ed in tutti gli scritti che trattano dell'Oriente e de' suoi costumi,
ma, se io vedo bene, l'idea che ci si dà di tali personaggi è
inesatta ed incompleta. Dal canto mio m'ero sempre rappresentato il
derviscio come un frate mendicante mussulmano, un sant'uomo a modo
suo, sottoposto ad una regola più o meno austera, subordinato a capi
appartenenti ad una gerarchia sacerdotale, e costretti ad adempiere
compiti di beneficenza e di sacrificio. Un personaggio così foggiato
dalla fantasia non assomiglia affatto al vero derviscio. Derviscio può
diventare istantaneamente qualsiasi mussulmano purchè si leghi al collo
od infili nella sua cintura un talismano qualsiasi, una pietra raccolta
sul territorio della Mecca, una foglia secca caduta da un albero che
dia ombra al sepolcro di un santo o qualunque altra cosa di suo gusto.
In mancanza di reliquie può scegliere semplicemente un corno nel quale
soffia a date ore del giorno od anche un semicerchio in ferro innastato
su di un bastone destinato a reggere il suo capo nei brevi momenti
nei quali è supposto abbandonarsi al riposo, ciò che vuol dire che il
santone si è condannato alla veglia perpetua. Difatti il bastone che
porta all'estremità questo semicerchio che deve servire da cuscino, non
rimane fermo che per un miracolo d'equilibrio e, non appena l'asceta
ha chiuso gli occhi, il bastone oscilla, cade e sveglia il dormiente.
Vi sono poi dervisci che si accontentano di portare in testa una pelle
di capra a foggia di berretto in punta e questa strana decorazione
basta ad assodare, in favore di chi la porta, il diritto al titolo di
derviscio ed alla venerazione dei fedeli. I dervisci hanno raramente
un domicilio stabile; quasi tutti viaggiatori, vivono, cammin facendo,
di elemosina, salvo a trasformarsi in ladri quando non basti loro la
beneficenza nazionale. Sono chiamati talora a guarire gli infermi,
uomini o bestie, a far cessare la sterilità delle donne, delle cavalle
e delle mucche, a scoprire i tesori nascosti nel seno della terra,
a cacciar gli spiriti maligni che abbiano stregato le greggi o le
ragazze, insomma ad intervenire in tutto ciò che ha del maraviglioso.
Come ogni buon mussulmano essi hanno delle mogli, ma le lasciano nel
villaggio dove sono nate, mentre proseguono i loro eterni pellegrinaggi
scegliendosi una nuova sposa quando si sentono troppo soli, e
abbandonandola quando siano ripresi dalle attrattive del vagabondaggio.
Accade talora che un derviscio ritorni dopo qualche anno per ritrovare
quella delle sue mogli che gli abbia lasciato i più teneri ricordi.
Se la donna lo ha atteso riannoda il matrimonio per qualche tempo; se
quella ha trovato di meglio od ha perduto la pazienza si scusa come può
e non ha nulla da temere dalle vendette del suo primo sposo. Bisogna
riconoscere che questi costumi sono assai facili e non hanno nulla di
crudele.
Tale è nella realtà il derviscio, spoglio delle virtù che gli
hanno attribuito novellieri e viaggiatori. In sostanza non è che un
fannullone, un impostore che diventa talora brigante colla complicità
delle circostanze. Qua e là vi sono però delle associazioni di
dervisci che vivono in comune ed obbediscono a dei superiori. Esse sono
molto più rispettabili dei loro confratelli erranti e si consacrano
particolarmente a talune opere buone, espressione che nei riguardi
dei dervisci esigerebbe un commento, perchè si vedrà fra breve a qual
genere di opere buone si dedichino i dervisci regolari di Angora. Non
dimentichiamo poi che l'ortodossia dei dervisci è molto problematica
e che uno dei loro ordini in ispecial modo, quello della «Pietra della
salvezza», è molto sospetto di indifferentismo riguardo al Profeta ed
a' suoi precetti.
Me ne andai dunque, scortata da due de' coadiutori principali del
mufti, a visitare il convento dei dervisci, o per dir meglio, la
loro residenza d'estate, giacchè, durante l'inverno, quasi tutti si
ritirano nella città, ove vivono come gli altri mussulmani in mezzo
alle loro famiglie ed estranei alla comunità. In uno dei sobborghi
di Angora si trova un giardino, non più grande di cinquanta pertiche
quadrate, chiuso da tutti i lati da dei corpi di fabbrica staccati gli
uni dagli altri e talmente ingombro di chioschi che rimane appena lo
spazio necessario per passare da uno all'altro. Questo strano giardino,
che può avere qualche attrattiva durante la bella stagione quando i
chioschi e le case che li circondano sono tappezzate di arrampicanti,
presentava allora un aspetto deplorevole. Mi sedetti tristemente in
uno di quei chioschi privi delle loro verdi ghirlande, ad ascoltare
distratta ed incredula le descrizioni che i dervisci mi facevano senza
posa degli incanti del loro soggiorno estivo. Ripetevano sopratutto che
l'acqua vi è sempre fresca. È uno dei vantaggi ai quali gli orientali
danno maggior importanza. Quando vi hanno detto che in un paese l'aria
è buona e l'acqua è fredda, si meravigliano che non vi affrettiate a
farne la vostra dimora. Quante volte mi hanno domandato se a Parigi ed
a Londra l'aria sia buona e l'acqua fresca, e alla mia risposta di non
saperne nulla rimanevano tutti sorpresi!
Una buona merenda, consistente in uva ed in pere squisite, miele,
marmellate ed acqua freschissima, mi era stata servita senza poter
vincere la mia crescente inclinazione alla malinconia, tanto che le
mie guide credettero giunto il momento di variarmi i piaceri. Fui
fatta passare in una delle case che circondano il giardino, ove le
mogli dei dervisci stavano riunite per ricevermi e farmi gli onori
della dimora. Ve ne saranno state trenta, pigiate in una stanzetta
ermeticamente chiusa, abbastanza ben mobiliata, ma riscaldata a tal
punto da una stufa in ghisa che avrei avuto uno svenimento se una di
quelle signore non avesse avuto l'estrema bontà di stracciare uno dei
telaj di carta delle finestre per darmi un poco d'aria. In un clima
così caldo nulla è tanto temuto quanto il freddo, e si prendono cure
infinite per ripararsene anche nei momenti in cui i poveri europei
come noi non pensano ad altro che al pericolo di morire soffocati.
Così nei mesi più torridi d'estate potete scorgere degli asiatici
avviluppati in mantelli di panno foderati di pelliccia e tutti attorno
ad un fuoco fiammeggiante, mentre le donne esauriscono la fertilità
del loro ingegno nel trovare il mezzo d'impedire all'aria libera di
penetrare nelle loro case. Durante tutto il tempo del mio soggiorno
ad Angora non riescii a liberarmi un momento solo da un violento mal
di capo prodottomi dalle esalazioni della stufa a carbone. Nelle case
armene si sta ancor peggio: le donne e, qualche volta anche gli uomini,
adoperano per scaldarsi il così detto «tandur», mobile che sembra un
tavolo ricoperto da una lana che si strascina fino per terra. Sotto
questo tavolo si colloca un braciere coi carboni accesi e molta brace.
Tutta la famiglia si pone intorno al tavolo ed ognuno tira a sè la
coperta di lana, ponendovi sotto le sue mani e le sue braccia, così da
arrostirsi alla mite temperatura di 38-40 gradi Reaumur per lo meno.
I più sgraziati accidenti derivano da questi usi, e mi ricordo ancora
di essere stata svegliata la notte precedente alla mia partenza da
Angora perchè una famiglia in pianti mi recava un povero bambino che
s'era bruciato nel domestico «tandur». Il fuoco s'era appiccato a'
suoi abiti di lana e non se n'erano accorti che quando il corpicino era
annerito come il carbone. Nonostante simili disgrazie, che si rinnovano
abbastanza spesso, gli asiatici hanno un grande attaccamento per il
loro «tandur» col quale si abbrustoliscono a buon mercato.
Le mogli dei dervisci mi soffocarono d'amabilità e di testimonianze
d'amicizia, forzandomi ad accettare un fagotto di calze e di guanti
di pelo di capra d'Angora, oltre ad un magnifico gattone della
specie conosciuta fra noi col nome di «gatti d'Angora». Discorremmo
naturalmente delle qualità specialissime degli animali di una tale
regione dell'Asia Minore. È infatti notevole, e meriterebbe di
richiamare l'attenzione degli scienziati europei, la superiorità della
lana delle bestie nate nella provincia d'Angora, in confronto di quella
degli animali di tutto il resto dell'Asia ed anzi del mondo intero. Le
capre d'Angora sono le più graziose bestiole che si possano vedere;
la loro seta, giacchè non si può neppure chiamarla lana, è di solito
bianca, talora rossiccia, grigia od anche nera, ma qualunque ne sia
il colore è sempre altrettanto fina, morbida e lucente. Si potrebbe
scambiarla colla seta più fina che fosse stata ondulata od arricciata
mediante qualche processo recentemente scoperto. Con questo pelo si
fabbrica ad Angora un tessuto molto stimato e si lavorano a maglia
calze e mezzi guanti d'ogni specie. I gatti sono meno utili, ma non
possono sprezzarsi per lo meno da parte di chi ama la bellezza ovunque
si trovi. Questi gatti sono enormi ed hanno il corpo ricoperto da una
densa lanuggine abbastanza simile a quella dei cigni. La loro testa
è molto larga, hanno una coda lunga e folta. La maggiore attrattiva
di questi animaletti consiste nella grazia delle loro movenze, nella
leggerezza dei loro salti, nella rapidità della loro corsa e nel
coraggio col quale picchiano i cani più grossi, che di solito si
guardano dal replicare. Basta che vi allontaniate da Angora di qualche
lega e le capre ridivengono brutte, i gatti comuni ricompaiono col loro
piglio volgare ed il loro carattere sornione. A Conia soltanto capre
e gatti si accostano a quelli di Angora senza raggiungerne la bellezza
incomparabile.
In genere gli animali dell'Asia sono molto superiori a quelli
dell'Europa ed ogni distretto si vanta di possedere il tipo più
perfetto dell'una o dell'altra specie. Se Angora ha le sue capre e i
suoi gatti, i Turcomani, che abitano i vasti deserti della Cappadocia,
hanno i loro montoni colla coda larga, i loro levrieri colle orecchie
spioventi come i «king-Charles» inglesi, i loro cavalli più grandi
e più robusti di quelli arabi. I montoni turcomani, che si trovano
anche fra i curdi, hanno forme assai più graziose dei nostri: il collo
lungo, il muso affilato, lunghe orecchie che scendono parallelamente al
muso e ne seguono il contorno, come i ricci all'inglese accompagnano
il viso di una giovinetta. Il carattere principale di queste bestie
è una coda tanto grossa che pesa talvolta fino a 10-12 oche, misura
turca che equivale a circa 44 once. Questo peso oscillante al di fuori
del centro di gravità imbarazza alquanto la bestiola che è talvolta
nell'impossibilità assoluta di trascinare la sua coda, sì che si
cerca di sollevarla attaccandola a carrettine che reggono l'incomoda
appendice.
Mentre le mogli dei dervisci di Angora mi vantavano le razze
privilegiate della loro provincia, non potevo trattenermi
dall'esprimere a un altro punto di vista la mia ammirazione per i
nobili animali di quei paesi. Ciò che sopratutto mi aveva colpito era
la loro estrema dolcezza, la loro mansuetudine singolare. Il bufalo
che ovunque ha la riputazione d'una bestia selvaggia quasi del tutto
ribelle ai tentativi di addomesticarla non è qui più bellicoso di un
bue. Gli sciacalli, che riempiono queste valli e queste foreste, non
fanno altro che urlare come dei dannati e si tengon paghi di venirvi a
rubare il burro fresco ed il latte fin nella vostra tenda, se l'avete.
Il cavallo, che noi conosciamo così fiero ed indocile, non manifesta
qui nè ribellione, nè collera, nè ostinazione. Anzi le fiere stesse
sembrano partecipi di questa bonarietà universale. Le montagne sono
abitate da pantere e da leopardi, ma non v'ha esempio che queste belve
abbiano attaccato pacifici viaggiatori, nemmeno se andavano a caccia.
Anche il cinghiale non fa la guerra che ai giardini ed alle risaie.
Tutto ciò dipende, almeno per alcuni animali, dall'atteggiamento
usato a loro riguardo. Un Turco, od anche un Arabo, non maltratterà
mai un suo cavallo neppure per correggerlo. Gli parlerà, cercherà di
ricondurlo sulla retta via, ma non riescendo si rassegnerà: «Allah
Kerim!» Mi rammento d'aver molto scandalizzato la mia scorta mussulmana
un giorno in cui, dopo che il mio bel cavallo aveva voluto adagiarsi
in un fiume durante il guado, mi permisi, appena uscita dal mio bagno
inatteso, di infliggergli un salutare castigo. «Oh, non colpitelo!» mi
si gridava da ogni parte. «Che peccato! È così buono e così bello!»
Tutti gli si accostavano per lusingarlo ed accarezzarlo facendogli
dimenticare la mia ruvidezza. Lo stesso accade cogli animali destinati
a lavorare la terra. I bufali non lavorano che finchè lo vogliono e
nel modo che preferiscono. Il pastore non guida mai il suo gregge, ma
lo segue e, occorrendo, lo protegge; così le sue bestie gli vogliono
un gran bene. Ci pare strano udire tutta questa gente discorrere cogli
animali e ciascuno nella propria lingua, cioè indirizzandosi ad ogni
specie di animali con un certo numero di parole, prive di un senso
preciso per gli uomini, ma che le bestie capiscono benissimo. Vi è una
parola ed una cadenza speciale che avverte le capre dell'avvicinarsi
del lupo ed il medesimo monito è dato al cane con altre parole ed
altri suoni. «Voltate a sinistra, voltate a destra, fermatevi, andate
avanti»; tutto ciò si dice in modo diverso ad un montone o ad un
cavallo, a un mulo o ad un bufalo. E sempre bene! Ognuno sa ciò che
questo voglia dire. Tali diversi linguaggi non possono avere suoni
molto delicati nelle sfumature; occorre procedere a grandi linee, o per
meglio dire a grandi strida. Infatti nulla è più curioso delle rumorose
melodie dei contadini, dei cacciatori, dei mulattieri e dei pastori
dell'Asia proseguite da un monte all'altro ed alle quali gli animali
rispondono a modo loro. Si potrebbe comporre uno strano dizionario
colla lingua che gli animali di quassù capiscono, se anche non la
parlano.
Ritorno, come devo ormai, ai miei dervisci. Questa brava gente voleva
assolutamente divertirmi facendomi passare nel modo più gradevole
che fosse possibile il tempo del mio soggiorno forzato nella città
di Angora. Si erano accorti che la visita al convento aveva avuto un
successo mediocre: immaginarono dunque qualcos'altro, e una bella
mattina che, sdraiata sul mio sofà, mi sforzavo invano di scuotere
il torpore e l'emicrania prodotti dal fumo di carbone della stufa di
ghisa che infestava la mia camera chiusa, vidi entrare un vecchietto
col mantello bianco, la barba grigia, un berretto appuntito di feltro
grigio circondato da un turbante verde. Il suo occhio era vivace e la
sua fisionomia benevola quanto ingenua. Questo vecchio si annunciava
come il capo di certi dervisci autori di miracoli che il gran mufti mi
mandava perchè potessi assistere alle loro operazioni. Mi profusi in
ringraziamenti dicendomi pronta ad assistere allo spettacolo che mi si
offriva. Il vecchietto allora socchiuse la porta e, fatto un segnale,
ricomparve subito con un seguito di discepoli.
Erano otto e di certo se li avessi incontrati durante il mio viaggio
al limitare di un bosco non mi sarei rallegrata di vederli apparire.
I loro abiti in brandelli, le loro lunghe barbe irsute, i visi
pallidi, le figure emaciate, un non so che di feroce e di stralunato
che balenava nei loro occhi, costituivano un contrasto impressionante
col viso rotondo e fresco del loro capo, che aveva una fisionomia
aperta, sorridente ed era vestito con qualche pretesa. All'entrata i
discepoli si prosternarono davanti al loro capo, gli fecero un saluto
d'etichetta e si sedettero ad una certa distanza aspettando gli ordini
del vecchietto che, dal canto suo, attendeva i miei comandi. Provavo
un certo imbarazzo che sarebbe stato assai più penoso, se la seduta che
si annunciava fosse stata da me richiesta. Per fortuna io non ne aveva
nessuna responsabilità, pensiero che mi rimetteva un poco in sesto:
con tutto ciò io non osava far segno che si cominciasse... non sapevo
neppur cosa. Mi aspettavo una scena d'impostura grossolana che sarei
stata costretta a lodare per cortesia e che avrei dovuto fingere di
prendere seriamente, non fosse che per educazione. Il mio amor proprio
non era in gioco, ma temevo di non saper bene recitare la mia parte e
del resto, lo confesso, la mia coscienza di persona incivilita stava
alquanto in allarme.
Feci servire il caffè per guadagnar tempo, ma solo il capo accettò; i
discepoli si scusarono, allegando la gravità delle prove che dovevano
superare. Io li guardavo; erano serii e impassibili come uomini che
aspettassero la visita di un ospite, anzi di un padrone venerato.
Dopo un breve silenzio, il vecchietto mi domandò se i suoi figlioli
potessero cominciare; ed io risposi che non dipendeva che da essi,
risposta che fu interpretata come un incoraggiamento, sicchè il
vecchio fece un segno ed uno dei dervisci si alzò. Anzitutto andò ad
inginocchiarsi dinanzi al capo e baciò la terra; il capo gl'impose le
mani in atto di benedirlo e gli disse a voce bassa alcune parole che
non afferrai. Alzatosi il derviscio lasciò cadere il suo mantello,
la sua pelliccia di pelo di capra, tolse di mano ad uno de' suoi
confratelli un lungo pugnale che aveva l'impugnatura guernita di
campanelli e si pose in piedi nel mezzo della stanza. Da principio
era calmo e raccolto, ma gradatamente si animava sotto l'azione di una
forza interna: il suo petto si sollevava, gli si gonfiavano le narici
e roteava gli occhi nelle orbite con una velocità straordinaria. La
trasformazione era accompagnata e certamente agevolata dalla musica e
dai canti degli altri dervisci che, avendo preso le mosse dal monotono
recitativo, trascorsero tosto a grida, ad urli in cadenza, seguendo un
certo ritmo misurato dai colpi regolari ed affrettati di un tamburino.
Quando la febbre musicale raggiunse il suo parossismo il primo
derviscio prese ad alzare e ad abbassare successivamente il braccio che
stringeva il pugnale senza sembrare d'aver coscienza de' suoi movimenti
e quasi obbedisse ad una forza estranea. Un brivido convulso percorreva
tutte le sue membra; egli univa la sua voce a quella de' suoi
confratelli, ma presto li ridusse all'umile ufficio di accompagnatori,
tanto le loro grida erano soverchiate e dominate dalle sue. Il ballo
s'aggiunse alla musica ed il protagonista eseguì salti così prodigiosi,
pur seguitando ad inneggiare come un energumeno, che il suo torso nudo
era madido di sudore.
Era il momento dell'ispirazione. Il derviscio protese il braccio,
brandendo il pugnale che aveva sempre nelle mani, facendone risuonare
i campanelli alla menoma scossa, poi d'un tratto ripiegò con forza il
braccio, infisse il ferro nella guancia fino a farne escire la punta
nell'interno della bocca. Il sangue sgorgava dalle due aperture della
piaga e non potei trattenere un gesto per far cessare quell'orribile
scena. «La signora vuol vedere più da vicino» disse allora il vecchio
che non mi perdeva di vista. Fece avvicinare il paziente e, per farmi
constatare che la punta del pugnale aveva realmente traversato le
carni, non fu soddisfatto finchè non mi ebbe costretta a toccare col
dito quella punta.
— Siete convinta che la ferita di quest'uomo è reale? — soggiunse il
vecchio.
— Non ne dubito menomamente — risposi con ogni premura.
— Basta figliol mio — riprese egli allora indirizzandosi al derviscio
che era rimasto durante l'esame colla bocca aperta piena di sangue e
col ferro nella piaga, — andate a guarirvi.
Il derviscio inchinatosi tolse il ferro dalla piaga, s'accostò a uno
de' suoi colleghi e inginocchiatoglisi dinanzi gli offerse la guancia
perchè gliela lavasse di fuori e di dentro colla propria saliva.
L'operazione non si prolungò più di qualche secondo, ma, quando il
ferito si rialzò e si volse verso di noi, ogni traccia di ferita era
scomparsa.
Un altro derviscio, colla medesima messa in scena, si inferse una
ferita al braccio, che collo stesso metodo fu medicata e guarita. Un
terzo mi riempì di spavento: era armato di una grande sciabola ricurva
che prese colle due mani per le due estremità e dopo essersi applicata
la lama dal lato concavo sopra il ventre ve la fece penetrare con un
leggero movimento bilanciato. Tosto una linea porporina si disegnò
sulla pelle lucida e bruna, ed io supplicai il vecchio di non spinger
più oltre quelle prove. Egli sorrise e mi assicurò che non avevo ancor
visto nulla, che quello non era che un prologo, e che i suoi figli si
tagliavano impunemente tutte le membra ed occorrendo anche la testa,
senza che ne derivasse loro il menomo inconveniente. Io credo ch'egli
era stato contento di me, e mi riteneva degna di apprezzare i loro
miracoli, ma ne ero mediocremente soddisfatta.
Fatto sta che io rimaneva meditabonda ed imbarazzata. Di che si
trattava? I miei occhi avevano ben veduto? Non avevo toccato colle mie
mani? Il sangue non aveva forse sprizzato? Avevo un bel rammentarmi
i giochi dei nostri più celebri prestidigitatori, non ritrovavo ne'
miei ricordi nulla che potesse avvicinarsi a quello che avevo visto
testè. Avevo dinnanzi uomini ignoranti e della massima semplicità,
come semplicissimi erano gli atti loro che non lasciavano alcun campo
all'artificio. Non pretendo d'aver assistito ad un miracolo, narro
fedelmente una scena che da parte mia non saprei spiegare.
Ero molto commossa, lo confesso, e l'indomani ascoltai senza sorridere
il racconto di altri fatti meravigliosi di cui mi parlò il dottor
Petranchi stabilito da molti anni ad Angora con funzioni di Agente
Consolare inglese. Il signor Petranchi crede che questi dervisci
possiedano secreti naturali, o per dir meglio soprannaturali, coi quali
compiono prodigi simili a quelli degli antichi sacerdoti egiziani. Non
enuncio la mia opinione; mi contento di non averne alcuna, è l'unico
modo di non sbagliarsi in certi casi.
Giunse finalmente il giorno fissato per la mia partenza da Angora.
Durante il mio soggiorno in quella città ero stata piuttosto ammalata e
quando mi ritrovai sul mio cavallo non in piena campagna, ma in pieno
deserto (come è l'intervallo che separa qui le grandi città), esposta
a tutte le brine, senz'altra difesa che le mie pelliccie, senz'altro
riparo che un misero tetto e alla peggio la mia tenda, mi sentii
stringere il cuore in segreto. Occorre maggior forza d'animo di quanto
si potrebbe credere a prima vista per intraprendere simili viaggi.
Non è la fatica che spaventa, giacchè non si cammina più di sette od
otto ore al giorno, al passo od ambando, su dei cavalli facilissimi;
i pericoli sono piuttosto immaginari che reali, le privazioni
tollerabili, perchè, oltre le provviste che il viaggiatore reca con sè,
può esser quasi sicuro di trovare ovunque galline, ova, burro, riso,
orzo, miele, caffè e dei materassi. Ma quando ci si pone a riflettere
che non sarebbe possibile procurarsi altro, che quand'anche le forze
venisser meno, dopo sei ore di marcia, bisognerà nondimeno terminare
la tappa, che la malattia ci troverà senza risorse, che la strada si
svolgerà senza rifugio e che la neve e l'uragano possono sorprenderci
nel corso della marcia, una specie di debolezza angosciosa ci assale
involontariamente, sentimento che occorre respingere, perchè guai al
viaggiatore che vi indulgesse!
CESAREA E LE CITTÀ DEL TAURO
Mi si permetta di mutare ancor qui di colpo la scena. Avendo lasciato
la Galazia per venire in Cappadocia, siamo fra le popolazioni
turcomane. Da quattro giorni abbiamo lasciato Angora alle spalle.
Dobbiamo raggiungere la città di Adana, traversando Kirsceir, Cesarea e
qualche altra località notevole per i suoi ricordi o per l'importanza
che ha tuttora. Uno degli incidenti caratteristici di questo viaggio
si svolse nel villaggio chiamato Cuprin. Io dovevo cambiare la scorta
in quel villaggio e vi ebbi campo di adempiere all'ufficio di medico
presso una giovinetta malata da un anno, e che suo padre, superando
la propria avversione pei Cristiani, mi aveva pregato di visitare. I
miei compagni di viaggio si erano allontanati quando vidi apparire la
giovane accompagnata dalla madre. Era una magnifica creatura alta e
di proporzioni grandi, ma perfette: un bel viso ovale, occhi tagliati
a mandorla e di un nero vellutato, un naso piuttosto aquilino che
greco, un colorito che doveva esser stato stupendo e che risplendeva
tuttora, ma ormai di quell'ardore malsano che la febbre sostituisce
alla freschezza. Questa bella giovane aveva l'aria profondamente triste
ed era impossibile di guardarla senza prendervi interesse. Sua madre,
ancor bella dello stesso genere di bellezza della figliola, sembrava
molto inquieta ed afflitta dello stato dell'ammalata, e quelle due
donne si rivolgevano a me, manifestandomi una benevola fiducia che
contrastava col riserbo arcigno del padrone di casa.