A Scerkess scesi da un muftì[7] che avevo guarito qualche mese prima

d'una febbre intermittente, e che m'aspettava a braccia aperte. Si è

tanto parlato dell'ospitalità orientale, che m'asterrei volontieri

d'intavolare questo discorso, se parlandone molto non se ne fosse

parlato assai male. Ho letto, per esempio, dei racconti di viaggio

in cui gli autori cantavano le lodi dell'ospitalità dei Turcomani[8],

mentre io ho sempre riconosciuta l'origine turcomana della popolazione

d'un villaggio dal miserando ricevimento che mi si faceva. Del resto

si accetta come seria offerta d'ospitalità qualunque complimento

indirizzato da un indigeno ad un forestiero senza pensare agli strani

equivoci che produrrebbe da noi un'interpretazione troppo letterale

di certe formule della cortesia europea. Il fatto è che, di tutte

le virtù tenute in conto nella società cristiana, l'ospitalità è la

sola che i mussulmani si credano in obbligo di praticare. Là dove i

doveri sono poco numerosi, essi sono maggiormente rispettati, cosa

del resto perfettamente naturale. Gli orientali hanno dunque preso

sul serio questa sola ed unica virtù, questo vincolo isolato ch'essi

hanno consentito ad imporsi. Sventuratamente una virtù che si appaga

di apparenze è esposta ad alterarsi ben presto. E questo è appunto

ciò che è accaduto, è ciò che accade giornalmente nell'ospitalità

orientale. Un mussulmano non si consolerà mai d'aver mancato alle leggi

dell'ospitalità. Entrate in casa sua, pregatelo d'uscirne, lasciatelo

esposto alla pioggia, al sole alla porta del suo stesso alloggio,

devastate la sua dispensa, esaurite pure le sue provviste di caffè e

d'acquavite, rovesciate in ogni senso i suoi tappeti, i suoi materassi,

i suoi cuscini, spezzate il suo vasellame, inforcate i suoi cavalli e

rendeteli esausti, se tale è il vostro capriccio. Il mussulmano non

vi indirizzerà un solo rimprovero perchè voi siete «un muzafir» un

ospite: è Dio stesso che vi ha inviato e qualunque cosa voi facciate

siete e sarete sempre il benvenuto. Tutto ciò è ammirevole; ma, se

un mussulmano trova modo di sembrare altrettanto ospitale quanto è

richiesto dalle leggi e dai costumi, senza sacrificare un centesimo

od anche guadagnando una grossa somma di denaro, al diavolo la virtù,

evviva l'ipocrisia! È ciò che accade novantanove volte su cento.

L'ospite vi ricolma di cortesie mentre soggiornate in casa sua; poi,

se alla vostra partenza non gli pagate venti volte il valore di ciò

che vi ha dato, aspetterà bensì che siate uscito dalla sua casa, che

abbiate deposto quindi il vostro sacro carattere di «muzafir», ma poi

vi getterà delle pietre.

Naturalmente voglio parlare della moltitudine volgare, e non dei cuori

semplici e buoni che amano il bene perchè lo trovano amabile e che

nella pratica della virtù procurano a sè stessi un'intima gioja. Il mio

vecchio mufti di Scerkess può entrare in questo numero. La sua casa è

costituita, come quella di tutte le buone famiglie del Levante, da un

corpo di fabbrica riservato alle donne e ai bambini, di un padiglione

esterno, con un salone d'estate ed uno d'inverno e finalmente di

qualche camera per i domestici. Il salotto d'inverno è una bella

camera riscaldata da un buon camino, coperta da grossi tappeti ed

abbastanza ben mobiliata da divani ricoperti in stoffe di seta e

lana e distribuiti tutt'intorno. L'arredamento della sala d'estate

consiste in una fontana che sorge nel mezzo della stanza, alla quale

si accostano, occorrendo, cuscini e materassi per sedersi e sdrajarsi.

Del resto non si vedono nè finestre, nè porte e l'esterno non è

separato dall'interno dalla menoma barriera. Il mio vecchio mufti,

che ha novant'anni, possiede parecchie mogli, la più vecchia di soli

trent'anni ed ha figli di tutte le età, da un marmocchio di sei mesi

ad un uomo di sessant'anni. Egli professa una ripugnanza di buon gusto

per il frastuono, il disordine e la sudiceria dell'harem. Vi si reca

durante la giornata, come va a vedere ed ammirare i suoi cavalli in

scuderia; ma abita e dorme, secondo la stagione, nell'uno o nell'altro

de' suoi salotti. Quell'uomo eccellente comprese che, se non aveva

potuto adattarsi con una lunga abitudine agli inconvenienti dell'harem,

ben peggio doveva essere per me, recentemente sbarcata da quella terra

di raffinatezze incantevoli che qui si chiama il «Franguistan». Mi

dichiarò dunque subito che non mi confinerebbe in quel luogo oscuro e

confuso, male odorante e fumoso che si chiama l'harem, e mi offerse

il suo appartamento che accettai con gratitudine. Dal canto suo si

insediò nella sua sala d'estate, preferendo, anche alla fine di gennaio

e mentre la neve ricopriva città e campagne, la sua fontana ghiacciata,

col pavimento umido e tutte le correnti d'aria, all'atmosfera calda ma

fetida dell'harem.

Temo di distruggere qualche illusione quando parlo degli harem con

così scarso rispetto. Avendo letto le descrizioni che ce ne danno le

«Mille e una notte» ed altri racconti orientali, udendo che quei luoghi

sono il soggiorno della bellezza e degli amori, siamo autorizzati a

credere che le descrizioni letterarie, sieno pure esagerate, abbiano

un fondamento nella realtà e che in quei misteriosi rifugi debbano

trovarsi riunite tutte le meraviglie del lusso, dell'arte e della più

sontuosa voluttà. Quanto siamo lontani dal vero! Immaginatevi dei muri

anneriti e screpolati, dei soffitti in legno con fenditure, polvere

e ragnatele, dei divani stracciati ed unti, delle portiere strappate,

macchie di cera e di olio in ogni angolo.

Tale spettacolo era urtante per me, poichè entravo per la prima volta

in luoghi simili, ma le padrone di casa non se ne accorgevano. Sono

vestite come Dio vuole e, poichè gli specchi sono rarissimi in quei

paesi, le donne si mettono intorno a caso ornamenti di cui non possono

valutare esattamente le strane ripercussioni. Arrotolano intorno al

capo dei fazzoletti di cotone stampato e vi puntan sopra spilloni di

diamanti e di pietre preziose. I loro capelli sono trascuratissimi

ed i pettini sono solo conosciuti dalle gran signore che abbiano

abitato alla capitale. Fanno un uso smodato di belletti di tutti

i colori: ma non possono regolarne la distribuzione che ajutandosi

l'un l'altra coi reciproci suggerimenti e, rivali come sono tutte

queste donne che convivono nella stessa casa, non trovano di meglio

che d'incoraggiarsi mutualmente alle dipinture più grottesche. Esse

pongono del carmino sulle labbra, del rossetto sulle guancie, sul

naso, sulla fronte, sul mento, del bianchetto arbitrariamente e come

sfondo, del bleu intorno agli occhi e sotto il naso. Quello che è

ancora più strano è il modo con cui si tingono le sopraciglia. Devono

aver udito dire che le sopraciglia acquistano bellezza col formare un

grande arco, e ne concludono di potersi far tanto più ammirare quanto

più grande sarà questa curva, senza domandarsi se essa non abbia il

suo posto delimitato irrevocabilmente dalla natura. Attribuiscono

quindi alle loro sopraciglia tutto lo spazio tra una tempia e l'altra

e si dipingono sulla fronte due archi immensi che partono dal culmine

del naso e se ne vanno, ciascuno per conto suo, fino alle tempia. Non

mancano, per quanto sieno casi rari, delle giovani beltà bizzarre che

preferiscono la linea retta alla curva e che disegnano una grande riga

nera traverso la fronte.

Il risultato più certo e più deplorevole di tutto ciò è il sovrapporsi

di tutta questa pittura alla pigrizia ed alla sudiceria che riescono

così naturali alle donne dell'Oriente. Ogni viso di donna diventa

un'opera d'arte molto complessa e non si potrebbe rifarla tutte le

mattine. Perfino le mani ed i piedi tinteggiati in color arancione

sfuggono all'azione dell'acqua che può compromettere queste bellezze.

La massa di bambini e di schiave, specialmente nere, che affolla

gli harem, congiunta all'uguaglianza del tenor di vita fra serve e

padrone, costituisce un aggravante della mancanza generale di pulizia.

Non è necessario di spiegare come vivano ovunque i bambini piccoli;

ma immaginiamoci inoltre quale sarebbe il destino dei nostri mobili

fini d'Europa, se le nostre cuoche, le donne di fatica, venissero a

riposarsi sulle nostre poltrone, appoggiando i piedi sui nostri tappeti

e la schiena alle nostre tende. Per di più, i vetri sono tuttora per

l'Asia un oggetto di curiosità, le finestre sono di solito chiuse

con carta oliata, e, dove scarseggia anche la carta, si sopprimono

senz'altro le finestre e ci si contenta di quel po' di luce che penetra

dal camino e che è più che bastante per fumare, per bere e per battere

i bambini troppo riottosi, sole occupazioni alle quali si dedicano

durante il giorno le spose dei fedeli mussulmani. Non crediate per

questo che in tali camere senza finestre regni una vera oscurità. Le

case non hanno mai più di un piano, le cappe dei camini non sorgono

mai più alte del tetto e sono molto ampie, sì che accada, piegando

un poco il capo davanti al camino, di scorgere facilmente il cielo

dall'apertura. È l'aria che manca completamente in quegli alloggi. Ma

quelle signore non se ne lagnano affatto perchè soffrono naturalmente

il freddo e non sanno cacciarlo col moto: rimangono durante ore intere

accoccolate per terra dinanzi al fuoco e non riescono a comprendere

che talora altri vi si senta soffocare. Mi pare di venir meno solo che

ripensi a quelle caverne artificiali, ingombre di donne in istracci e

di bimbi maleducati e benedico con tutto il cuore l'eccellente mufti di

Scerkess e la sua singolare delicatezza che mi risparmiò un soggiorno

di ventiquattr'ore nel suo harem, tanto più che non è dei meglio

tenuti.

È un personaggio ben straordinario il mio vecchio amico, il mufti di

Scerkess, a giudicarlo almeno dal nostro punto di vista europeo, perchè

armonizza perfettamente colla società mussulmana. Non gli avrei dato

più di sessant'anni, è alto di statura e leggermente incurvato, ma

sembra piegarsi piuttosto per condiscendenza che per debolezza; porta

con grazia congiunta a nobiltà la lunga toga e la pelliccia rossa dei

dottori in legge. I suoi lineamenti regolari, il suo colorito chiaro e

quasi trasparente, il suo occhio limpido ed azzurro, la sua lunga barba

bianca che scende ondulata sul suo petto, la sua bella fronte alla

quale sovrasta un turbante bianco o verde rigonfio alla moda antica,

tutto ciò potrebbe servire degnamente come modello per un ritratto di

Giacobbe o di Abramo.

Quando si vede un così bel vecchio, circondato da una famiglia tanto

numerosa ed onorato da' suoi concittadini come il simbolo vivente di

tutte le virtù, è difficile trattenersi da un sentimento profondo di

venerazione. Io non abitavo, mi venivo dicendo, la casa di un semplice

mortale, ero ammessa in un santuario. Le vicinanze ne erano affollate

ad ogni ora da devoti di ogni età e di ogni condizione accorsi a

baciare il lembo dell'abito del Santone, a chiedergli consigli,

preghiere ed elemosine. Tutti ripartivano contenti cantando le lodi

del loro benefattore. Egli stesso sembrava corazzato contro tutte le

debolezze umane: la noia, l'impazienza, il disprezzo, il motteggio,

il malumore, l'egoismo. Quale spettacolo incantevole lo scorgere il

vecchio coi più giovini de' suoi figli che gli si arrampicavano sulle

ginocchia, nascondevano il loro viso giovine nella sua lunga barba

e si addormentavano nelle sue braccia, mentr'egli sorrideva loro con

tenerezza, ascoltava attentamente i loro lagni e le loro apologie, li

consolava de' loro crucci con dolci parole, li esortava allo studio

rifacendo con essi e per essi il pesante cammino dell'alfabeto. Io mi

smarriva nella contemplazione di quel giusto dicendo fra me: felice

il popolo che tuttora possiede e sa apprezzare tali uomini! Ma una

conversazione, che ebbi col mufti e con uno de' suoi confidenti, gettò

qualche ombra sulla mia ingenua ammirazione. Il vecchio stava seduto

con uno de' suoi bimbi su ciascun ginocchio. Ebbi l'idea di chiedergli

se avesse molte mogli. Mi rispose: «Non ne ho che due in questo momento

(ed era un po' vergognoso di mostrarsi così sprovvisto), le vedrete

domani e non vi piaceranno — poi fece una smorfia di disprezzo: —

quelle vecchie donne, proseguì, sono state abbastanza belle, ma è

passato molto tempo».

— Che età hanno? — domandai.

— Non ve lo potrei dire esattamente, sono sulla trentina.

— Oh! — esclamò allora uno dei servitori del mufti, — il nostro signore

non può contentarsi di mogli simili e non tarderà a riempire i vuoti

che la morte ha lasciato nel suo harem. Se voi foste venuta un anno fa,

avreste veduto una donna degna di sua Eccellenza; ora che è morta ne

troverà delle altre, non dubitatene.

— Ma — chiesi a mia volta — sua Eccellenza non è giovane, ha sempre

avuto, a quanto pare, parecchie mogli giovani e non le considera tali

che al dissotto dei trent'anni. Calcolo quindi che nel corso della sua

lunga vita deve averne ricevute nel suo harem un numero molto notevole.

— Probabilmente — fece il sant'uomo impassibile.

— E vostra Eccellenza ha senza dubbio molti figli?

Il patriarca ed il suo domestico si guardarono scoppiando in una

risata: poi, quando l'accesso d'ilarità fu passato, il padrone rispose:

— Se ho molti figli? lo credo bene, ma non saprei dirvene il numero.

— Dimmi, Hassan — soggiunse rivolto al suo confidente — mi potresti

dire quanti figli io abbia e dove si trovino?

— In verità, no. Sua Eccellenza ne ha in tutte le provincie dell'impero

ed in tutti i distretti di ogni provincia; ed è tutto quello che io so

e scommetterei che egli stesso non ne sa più di me a questo proposito.

— Come potrei saperlo? — disse il vecchio.

Io volli insistere, perchè il mio patriarca perdeva a vista d'occhio

nella mia estimazione e volevo mettermi il cuore in pace; perciò

ripresi:

— Come sono allevati questi figlioli, chi ne ha cura? A quale età

lasciano il padre? Ove sono stati mandati? e confidati a chi? A quale

carriera sono indirizzati e quali sono i mezzi di sussistenza? E come

li riconoscete?

— Oh Dio mio! Posso sbagliarmi come qualunque altro, ma poco importa.

Del resto li ho tutti allevati, come vedete che faccio con questi

fino all'età in cui hanno potuto bastare a loro stessi. Le ragazze

sono state sposate o regalate a 10 o 12 anni e non ne ho più sentito

parlare; i maschi non sono così precoci e non possono trarsi soli

d'impiccio prima dei 14 anni. Io dò allora a ciascuno una lettera di

raccomandazione per qualche amico che diriga una grande casa od occupi

una carica; egli li colloca in casa sua od altrove, ma tocca ai giovani

stessi di far fortuna, io me ne lavo le mani.

Io domandai ancora: — E non li vedete più?

— Che ne so io? Io ricevo, abbastanza spesso, la visita di persone

che si dicono miei figli e che possono anche esserlo; faccio loro

buon'accoglienze e li ospito per qualche giorno senza chieder loro

nulla. Finiscono bene per comprendere che qui non vi è posto per essi e

che non vi hanno assolutamente nulla da fare. Le loro madri sono morte,

essi sono degli stranieri per me. Per cui se ne vanno spontaneamente

e, dopo essere venuti una volta, non ricompaiono più. Sta bene, perchè

altri arrivano al posto loro e fanno poi come quelli che li hanno

preceduti. Meglio così.

Io non era ancora soddisfatta e continuai:

— Ma questi bei bambini che accarezzate e che vi abbracciano così

teneramente sono destinati a subire la stessa sorte?

— Senza dubbio.

— Ve ne separerete quando avranno raggiunto l'età di 10 o 14 anni?

Non vi preoccuperete cosa diverranno? Non li rivedrete forse più? E,

se ritorneranno un giorno per sedersi ancora una volta alla tavola

famigliare, li tratterete come degli stranieri e li vedrete ripartire,

questa volta per sempre, senza dar loro un solo di quei baci che

prodigate loro adesso? Che accadrà di voi un giorno nella vostra casa

deserta quando la voce dei vostri bimbi non vi risuonerà più?

Io cominciavo ad animarmi ed i miei uditori non mi capivano più. Il

domestico riuscì ad afferrare il senso delle mie ultime parole e si

affrettò a rassicurarmi circa l'isolamento futuro del suo venerato

padrone.

— Oh, — disse — quando questi bimbi saranno grandi, sua Eccellenza ne

avrà altri piccolini, potete rimettervi a lui su questo punto, non se

ne lascerà mancare.

Padrone e servitore scoppiarono in una nuova risata, ma il vecchio

aveva osservato che l'effetto prodotto in me da questa conversazione

non aveva aumentato la mia stima per lui che teneva a conservare.

Affrontò quindi una dissertazione con una certa pretesa di serietà a

proposito delle famiglie troppo numerose e dei loro inconvenienti,

dell'impossibilità di nutrire e di allevare fino in fondo tutti i

propri figlioli, specialmente in una vita così lunga come la sua.

Quest'apologia era svolta in un tono solenne, ma le argomentazioni

sulle quali si fondava non erano per questo meno assurde ed odiose,

tanto che fui ripetutamente sul punto d'interrompere il patriarca. Mi

limitai a compiangere in silenzio il popolo che onora uomini di tal

fatta come modelli di virtù.

L'indomani ricevetti la visita della principale sposa del patriarca;

era un bel donnone, ma orribilmente impiastricciata di rosso e di

nero; vi sarà stato anche del bianco, ma non lo si vedeva. Quando le

restituii la visita, la trovai circondata da tutte le signore della

città che le rendevano onore come alla moglie del personaggio più

importante del paese. Essa sembrava comprendere tutta la dignità della

sua posizione e ne godeva senza scrupoli. Poichè mi piaceva poco non

feci con essa una conoscenza più intima e profittai del permesso del

mufti per tenermi ad una certa distanza dalla porta dell'harem.

Se devo poi darvi un'idea della città di Scerkess, l'antica

Antoniopolis, vi additerò tante piccole case in legno ed in fango più

o meno in rovina, distribuite a caso sul terreno, abbandonando alle

immondizie lo spazio rimasto libero fra l'una e l'altra. Le funzioni di

spazzino sono affidate ai cani quasi selvatici, agli sciacalli ed agli

uccelli di rapina. Nessuno si preoccupa di assicurare agli abitanti

il transito da una casa all'altra. I solchi, le buche, i detriti

dei muri crollati, tutto ciò si accumula, si sfascia, aggravando uno

stato di cose al quale nessuno rimedia. In alcune città, nell'interno

dell'Asia Minore, per traversare le strade si ricorre a dei pattini,

che potrebbero anche esser chiamati dei trampoli, tanto sono alti.

Altrove le suole delle scarpe devono essere rimpiazzate da sandali in

pelle di capra o in pelle di bufalo non conciata e non spogliata del

suo pelo. Non ultimo inconveniente è quello che una persona di statura

appena superiore alla media arrischia di urtare negli spigoli dei tetti

delle case, se non sta in mezzo alla strada. Ecco un quadro fedele di

Scerkess che può applicarsi a tutte le città dell'Asia Minore.

ANGORA E IL CONVENTO DEI DERVISCI

Due giorni di marcia separano Scerkess da Angora[9], viaggio faticoso.

Traversiamo a cavallo montagne nevose e, caso singolare, splende un

sole molto caldo, ma il suolo che scricchiola sotto i nostri passi è

tutto ghiacciato. La prima tappa mi riservò un incidente che poteva

emozionarmi. Eravamo arrivati verso sera ai piedi di una montagna dai

fianchi tappezzati da fitti boschi di pini. Era il tramonto quando

arrivai sulla nuda spianata di quel monte, e il vento del nord che

vi turbinava per poco non mi gettò dal cavallo. Dovevo ancora salire

un'erta nell'oscurità, aggravata da incessanti raffiche di neve. D'un

tratto il cavallo si ferma avendo perduto la traccia del sentiero che

serpeggiava dinanzi a noi come le strade che valicano le Alpi e gli

Appennini. Tutta la mia scorta era immobilizzata e, per aumentare

l'imbarazzo, una mandra di mucche e di asini, guidata da qualche

ragazzo, ostruiva il passaggio nel quale ci sforzavamo invano di

avviare le nostre cavalcature. Era per altro necessario di uscire da

quell'immobilità che ci minacciava di un congelamento, dato il freddo

intensissimo che regna su quelle alture. Il nostro cavass prese una

decisione eroica e lanciò il suo cavallo a caso fendendo gli strati

di neve che avevamo d'intorno. Seguii il suo esempio affidandomi alla

Provvidenza ed il mio cavallo traversò con impeto la distesa di neve

nella quale l'avevo lanciato: perdette piede due volte e due volte

ritrovò un punto d'appoggio, finchè raggiungemmo un terreno più solido

al di là di quel passo pericoloso. Eravamo sulla cima della montagna

non lungi da una casa di rifugio di cui potevamo già scorgere il fumo

ospitale; pochi minuti dopo la nostra scorta ci raggiungeva ed una mano

mezzo gelata, della quale fu difficile riattivare la circolazione, fu

il solo strascico che ebbe per me un incidente come può aspettarsene

qualsiasi viaggiatore che si rechi nell'inverno dall'Anatolia alla

Palestina.

Ormai siamo ad Angora, l'antica Ancira. Mi trattenni in questa città

una quindicina di giorni nel febbraio del 1852. L'archeologo non trova

che poveri avanzi dell'antica capitale della Galazia, ma un viaggiatore

incuriosito dalla vita attuale dell'Oriente può raccogliervi materia

d'osservazioni interessanti. Gli europei, poco esperti di usanze

amministrative del paesi mussulmani, devono aspettarsi purtroppo ogni

sorta di noie.

Io avevo dimenticato, al momento della mia partenza, di far rettificare

un errore che era sfuggito nella redazione del mio passaporto. Contavo

porvi rimedio ad Angora, ove risiede un Caimacan[10], ma egli si

rifiutò di prestarvisi senza una mancia di 15,000 piastre. Non fu

possibile di piegare quell'avido funzionario nè con osservazioni,

nè con rimproveri, nè con preghiere, e mi riescì appena di ottenere

una riduzione nel prezzo. Messa così alle strette e decisissima a

non dare un centesimo a quel mascalzone, gli dichiarai che non avevo

su di me che il denaro indispensabile per arrivare fino a Cesarea e

che non potevo quindi pagarlo che con una tratta su Costantinopoli.

L'accettò ed io gli consegnai la cambiale, ma scrissi al mio banchiere

di non pagarla. Il blocco fu levato non appena consegnai la cambiale

e mi affrettai ad uscire da Angora e dalla giurisdizione di quello

sciagurato Caimacan. Mentre questa faccenda s'era imbrogliata e risolta

dovetti far passare il tempo e pazientare.

Il mufti di Scerkess mi aveva indirizzata al suo amico, il mufti di

Angora, personaggio ancora più vecchio e non meno rispettabile del suo

collega. Egli aveva varcato i cent'anni e possedeva anch'egli delle

mogli giovani e dei bambini piccolissimi. Questo valentuomo aveva

perduto la vista da qualche anno e i dervisci, che aveva consultato,

avevano parlato di una cataratta. Volle sapere ciò che io ne pensassi,

perchè la mia reputazione nella scienza medica è così ben stabilita

in Asia come può essere a Parigi quella del Dottor Andral[11]. Gli

potevo dare qualche speranza perchè non scorgevo una vera cataratta

e gli consigliai una cura che intraprese senza esitazione e che, sin

dall'inizio, gli procurò qualche sollievo. Bastò perchè il buon vecchio

concepisse una grande amicizia per me. Mandava tutte le mattine i suoi

coadiutori a prendere le mie notizie, ed a mettersi a mia disposizione

per tutte le spedizioni e le ricerche che volessi fare. Quei bravi

mufti mi offersero, fra le altre distrazioni, la visita di un celebre

convento di dervisci situato nella città stessa ed io accettai con

premura la loro proposta.

La vita intima e la vita nomade in Oriente · 第 2 / 16 段