigeni della Siria vivono lungo tutto il litorale,

da Tarso fino ai dintorni di Beyrut ed anche nelle montagne che dal

litorale si protendono verso l'interno. Cosa potevano essere i pochi

fellah del dottore dirimpetto a queste schiere di fellah disseminate

in una gran parte della Siria, malgrado tutte le affermazioni dei

viaggiatori che danno loro l'Egitto per culla? In realtà i fellah

venuti dall'Egitto e quelli della Siria non si assomigliano affatto:

i primi sono veri negri che alloggiano in grandi ceste di vimini ove

trascorrono giorno e notte, obbedendo al capo della loro razza che

onorano col titolo di re e che si distingue dagli altri per la sua

lunga veste rossa e per un parasole rosso anch'esso, che uno schiavo

tiene sempre aperto sul suo capo.

— Quali sono le attribuzioni di questo monarca?

— Nessuna.

— E le sue rendite?

— Non ne ha.

— Qual'è il suo potere?

— È nullo.

— Che fanno i suoi sudditi?

— Niente.

— Ma come e di cosa vivono?

— Dei legumi e dei frutti che crescono quasi spontaneamente accanto

alle loro capanne di vimini.

Ecco le dimande che rivolsi alla mia guida e le risposte che ne

ottenni. Che aveva dunque pel capo Ibrahim Pascià quando condusse

seco questa popolazione fino sulle frontiere della Siria e ve la

lasciò perchè crescesse e si moltiplicasse? Crescere e moltiplicarsi

costituisce un programma molto semplice e poco ambizioso; nondimeno

i fellah di Adana non hanno saputo eseguirlo, poichè il loro numero

diminuisce tutti i giorni. Non si adattano al clima e ne soffrono.

Per uomini avvezzi sin dall'infanzia alle cocenti carezze del sole

africano, un leggero vento di levante è una calamità.

Quanto agli altri fellah della Siria, che ho poi visto in buon numero,

nulla li distingue dagli indigeni salvo le loro vesti ed i loro

turbanti completamente bianchi. La loro origine è ignota; ma si sono

stabiliti lungo le coste della Siria probabilmente da lungo tempo.

Non è il caso di domandarsi perchè il tempo non abbia attenuato la

diffidenza che isola questa razza dagli altri popoli dell'Oriente.

La tenacia di sentimenti e di pregiudizi che regna fra gli orientali

supera ogni immaginazione; io suppongo che i fellah ignorino perchè

essi detestino e disprezzino i turchi e gli arabi allo stesso modo

che questi non conoscono il motivo della loro esecrazione per i

fellah, ciò che non impedisce nè agli uni nè agli altri di augurarsi

scambievolmente i maggiori mali e di danneggiarsi tutte le volte che

lo possono fare impunemente. I fellah possiedono od hanno in affitto

quasi tutti i terreni coltivati di quelle contrade della Siria che essi

abitano, mentre gli indigeni cacciano lungo le strade ed inseguono

le carovane. Come accade nelle società semi-barbare, il lavoro non è

punto onorato in Asia e gli oziosi, per non dire i briganti, guardano

gli artigiani ed i coltivatori dall'alto della loro nobiltà. Arti e

mestieri sono l'appannaggio dei greci e degli armeni e l'agricoltura è

riservata ai fellah.

Sebbene poveri ed ignoranti, disprezzati ed odiati, essi hanno un'aria

seria, dolce e melanconica e fatico a crederli così crudeli e perfidi

come vogliono dipingerli. La loro religione è un mistero, e, a dir il

vero, l'intolleranza dei mussulmani ha costretto tutte le genti non

maomettane a compiere i loro riti in segreto. Solo i cristiani hanno

osato proclamare a testa alta la loro fede di fronte ai mussulmani e

perciò hanno sofferto persecuzioni e martirio. Quanto ai fellah, sono

accusati a volte di adorare il fuoco oppure un animale favoloso o un

idolo di legno, altre volte di non aver religione.

Dopo aver visitato quel villaggio in vimini volli far visita al pascià

di Adana, premendomi di assicurarmene la protezione prima di penetrare

fra i monti del Giaurro. Quando entrai nella corte che ha in fondo

una torre quadrata di legno, che ospita l'alto funzionario, constatai

ancor meglio il trapasso che avevo compiuto dal mondo turco all'arabo.

L'Oriente turco non assomiglia affatto, ahimè, all'Europa; ma le si

accosta assai più che non l'Oriente arabo, il quale reca l'impronta

sua propria sia nelle sue ricchezze, sia nelle sue miserie. Molte cose

vi sono sgradevoli, assurde, incomode, repulsive; noi vi ci troviamo

via via a disagio, scontenti, inquieti, indignati; ma lo siamo in modo

diverso che in qualunque altro luogo e indubbiamente, finchè questo

stato di cose è per noi nuovo, tanta novità vale a compensarci di molti

inconvenienti.

È difficile vedere qualche cosa di più brutto, sudicio ed irregolare

dell'esterno del palazzo abitato dal pascià di Adana. La corte nella

quale ero entrata è chiusa da un lato dalla torre quadrata di sua

Eccellenza, e dagli altri tre lati con edifici ad un solo piano, le

cui linee pesanti e disadorne corrispondono esattamente alla loro

destinazione, a scuderie, prigioni e cucine. Un pajo di palmizi,

colla corteccia in brandelli, ombreggiano qualche poco un angolo della

corte. Questo recinto così mal decorato brulicava, quando vi entrai,

di tante persone singolari nelle forme, nelle fisionomie, nei costumi,

nella lingua, nelle movenze, che avrei voluto rimanervi un giorno

intiero a contemplarle. Qua stavano degli arnauti albanesi colla loro

veste bianca floscia e corta, le loro ghette rosse ricamate a lame

metalliche, la loro casacca colle maniche spioventi ed il corpetto

carico d'oro e di argento, giocando ai dadi sul pavimento lastricato

della corte, ben decisi tutti ad un modo a non perdere la partita.

Un poco più in là un beduino del deserto ritto accanto al suo cavallo

nella cui briglia aveva passato il braccio, tutto avvolto in un immenso

mantello bianco, salvo la testa coperta da un fazzoletto di seta

gialla e rossa che ricadeva come un velo sul suo viso scuro e fiero,

guardava con sdegnosa indifferenza i giocatori avidi ed impazienti

reggendo colla mano la sua lunga picca di dodici piedi. Lungo i muri

di destra splendidi cavalli arabi, attaccati da catene agli anelli

di ferro infissi nella parete, ricevevano nitrendo e scalpitando le

cure attente di palafrenieri egizi vestiti di tela turchina, piccoli,

magri, di colorito quasi nero, ma vigorosi ed intelligenti. Infine,

sporgendo un poco dal muro di sinistra, un piccolo spazio riservato fra

la muraglia ed una palizzata di legno custodiva una decina di uomini

seminudi, incatenati alle mani ed ai piedi, che tendevano le braccia

chiedendo l'elemosina. Fra quei banditi rilevai dei visi espressivi

e delle movenze che sarebber piaciute a Salvator Rosa; tutta la loro

bellezza era nei tratti e nell'espressione viva, prepotente della

brutalità delle passioni. Non potrei dire che quei visi sembrassero

dimessi; non basta di avere un'anima, occorre sentire la presenza di

quel divino ospite per soffrire, nella vergogna e nel turbamento, della

sua decadenza. La Dio mercè, quasi tutti i delinquenti del nostro mondo

occidentale recano in fronte le traccie di una lotta più o meno recente

contro la loro perversa natura. Quella stessa aria di trionfo che

risplende così spesso in viso al colpevole recidivo non rende anch'essa

testimonianza della realtà di un interno combattimento? Qui si tratta

di ben altro e purtroppo il delinquente non è un uomo profondamente

diverso dal buon cittadino. Talune azioni sono riprovate dalle leggi

umane, ma devo supporre che questa legge religiosa le ignori, perchè,

se i colpevoli sono qualche volta puniti nel loro corpo, non perdono

affatto la loro riputazione. In nessun paese io vidi mai un così gran

numero di uomini entrare ed uscire di prigione con tanta naturalezza ed

indifferenza.

Poichè parliamo dei prigionieri incarcerati dietro la staccionata della

corte del pascià, debbo dire che il loro sguardo era così sicuro, forse

anche più sicuro che il nostro mentre li stavamo guardando. Mi era

impossibile di riconoscere in essi uomini che non avessero una natura

diversa dalla nostra, effettivamente ignari del senso delle parole

vizio e virtù. Anche in Europa mi furono additati più volte autori di

grandi delitti come incapaci di comprendere il senso di quelle due

parole; ma devono esser stati giudicati male, giacchè nessuno nella

società cristiana può essere estraneo alla distinzione tra il vizio

e la virtù. Solo all'infuori del Cristianesimo, anzi della natura

primitiva, solo in seno ad una civiltà quasi altrettanto antica che la

cristiana, ma basata su tutt'altri principii, si deve cercare questo

fenomeno: un uomo senza coscienza!

La vita intima e la vita nomade in Oriente · 第 5 / 16 段