§ 1.
Condizioni interne di Roma e dei Romani. — Le tre classi del popolo.
— Organamento militare. — L’_Exercitus Romanus_. — Ordinamento delle
scuole. — Universalità del sistema delle corporazioni. — Scuole di
stranieri: Israeliti, Greci, Sassoni, Franchi, Longobardi e Frisoni.
In questo capitolo tenteremo di descrivere l’ordinamento degl’istituti
civili della città di Roma nel secolo ottavo.
Da lungo tempo abbiamo veduto che i Romani si ripartivano tutti in tre
classi; la sacerdotale, la militare e quella che comprendeva il ceto
inferiore dei cittadini: in generale erano clero, nobili e popolo;
chè, in particolare, clero e nobiltà qua e là passavano insieme sotto
nome di giudici e di ottimati, parimenti come l’ordine dei cittadini
armati era compreso nella _Militia_, a capo della quale vediamo
collocati i Romani ricchi, e gli illustri per rinomanza di lignaggio.
La descrizione dell’organamento interno di Roma in relazione a queste
tre grandi classi da cui procede la elezione del Papa, è un compito
gravemente difficile per lo Storico della Città, e le incertezze
sono soverchiamente accresciute a causa degli elementi religiosi e
temporali, che ormai vanno fra sè confondendosi.
Al tempo dei Goti, la Chiesa romana, al pari di ogni altro
Vescovato, era ristretta ad operare nella cerchia dei negozî che
erano specialmente proprî della sua missione religiosa e che erano
rigidamente distinti da quelli della Città; questa poi da parte
sua continuava avere la costituzione municipale e il suo reggimento
autonomo; era amministrata dal Senato e dagli officiali di origine
antica, ed aveva, a capo del governo, il Prefetto. La caduta della
signoria dei Goti e le sciagure immense dei tempi che succedettero,
cagionavano l’effettivo decadimento delle istituzioni romane,
senza che però ne operassero con violenza la soppressione. Infatti,
mentre nelle città d’Italia conquistate dai Longobardi, l’antica
costituzione municipale o scompariva o si trasformava in mezzo agli
elementi germanici che vi si introducevano, nell’Esarcato e nel Ducato
romano, dove i Longobardi non dominarono, continuava la legislazione
giustinianea, al paro degli avanzi delle forme municipali antiche.
Ma la ruina di tutte le cittadinanze e la necessità di organamento
militare, che diventava bisogno precipuo, recavano a conseguenza che
volgesse a fine l’antico governo autonomo romano delle città e delle
loro curie. Durante la dominazione bizantina, a capo di tutte le cose
temporali di Roma erano Duci e Giudici imperiali eletti dall’Esarca;
sennonchè, anche in quel periodo, abbiamo lamentato l’oscurità che
si ravvolge intorno alle condizioni del reggimento cittadino, e
con sicurezza non abbiamo potuto far altro che notare la graduale
estinzione di quasi tutti quegli istituti, che ancora esistevano
al tempo di Cassiodoro. Sopravveniva un’epoca che rivelava i grandi
mutamenti avvenuti: la pressura dei Longobardi chiamava in vita un
ordinamento di difesa guerresca che in soldatesca cittadina associava
la nobiltà e i cittadini liberi; di tal guisa, per un periodo di quasi
dugent’anni, Roma ebbe indole predominante di città divisa in due
ordinamenti, clericale l’uno, militare l’altro. Per lo meno, ivi la
natura di tutte le istituzioni temporali appare decisamente militare,
e i titoli di officiali publici che vi ebbimo discoperto, erano per lo
più quelli soltanto di _Duces_, di _Magistri militum_, di _Tribuni_
e talvolta di _Comites_ e di _Chartularii_. Nulla dimostra a chiare
note la inettezza del governo bizantino, più di quel che lo provi
l’abbandono completo dell’organamento dell’esercito. Se gli Esarchi
in Roma e in altre città avessero potuto conservare soldatesche
devote all’Impero, Bisanzio avrebbe soffocato gli sforzi del Papato,
e Roma per lungo tempo sarebbe stata impedita di raggiungere la sua
independenza dall’Impero. Ma l’arte politica dei Greci fatta impotente,
s’accontentava di cavar denaro a furia d’imposte; nel resto abbandonava
le province al loro destino e lasciava che da sè s’aiutassero come
meglio potevano.
Fu loro buona ventura che i cittadini di Roma si vedessero costretti
a riprendere le armi, che per lungo corso di anni avevano lasciato
in mano di mercenarî. Peraltro, dappoichè erano al servigio
della Republica ossia dello Stato, eglino ricevevano stipendio
dall’Imperatore, e obbedivano al Duce o ai condottieri che loro
preponeva l’Esarca. Su questo _Exercitus romanus_, il Papa, nella
prima metà del secolo settimo, non esercitava ancora influenza;
ne offre dimostrazione la sua rivolta avvenuta in Roma allora che
Maurizio cartulario, al tempo di papa Severino, sequestrava il tesoro
della Chiesa, e ne lo prova inoltre la ribellione di quest’officiale
bizantino contro lo Esarca, nella quale dapprincipio la milizia
romana gli ebbe porto mano. Per la prima volta al tempo di Martino I,
l’esercito mostra commoversi a sentimento di nazione, e gli Esarchi
incominciano allora ad avere riguardo alla sua adesione. Dopo di
quel tempo l’indole puramente municipale della milizia si afferma
più validamente; è dessa che rappresenta i diritti politici di Roma.
L’avarizia e la debolezza dei Bizantini lascia allo scrigno della
Chiesa il carico di retribuire l’esercito; la lotta continua dei Papi
contro le eresie degli Imperatori rende in esso robusto l’amore di
nazione, laonde abbiamo già veduto, allorchè parlammo dei primi moti
della controversia pel culto delle imagini, che giusto in quel tempo
l’esercito sorge in soccorso del Papa, e lo aiuta a fondare la sua
signoria temporale. Questa milizia romana ora accoglieva in sè le
classi dei cittadini forniti di possidenza, ed escludeva dal suo seno
soltanto il ceto degli operai e la plebaglia. I suoi capitani (dopo
la metà del secolo ottavo non ebbero più Duci greci il comando) erano
Romani ragguardevoli, che continuavano a tenere titolo di Duci e di
Tribuni, e presto cominciavano a tramandarlo in eredità alle loro
famiglie. S’ignora il modo con cui erano conferiti quegli officî di
capitano; però havvi buon fondamento di supporre che, dopo di Adriano,
ai gradi maggiori eleggesse il Papa, laddove gli eletti, secondo il
costume romano antico, alla lor volta avevano diritto di nominare gli
officiali inferiori. Ripartita per regioni e divisa in reggimenti
(_numeri_), questa milizia, oltre all’organamento militare, uno ne
aveva assolutamente civile e democratico, che gradatamente servì di
fondamento alla costituzione della Città. Posava esso sul sistema
delle corporazioni ossia delle _Scholae_, che, inspirandosi alla prima
origine romana, si era serbato in vita durante il decadimento politico,
e si era esteso ognor più.
Il concetto delle scuole (_scholae_) esisteva di già formalmente
fin dal tempo di Diocleziano, in cui di quella maniera ripartivansi
gli officiali del Palazzo imperiale e la guardia dell’Imperatore
(3500 uomini in sette Scuole). Nell’origine, quella espressione
significava le case dove convenivano genti che attendevano a eguali
negozî, per trattarvi di affari di utilità generale; dal luogo delle
radunanze il nome indi trapassava a denotare, come _scholares_, gli
uomini che partecipavano alla corporazione[552]. Eglino componevano
una società fornita di tutti i diritti di associazione civile,
con officiali o Priori loro proprî, che secondo norme specialmente
statuite provvedevano alle faccende di governo interno. Il primo di
quei reggitori era appellato _Primicerius_ o _Prior_, dopo di lui
venivano il _Secundus_, il _Tertius_, il _Quartus_ della _schola_.
Oltracciò, tutte le Scuole erano sotto la tutela degli uomini che
appartenevano alla nobiltà più cospicua di Roma, ed appellavansi
_Patroni_, personaggi influenti che loro facevano da proteggitori e
da avvocati presso la Republica[553]. Le Scuole militari della Città
possedevano delle proprietà in comune, e potevano condurre in affitto
dei beni immobili. Da alcuni diplomi si rileva che, a significare
la corporazione della milizia, s’adoperava l’espressione: _publicus
numerus militum seu bando_ (_bandus_); e _numerus_ o _bandus_ denotava
la ripartizione cittadina in reggimenti[554]. Ogni cittadino che
serviva nella milizia, detto era _Miles_, e già nel secolo ottavo
questo titolo si adoperava come onorifica distinzione dell’ordine
sociale[555]. In questa età, massimamente nelle città non soggette
ai Longobardi, i _Numeri_ significavano la milizia civica composta
di tutti i cittadini benestanti, atti alle armi; così la milizia
rappresentava i diritti politici della cittadinanza, per modo che il
concetto di _Exercitus Romanus_ fu pari a quello di _Senatus Populusque
Romanus_, e, come tale, ebbe grandissima importanza nell’elezione dei
Papi[556].
Il pari sistema di corporazione si estese in tutte le classi della
cittadinanza romana, e, quantunque nei documenti di questo nostro
periodo non si faccia speciale menzione di altre associazioni oltre a
quelle dei militi, dei _Peregrini_, dei notai e dei cantori pontificî,
è tuttavia fuor di dubbio che altre ve ne aveva. Esistevano allora
delle corporazioni di notai ossiano tabellioni (_schola forensium_ in
Ravenna), ed altresì di medici, di operai, di mercanti e di artigiani
di ogni qualità. Queste corporazioni, che dalla professione cui
esercitavano erano appellate anche _artes_, avevano loro statuti ossia
_pacta_; quando entravano nell’unione, i socî pagavano una moneta
determinata, e giuravano di adempiere alle regole della maestranza. Un
_Prior_, ossia _Primicerius_, governava le faccende dell’associazione,
vigilava affinchè le norme dello statuto fossero adempiute, e
rappresentava la maestranza nei rapporti collo Stato, cui pagavasi un
tributo per il privilegio che accordava[557]. Lo scrigno del sodalizio
dispensava sovvenzioni, provvedeva a soccorrere gli infermi ed i poveri
della _Schola_ e a dar sepoltura ai socî defunti, sovveniva alle spese
del luogo dell’adunanza e dei banchetti festivi, come avveniva in
antico. E può darsi che, nella generalità, le corporazioni del secolo
ottavo fossero assai somiglianti ai sodalizî del vecchio tempo. Ogni
associazione aveva la sua chiesa o cappella, il suo cimitero, ed anche
i suoi patroni celesti, come un tempo i collegî degli antichi Romani
avevano avuto divinità loro proprie[558].
Fra queste corporazioni dei cittadini di Roma esistevano anche le
Scuole degli stranieri (_Scholae peregrinorum_) separate fra sè;
ed esse danno un sembiante di alta rilevanza alla vita della Città,
perocchè in mezzo a quella barbarie di tempi rappresentino l’impronta
cosmopolitica che sulla faccia di Roma aveva stampato l’opera della
Chiesa. L’antichissima di quelle colonie di stranieri era la scuola,
ossia comunità, degli Israeliti. Per lunghi secoli una tenebra
oscura ne ricopre le sorti; chè, dopo di Teodorico il quale ne fu
proteggitore, per gran tempo di loro non si fa pur motto: tuttavia
la comunità continuava ad esistere nel Transtevere, e ci sarà data
occasione di trovare ivi più di sovente la loro Sinagoga durante il
successivo medio evo[559]. Per lo contrario, occorre spesse volte
menzione della _Schola Graecorum_; e sappiamo omai che il luogo di
questa colonia era posto a santa Maria _in Cosmedin_. Esistevano poi in
Roma anche dei conventi greci.
Eranvi altresì quattro colonie di _Peregrini_ di nazione germanica;
chè Sassoni e Franchi, Longobardi e Frisoni avevano tutti dimora
nella regione del Vaticano[560]. La più antica era la Scuola degli
Anglosassoni, fondata da re Ina, il quale era venuto a Roma nell’anno
727. Qui egli poneva un istituto destinato alla istruzione cattolica
di principi e di preti d’Inghilterra, ed edificava per i pellegrini del
suo paese una chiesa, la quale in pari tempo doveva servire a cimitero
di quelli tra loro che in Roma fossero morti: precisamente per questa
ragione era scelto il santo suolo del Vaticano a fondarvi di tali
istituti per gli stranieri. Ad ogni anno facevasi maggiore l’accorrenza
di Germani che peregrinavano a Roma; questi uomini, per lo più
angustiati da gravissima povertà, venivano dal settentrione valicando
mari, fiumi e montagne, passando attraverso paesi selvaggi e nemici,
superando fatiche infinite, e finalmente giungevano al san Pietro, dove
con fervida pietà scioglievano loro preci sulla tomba dell’Apostolo.
I disagi e gli stenti, il clima inusato, l’insolita maniera di vita,
traevano molti di loro a morte, ed allora ricevevano sepoltura nel
Vaticano, nella santa terra dei Martiri. Affine di costituire un
reddito con cui si mantenesse la sua fondazione, Ina ordinava il
così appellato scotto di Roma, ossia il pagamento di un denaro, che
ogni focolare del suo reame del Westsex doveva contribuire a san
Pietro[561]. L’istituto ottenne ampliazione da Offa di Mercia, allorchè
questi venne a Roma nell’anno 794, per farvi penitenza di un suo
delitto di sangue. Anch’egli indisse il denaro di san Pietro in dote
di quella fondazione; e vi aggiunse uno xenodochio, da cui, nell’anno
1204, ebbe origine l’Ospitale di Santo Spirito, il cui nome si trasfuse
anche alla chiesa di Ina[562]. Tutto il quartiere, dove questa chiesa
si elevava, ebbe nel medio evo nome di _Vicus_ ossia _Burgus Saxonum_,
di _Saxonia_, oppure, nella bocca del popolo, di _Sassia_[563].
In quei pressi esisteva pure la chiesa dei Frisoni, che oggidì tuttavia
s’appella san Michele _in Sassia_. Pellegrini di quella nazione, ch’era
stata già convertita da Willibrod e da Bonifacio, venivano a Roma;
si univano ad essi dei Sassoni battezzati, e fondavano un ospizio ed
edificavano la chiesa di san Michele _in Sassia_[564]. Sorse essa nel
secolo nono, al tempo di papa Leone IV, sopra un colle che nel medio
evo ebbe nome di _Mons Palatiolus_[565].
Può darsi che allo stesso tempo appartenga la fondazione della Scuola
dei Franchi. La loro colonia deve essere stata assai ragguardevole,
perocchè, dal tempo di Pipino in poi, le strette e vive relazioni
che correvano fra i Re franchi e Roma, traessero dalla loro contrada
alla Città moltissimi pellegrini, e molti Franchi già vi ponessero
dimora. La loro chiesa sorgeva dallo stesso lato del quartiere
Vaticano, e chiamavasi san Salvatore _in Macello_, o, più tardi, «del
Torrione» da una grande torre rotonda che è vicina all’odierna «Porta
de’ Cavalleggieri.» Essa pure ebbe destinazione di cimitero per i
pellegrini[566].
Anche i Longobardi avevano loro residenza nel territorio Vaticano, sia
che ve l’avessero posta già da tempo antico, sia che la fondassero
soltanto dopo la morte di Desiderio; ed in vero la loro Scuola si
menziona per la prima volta nella biografia di Leone III, e del loro
ospizio di pellegrini si fa cenno soltanto al tempo di Leone IV,
allorchè un incendio distrusse il quartiere dei Sassoni[567]. La chiesa
dei Longobardi dev’essere stata quella di santa Maria _in Campo Santo_
ovvero di _S. Salvator de Ossibus_: anche qui la principalità era un
cimitero posto nel santo suolo Vaticano[568].
§ 2.
Reggimento civile della città di Roma. — Non esiste più Senato. — I
Consoli. — Gli officiali della Città. — La nobiltà. — Amministrazione
della giustizia. — Il Prefetto della Città. — La corte pontificia. — I
sette ministri del Palazzo, e gli altri officiali della casa papale.
Mentre la cognizione nostra dello stato in cui era il popolo romano
a quel tempo, si restringe in generale a ciò solo, di discernervi
l’esistenza di un organamento militare e civile sul fondamento delle
corporazioni, incertezze ancor più gravi ci occorrono per ciò che
riguarda la costituzione municipale e il reggimento civile della
Città. Pochissimi documenti soltanto del primo secolo che succedette a
Gregorio magno, giunsero fino a noi; e ciò che si raccoglie da essi e
dalle considerazioni dei Cronisti, ci offre dei risultamenti d’indole
anzi negativa che positiva.
L’antico Senato romano non era più. Dopo l’anno 579, non v’ha Scrittore
greco o romano che ne parli, e questo silenzio ci apprende che esso
s’era estinto, appunto così come lo ha detto Agnello di Ravenna.
Solamente dopo l’anno 757, l’antico nome di Senato torna parecchie
volte a galla. Lo abbiamo veduto per la prima volta nella epistola che
il popolo romano indirizzava a Pipino, dopo l’elezione di papa Paolo
I. Sono i Romani stessi che vi sottoscrivono col nome di Senato, ed
anzi manifestamente vi troviamo inserta la formula antica di _Senatus
Populusque Romanus_; unicamente il senso è diverso, ed i sostenitori
della opinione che il Senato in quei secoli continuasse ad esistere,
non ritraggono da questo fatto che un sostegno apparente. Del resto,
nessun’altra età era stata mai fin adesso così acconcia a far rivivere
la ricordanza delle istituzioni antiche dei Romani, al paro di questo
tempo, in cui la Città si sottraeva alla dominazione bizantina e
ricominciava a sentirsi principe di alcune province. Così sorse
novellamente il Senato, ma soltanto di nome e di memorie. Le potenti
famiglie nobili che tenevano i primi officî nella Chiesa, nell’esercito
e nel reggimento cittadino, ed avevano titolo di Duci, di Conti, di
Tribuni e di Consoli, si sollevavano adesso con piglio risoluto da vera
aristocrazia di Roma, che contro ai Papi diventava formidabile. Sono
soltanto questi ottimati, ossiano _Judices de Militia_, che pretendono
a favor loro il nome insigne di _Senatus_[569].
Se il Senato avesse continuato ad esistere come collegio, non v’ha
dubbio che troveremmo adoperato il titolo di Senatore; di esso invece
non si rinviene traccia in qualsiasi documento di questi secoli, e le
lettere dei Papi parlano di ottimati, ma non di Senatori. Oltracciò,
se un Senato avesse solamente, come parte eletta, rappresentato in
generale l’aristocrazia, oppure avesse fatto corteo al Papa come
collegio consultivo nelle bisogne politiche, noi vedremmo Senatori far
mostra di sè ogni qual volta si trattasse delle più importanti faccende
di Roma, nella elezione dei Pontefici e nei negozî che trattavansi
colle corti di Pavia, di Francia e di Bisanzio. Ma, come al tempo di
Gregorio, così nel secolo ottavo non se ne fa mai pur cenno. Fra i
legati dei Papi alle corti dei Principi, fra i loro plenipotenziarî
inviati a ricevere la tradizione di città, o a determinare i confini
dei paesi, non troviamo altro che Abati e Vescovi, e maggiori
officiali di palazzo, come erano il _Primicerius_ dei notai, il
_Saccellarius_ e il _Nomenculator_, e, di quando in quando, qualche
Duce: fra le comitive finalmente che seguivano i Pontefici nei
viaggi che imprendevano per gravi faccende publiche, oltre ai cherici
troviamo soltanto ottimati della milizia; e nelle instanze che i Papi
indirizzavano in nome di tutti gli ordini della cittadinanza romana
per ottenere soccorsi, non accade mai che sia fatta menzione di un
Senato[570].
Ei si conviene conchiudere pertanto che il Senato romano, nella forma
che aveva in antico, s’era pienamente estinto; nè havvi alcun documento
che confermi l’opinione di coloro, i quali reputano che nel secolo
ottavo si fosse conservato per lo meno in forma di Curia cittadina,
ossia come collegio dei Decurioni. Il gran numero di Consoli che già
nel secolo ottavo, e assai più nei secoli posteriori, si riscontra
nei documenti di Roma, ha indotto alcuni illustri eruditi a scorgere
in quelli i Decurioni, ossiano i presidi del Senato, e a foggiarsi
così un collegio cittadino, cui diedero il nome di _Consulare_[571].
Ma dal titolo di Console non è lecito in alcun modo di argomentare
che a questa età un istituto di tal fatta in Roma esistesse; ed in
generale, non qui soltanto, ma a Ravenna, a Napoli, a Venezia, persino
nell’Istria, ancor durante il secolo sesto ed il settimo, quel titolo
era usato dispensarsi dall’Imperatore per concessione graziosa o per
denaro, e, dopo la prima metà del secolo ottavo, probabilmente anche
il Papa lo elargiva. Quanto più raro si faceva il titolo di Patrizio,
tanto più largamente diffuso era quello di Console, così che alla fine
diventava anche privo di valore. Vedemmo che il titolo di Patrizio
per l’ultima volta fu attribuito nell’anno 743, a Stefano duce, cui
Zaccaria affidò il governo della Città, quand’egli andò a Liutprando;
dappoi fu dato solamente a Pipino ed a Carlo, per significare la
loro autorità di difensori e il loro grado di giurisdizione suprema.
Ma i Romani serbarono per sè il titolo di Console, tradizione dei
loro padri; gli ottimati se ne fregiarono col predicato consueto di
_Eminentissimus_; ed è probabile che, parimenti come la dignità di
Duce, eglino ai loro figliuoli lo tramandassero in retaggio, tanto
diffusamente lo si trova adoperato fra gli uomini nobili romani[572].
Parecchie volte, così in Roma che in Napoli, quel titolo comparisce
associato a quello di Duce, ed è quest’ultimo, non il primo, che
insignisce di illustre dignità la persona che lo porta[573]. E
così frequente indi diventò, che nel secolo nono incominciarono a
ornarsene tutti coloro che tenevano publici officî, segnatamente
quelli di giudice. Divenne titolo officiale, così che si trovano
accoppiati _consul et tabellio, consul et magister censi, consul et
memorialis_; e nel secolo nono perfino occorre abbatterci in _consul et
negotiator_[574].
Durante la dominazione bizantina, ai più elevati officî della
magistratura giudiziaria e ai maggiori ministeri del reggimento,
eleggeva in modo diretto l’Esarca; egli vi spediva il Duce da generale
dell’esercito e da governatore di Roma e del Ducato; vi mandava inoltre
i suoi _Judices_ «perchè governassero la Città»: dobbiamo intendere
ch’eglino fossero giudici veri e proprî, ed in pari tempo officiali
dell’erario, sottoposti al Duce, come a reggitore supremo, oppure,
in ultimo appello, al Prefetto d’Italia. Ma allorquando, più tardi,
i Papi diventarono signori, ossia Patrizî, dell’Esarcato e di Roma,
diedero opera eglino stessi ad eleggere questi officiali di governo; e
a Ravenna e nella Pentapoli mandarono i loro _Actores_, ossiano veri
officiali della amministrazione, ai quali, sotto parecchi titoli,
competeva eziandio autorità di giudici. E devesi accogliere senza
dubbiezza che anche in Roma i Pontefici eleggessero i magistrati
supremi, i giudici, il Prefetto della Città, i capitani dell’esercito.
Dopocchè l’officio di Duce di Roma, quale ancor rinvenimmo nell’anno
743, si fu spento, il Papa tenne sè medesimo in conto di governatore di
Roma. Perciò, noi vi troviamo soltanto dei _Duces_, non più un _Dux_;
e questi officiali (onde talvolta si fa menzione durante l’ottavo
secolo), sono a considerarsi spesso, non già sempre, quai magistrati
cittadini. In generale, dopo di Pipino, il reggimento civile fu
tenuto da giudici e da officiali che obbedivano al Papa, come dapprima
avevano prestato soggezione all’Esarca di Bisanzio, che fungeva le veci
dell’Imperatore. Ma, ripetiamolo ancora una volta, sotto quest’autorità
territoriale del Pontefice, la città di Roma continuava ad essere
un Comune fornito di amministrazione autonoma, se anche non era
independente nell’ordine politico. Degli elementi della costituzione
civica, ita in pezzi colla caduta dello Stato, si erano conservati
alcuni germi, fecondi per il tempo avvenire, nella milizia, nelle
Scuole, nelle corporazioni: furono questi gli istituti più importanti
di quel periodo di transizione, che mette capo alla costituzione
municipale del medio evo.
Gli ottimati, ragguardevoli per officio, per istirpe e per ricchezza,
dominavano l’esercito del paro che il popolo, con loro grado di
patroni, di giudici, di capitani. Nel secolo ottavo si accentrava
in loro mani la influenza su tutte le cose di Roma, per guisa che la
storia della Città, più chiaramente di tutto il resto, mette in rilievo
una signoria aristocratica, che si associa all’istituto della milizia
ed alla gerarchia degli officiali publici. L’ordine degli ottimati per
certo non ci si presenta come una corporazione di famiglie patrizie
ereditarie, e, sebbene parecchi Romani potessero additare superbamente
fra i loro avi una lunga schiatta di Consoli e di Duci, tuttavia non
si ha ancora traccia alcuna delle famiglie gentilizie del più tardo
medio evo. Le stirpi antiche di Senatori e di uomini consolari s’erano
estinte; soltanto adesso di nuove se ne formavano; e dove incontriamo
degli ottimati, eglino ci appajono potenti per gli officî che tenevano
nella Chiesa e nella Republica, non per ragioni di loro famiglia.
Certo è che la loro potenza di _Judices de militia_ era ancor maggiore
allorquando, come fu il caso di Toto duce, possedevano larga estensione
di fondi ed erano signori di un gran numero di coloni. Poichè dunque
eglino s’erano appropriati tutti gli officî importanti, poichè alla
corte del Papa erano ministri suoi, nella milizia erano patroni e Duci
e Tribuni, negli ordini della giustizia erano giudici, ben è certo che
eglino tenevano anche il reggimento civico, e forse stavano sotto la
presidenza del Prefetto della Città. Ed invero, quantunque il Senato
avesse finito di esistere, non può supporsi che la Città fosse priva
di un magistrato che provvedesse ai negozî comunali, nè può credersi
che Roma mancasse di un consiglio della Comune, che sè stesso rendesse
completo. Giacchè dunque, dopo il secolo settimo, la salvezza della
independenza di Roma riposava unicamente nella virtù della milizia
cittadina, e giacchè soltanto l’organamento di essa dava ai cittadini
il sentimento della loro forza e la consapevolezza della esistenza
politica comune e dei diritti di questa, ne discendeva che i capitani
dell’esercito dovessero in pari tempo essere capi della cittadinanza
e comporre l’assemblea civica. La costituzione municipale di Roma in
quell’età non può reputarsi pertanto diversa da un ordinamento militare
oligarchico[575].
Ignoriamo peraltro qual fosse l’ordinamento del magistrato civico,
e rimangono affatto nascoste nel bujo le forme dell’amministrazione,
in fatto di censo e di azienda dei beni comunali[576]. A Roma non è
fatta menzione di nomi simili a quelli di _Defensor_, di _Curator_, di
_Principalis_, di _Pater Civitatis_; e soltanto qualche raro cenno di
altri titoli porgono i documenti dei notai e dei cancellieri civici.
Tali titoli antichi romani sono questi: _Chartularius et magister_,
ed anche _consul et magister censi urbis; exmemorialis urbis Romae;
Scriniarius et tabellio; Consul et tabellio urbis Romae_[577]. I
_Chartularii_ sono, così ei sembra, appellati con menzione onorifica
nell’epistola di Stefano a Pipino; vengono dopo dei DUCES, e prima dei
COMITES e dei TRIBUNI: erano officiali dell’amministrazione cittadina,
che il Papa talvolta adoperava in suo servizio con ministero di
giudici. Al tempo di Stefano III, uno degli uomini più possenti di Roma
era Grazioso, «allora Cartulario, indi Duce,» laonde si pare che egli
era salito da un officio cittadino minore ad uno più elevato[578].
Per ciò finalmente che concerne il modo ond’erano in questo periodo
costituiti i tribunali ordinarî, è questo argomento di incertezza non
meno grave, poichè associate erano le bisogne dell’amministrazione con
quelle della giustizia, e gli officiali degli ordini più disparati
potevano essere deputati, d’arbitrio del Papa, a tenere le veci di
scabini nei giudizî. Ei si pare pertanto che l’organamento nelle cose
della giustizia fosse involto in grave confusione; questo solo sappiamo
che il Prefetto della Città era tuttavia giudice criminale supremo,
simile al _Consularis_ di Ravenna, e che il Papa stesso denunciava
al suo tribunale i delinquenti più gravi. Del resto, ad ora ad ora
per mandato del Pontefice, si trovano nei tribunali sedere Consoli,
Duci, Cartularî e Giudici del Palazzo; ma tutto il resto è oscuro,
perocchè non possiamo riferire al secolo ottavo gli istituti d’ordine
giudiziario che sorsero più tardi, e cioè quelli di duplice natura, di
Palazzo imperiale e del pontificio[579]. Ciò di cui non v’ha dubbio si
è, che l’antico ordinamento dei tribunali era cessato insieme colla
costituzione cittadina antica; che ai ministeri di giudice, spesso
riuniti con quelli di officiali amministrativi, eleggeva il Pontefice;
e che l’autorità giudiziaria si associava a certe dignità e a certi
officî, per modo che il Duce, il Conte o il Tribuno erano in pari tempo
giudici effettivi nell’ordine gerarchico che loro era proprio.
Notizie assai più chiare possediamo invece rispetto al reggimento
della corte pontificia, il quale si collega assai strettamente ai
negozî della Città. Nel corso del tempo, il Palazzo lateranense
stava veramente a capo della Città, ed era divenuto sede di tutto
il governo ecclesiastico. Figurava da simbolo dei contrasti che
s’agitavano nel Papato stesso; nella medesima cerchia degli edifizî
assieme congiunti della casa pontificia si provvedeva alle necessità
ecclesiastiche di tutte le province della Cristianità, si fornivano
di minestra i poverelli, si amministrava la giustizia, e si esigevano
i tributi. Nel Laterano si accoglievano il concetto d’ordinamento e
le norme del palazzo imperiale; e dalla corte bizantina si toglieva
ad esemplare il rigido organamento di gerarchia degli officiali, ed
il rito ceremoniale, introducendovi peraltro delle modificazioni a
foggia papale. Nel secolo ottavo il Papa era circondato da un vero
consiglio di ministri. Se ne trovano gli inizî fino dal sesto secolo,
ma la sua importanza comincia soltanto dalla fondazione dello Stato
della Chiesa. Come avveniva dei notaî e dei diaconi regionali, che fino
dall’antichità erano ripartiti nelle sette regioni ecclesiastiche,
parimente anche nel ministero pontificio compare il numero di sette.
Quei ministri erano il _Primicerius_ e il _Secundicerius_ dei notai,
l’_Arcarius_, il _Saccellarius_, il _Protoscriniarius_, il _Primus
defensor_ e il _Nomenculator_. Quantunque fossero cherici, questi
officiali, a causa dei loro rapporti temporali, non potevano salire
alle dignità ecclesiastiche, ma rimanevano nell’ordine dei suddiaconi.
Peraltro, la loro importanza superava quella di tutti i Vescovi e
dei Cardinali, perocchè eglino fossero i ministri maggiori del Papa,
in loro mani risiedesse il potere esecutivo, e nel fatto da loro
dipendesse puranco la elezione del Pontefice. E poichè l’opera loro
li poneva in relazioni con tutte le classi del popolo, ne conseguivano
eglino influenza onnipossente.
Seguendo l’ordinamento del palazzo bizantino, in cui tutti gli
officiali di corte si ripartivano in Scuole, i ministri pontificî
compaiono anzi tutto come capi delle corporazioni dei notai. Fra loro
teneva primo luogo il Primicerio dei notai, del cui officio è diggià
fatta menzione in sulla metà del secolo quarto. Nell’origine, esso
era stato il capo dei sette notai delle regioni, che, dopo il tempo
di Costantino, avevano avuto la sopravveglianza dello _Scrinium_,
ossia della cancelleria. Conformemente allo stato suo, era egli il
primo ministro, ossia secretario di Stato, del Papa; non soltanto
nella vacanza della sede ne fungeva le veci in società coll’Arciprete
e coll’Arcidiacono, ma in quella evenienza reggeva egli propriamente
la somma delle cose di governo. Allato a sè aveva il Secondicerio,
o sottosegretario di Stato, e questi due ministri erano insigniti
della più potente dignità che fosse in Roma. In tutte le occorrenze
solenni e nelle processioni conducevano il Papa per mano, ed avevano
la precedenza sui Vescovi. Sembra, così dice il frammento di una
scrittura appartenente a’ tempi posteriori la quale tratta dei giudici
del Palazzo, sembra che eglino governino da socî dell’Imperatore,
perocchè non v’abbia cosa importante che senza di loro questi possa
operare[580]. Perciò i più ragguardevoli degli ottimati, ed eziandio i
nipoti del Papa, ambivano lo splendore di questi officî, e troviamo che
Consoli e Duci salivano al Primiceriato come a dignità più elevata o
massima[581].
Nell’_Arcarius_, ossia custode del Tesoro, può ravvisarsi il ministro
delle finanze; il _Saccellarius_, ovvero maestro degli stipendî,
provvedeva a pagare colla moneta del publico erario il soldo della
milizia, le elemosine dei poverelli, i donativi (_Presbyteria_) che
facevansi al clero. Questi officiali delle finanze, per necessità
delle cose, avevano, tratto tratto, ingerenza nell’amministrazione
del patrimonio civico, perocchè tutti i tributi dovuti al fisco, le
gabelle delle porte, i pedaggi dei ponti e le imposte, stessero sotto
il reggimento dell’Arcario, e ne facesse riscossione la tesoreria
pontificia[582].
Il _Protoscriniarius_ aveva suo nome dallo _Scrinium_ che esisteva
nel Laterano, presso cui avevano loro officio gli _Scriniarii_, che
erano secretarî della cancelleria pontificia, ossiano _Tabelliones_,
avvegnachè fosse loro ministero di scrivere le epistole e i decreti
dei Papi, e di dare lettura degli Atti dei Sinodi. Capo della loro
Scuola era il Protoscriniario, cui consegnavansi i decreti innanzi che
passassero al Primicerio perchè questi li convalidasse[583].
Per ordine di officio succedeva il _Primus Defensor_ ossia
Primicerio dei Difensori, ai quali presiedeva. Anche questi
cherici, posteriormente al tempo di Gregorio magno, componevano un
collegio regionale: dapprima patrocinatori dei poveri, divennero
poi avvocati della Chiesa; e già al tempo di Gregorio, insieme con
notai e con suddiaconi, gli abbiamo visti provvedere da _Rectores_
all’amministrazione dei beni della Chiesa. Nelle mani del loro preside
riposava dunque l’amministrazione dei patrimonî; potrebbesi in esso
scorgere il ministro dell’agricoltura, ma non ciò solo, perocchè
alla sua competenza, per mezzo dei _Defensores_, si spettasse ogni
cosa che si riferiva ai diritti della Chiesa di contro allo Stato, di
contro ai Vescovi ed ai privati, e quanto concerneva le condizioni dei
coloni[584].
Ultimo in questa serie di officiali era il _Nomenculator_ o
_Adminiculator_, che era il proprio avvocato dei pupilli, delle
vedove, degli oppressi e dei prigionieri, ossia ministro degli affari
di grazia. A lui si rivolgevano tutti coloro che avevano da muovere
qualche instanza al Pontefice[585].
L’appellazione generale, con cui si denotavano nel secolo ottavo questi
sette officiali dello Stato ecclesiastico, era quella di _Judices de
clero_, per distinguerli dai _Judices de militia_, dai _Duces_, dai
_Consules_, dai _Chartularii_, dai _Magistri militum_, dai _Comites_
e dai _Tribuni_. Ma allorquando, dopo la restaurazione dell’Impero, il
Palazzo pontificio diventò altresì dignità palatina imperiale, queglino
ebbero in pari tempo duplice officio di ministri pontificî e imperiali,
ed assunsero titolo di _Judices Palatini_ ed anche di _Judices
ordinarii_, perocchè la loro giurisdizione fosse unita all’ufficio onde
avevano incarico: ma poichè erano cherici, non potevano essere giudici
nelle faccende criminali[586]. Nell’ottavo secolo avevano giurisdizione
soltanto nei ministeri che erano loro specialmente attribuiti, ma il
Pontefice li designava a varii officî giuridici. Massimamente usava di
loro nei negozî diplomatici, e gli adoperava nelle ambascerie; abbiamo
infatti trovato che erano forniti di questi incarichi il Primicerio
e il Secondicerio dei notai, il Primo Difensore, il Nomenculatore
e il Saccellario, però non mai, che sappiamo, l’Arcario e il
Protoscriniario.
Oltre a questi sette ministri, vi avevano degli altri ragguardevoli
officiali di Palazzo, che erano propriamente ministri della casa
del Papa, ed alla loro volta di nuovo riunivano in Iscuole un gran
numero di officiali subalterni: tali erano il _Vicedominus_ ossia
maggiordomo, il _Cubicularius_ ossia cameriere, il _Vestiarius_ e
il _Bibliothecarius_. Il _Vestiarius_, dopo i sette, aveva maggiore
potenza; e ottimati, che avevano titolo di Console e di Duce, non
disdegnavano quell’officio di corte[587]. Capo di una Scuola assai
numerosa, egli aveva la sopraintendenza non soltanto della preziosa
guardaroba, ma anche del tesoro dei beni della Chiesa e dei gioielli
che erano conservati nel _Vestiarium_ ossia sacristia. Che poi egli
fosse veramente anche giudice, si pare dalla bolla con cui Adriano,
nell’anno 772, conferiva in perpetuo al Priore del _Vestiarium_ la
giurisdizione nelle controversie che si agitavano fra il convento di
Farfa ed i sudditi della «Republica romana», fossero eglino abitanti
di Roma o di altre città, liberi o servi, uomini di clero o di
milizia[588]. Trovasi inoltre il titolo di un _Superista_ di Palazzo,
la cui dignità, al tempo di Adriano, era congiunta all’officio di
_Cubicularius_, e, all’età di Leone IV, perfino con quello di Maestro
dei militi; laonde ci sembra che fosse un officio tutto laicale, forse
quello che, nel significato antico, era attribuito al _Curopalata_:
corrispondeva a sacrestano, e, unitamente ad altri incarichi,
comprendeva anche la sopravveglianza che esercitava sugli officiali
della famiglia pontificia[589].
Tutti questi officiali del Palazzo, oltre ai sette ministri, avevano
qualità non soltanto di _Judices_, ma anche di _Primates et Proceres
Cleri_ (quello che è oggidì la Prelatura), ai quali noi aggiungiamo
anche i _Defensores_, i suddiaconi e i notai regionali[590]. Allorchè
questi uomini tornavano a Roma dai remoti patrimonî di Sardegna e di
Corsica, dalle Alpi Cozie, e, in tempi anteriori, dalle Calabrie e
di Sicilia, può darsi che eglino fossero meno ricchi, ma non già che
vi godessero minor estimazione di quella ond’erano stati riveriti i
Pretori e i Presidi, che Roma antica aveva un tempo mandato a reggere
le province: a buon dritto eglino entravano fra’ Primati della Chiesa,
e, in ricompensa, aspettavano di essere chiamati ad uno dei ministeri
di Palazzo. Del rimanente, nè Cardinali, nè Vescovi appartenevano ai
_Judices de clero_, ma questo titolo denotava soltanto gli anzidetti
officiali di Palazzo: per tal guisa abbiamo innanzi a noi una nobiltà
clericale di duplice natura, perocchè essa si associasse in pari
tempo alla Chiesa ed all’ordine degli ottimati laicali. Ed anche per
essa, come pei maggiorenti del ceto puramente laico, si scorge che la
potenza derivava dalla gerarchia degli officî onde quella nobiltà era
insignita.
§ 3.
Istituti nelle altre città. — _Duces._ — _Tribuni._ — _Comites._ — Del
Ducato romano e dei suoi confini. — La Tuscia romana. — La Campania. —
La Sabina. — L’Umbria.
Per giungere alla conchiusione di questo Capitolo, ci occorre di
rivolgere uno sguardo alle istituzioni che avevano vigore nelle altre
città soggette al Pontefice, ed in ispecialità d’indagare l’estensione
che si aveva il Ducato di Roma. Nei luoghi minori, al paro che nei
maggiori, il nerbo della cittadinanza s’era raccolto in un organamento
militare[591]. La costituzione antica della Curia s’era estinta, e gli
officiali maggiori nelle cose della giustizia, dell’amministrazione
e della milizia erano confermati o eletti dal Papa. Poichè dominava
l’ordinamento militare, i governatori delle città e delle castella,
a preferenza di altri, avevano titoli che significavano officî di
origine militare; tali erano quelli di _Duces_, di _Tribuni_ e talvolta
di _Comites_. Ma le nominazioni sono incerte, e per gli officiali
pontificî di governo è usato in generale anche il nome di _Actores_,
con cui sono appellati perfino dei conti Franchi[592]. Fra loro si
comprendevano anche i giudici in senso proprio, perocchè Adriano,
nella sua epistola indiritta a Carlo, espressamente dica, che il suo
predecessore aveva mandato a Ravenna, in qualità di _Judices_, il prete
Filippo ed Eustachio duce, «acciocchè rendessero giustizia a tutti
coloro che pativano violenza»[593]. Siffatta ripartizione di governo
fra un prete e un Duce, potrebbe significare che quest’ultimo fosse
incaricato soltanto dei negozî militari, se non avessimo di già veduto
che ai _Duces_ manifestamente s’attribuiva autorità di giudici oltre
alla podestà militare[594]. Si tenne credenza che il reggimento supremo
nelle maggiori città tenessero i _Duces_, nelle minori i _Comites_;
peraltro questa opinione non sempre puossi convalidare con prove. Al
tempo della signoria dei Greci e dei Longobardi, i _Duces_ avevano
autorità di comando nelle grandi città; ancora nell’ottavo secolo
noi li troviamo a Venezia, a Napoli, a Fermo, ad Osimo, ad Ancona,
a Ferrara, senza dire di Spoleto e di Benevento. Quei Duci erano in
pari tempo reggitori di tutto il territorio annesso alle città, e
pertanto si tentò di denotarli col nome di _majores_, per distinguerli
dai _minores_ che non avevano autorità così estesa[595]: infatti il
titolo di _Dux_ non si incontra meno frequentemente, massime dopo il
secolo ottavo, di quello di _Consul_; laonde non è possibil cosa che
tutti coloro che ne erano fregiati stessero a capo del reggimento in
una città. Nel generale, l’opinione che soltanto le città maggiori
abbiano avuto dei _Duces_ può sostenersi per bene, dappoichè nel secolo
ottavo non possiamo rinvenire neppur un sol uomo che nel territorio
di Roma avesse podestà di vero _Dux_ di una città. Può essere che
Toto fosse duce di Nepi, ma certo non è; egli uccise Gregorio duce,
che alla sua usurpazione si opponeva, ma non sappiamo altro se non
che questi abitava nel Lazio. Senza dubbio, Gregorio reggeva tutta
la terra della Campania per conto della Chiesa e con titolo di suo
_Dux_; avvegnachè, dopo la fine del Ducato bizantino debba essersi
costituito un organamento novello delle province che allora erano
divenute pontificie: e il Papa mandava dei Duci eziandio nelle terre
della Campania, come più tardi ne spedì nella Sabina[596]. Anche in
Roma parecchie volte è fatta parola di _Duces_, ma nemmeno uno di essi
si rivela governatore di qualche città; nè sappiamo se mai alcuno di
loro, fatta eccezione del solo Eustachio, neppur tempo prima, lo fosse
stato[597]. Può essere benissimo che fossero o generali, o ministri
di Palazzo, o giudici, e che fossero adoperati in isvariate faccende
politiche. È possibile cosa che il loro titolo, associato al predicato
di _Gloriosus_, fosse venduto dal Papa, o largito in segno di onoranza,
o che fosse usurpato; e può darsi che, parimenti come il titolo
di Console, nel secolo ottavo fosse già divenuto ereditario nelle
famiglie. Fra i titoli di cui la vanità dei Romani in tutti i tempi
si fece bella, e dei quali oggidì ancora si adorna, fu il più ambito;
chè gli allettava di portare il nome di una dignità che era tenuta
dai Principi potenti di Spoleto e di Benevento e che apparteneva ai
governanti di Venezia e di Napoli.
Talvolta, nelle città delle province, si fa cenno di _Tribuni_ col
predicato di _Magnificus_. Gli abbiamo trovati in Alatri e in Anagni,
ma neppure a riguardo di essi si può sempre rilevare se siedessero al
governo delle Città, o se fossero capitani di milizia, o se ne avessero
il titolo per ragione di qualche altro officio[598]. Non rinveniamo
pur un Tribuno che fosse mandato dal Papa come legato o commissario,
là dove si trattava di affari di grave rilevanza. Anche in Roma sono
ristretti al loro officio militare, ma nel secolo settimo sono talvolta
mandati a Ravenna, rappresentanti dell’esercito, affine di recarvi
all’Esarca, in compagnia di cherici, gli Atti della elezione papale.
Eguale incertezza si oppone finalmente anche per quel che concerne i
_Comites_. Di uno solo infatti è provato che fosse a capo del governo
di una città; fu egli un Domenico, che Adriano nell’anno 775 elesse a
_Comes_ della piccola terra di _Gabellum_[599]. Quindi puossi a ragione
conchiudere che il reggimento di altre castella fosse affidato a di
questi _Comites_, con autorità nelle cose civili e militari. Talfiata
si fa cenno di loro come di possessori di terre, o di fittavoli di
patrimonî, ed è pertanto facile che fossero officiali della milizia di
Roma[600].
Porremo fine a queste ricerche, coll’indagine dei limiti geografici
che s’aveva il territorio di Roma, ossia quello che, ancora di questo
tempo, appellavasi _Ducatus Romanus_. Abbiamo differito fin qui a
farlo, perchè non poteva essere determinata con certezza l’epoca
in cui la costituzione del Ducato avvenne, perchè posteriormente ne
variarono i confini, perchè finalmente soltanto dopo la prima metà del
secolo ottavo si riesce a fissarne l’estensione di paese con bastante
precisione. Ancora nel documento di donazione di Lodovico il Pio quel
territorio è denotato col nome di _Ducatus_; peraltro, verso la metà
del secolo ottavo, abbiamo di già veduto i Papi pretendere a favore
di esso il nome di _Respublica Romana_ o _Romanorum_, per modo che
fu tenuto in conto di terra su cui l’Impero occidentale posava i suoi
titoli.
Con partizione assegnata da natura, il territorio di Roma era, com’è
oggidì, diviso dal Tevere in due grandi tratti di paese; l’uno, la
Tuscia formata delle terre che stanno sulla sponda destra; l’altro,
la Campania che è composta delle terre a sinistra del fiume. Di qua
e di là ne era base il mare, e si prolungava incirca dalla foce del
fiume Marta fin oltre il fiume Astura, verso il capo di Circe. Dal lato
di nord-est, entro terra, si stendeva un terzo tratto di territorio,
che comprendeva alcune parti delle Umbrie e della Sabina. In generale
dunque erano confine il mare, il rimanente di Tuscia (detta _ducalis_
ed anche _regalis_), e i ducati di Benevento e di Spoleto[601].
La Tuscia romana comprendeva le terre rinserrate fra questi limiti: da
una parte il confine era formato dal mare che si stendeva dal braccio
destro del Tevere, dove era Porto, fino alla foce della Marta; di lì
per altra parte, la linea del confine poteva tracciarsi per Tolfa, per
Bleda, per Viterbo fino a Bomarzo (_Polimartium_) dove raggiungeva il
Tevere; quinci finalmente il fiume, piegando in arco e scorrendo di
nuovo fino al mare, chiudeva con limite naturale la Tuscia. Dal lato
di settentrione le vie Flaminia, Cassia e Claudia attraversavano il
paese tosco, e lunghesso il mare lo percorreva la via Aurelia. I nomi
delle strade, non mutati dagli antichi, trovansi di sovente in questa
età; soltanto che talora, in luogo di Claudia, la via si appellava
Clodia, e sembra che già allora la Flaminia si denotasse per via
Campana[602]. Terre di Tuscia erano queste: _Portus, Centumcellae,
Caere_ (che è l’odierna Cervetri), _Neopyrgi, Cornietum, Tarquinii,
Maturanum, Bleda, Vetralla, Orchianum, Polimartium, Oriolum (vetus
Forum Claudii), Bracenum, Nepet, Sutrium_; e dalla destra sponda del
Tevere: _Horta, Castellum Gallesii_ (Fescennia), _Faleria, Aquaviva,
Vegentum_ (in ruine), e _Silva Candida_[603]. Viterbo era città di
confine della Tuscia longobarda, e Perugia formava un ducato a parte.
Nel secolo ottavo, Centumcellae era ancora porto di mare, e Nepe città
di provincia considerevole. Quasi tutti quei luoghi stavano da sede di
Vescovi[604].
Il Tevere disgiungeva la Tuscia dalla Campania. Duranti i tempi
antichi, Campania era detto in generale quel paese che si stendeva
da Roma fino al fiume Silari nella Lucania, e di cui Capua era la
capitale[605]. Peraltro, in senso più ristretto, la Campania romana
giungeva soltanto fino al torrente Liri ed al capo di Circe. Cosiffatto
territorio veramente era il _Latium_, ma, dopo di Costantino magno,
a vece di un tal nome, assumeva l’appellazione di _Campania_, come
l’avemmo trovata in molti luoghi del Libro Pontificale. I monti
Volsci e il solitario vulcano di Albano dividono quel magnifico paese
in due territorî maggiori, che però nel secolo ottavo non avevano
ancora una designazione speciale e distinta. Il paese a settentrione
era attraversato dalla via Labicana; questa strada, come quella che
era la maggiore, e non la via Latina che correva parallela ad essa
per mettervi capo alla quarantesima pietra miliare in vicinanza di
_Compitum_, dava il nome all’intiero _Patrimonium_ di colà. La seconda
grande via, era la Appia, la quale attraversava la parte meridionale
della Campania cui confinava il mare fino a Terracina: era dessa che
dava il nome al _Patrimonium_ che ivi stava[606]. Duravano ancora
le vie romane minori, quali erano la Ostiense e la Ardeatina. Delle
antiche città, che esistevano in questo territorio meridionale oggidì
appellato la «Marittima», molte nel secolo ottavo erano scomparse
o fatte deserto: così avveniva di Ostia, di _Laurentum_ (oggi Torre
Paterno), di _Lavinium_ (oggidì Prattica), di Ardea, di _Aphrodisium_,
di Anzio, che, nominata al principio del secolo quinto, non compare più
fino all’ottavo, e di Astura, che, sebbene in quel periodo non compaia
più dell’altra, continuava peraltro ancor sempre ad esistere[607]. Non
troviamo in quei luoghi sede alcuna di Vescovi, se si eccettui Ostia.
La frontiera del Ducato si elevava rimpetto a Terracina, perocchè
questa città della Campania, al paro di Gaeta, appartenesse sempre
al Patriziato di Sicilia. Ma i confini romani sono da questo lato
assai incerti, e soltanto per l’idea che si andò diffondendo, dacchè
Procopio narrò che la Campania propriamente romana si prolungasse
fino a Terracina, noi supponiamo che fin qui giungesse anche il
Ducato[608]. È pur cosa meravigliosa che più tardi, nè il diploma di
Lodovico il Pio, nè quello di Ottone, facciano più parola di terra
alcuna dell’odierna Marittima; per Campania s’intende soltanto il
territorio settentrionale posto fra i monti Volsci e l’Apennino, e
non si fa pur motto della città vescovile di Albano, nè di quelle di
Velletri, di Cori e di _Trestabernae_. Se queste città spesse volte
sono, dopo di Gregorio, menzionate nella storia dei loro Vescovati,
mai di loro invece s’ode a parlare per rapporti politici. Questo
silenzio per la massima parte di quelle terre si riesce a spiegare;
per le altre forse è accidentale. Come mai infatti può credersi che
il Duca di Benevento, o quello di Spoleto, oppure il Patrizio di
Sicilia estendessero la loro signoria fino ad Albano, senza che tra
essi e Roma avvenissero dei conflitti al tempo della controversia
delle imagini? E di tai lotte per verità udimmo essersi combattute
presso Terracina, e, dal lato di settentrione, prossimamente a
Sora, ad Arce e ad altri luoghi sulla frontiera[609]. La mancanza di
storia dell’odierna Marittima in quei secoli si spiega per la niuna
importanza di quei luoghi, per il decadimento cui erano precipitati, e
massimamente per le desolate condizioni di quella marina e delle paludi
Pontine, da Velletri a Terracina. Al contrario, il territorio latino,
per suoi paesi ragguardevoli e per suo popolo robusto, nel corso dei
tempi diventava importante ognor più; ed era a preferenza appellato
col nome di Campania[610]. Giungeva fino al Liri[611], e comprendeva
le città vescovili di Preneste, di Anagni, di Alatri, di Verola,
di _Signia_, di _Patricum_, di _Ferentinum_ e di Frosinone, oggidì
ancora notevoli[612]. Sembra però che, al di là del Liri, il Ducato si
estendesse fino ad un incognito luogo detto _Horrea_; e già nel secolo
settimo ci avvenne di parlare delle città di confine, ch’erano Arpino,
Arce, Sora e Aquino, prese dai Longobardi, e sulle quali Adriano
moveva sue pretensioni. Pertanto ci riesce impossibile di stabilire con
esattezza quale fosse anche da questo lato la frontiera[613].
L’Anio segnava il limite della Campania romana da settentrione, e il
territorio che si stendeva al di là di quel fiume fino al Tevere era la
Sabina e l’Umbria. Il paese sabinate aveva per confini, da ponente il
Tevere, da mezzogiorno l’Anio, da settentrione i fiumi Nari e Velino,
da levante l’Abruzzo ulteriore. Esso pertanto confinava colla Tuscia
romana, donde lo divideva il Tevere, col Lazio ossia colla Campania,
da cui lo separava l’Anio, e coll’Umbria, dove il fiume Nari formava
il limite che lo rinserrava. Del resto, la parte maggiore della Sabina
era posseduta dal Duca di Spoleto, e il costui dominio si estendeva
dal torrente Allia fino alla quattordicesima pietra miliare fuor di
porta Salara, per Monte Rotondo (_Eretum_), per Farfa e per l’antica
_Cures_ fino al territorio reatino[614]. Al Ducato appartenevano
queste rinomate città: _Fidenae, Nomentum, Gabii, Asperio, Ocricolum_
e _Narnia_[615]. Alcune terre del Sabinate, e perfino alcune in
grande vicinanza di Roma, erano cadute a causa delle ripetute imprese
guerresche dei Duchi longobardi di Spoleto, oppure duravano soltanto in
ruina. Poco a poco discomparivano _Eretum, Crustumeria, Fidenae, Gabii,
Ficulea, Antemna_. Anche la antica e celebre _Cures_, la patria di Tito
Tazio, di Numa e di Anco Marzio, donde un tempo i Romani avevano tolto
nome di Quiriti, periva nell’età dei Longobardi, e, nel nome, perdurava
soltanto con un borghetto detto «Correse». _Nomentum_ sola, lungo la
via del suo nome, aveva ancor vita fino al secolo decimo come sede di
un Vescovo. Presso Narni il fiume Nari faceva da confine; dall’altra
sponda di esso incominciava l’Umbria, dove erano le città di Ameria
e di Todi (_Tuder_), le quali però, come abbiamo veduto, in fatto
di governo politico erano aggregate alla Tuscia romana. Tre strade
principali, che duravano con loro nomi antichi, attraversavano pur
sempre il territorio sabinate; la via Tiburtina, che dopo la vigesima
pietra miliare assumeva la appellazione di Valeria, e lungo il corso
dell’Anio proseguiva fino ad Alba; la Nomentana; e finalmente la via
Salara, in cui l’altra metteva capo al di sotto di _Nomentum_.