Non faticai a convincermi che la giovine soffriva di malattia di cuore

e, sebbene rifugga dalle ipotesi romantiche, fui presa dal sospetto

che la malattia avesse cause morali. I privilegi del medico sono

quasi illimitati in questi paesi ove i medici sono così rari, ed io

non temetti di commettere una indiscrezione informandomi se qualche

dolore, qualche scossa accidentale non avesse preceduto i sintomi della

malattia.

— Ahimè, sì, — mi rispose la madre — fra otto giorni compirà l'anno

dal dì che la mia povera figliola provò un terribile spavento ed è da

allora che langue così.

— E posso conoscere la ragione di questo spavento?.

La madre guardò sua figlia che arrossì, abbassò gli occhi, e vidi il

suo seno sollevarsi in fretta come se il suo respiro divenisse sempre

più difficile e faticoso.

— Ma perchè ti turbi a questo modo? — riprese la madre. — Sai bene che

bisogna dir tutto al medico. — Si voltò poi verso di me: — La poveretta

non può ascoltare la menoma allusione a quella notte funesta senza

sentirne ancora il contraccolpo; ma si allontanerà per qualche momento

ed io vi racconterò ogni cosa.

Infatti la giovinetta si alzò e si avvicinò alla finestra, mentre

sua madre, chinandosi verso di me si preparava alla confidenza: ed io

pensava fra di me: ci siamo; che si tratti di un amante scoperto da

quel padre snaturato?

— Ebbene, signora, voi dovete sapere che la mia figliola, dopo esser

stata a passare la giornata presso un'amica, rincasava allo scendere

della notte; nel salire la scala senza lume accompagnata da una delle

sue donne, un essere esce da una delle camere disopra, scende qualche

gradino dinanzi a mia figlia, la raggiunge, inciampa nelle sue vesti

e la fa cadere; essa getta un grido, si rialza.... la luna appariva in

quel punto e la mia povera figliola credette di scorgere un gatto nero

che fuggiva a gambe levate. Forse non era vero, forse era semplicemente

un gatto grigio; è quello ch'io mi sforzai invano di farle capire; ma

non fu possibile di torle dal capo che il gatto dal quale era stata

rovesciata fosse un gatto nero.

Io aspettava sempre la fine della storia; ma non vi era più nulla e la

storia era finita. Cercai di scoprire, senza peraltro tradire la mia

ignoranza in una simile materia, ciò che vi fosse di particolarmente

spaventoso in tale incontro. Tutto ciò che potei comprendere fu che

i gatti neri sono degli spiriti malefici il di cui incontro è del più

cattivo augurio. Per quanto assurda ne fosse la causa tuttavia il male

esisteva per davvero. Raccomandai la distrazione, il moto; ma quali

distrazioni è possibile procurarsi, che moto si può fare nel recinto

di un harem, e sopratutto d'un harem di campagna? Mi ripromisi di

non passar più da Cuprin nel mio viaggio di ritorno perchè mi sarebbe

costato di vedere quali danni altri mesi di malattia avrebbero potuto

arrecare alla graziosa figliuola del mio burbero ospite.

Durante i tre giorni che seguirono la nostra sosta a Cuprin, la pioggia

cadde quasi ininterrottamente e non ci abbandonò che a Kirsceir. Di

tutte quelle lunghe ore di marcia non mi è rimasto che il ricordo

di una serata trascorsa in un villaggio turcomano chiamato Merdecè.

Eravamo arrivati poco prima del cader del sole e, mentre il nostro

cuoco ci preparava la cena, io escii dal villaggio dirigendomi verso

la fontana, che ne era poco discosta. Appena vi era giunta quando una

processione di giovinette escita dall'abitato venne per attingervi

l'acqua. Esse portavano pantaloni larghi di colore azzurro legati alla

caviglia, una sottanella stretta di color rosso aperta sulle anche

e con una coda dietro che era rialzata e trattenuta da cordicelle

multicolori. Una sciarpa arrotolata più volte intorno alla vita

separava la sottana rossa da una giacca dello stesso colore colle

maniche strette e lunghe solo fino al gomito, aperta sul seno che

solo copriva una finissima camicia di stoffa bianca. Recavano in capo

semplicemente un fez con un lungo fiocco adorno e quasi interamente

ricoperto di monetine. I capelli legati in treccie giungevano quasi

sino a terra ed ogni treccia era terminata da un pacchetto di altre

monete che erano come seminate su tutte le parti dell'acconciatura,

sul giubbetto, sulle maniche, sulla camicia. Ognuna di quelle giovini

portava in testa l'anfora appena riempita e la riportava a casa

nello stesso modo. Quando esse giunsero alla fontana risonò tutto

un grazioso concerto di chiacchiere, di risate e di canzoni. La mia

presenza che prima sembrava imbarazzare le loro espansioni finì per

eccitarle. Alcune mi si avvicinavano timidamente per esaminare il modo

in cui i miei capelli erano rialzati e gettavano delle esclamazioni

di meraviglia allo scorgere il mio pettine; altre, più audaci, si

arrischiavano a toccare la stoffa del mio mantello, poi scappavano via

correndo e ridendo come se avessero compiuto un atto di straordinario

coraggio. Intanto il sole era scomparso dietro le montagne, le greggi

traversavano il fondo della vallata per avvicinarsi alle case; i cani,

guardiani fedeli della proprietà dei loro padroni, si accoccolavano

dinanzi alle porte; veloci si stendevano le ombre e qua e là si

accendevano dei fuochi. Fu forza lasciare il gaio sciame delle ragazze,

la limpida fontana, la verde vallata per rincasare. Che simpatica

serata!

A Kirsceir[12] potemmo comprendere come l'ospitalità orientale aumenti

di valore in seguito alle traversie che spesso ne sono in pratica il

preludio. Un uomo ci aspettava alle porte della città per condurci

sino al nostro alloggio; lungo il tragitto un sospetto ingiurioso

sulla fedeltà della guida ci tormentava. Erravamo in un labirinto

di stradette e di angiporti affondando nella mota fino al petto dei

cavalli, inciampando in grosse pietre mal celate nei pantani, dando

di cozzo nei tetti spioventi delle botteghe, incrociando lunghe file

di camelli che spaventavano i nostri cavalli d'Anatolia. Disperavamo

quasi di raggiungere ormai un tetto ospitale quando la nostra guida

entrò con gran premura in un portone che dalla strada si apriva su

una vasta corte selciata; vi erano riuniti il nostro dragomanno, la

nostra scorta, il padron di casa con parenti, amici e conoscenti, tutti

convocati per farci festa. Fummo ben alloggiati, salvo la completa

mancanza di finestre; ma chi ci pensava più? Nel camino la legna

scoppiettava accesa, sorgente di infinito diletto per chi da tanti

giorni aveva dovuto ricorrere, come noi, al combustibile dei Turcomani,

cioè alle dejezioni disseccate degli animali, mucche, buoi, cavalli

e camelli e che si bruciano in quei paesi privi di alberi. Non c'è

male per scaldarsi e, checchè se ne pensi, dal focolare non esce alcun

cattivo odore; ma ci si perde d'animo riflettendo che simili carboni

servono a cuocere i cibi: e che dire quando vi è recato un narghilè

acceso con tal metodo e che dovreste aspirarne il fumo? Confesso che

la mia filosofia non ha mai avuto la forza di vincere questa prova e

ho preferito di bruciare i piuoli di tutte le mie tende piuttosto che

piegarmi a respirare un fumo prodotto da quel carbone animale.

Il nostro ospite di Kirsceir volle presentarci uno de' suoi amici,

trasformato per l'occasione in mastro di cerimonie. Era un arabo

d'Algeria che voleva farsi passare per un francese e pretendeva di

conoscere bene gli usi occidentali. Aveva infatti abbandonato tutto

il riserbo e la serietà che vigono in Oriente e poteva gabellarsi di

fronte a' suoi compatriotti asiatici come un saggio delle buone maniere

europee. Entrò ridendo clamorosamente fregandosi le mani, dondolando

la testa e dimenandosi più che poteva. Parlava però in arabo: — Sono

francese, signora — si indirizzava a mia figlia: — Signorina — e questa

era per me. — Sono francese, servitor vostro, — poi alzò una bottiglia

che teneva sotto il braccio: «Volete acquavite? Ordinate, disponete di

me e di tutto quello che mi appartiene». Proseguiva su questo tono,

portando ad ogni tratto alla bocca la bottiglia, facendo schioccare

la lingua dopo ogni bevuta, rovesciandosi sul divano, alzando le gambe

in aria, abbandonandosi a tutte le pazzie naturali in un uomo ubbriaco

che si crede tutto lecito, col pretesto di essere un francese in mezzo

ai Turchi. I miei compagni di viaggio finirono per metterlo alla porta

senza offenderlo menomamente, a quanto pare, ma sorprendendo un poco

il nostro ospite, suo amico, che credeva di averci offerto uno de'

nostri simili e aveva attribuito tutte quelle stravaganze agli usi

dell'Occidente.

Non saprei veramente qual motivo abbia potuto determinare tanti

personaggi illustri a venir a morire in una città così poco importante

come Kirsceir, il cui nome è sconosciuto a tutte le carte. Per una

ragione o per l'altra, certo è che la città è popolata, ricinta di

tombe. La maggior parte sono moschee, costituite da una specie di

cappella o di cupola, alla quale si giunge per una scala esterna, e

sotto la quale giacciono le ceneri del morto. Uno di questi monumenti

è, a dir il vero, un lavoro mirabile, sia per la vastità delle sue

proporzioni, che per la grandiosità del disegno, la ricchezza e

l'eleganza dei particolari. Forma una gran sala con dodici pareti,

ciascuna aperta su una stanza in ismalto azzurro, riservata un tempo

come abitazione di un derviscio. Questi dodici dervisci avevano la

mansione di vegliare e pregare sulla tomba. Accanto a questo edificio

sorge un minareto benissimo conservato, in terra cotta, di una tinta

più pallida di quella dei nostri mattoni, intramezzata di smalto bleu

che risalta gradevolmente su quel fondo grigio rossastro. I muri del

monumento sono ricoperti, nella loro parte superiore, da iscrizioni che

non si possono esaminare nè copiare senza l'aiuto di una scala, tanto

sono collocate in alto. Non mi sembravano scritte in caratteri turchi

e, avendo domandato agli abitanti in quale lingua fossero redatte: in

arabo mi fu risposto da taluni, in turcomano, da altri. Questa seconda

versione mi parrebbe più plausibile, perchè i caratteri arabi non

sono diversi dai turchi. In tal caso non potremo mai tradurre queste

iscrizioni, perchè i caratteri turcomani non sono più in uso, e non

credo che esista, nemmeno nel collegio di Francia o a quello della

Propaganda a Roma, un professore che conosca il turcomano antico o

letterario. Quel popolo ora non parla che il turco, anzi, a sentirlo,

dovrebbe essere il turco più puro.

Rimanemmo un giorno a Kirsceir per fare qualche provvista ed il

secondo giorno dopo il nostro arrivo ci rimettemmo in cammino. Da che

avevamo lasciato Angora, il paesaggio aveva preso un aspetto sempre più

cupo, pioveva, i villaggi divenivano sempre più rari e la popolazione

malevola. Si continuò a peggiorare da Kirsceir a Cesarea. Camminavamo

delle giornate intiere nel fango, quando non era nella neve, fra

montagne tagliate a picco, o arrotondate come delle zolle, senza poter

posare lo sguardo su una linea gradevole o per lo meno nuova. Nei

miseri villaggi ove passavamo la notte, non scorgevamo che dei visi

torvi, talora anzi minacciosi e non udivamo che insulti. La nostra

scorta di regola non ci serviva a nulla e talvolta poteva anche esserci

di danno, rappresentando agli occhi di quel popolo scontento l'autorità

di cui gli pesa il giogo. Ci avvicinavamo per altro a Cesarea. Sbucando

fuor da una gola stretta e fosca che si apriva fra montagne nude, di

una roccia grigia, ci ritrovammo in una immensa pianura, limitata ad

occidente ed a mezzogiorno da catene di montagne. Questa pianura è

tagliata da tanti corsi d'acqua che nella maggior parte non consiste

che in paludi, dimora di una moltitudine di anitre selvatiche.

All'imperatrice Elena[13] è attribuita, come tutte le opere analoghe

di origine antica, la strada selciata che si inoltra fra quelle acque

stagnanti; il menomo scarto dei nostri cavalli ci avrebbe precipitato

in un mare di fango. Lontano, dal lato di mezzogiorno, e quasi al piede

delle montagne, una linea incerta e rossastra ci indicava Cesarea[14].

Ci eravamo fermati a far colazione in un paesino perduto in mezzo

alle paludi, ove ci avevano offerto in abbondanza un latte buonissimo.

Stavamo per risalire sui cavalli, quando vedemmo accorrere a briglia

sciolta un cavaliere vestito press'a poco all'europea che mise piede a

terra e, presentandomi una lettera, ci rivolse un saluto in italiano.

Era la prima volta dopo la nostra partenza dalla vallata

d'Eiaq-Maq-Oglu che una voce umana ci rivolgeva la parola in una lingua

famigliare e cara. Il messaggero non era però che un greco, ma aveva

vissuto per lunghi anni in mezzo agli europei ed aveva acquistato i

modi e le abitudini dell'Occidente. Il suono di quegli accenti, così

ben noti e da tanto tempo stranieri a' miei orecchi, mi aveva tanto

scossa che non apersi subito la lettera e restai per qualche istante

pensierosa. Chi mi scriveva era il console inglese di Cesarea, il

signor Sutter, che è il solo ad esercitare un compito di ospitalità

a favore di tutti gli europei di passaggio. Egli mi annunciava che

una casa da lui approntata era a mia disposizione e che il suo cavass

era incaricato da lui di accompagnarmi fino a quella dimora. Stavamo

dunque per partire quando una cavalcata, questa volta molto numerosa,

comparve nelle vicinanze del villaggio e vi si fermò, mentre due

cavalieri venivano a congratularsi, in nome del pascià e dei principali

cittadini, del nostro arrivo nella loro città. Il pascià mi mandava

inoltre un cavallo con una ricca bardatura sul quale mi invitava a fare

il mio ingresso in Cesarea, cortesia un poco imbarazzante, giacchè non

mi sorrideva di cambiare il mio cavallo al quale era tanto avvezza,

con uno che non conoscevo. Il nostro ingresso nella città di Cesarea si

effettuò colla maggior pompa. La nostra cavalcata era composta di più

di trenta persone, parecchie delle quali vestite con tutto il lusso che

implica tuttora l'Oriente. A dir il vero noi non facevamo troppo buona

figura, colle nostre vesti sdruscite e maltrattate dalla polvere e dal

fango, in mezzo a quei colori smaglianti ed a quei sfarzosi ricami di

oro e di seta. Nondimeno tutti gli sguardi si fermavano sopra di noi,

nello stato in cui eravamo o meglio in cui ci aveva ridotto il viaggio.

Eravamo ospiti di un ricco negoziante armeno, padre di una numerosa

famiglia. La sua figlia maggiore, già sposa e madre, era ritornata ad

abitare nella casa paterna mentre suo marito viaggiava per commercio.

Alcuni parenti, che dimoravano nella provincia, si erano riuniti presso

il ricco negoziante per godere degli ultimi giorni del Carnevale e

dei suoi divertimenti. Le tre o quattro camere che compongono una casa

in quella parte del mondo erano ricolme di una quantità di donne, di

giovinette, di ragazzi e di bimbi, in abito di gala come se dovessero

andare ad una festa e ciò dall'alba al tramonto e dal cader della

notte al mattino, giacchè in Oriente non si usa svestirsi per andare

a riposare. Potete rivedere il mattino, tanto presto quanto volete,

quelle stesse acconciature che avete scorto la sera prima, naturalmente

un po' spiegazzate. È un uso generale che non presenta grandi

inconvenienti per i ricchi i quali possono cambiar d'abito nel corso

della giornata come noi facciamo nell'andare a letto e nell'alzarci; ma

gli effetti sono disastrosi nei poveri che tengono sul loro corpo gli

stessi stracci durante un mese ad anche più.

Ho detto testè che eravamo alla fine del Carnevale ed i miei ospiti

mi ritenevano ben fortunata di esser giunta in tempo per godere di

questi divertimenti più semplici che numerosi. Tutte le feste avevano

per teatro i tetti delle case che, comunicando con scalette od anche

con scale a mano, costituiscono una specie di pubblica piazza, ove gli

abitanti di uno stesso quartiere circolano liberamente pur restando al

riparo da un'invasione di estranei. La popolazione armena di Cesarea

(il numero dei greci vi è assai ristretto) se ne stava dunque tutta

quanta in cima alle sue case, dal principio alla fine del giorno,

nelle più ricche vesti. Per gli uomini il maggior lusso consiste nella

bellezza delle loro pelliccie; ma le donne non sono contenute in fatto

di acconciatura in limiti così rigidi. Portano, come tutte le donne in

oriente, pantaloni larghi, lunghe vesti che formano come delle guaine

aperte sui fianchi per dar adito al rigonfiamento dei pantaloni, vari

corpetti, messi l'uno sopra l'altro, di stoffe e colori diversi, una

sciarpa attorcigliata alla vita, un fez, capelli a treccie pendenti

e sovra tutto ciò monili formati di monete. I modi di combinare le

varie parti di quest'abbigliamento possono variare come anche la

disposizione degli accessori e degli ornamenti. Le armene di Cesarea

si segnalano, fra le donne delle altre città dell'Asia Minore, per la

delicata armonia dei colori delle loro stoffe, per la ricchezza ed

il buon gusto dei ricami che adornano le loro bustine ed anche per

l'acconciatura del capo. Queste donne eleganti non si avvolgono il

capo con quelli orribili fazzoletti di cotone stampato che ogni anno

dalla Svizzera sono spediti in Asia a migliaia. Il fondo del fez ed il

fiocco che ne pende sono ricamati in oro ed anche, talvolta, in perle.

I capelli formano dodici o quindici treccine di uguale lunghezza che

scendono più in basso che sia possibile; ma qui le monete, che sono

d'oro, non sono relegate all'estremità delle treccie, sono cucite su

un piccolo nastro nero che si applica poi sulle treccie a mezza strada

fra la nuca e le reni, così da formare un quarto di circolo rilucente

che spicca, in modo caratteristico, sulla tinta scura dei capelli. Una

profusione di questi stessi zecchini copre la parte anteriore del fez,

pende sulla fronte e dalle orecchie, cinge d'una corazza il collo,

il seno e le braccia. Fra tante monete si trovano pure altre gemme;

così fiori in diamanti sono collocati in giro al fez o sui capelli che

incorniciano la fronte; fermagli in pietre preziose, collane o catene

di perle servono ad abbottonare la bustina sotto il seno, o passano

sotto il mento andando da uno all'altro orecchio. Le figlie da marito

di genitori ricchi sono le più sontuosamente adorne perchè portano

indosso, a guisa di giojelli, tutta la loro dote che sale talora

a somme molto forti; è vero che, dopo qualche anno di matrimonio,

gli zecchini e le pietre tendono a diminuire, ciò che mi indurrebbe

a credere che la dote delle giovani armene di Cesarea non è così

garantita come quella delle nostre signorine europee dalle usurpazioni

maritali.

Era effettivamente uno spettacolo curioso quello di tutte queste

signore che si pavoneggiavano all'aria aperta coi loro diamanti, a

una altezza che nei nostri paesi non è aggiunta che dai gatti e dagli

spazzacamini. Esse passeggiavano, si facevano delle visite, sempre

sui tetti e si dedicavano lietamente ai giochi ed ai balli. Musicanti

girovaghi andavano e venivano ed appena apparivano su una terrazza,

quelle vicine riversavano su di essa tutti i loro abitatori più

giovani, poi il ballo cominciava intorno ai suonatori. Non vi è che

un ballo in tutto l'impero ottomano ed è lo stesso per i turchi, gli

arabi e tutte le nazioni mussulmane sparse sul territorio dell'impero;

è lo stesso per i greci e gli armeni sudditi della Sublime Porta, ed

a dire il vero quest'esercizio così diffuso merita a stento il nome di

ballo. Due persone dello stesso sesso, ma sempre vestite da donna, si

collocano l'una in faccia all'altra, recando in mano delle castagnette

se le hanno, e se non le hanno, due cucchiai di legno che ne fanno

le veci od anche con nulla in mano; ciò che è di rigore è il moto

delle dita e la pantomima delle castagnette. I due ballerini piegano

e stendono, o per essere più esatti, stirano le braccia, scuotono

rapidamente le anche, mentre fanno ondeggiare più adagio la parte più

alta del corpo e scuotono leggermente i piedi senza per altro staccarli

dal suolo. Mentre proseguono queste varie contorsioni, si avanzano,

arretrano, girano su sè stessi ed intorno a chi sta loro dirimpetto,

mentre la musica, che consiste, di solito, in un tamburo a sonagli,

in una gran cassa ed in un piffero da pastore, segna il tempo vieppiù

concitato. Non so cosa questa danza possa avere di grazioso; ma gli

occhi meno esperti sono subito colpiti dalla sua indecenza.

A Cesarea avevo potuto osservare i turchi nell'abbandono di una festa

popolare. Uno di quei contrasti che riserba spesso l'Oriente, mi doveva

colpire a breve distanza da quell'antica capitale, a Giudiesu[15],

città ove trovai una popolazione greca rinomata per la sua attività

commerciale. Di lì vengono i principali droghieri di Costantinopoli.

Scesi nella casa di uno dei maggiorenti che era stata posta a mia

disposizione e mi fu servita una colazione abbondante preparata

secondo gli usi locali, tanto diversi dai nostri che non ho mai potuto

acconciarmivi. Il riso cotto, che per noi è una minestra, è sempre

servito alla fine del pasto, del pari che il piatto forte, che può

consistere anche in un capretto od in un agnello tutto intero. È vero

che indipendentemente dal riso è talora servita una zuppa, ma fatta col

sugo di limone e quindi insopportabile per dei palati europei. Il resto

del pasto è costituito da quindici o venti piattini: palline di carne

tritata, legumi d'ogni specie cotti nell'acqua o nel grasso, zucchette

condite coll'aglio e col latte agro cagliato, paste di riso o di avena

pestata avvolte in foglie di vite crude, «purée» di zucca, pasticceria

e marmellate servite in mezzo a tutto il resto; frutta secca e candita,

frutta fresca o maturata nella paglia, miele, farina d'avena cotta

nel latte e nel miele, infine tutto ciò che può soddisfare l'appetito

più vigoroso ed il gusto meno difficile. Siete condannati a non bere

durante tutto un pasto così mostruoso perchè l'uso vuole in Oriente

che non si mescolino i cibi solidi ai liquidi. Finito il pranzo vien

portata una compostiera od una grande coppa piena di «Scerbett» cioè di

acqua e siroppo, con intorno una fila di cucchiai di legno; ognuno dei

commensali ne prende uno e l'immerge alternatamente nel «Scerbett» e

nella sua bocca quante volte gli garba.

La vita intima e la vita nomade in Oriente · 第 4 / 16 段