d'una febbre intermittente, e che m'aspettava a braccia aperte. Si è
tanto parlato dell'ospitalità orientale, che m'asterrei volontieri
d'intavolare questo discorso, se parlandone molto non se ne fosse
parlato assai male. Ho letto, per esempio, dei racconti di viaggio
in cui gli autori cantavano le lodi dell'ospitalità dei Turcomani[8],
mentre io ho sempre riconosciuta l'origine turcomana della popolazione
d'un villaggio dal miserando ricevimento che mi si faceva. Del resto
si accetta come seria offerta d'ospitalità qualunque complimento
indirizzato da un indigeno ad un forestiero senza pensare agli strani
equivoci che produrrebbe da noi un'interpretazione troppo letterale
di certe formule della cortesia europea. Il fatto è che, di tutte
le virtù tenute in conto nella società cristiana, l'ospitalità è la
sola che i mussulmani si credano in obbligo di praticare. Là dove i
doveri sono poco numerosi, essi sono maggiormente rispettati, cosa
del resto perfettamente naturale. Gli orientali hanno dunque preso
sul serio questa sola ed unica virtù, questo vincolo isolato ch'essi
hanno consentito ad imporsi. Sventuratamente una virtù che si appaga
di apparenze è esposta ad alterarsi ben presto. E questo è appunto
ciò che è accaduto, è ciò che accade giornalmente nell'ospitalità
orientale. Un mussulmano non si consolerà mai d'aver mancato alle leggi
dell'ospitalità. Entrate in casa sua, pregatelo d'uscirne, lasciatelo
esposto alla pioggia, al sole alla porta del suo stesso alloggio,
devastate la sua dispensa, esaurite pure le sue provviste di caffè e
d'acquavite, rovesciate in ogni senso i suoi tappeti, i suoi materassi,
i suoi cuscini, spezzate il suo vasellame, inforcate i suoi cavalli e
rendeteli esausti, se tale è il vostro capriccio. Il mussulmano non
vi indirizzerà un solo rimprovero perchè voi siete «un muzafir» un
ospite: è Dio stesso che vi ha inviato e qualunque cosa voi facciate
siete e sarete sempre il benvenuto. Tutto ciò è ammirevole; ma, se
un mussulmano trova modo di sembrare altrettanto ospitale quanto è
richiesto dalle leggi e dai costumi, senza sacrificare un centesimo
od anche guadagnando una grossa somma di denaro, al diavolo la virtù,
evviva l'ipocrisia! È ciò che accade novantanove volte su cento.
L'ospite vi ricolma di cortesie mentre soggiornate in casa sua; poi,
se alla vostra partenza non gli pagate venti volte il valore di ciò
che vi ha dato, aspetterà bensì che siate uscito dalla sua casa, che
abbiate deposto quindi il vostro sacro carattere di «muzafir», ma poi
vi getterà delle pietre.
Naturalmente voglio parlare della moltitudine volgare, e non dei cuori
semplici e buoni che amano il bene perchè lo trovano amabile e che
nella pratica della virtù procurano a sè stessi un'intima gioja. Il mio
vecchio mufti di Scerkess può entrare in questo numero. La sua casa è
costituita, come quella di tutte le buone famiglie del Levante, da un
corpo di fabbrica riservato alle donne e ai bambini, di un padiglione
esterno, con un salone d'estate ed uno d'inverno e finalmente di
qualche camera per i domestici. Il salotto d'inverno è una bella
camera riscaldata da un buon camino, coperta da grossi tappeti ed
abbastanza ben mobiliata da divani ricoperti in stoffe di seta e
lana e distribuiti tutt'intorno. L'arredamento della sala d'estate
consiste in una fontana che sorge nel mezzo della stanza, alla quale
si accostano, occorrendo, cuscini e materassi per sedersi e sdrajarsi.
Del resto non si vedono nè finestre, nè porte e l'esterno non è
separato dall'interno dalla menoma barriera. Il mio vecchio mufti,
che ha novant'anni, possiede parecchie mogli, la più vecchia di soli
trent'anni ed ha figli di tutte le età, da un marmocchio di sei mesi
ad un uomo di sessant'anni. Egli professa una ripugnanza di buon gusto
per il frastuono, il disordine e la sudiceria dell'harem. Vi si reca
durante la giornata, come va a vedere ed ammirare i suoi cavalli in
scuderia; ma abita e dorme, secondo la stagione, nell'uno o nell'altro
de' suoi salotti. Quell'uomo eccellente comprese che, se non aveva
potuto adattarsi con una lunga abitudine agli inconvenienti dell'harem,
ben peggio doveva essere per me, recentemente sbarcata da quella terra
di raffinatezze incantevoli che qui si chiama il «Franguistan». Mi
dichiarò dunque subito che non mi confinerebbe in quel luogo oscuro e
confuso, male odorante e fumoso che si chiama l'harem, e mi offerse
il suo appartamento che accettai con gratitudine. Dal canto suo si
insediò nella sua sala d'estate, preferendo, anche alla fine di gennaio
e mentre la neve ricopriva città e campagne, la sua fontana ghiacciata,
col pavimento umido e tutte le correnti d'aria, all'atmosfera calda ma
fetida dell'harem.
Temo di distruggere qualche illusione quando parlo degli harem con
così scarso rispetto. Avendo letto le descrizioni che ce ne danno le
«Mille e una notte» ed altri racconti orientali, udendo che quei luoghi
sono il soggiorno della bellezza e degli amori, siamo autorizzati a
credere che le descrizioni letterarie, sieno pure esagerate, abbiano
un fondamento nella realtà e che in quei misteriosi rifugi debbano
trovarsi riunite tutte le meraviglie del lusso, dell'arte e della più
sontuosa voluttà. Quanto siamo lontani dal vero! Immaginatevi dei muri
anneriti e screpolati, dei soffitti in legno con fenditure, polvere
e ragnatele, dei divani stracciati ed unti, delle portiere strappate,
macchie di cera e di olio in ogni angolo.
Tale spettacolo era urtante per me, poichè entravo per la prima volta
in luoghi simili, ma le padrone di casa non se ne accorgevano. Sono
vestite come Dio vuole e, poichè gli specchi sono rarissimi in quei
paesi, le donne si mettono intorno a caso ornamenti di cui non possono
valutare esattamente le strane ripercussioni. Arrotolano intorno al
capo dei fazzoletti di cotone stampato e vi puntan sopra spilloni di
diamanti e di pietre preziose. I loro capelli sono trascuratissimi
ed i pettini sono solo conosciuti dalle gran signore che abbiano
abitato alla capitale. Fanno un uso smodato di belletti di tutti
i colori: ma non possono regolarne la distribuzione che ajutandosi
l'un l'altra coi reciproci suggerimenti e, rivali come sono tutte
queste donne che convivono nella stessa casa, non trovano di meglio
che d'incoraggiarsi mutualmente alle dipinture più grottesche. Esse
pongono del carmino sulle labbra, del rossetto sulle guancie, sul
naso, sulla fronte, sul mento, del bianchetto arbitrariamente e come
sfondo, del bleu intorno agli occhi e sotto il naso. Quello che è
ancora più strano è il modo con cui si tingono le sopraciglia. Devono
aver udito dire che le sopraciglia acquistano bellezza col formare un
grande arco, e ne concludono di potersi far tanto più ammirare quanto
più grande sarà questa curva, senza domandarsi se essa non abbia il
suo posto delimitato irrevocabilmente dalla natura. Attribuiscono
quindi alle loro sopraciglia tutto lo spazio tra una tempia e l'altra
e si dipingono sulla fronte due archi immensi che partono dal culmine
del naso e se ne vanno, ciascuno per conto suo, fino alle tempia. Non
mancano, per quanto sieno casi rari, delle giovani beltà bizzarre che
preferiscono la linea retta alla curva e che disegnano una grande riga
nera traverso la fronte.
Il risultato più certo e più deplorevole di tutto ciò è il sovrapporsi
di tutta questa pittura alla pigrizia ed alla sudiceria che riescono
così naturali alle donne dell'Oriente. Ogni viso di donna diventa
un'opera d'arte molto complessa e non si potrebbe rifarla tutte le
mattine. Perfino le mani ed i piedi tinteggiati in color arancione
sfuggono all'azione dell'acqua che può compromettere queste bellezze.
La massa di bambini e di schiave, specialmente nere, che affolla
gli harem, congiunta all'uguaglianza del tenor di vita fra serve e
padrone, costituisce un aggravante della mancanza generale di pulizia.
Non è necessario di spiegare come vivano ovunque i bambini piccoli;
ma immaginiamoci inoltre quale sarebbe il destino dei nostri mobili
fini d'Europa, se le nostre cuoche, le donne di fatica, venissero a
riposarsi sulle nostre poltrone, appoggiando i piedi sui nostri tappeti
e la schiena alle nostre tende. Per di più, i vetri sono tuttora per
l'Asia un oggetto di curiosità, le finestre sono di solito chiuse
con carta oliata, e, dove scarseggia anche la carta, si sopprimono
senz'altro le finestre e ci si contenta di quel po' di luce che penetra
dal camino e che è più che bastante per fumare, per bere e per battere
i bambini troppo riottosi, sole occupazioni alle quali si dedicano
durante il giorno le spose dei fedeli mussulmani. Non crediate per
questo che in tali camere senza finestre regni una vera oscurità. Le
case non hanno mai più di un piano, le cappe dei camini non sorgono
mai più alte del tetto e sono molto ampie, sì che accada, piegando
un poco il capo davanti al camino, di scorgere facilmente il cielo
dall'apertura. È l'aria che manca completamente in quegli alloggi. Ma
quelle signore non se ne lagnano affatto perchè soffrono naturalmente
il freddo e non sanno cacciarlo col moto: rimangono durante ore intere
accoccolate per terra dinanzi al fuoco e non riescono a comprendere
che talora altri vi si senta soffocare. Mi pare di venir meno solo che
ripensi a quelle caverne artificiali, ingombre di donne in istracci e
di bimbi maleducati e benedico con tutto il cuore l'eccellente mufti di
Scerkess e la sua singolare delicatezza che mi risparmiò un soggiorno
di ventiquattr'ore nel suo harem, tanto più che non è dei meglio
tenuti.
È un personaggio ben straordinario il mio vecchio amico, il mufti di
Scerkess, a giudicarlo almeno dal nostro punto di vista europeo, perchè
armonizza perfettamente colla società mussulmana. Non gli avrei dato
più di sessant'anni, è alto di statura e leggermente incurvato, ma
sembra piegarsi piuttosto per condiscendenza che per debolezza; porta
con grazia congiunta a nobiltà la lunga toga e la pelliccia rossa dei
dottori in legge. I suoi lineamenti regolari, il suo colorito chiaro e
quasi trasparente, il suo occhio limpido ed azzurro, la sua lunga barba
bianca che scende ondulata sul suo petto, la sua bella fronte alla
quale sovrasta un turbante bianco o verde rigonfio alla moda antica,
tutto ciò potrebbe servire degnamente come modello per un ritratto di
Giacobbe o di Abramo.
Quando si vede un così bel vecchio, circondato da una famiglia tanto
numerosa ed onorato da' suoi concittadini come il simbolo vivente di
tutte le virtù, è difficile trattenersi da un sentimento profondo di
venerazione. Io non abitavo, mi venivo dicendo, la casa di un semplice
mortale, ero ammessa in un santuario. Le vicinanze ne erano affollate
ad ogni ora da devoti di ogni età e di ogni condizione accorsi a
baciare il lembo dell'abito del Santone, a chiedergli consigli,
preghiere ed elemosine. Tutti ripartivano contenti cantando le lodi
del loro benefattore. Egli stesso sembrava corazzato contro tutte le
debolezze umane: la noia, l'impazienza, il disprezzo, il motteggio,
il malumore, l'egoismo. Quale spettacolo incantevole lo scorgere il
vecchio coi più giovini de' suoi figli che gli si arrampicavano sulle
ginocchia, nascondevano il loro viso giovine nella sua lunga barba
e si addormentavano nelle sue braccia, mentr'egli sorrideva loro con
tenerezza, ascoltava attentamente i loro lagni e le loro apologie, li
consolava de' loro crucci con dolci parole, li esortava allo studio
rifacendo con essi e per essi il pesante cammino dell'alfabeto. Io mi
smarriva nella contemplazione di quel giusto dicendo fra me: felice
il popolo che tuttora possiede e sa apprezzare tali uomini! Ma una
conversazione, che ebbi col mufti e con uno de' suoi confidenti, gettò
qualche ombra sulla mia ingenua ammirazione. Il vecchio stava seduto
con uno de' suoi bimbi su ciascun ginocchio. Ebbi l'idea di chiedergli
se avesse molte mogli. Mi rispose: «Non ne ho che due in questo momento
(ed era un po' vergognoso di mostrarsi così sprovvisto), le vedrete
domani e non vi piaceranno — poi fece una smorfia di disprezzo: —
quelle vecchie donne, proseguì, sono state abbastanza belle, ma è
passato molto tempo».
— Che età hanno? — domandai.
— Non ve lo potrei dire esattamente, sono sulla trentina.
— Oh! — esclamò allora uno dei servitori del mufti, — il nostro signore
non può contentarsi di mogli simili e non tarderà a riempire i vuoti
che la morte ha lasciato nel suo harem. Se voi foste venuta un anno fa,
avreste veduto una donna degna di sua Eccellenza; ora che è morta ne
troverà delle altre, non dubitatene.
— Ma — chiesi a mia volta — sua Eccellenza non è giovane, ha sempre
avuto, a quanto pare, parecchie mogli giovani e non le considera tali
che al dissotto dei trent'anni. Calcolo quindi che nel corso della sua
lunga vita deve averne ricevute nel suo harem un numero molto notevole.
— Probabilmente — fece il sant'uomo impassibile.
— E vostra Eccellenza ha senza dubbio molti figli?
Il patriarca ed il suo domestico si guardarono scoppiando in una
risata: poi, quando l'accesso d'ilarità fu passato, il padrone rispose:
— Se ho molti figli? lo credo bene, ma non saprei dirvene il numero.
— Dimmi, Hassan — soggiunse rivolto al suo confidente — mi potresti
dire quanti figli io abbia e dove si trovino?
— In verità, no. Sua Eccellenza ne ha in tutte le provincie dell'impero
ed in tutti i distretti di ogni provincia; ed è tutto quello che io so
e scommetterei che egli stesso non ne sa più di me a questo proposito.
— Come potrei saperlo? — disse il vecchio.
Io volli insistere, perchè il mio patriarca perdeva a vista d'occhio
nella mia estimazione e volevo mettermi il cuore in pace; perciò
ripresi:
— Come sono allevati questi figlioli, chi ne ha cura? A quale età
lasciano il padre? Ove sono stati mandati? e confidati a chi? A quale
carriera sono indirizzati e quali sono i mezzi di sussistenza? E come
li riconoscete?
— Oh Dio mio! Posso sbagliarmi come qualunque altro, ma poco importa.
Del resto li ho tutti allevati, come vedete che faccio con questi
fino all'età in cui hanno potuto bastare a loro stessi. Le ragazze
sono state sposate o regalate a 10 o 12 anni e non ne ho più sentito
parlare; i maschi non sono così precoci e non possono trarsi soli
d'impiccio prima dei 14 anni. Io dò allora a ciascuno una lettera di
raccomandazione per qualche amico che diriga una grande casa od occupi
una carica; egli li colloca in casa sua od altrove, ma tocca ai giovani
stessi di far fortuna, io me ne lavo le mani.
Io domandai ancora: — E non li vedete più?
— Che ne so io? Io ricevo, abbastanza spesso, la visita di persone
che si dicono miei figli e che possono anche esserlo; faccio loro
buon'accoglienze e li ospito per qualche giorno senza chieder loro
nulla. Finiscono bene per comprendere che qui non vi è posto per essi e
che non vi hanno assolutamente nulla da fare. Le loro madri sono morte,
essi sono degli stranieri per me. Per cui se ne vanno spontaneamente
e, dopo essere venuti una volta, non ricompaiono più. Sta bene, perchè
altri arrivano al posto loro e fanno poi come quelli che li hanno
preceduti. Meglio così.
Io non era ancora soddisfatta e continuai:
— Ma questi bei bambini che accarezzate e che vi abbracciano così
teneramente sono destinati a subire la stessa sorte?
— Senza dubbio.
— Ve ne separerete quando avranno raggiunto l'età di 10 o 14 anni?
Non vi preoccuperete cosa diverranno? Non li rivedrete forse più? E,
se ritorneranno un giorno per sedersi ancora una volta alla tavola
famigliare, li tratterete come degli stranieri e li vedrete ripartire,
questa volta per sempre, senza dar loro un solo di quei baci che
prodigate loro adesso? Che accadrà di voi un giorno nella vostra casa
deserta quando la voce dei vostri bimbi non vi risuonerà più?
Io cominciavo ad animarmi ed i miei uditori non mi capivano più. Il
domestico riuscì ad afferrare il senso delle mie ultime parole e si
affrettò a rassicurarmi circa l'isolamento futuro del suo venerato
padrone.
— Oh, — disse — quando questi bimbi saranno grandi, sua Eccellenza ne
avrà altri piccolini, potete rimettervi a lui su questo punto, non se
ne lascerà mancare.
Padrone e servitore scoppiarono in una nuova risata, ma il vecchio
aveva osservato che l'effetto prodotto in me da questa conversazione
non aveva aumentato la mia stima per lui che teneva a conservare.
Affrontò quindi una dissertazione con una certa pretesa di serietà a
proposito delle famiglie troppo numerose e dei loro inconvenienti,
dell'impossibilità di nutrire e di allevare fino in fondo tutti i
propri figlioli, specialmente in una vita così lunga come la sua.
Quest'apologia era svolta in un tono solenne, ma le argomentazioni
sulle quali si fondava non erano per questo meno assurde ed odiose,
tanto che fui ripetutamente sul punto d'interrompere il patriarca. Mi
limitai a compiangere in silenzio il popolo che onora uomini di tal
fatta come modelli di virtù.
L'indomani ricevetti la visita della principale sposa del patriarca;
era un bel donnone, ma orribilmente impiastricciata di rosso e di
nero; vi sarà stato anche del bianco, ma non lo si vedeva. Quando le
restituii la visita, la trovai circondata da tutte le signore della
città che le rendevano onore come alla moglie del personaggio più
importante del paese. Essa sembrava comprendere tutta la dignità della
sua posizione e ne godeva senza scrupoli. Poichè mi piaceva poco non
feci con essa una conoscenza più intima e profittai del permesso del
mufti per tenermi ad una certa distanza dalla porta dell'harem.
Se devo poi darvi un'idea della città di Scerkess, l'antica
Antoniopolis, vi additerò tante piccole case in legno ed in fango più
o meno in rovina, distribuite a caso sul terreno, abbandonando alle
immondizie lo spazio rimasto libero fra l'una e l'altra. Le funzioni di
spazzino sono affidate ai cani quasi selvatici, agli sciacalli ed agli
uccelli di rapina. Nessuno si preoccupa di assicurare agli abitanti
il transito da una casa all'altra. I solchi, le buche, i detriti
dei muri crollati, tutto ciò si accumula, si sfascia, aggravando uno
stato di cose al quale nessuno rimedia. In alcune città, nell'interno
dell'Asia Minore, per traversare le strade si ricorre a dei pattini,
che potrebbero anche esser chiamati dei trampoli, tanto sono alti.
Altrove le suole delle scarpe devono essere rimpiazzate da sandali in
pelle di capra o in pelle di bufalo non conciata e non spogliata del
suo pelo. Non ultimo inconveniente è quello che una persona di statura
appena superiore alla media arrischia di urtare negli spigoli dei tetti
delle case, se non sta in mezzo alla strada. Ecco un quadro fedele di
Scerkess che può applicarsi a tutte le città dell'Asia Minore.
ANGORA E IL CONVENTO DEI DERVISCI
Due giorni di marcia separano Scerkess da Angora[9], viaggio faticoso.
Traversiamo a cavallo montagne nevose e, caso singolare, splende un
sole molto caldo, ma il suolo che scricchiola sotto i nostri passi è
tutto ghiacciato. La prima tappa mi riservò un incidente che poteva
emozionarmi. Eravamo arrivati verso sera ai piedi di una montagna dai
fianchi tappezzati da fitti boschi di pini. Era il tramonto quando
arrivai sulla nuda spianata di quel monte, e il vento del nord che
vi turbinava per poco non mi gettò dal cavallo. Dovevo ancora salire
un'erta nell'oscurità, aggravata da incessanti raffiche di neve. D'un
tratto il cavallo si ferma avendo perduto la traccia del sentiero che
serpeggiava dinanzi a noi come le strade che valicano le Alpi e gli
Appennini. Tutta la mia scorta era immobilizzata e, per aumentare
l'imbarazzo, una mandra di mucche e di asini, guidata da qualche
ragazzo, ostruiva il passaggio nel quale ci sforzavamo invano di
avviare le nostre cavalcature. Era per altro necessario di uscire da
quell'immobilità che ci minacciava di un congelamento, dato il freddo
intensissimo che regna su quelle alture. Il nostro cavass prese una
decisione eroica e lanciò il suo cavallo a caso fendendo gli strati
di neve che avevamo d'intorno. Seguii il suo esempio affidandomi alla
Provvidenza ed il mio cavallo traversò con impeto la distesa di neve
nella quale l'avevo lanciato: perdette piede due volte e due volte
ritrovò un punto d'appoggio, finchè raggiungemmo un terreno più solido
al di là di quel passo pericoloso. Eravamo sulla cima della montagna
non lungi da una casa di rifugio di cui potevamo già scorgere il fumo
ospitale; pochi minuti dopo la nostra scorta ci raggiungeva ed una mano
mezzo gelata, della quale fu difficile riattivare la circolazione, fu
il solo strascico che ebbe per me un incidente come può aspettarsene
qualsiasi viaggiatore che si rechi nell'inverno dall'Anatolia alla
Palestina.
Ormai siamo ad Angora, l'antica Ancira. Mi trattenni in questa città
una quindicina di giorni nel febbraio del 1852. L'archeologo non trova
che poveri avanzi dell'antica capitale della Galazia, ma un viaggiatore
incuriosito dalla vita attuale dell'Oriente può raccogliervi materia
d'osservazioni interessanti. Gli europei, poco esperti di usanze
amministrative del paesi mussulmani, devono aspettarsi purtroppo ogni
sorta di noie.
Io avevo dimenticato, al momento della mia partenza, di far rettificare
un errore che era sfuggito nella redazione del mio passaporto. Contavo
porvi rimedio ad Angora, ove risiede un Caimacan[10], ma egli si
rifiutò di prestarvisi senza una mancia di 15,000 piastre. Non fu
possibile di piegare quell'avido funzionario nè con osservazioni,
nè con rimproveri, nè con preghiere, e mi riescì appena di ottenere
una riduzione nel prezzo. Messa così alle strette e decisissima a
non dare un centesimo a quel mascalzone, gli dichiarai che non avevo
su di me che il denaro indispensabile per arrivare fino a Cesarea e
che non potevo quindi pagarlo che con una tratta su Costantinopoli.
L'accettò ed io gli consegnai la cambiale, ma scrissi al mio banchiere
di non pagarla. Il blocco fu levato non appena consegnai la cambiale
e mi affrettai ad uscire da Angora e dalla giurisdizione di quello
sciagurato Caimacan. Mentre questa faccenda s'era imbrogliata e risolta
dovetti far passare il tempo e pazientare.
Il mufti di Scerkess mi aveva indirizzata al suo amico, il mufti di
Angora, personaggio ancora più vecchio e non meno rispettabile del suo
collega. Egli aveva varcato i cent'anni e possedeva anch'egli delle
mogli giovani e dei bambini piccolissimi. Questo valentuomo aveva
perduto la vista da qualche anno e i dervisci, che aveva consultato,
avevano parlato di una cataratta. Volle sapere ciò che io ne pensassi,
perchè la mia reputazione nella scienza medica è così ben stabilita
in Asia come può essere a Parigi quella del Dottor Andral[11]. Gli
potevo dare qualche speranza perchè non scorgevo una vera cataratta
e gli consigliai una cura che intraprese senza esitazione e che, sin
dall'inizio, gli procurò qualche sollievo. Bastò perchè il buon vecchio
concepisse una grande amicizia per me. Mandava tutte le mattine i suoi
coadiutori a prendere le mie notizie, ed a mettersi a mia disposizione
per tutte le spedizioni e le ricerche che volessi fare. Quei bravi
mufti mi offersero, fra le altre distrazioni, la visita di un celebre
convento di dervisci situato nella città stessa ed io accettai con
premura la loro proposta.