CAPITOLO QUINTO.

§ 1.

Condizioni di Roma. — Inondazione del Tevere nell’anno 791. — Adriano

ripara le mura della Città. — Restaura l’_Aqua Trajana_, la _Claudia_,

la _Jobia_ e l’_Aqua Virgo_. — Provvede a porre colonie nella

Campagna. — Condizioni dei coloni. — Le _Domus cultae_ di Adriano. —

_Capracorum_.

Abbiamo fin qui considerato l’accorto e ambizioso papa Adriano, intento

all’opera politica, nella quale, con gravissimo nocumento della Chiesa,

d’ora in poi riposano le cure maggiori dell’officio papale: ci conviene

adesso tributargli giusta lode per ciò che egli fece in beneficio

della città di Roma. L’operosità in questo riguardo assunse un novello

impulso, allorchè i Papi videro colmarsi i loro scrigni coi redditi

cresciuti dello Stato.

Nel Dicembre dell’anno 791 Roma fu nuovamente afflitta di

un’inondazione del Tevere. Le acque rovesciavano la porta Flaminia,

e ne trascinavano i rottami fino ad un arco della via Lata, che era

appellato _Tres Faccicellas_ o _Falciclas_[497]. Il fiume faceva

ruinare l’antico _Porticus Pallacinae_, che stava in vicinanza al san

Marco, e le onde si riversavano fino al ponte di Antonino, che oggi

ha nome di ponte Sisto[498]. Di queste inondazioni facciamo cenno,

soltanto per osservare che esse di sovente si ripetevano, perocchè

non si provvedesse più ad espurgare l’alveo del fiume o ad arginarne

le ripe. È cosa probabile che Adriano restaurasse le mura della Città

ancor prima dell’anno 791. Quantunque Gregorio III avesse intrapreso a

ripararle, il lavoro non era stato eseguito con solidità di fondamenta,

od altrimenti convien dire che l’ultimo assedio di Astolfo avesse in

parecchi luoghi recato grave guasto alle mura. Adriano perciò dava

opera alla loro restaurazione nell’intiero circuito della Città; i

coloni di tutti i patrimonî della Chiesa, tutti i comuni delle città

della Tuscia romana e del Lazio, e Roma stessa, furono obbligati

a contribuire al lavoro; e fu ad essi imposto di fornire una parte

determinata della grandiosa opera. Dai tempi degli Imperatori in poi,

la Città non aveva occupato in suo servizio una sì grande moltitudine

di popolo[499]; e, dopo questa vasta restaurazione, Roma era di nuovo

validamente munita, sebbene nol fosse più così fortemente e così

maestrevolmente com’era stata all’età di Aureliano. Erano le mura di

Adriano e le loro trecentottantasette torri che uno Scolastico, sul

principio del secolo nono, vedeva e numerava, ancor prima che Leone IV

cingesse di mura il territorio Vaticano. Possiamo di leggieri imaginare

quanta ricchezza delle antichità di Roma andasse perduta a causa di

quest’opera. Non durava più in vigore alcun editto di Imperatori

che vegliasse alla salvezza dei monumenti antichi; abbandonati

senza difesa, era forza che essi cedessero i loro marmi a chi voleva

strapparne, e nelle cave di calce buttavansi alla rinfusa, come materia

di gesso, frammenti di templi e rottami di bassi rilievi magnifici e di

splendide statue.

Il Papa s’acquistava benemerenza non minore colla restaurazione di

alcuni acquedotti. Dopochè Roma per il corso di dugento anni aveva

sofferto bramosa penuria di acqua, Adriano, novello Mosè, dissetava

adesso il suo popolo. Vedemmo che, oltre all’_Aqua Trajana_, appena

uno solo degli altri acquedotti era stato restaurato. Quel canale

chiuso, attraverso il quale Trajano aveva derivato le acque da alcune

sorgenti prossime al lago Sabatino (oggidì lago di Bracciano), e per

un cammino di trenta miglia sotto elevate volte arcuate avea tratto

fino al Gianicolo, già s’appellava al tempo di Adriano _Aqua Sabatina_;

molti degli archi di quell’acquedotto erano ruinati, chè senza

dubbio gli avevano fatti in pezzi i Longobardi nell’ultimo assedio.

Pertanto, il pozzo del san Pietro e il bagno pei pellegrini, onde

usavasi in tempo di Pasqua, dovevansi fornire di acqua, che con gran

fatica vi si portava entro a botti[500]. Adriano rimetteva in buono

stato l’acquedotto Trajano, e può darsi che fin d’allora le sue acque

in parte venissero dal lago, e non soltanto dalle sorgenti. Poichè

prendiamo per vero che la Trajana fosse messa a guasto dai guerrieri

di Astolfo, e poichè nella biografia di Adriano è detto che, prima del

suo ristabilimento, era stata fuor d’uso da vent’anni, dobbiamo perciò

accogliere l’anno 775 come il tempo della sua restaurazione[501].

San Pietro faceva di bel nuovo fluire le acque della _Trajana_; pari

beneficio Giovanni Battista operava per l’_Aqua Claudia_. Nel secolo

ottavo sarebbe stato, sotto qualunque riguardo, enorme cosa che Roma

avesse manifestato il voto di possedere delle terme, e, perfino,

la città capitale della Cristianità aveva sofferto, da lungo tempo,

estremo difetto di acqua; che se, alla fine, il grido con cui ne faceva

richiesta, otteneva ascolto, ciò avveniva perchè recava insopportabile

pena che vuoti ne fossero i fonti battesimali delle chiese. Alcuni

acquedotti degli Imperatori furono pertanto restaurati in servizio

del Signore, e servirono, fuor delle chiese, da fonti pasquali, per

riversare le loro acque sulle teste dei battezzandi, o sui piedi di

stanchi pellegrini[502].

L’_Aqua Claudia_, prossima alla _Marzia_ era stata il più pregiato

acquedotto di Roma imperiale; essa scendeva dai monti di Subiaco con un

corso di trentotto miglia; le sue arcate superavano di altezza tutti

gli altri acquedotti, così che, secondo il detto di Cassiodoro, le

sue onde avrebbero potuto rovesciarsi sulla cima dei colli di Roma.

Dopo un cammino tortuoso, la _Claudia_ giungeva alla Città presso

porta Prenestina (porta Maggiore); dal suo castello, che trovavasi

nei giardini di Pallade Liberta, il condotto di Nerone trasportava le

acque al monte Celio, dove poneva capo al tempio di Claudio. Di colà

l’acquedotto spingeva sue ramificazioni all’Aventino ed al Palatino, e

per tal guisa irrigava la parte maggiore di Roma. Dopo di Costantino,

la _Claudia_ aveva fornito di acque il battisterio e il bagno del

Laterano, finchè i Goti ne avevano privato i Santi ed il popolo. Taluno

dei predecessori di Adriano deve avervi effettuato qualche lavoro di

riparazione, avvegnachè nella biografia di questo Pontefice sia detto,

che essa ebbe fornito la Città di qualche po’ d’acqua, finchè il Papa

la fece restaurare completamente, per modo che, come in antico, essa ne

gittò in gran copia[503].

Un terzo acquedotto restaurato da Adriano, era detto _Aqua Jobia_,

e lo si trova denotato con egual nome lungo la via Appia. Appena

puossi decidere se fosse una ramificazione dell’_Aqua Appia_ o della

_Marzia_[504]. Il quarto acquedotto era la celebre _Aqua Virgo_.

Scaturiva presso la via Collatina, otto miglia lungi da Roma, e, dopo

di aver raggiunto la Città a monte Pincio presso il _Murus Ruptus_,

proseguiva il suo corso al di sotto di questa collina, indi, per canali

e sotto di arcate, si spingeva nel campo di Marte. Agrippa ne era stato

l’edificatore, ed il nome le era stato imposto da una leggenda la quale

narrava, che una giovane donzella avesse guidato a questa magnifica

fonte alcuni soldati che andavano in cerca di acqua: quell’appellazione

conservavasi fino al secolo decimoquinto, chè allora prendeva voga

il nome di Trevi. Adriano restaurò l’_Aqua Virgo_, ond’essa n’ebbe

tanta abbondanza di acque che, da sola, avrebbe bastato a fornirne

quasi tutta intera la Città; il campo di Marte, alla cui provvisione

essa tornava necessaria, doveva essere fin d’allora abbastanza

popoloso[505].

Adriano volse le sue cure anche alla Campagna di Roma. Omai

l’agricoltura era messa al salvo da nuove devastazioni, dappoichè

era caduto il reame dei Longobardi; e già avrebbe potuto animarsi a

vita, se non l’avesse impedito la mancanza di un ceto di contadini

liberi. Poco a poco, la Chiesa, i conventi, gli ospitali s’avevano

abbrancato vastissime terre della Campagna. Peraltro, alcune famiglie

della nobiltà cittadina vi possedevano pur sempre degli estesi

latifondi, e perfino vi avevano delle proprietà le maestranze della

Città[506]. La Chiesa coltivava i suoi campi da sè, oppure, ed era più

di sovente, li dava in affitto a persone private. Fu buona ventura

che si sia conservato il Registro delle affittanze di Gregorio II

nel compendio che nel secolo undecimo ne die’ un Cardinale: è un

documento importante, avvegnachè ne sia fatto conoscere la estensione

dei patrimonî pontificî, e molte particolarità dei luoghi[507]. Le

terre erano coltivate dai coloni, uomini di condizione semilibera,

che potevano essere venduti soltanto colla terra cui erano avvinti.

Pertanto erano considerati come liberi, in paragone agli schiavi

ossiano _servi_, quantunque il più delle volte fossero, insieme

con questi, compresi sotto il nome generico di _familia_. Secondo

le loro condizioni speciali avevano nomi parecchi: _adscripticii_

erano quelli che per trent’anni o per sempre s’erano vincolati al

fondo; _originarii_ i loro figli nati sul fondo; _conditionales_ e

_tributales_ quelli che per patto erano tenuti a soddisfare alcune

prestazioni; _mansuarii_, perocchè vivessero nella _massa_ o nel

_mansus_. In documenti del secolo ottavo, le prestazioni di servigî

sono dette soventi volte _opera, xenia_ o _angaria_; e l’ultima

parola andò nel linguaggio comune a significare massimamente peso

e oppressione[508]. Così chiamavasi l’obligo del lavoro, ossia il

numero delle giornate di lavoro che colle braccia o con una coppia

di buoi dovevasi prestare ad ogni settimana. Le abitazioni dei

coloni appellavansi _casales, casae coloniciae_ o, tutt’insieme,

_colonia_; e _curtis_, ossia cascinale, è espressione consueta di

quell’età. Dalle Lettere di Gregorio rilevammo quali fossero in

generale le condizioni dei coloni; e i molti documenti dell’Abazia di

Farfa, riguardanti donazioni o permute di beni, ci dimostrano che le

condizioni degli agricoltori continuavano ad essere eguali a quelle del

tempo antico. Pertanto, se i percettori dei tributi (_conductores_),

o gli amministratori (_actores_) e gli ispettori supremi dei

patrimonî (_rectores_), erano uomini d’animo retto, non doveva essere

soverchiamente dura la sorte dei coloni, che vivevano sopra terreni

fertili d’inesausta ricchezza, quantunque colle loro mogli e coi

figliuoli fossero eglino trattati da scorte dei fondi. Ci manca in

vero notizia dell’amministrazione della giustizia e del codice penale

che li reggeva; nè è probabile che in un’età di barbarie i contadini

trovassero sufficienti guarentie di protezione nella legge[509]. I

_servi_, schiavi, erano a partito assai peggiore, perciocchè nella

persona nessun diritto li proteggesse. Spesso avveniva che fuggissero

dai fondi, e si nascondessero nel fitto delle macchie o sulle alture

dei monti; ne’ tempi anteriori avevano cercato ricovero nei conventi,

ma più tardi veniva loro interdetto di rifuggire a scampo nello stato

monastico. Peraltro v’hanno molti esempî di emancipazioni; il concetto

della _libertas_ durava ancora nel secolo ottavo, e si concedeva

puranco solennemente ad alcuni schiavi, insieme colla libertà, anche

il diritto civile romano. Allorquando uomini privati «per la salute

dell’anima» donavano loro beni a’ conventi, la compassione gli induceva

spesse volte a mandar liberi i loro schiavi; e questa era carità

fiorita e più meritevole di tutte le opere di pietà[510].

Abbiamo già posto mente alla fondazione delle _Domus cultae_ che

avveniva per opera di Zaccaria; quelle cascine dovevano contribuire ad

accrescere la popolazione nella Campagna e a farvi sorgere col tempo

delle borgate. Alcune crebbero così infatti, ma ebbero corta durata.

Erano isolate di luogo, e la mal’aria ed assalimenti briganteschi

loro recavano ben di sovente la ruina. Anche qui occorre celebrare

l’operosità di Adriano, perocchè sotto il suo reggimento fossero

piantate sei di quelle _Domus cultae_; due ebbero nome di _Galeria_,

le altre furono dette _Calvisianum, S. Edistius, S. Leucius_ e

_Capracorum_. La Galeria prima era situata lungo la via Aurelia, a

dieci miglia da Roma presso Silva Candida; il fiumicello Galera dava il

suo nome a parecchi luoghi di Toscana, ma il casale di Adriano non può

certo confondersi con quella terra etrusca che stava presso l’Arrone,

le cui acque scaturivano dal lago Sabatino[511]. La colonia di Adriano

era locata più sotto assai, e forse sorgeva nel sito dove il fiumicello

tagliava col suo corso la via Aurelia. Là dov’esso s’abbatteva nella

strada di Porto, e dove ancora perdura il nome di «Ponte a Galera»

imposto a una tenuta, presso la duodecima pietra miliare, stava la

seconda _Domus culta_ di Adriano, che aveva pari appellazione. Essa

comprendeva altresì alcune terre dell’isola tiberina, oltre ad un

convento eretto a san Lorenzo[512]. La _Insula sacra_, come ancor la

chiamava Procopio, ossia _portus Romani_, è talvolta menzionata nel

Libro dei Papi coll’indecifrabile nome di _Arsis_. Ivi gli edificî

ecclesiastici erano in gran disfacimento; perfino la basilica di

santo Ippolito, che un tempo era visitata da moltitudine grande di

pellegrini, andava in ruina: quanto poi agli antichi porti del Tevere,

che erano Porto ed Ostia, al tempo di Adriano erano diventati palude.

Lungo la via di Ardea, a quindici miglia da Roma, era il fondo

_Calvisianum_. Il territorio degli antichi Latini e dei Rutuli,

cui altra volta avevano infuso movimento di vita alcuni luoghi

ragguardevoli, quali erano Lavinio e Ardea, era adesso deserto e si

copriva soltanto di ruderi di città; tanto maggiore doveva essere

dunque il desiderio di Adriano di collocarvi una colonia[513]. Non

puossi determinare con esattezza il luogo ove la fondasse; ed è pure

ignoto ove fosse situata la _Domus culta_ appellata _Edistius_. Una

chiesa di campagna di questo nome s’ergeva presso la decimasesta pietra

miliare della via Ardeatina, ed intorno ad essa Adriano componeva la

sua colonia[514]. Abbiamo già veduto che nella Campagna esisteva allora

un numero di chiese più grande di quello che ivi è oggidì; ed anche la

chiesa di san Leucio, che stava presso la quinta pietra miliare della

via Flaminia, era fatta centro di una tenuta fondata da Adriano[515].

Ma la più ragguardevole di queste colonie era quella appellata

_Capracorum_. Il territorio di Veio, che era stato il più ubertoso e

fiorente della Tuscia romana, era ridotto triste deserto, illustre

soltanto per le ruine di quell’emula antica di Roma; ivi, nel

luogo fatto selvaggio, omai da secoli andavano errando le capre,

pascolando lungo i torrenti che serpeggiano attraverso vallate di

tufo vulcanico, e giungono alla prossima Cremera. Colà, nella diocesi

di Nepi, i parenti di Adriano possedevano un _Fundus Capracorum_;

di esso il Papa deliberava di formare una colonia agricola, e punto

di mezzo del tenimento doveva essere la chiesa che egli innalzava

dalle fondamenta in onore di san Pietro. Adriano stesso, col clero

e colla nobiltà, moveva di Roma per consecrare la sua colonia con

grande solennità; di quella fondazione era il merito tutto suo, e

la destinazione era rivolta agli scopi più santi. De’ suoi prodotti

non dovevano provvedersi monaci di qualche convento o alimentarsi le

lampade della tomba di qualche morto, ma il reddito ne era dedicato

ai poverelli di Roma. Il possedimento dava prodotti di grano, di

legumi e di vino, i quali erano deposti nei granai e nelle canove del

Laterano. I boschi di querce di _Capracorum_ nutrivano grandi greggi

di maiali; a centinaia ogni anno si macellavano nelle masserie, e le

carni di essi si portavano al Laterano[516]. Ogni giorno, centinaia di

mendichi della Città si accalcavano alle porte del palazzo vescovile,

e ivi, dei prodotti benedetti di _Capracorum_, della terra dell’antica

Veio, ricevevano la carità del bravo Pontefice; una libbra di pane,

un fiasco di vino ed una scodella di minestra e di carne a testa.

Questo cibo mangiavano seduti sotto il portico del palazzo, indi con

benessere dell’animo e con lieta ciera miravano i quadri a colori,

che sulle muraglie della loggia rappresentavano di quei banchetti di

poverelli[517].

In breve tempo la colonia di Adriano venne in gran fiore, diventò un

luogo munito e popoloso, chè, cinquant’anni dopo la sua fondazione,

Leone IV, quando faceva cinger di mura il borgo del Vaticano, poteva

imporvi una congrua contribuzione a quei lavori: e precisamente ad

opera dei coloni di _Capracorum_ fu edificato un tratto di muraglia fra

due torri, come oggidì ancora cel dice un’antica iscrizione[518]. In

essa hanno nome di _Militia_, e ciò per una colonia desta meraviglia,

avvegnachè i _Milites_ esser dovessero liberi cittadini. Sennonchè,

il pericolo onde la terra era minacciata dai Saraceni, fe’ sì che

_Capracorum_ si munisse di mura, e che la gente del contado fosse

costretta ad armarsi; così molti di quegli uomini diventarono liberi;

altri uomini liberi delle vicinanze trassero a quel luogo fortificato,

di cui diventarono cittadini; e per tal guisa, da una tenuta colonica

sorse un castello con una milizia sua propria[519]. La torre, o corte

(_curtis_), o castello di _Capracorum_ (con questi tre nomi a vicenda

fu appellata la colonia dopo il secolo undecimo), si perdette col

secolo decimoterzo, senza lasciar traccia di sè nella storia.

§ 2.

Adriano attende a edificare chiese. — Portico Vaticano. — Il san

Pietro. — Il Laterano. — Il san Paolo. — Operosità delle arti in Roma.

— San Giovanni _ante Portam Latinam_. — Santa Maria _in Cosmedin_. — La

_Schola Greca_. — Monte Testaccio.

Ciò che Adriano fece per le chiese di Roma supera quasi l’opera che

vi rivolsero i suoi antecessori; il fervore con cui egli ed i suoi

prossimi successori attesero a edificare, illustrò massimamente

con sontuosità di monumenti il primo periodo del dominio temporale

dei Papi. Adriano trovava molte chiese in decadimento; alcune dalle

fondamenta costruiva a nuovo, altre restaurava. Di tutte queste opere

sue dà contezza il lungo catalogo che trovasi aggiunto alla biografia

di lui.

La chiesa di san Pietro gli andò debitrice di preziosissimi ornati.

Noi sappiamo che alla basilica conduceva un portico; incominciava esso

non lungi dal castello di Adriano, e da questo capo vi si entrava

da una porta (_Porta s. Petri in Hadrianio_) che forse al castello

era attigua[520]. Il portico correva un tratto accosto al fiume; era

stretto e angusto, e sembra che fosse la via solita per cui il popolo

moveva al san Pietro. Adriano vi pose fondamenta, affine di premunirlo

da cadute, e vi adoperò più di dodicimila quadroni di pietra; indi

restaurò anche il loggiato che si reggeva sopra colonne[521]. Portici

di simil fattura conducevano fuor della Città al san Paolo e al san

Lorenzo, ed anche questi il Papa riparava[522].

Nell’atrio del san Pietro, rinnovò la scalea maggiore e i due lati del

_Quadriporticus_. Il campanile di Stefano II, rese adorno di grandi

porte di bronzo che egli fece trasportare di Perugia, togliendole a

qualche tempio antico[523]. Carlo magno gli mandava in dono delle

travi da costruzione e alcune migliaia di libbre di piombo per la

saldatura del tetto. Caduti erano di già i musaici dell’abside ossia

«Camera», e Adriano li rifaceva a nuovo «secondo il disegno antico». Il

pavimento innanzi la Confessione, per quel tratto che si stendeva dalle

balaustrate di bronzo, ossiano _rugae_, fino alla tomba dell’Apostolo,

fu lastricato con lamine di puro argento, del peso di cencinquanta

libbre; l’interno della Confessione poi fu rivestito di lamine d’oro,

sulle quali erano istoriati fatti di storia sacra; e l’altare che

era sulla Confessione, fu coperto di oro lavorato con opera sottile.

La iscrizione postavi da Adriano ci induce a credere che vi fossero

figurate in rilievo la persona di lui e quella di Carlo magno, con

atteggiamento che alle loro dignità si conveniva. Vi è detto di Cristo:

«Poichè ei discende di progenie di sacerdoti e di re, a entrambi

questi ei commise di reggere il mondo. A Pietro, fedel pastore, diede

a pascere la greggia, indi ne diè cura ad Adriano. E nella fida città

porse il romano vessillo a quei servi suoi che egli a piacimento

suo elesse. E Carlo, l’illustre e magnifico Re, lo ricevette dalla

mano di san Pietro, che a lui benedice glorificandolo. Questo dono,

che ne celebra la salute e il trionfo regale, qui pose il Pontefice,

consecrandolo con orrevole usanza»[524].

Sulla tomba dell’Apostolo erano poste alcune statue di Santi

scolpite in argento; in vece di esse il Papa allogò delle statue

di oro massiccio, che rappresentavano il Salvatore, la Vergine, san

Pietro, san Paolo e sant’Andrea. Con splendidezza, che superava ogni

magnificenza, rinnovò tutti gli addobbi della basilica. Nei giorni di

festa appendevansi a drappelloni, fra le colonne delle navate, dei

tappeti tessuti in porpora e in oro, di sontuosissimo lavoro[525].

A Natale, a Pasqua, nella festività dei due Apostoli, e nel dì

anniversario del Papa, si accendeva il doppiere gigantesco che, in

forma di croce, pendeva dalla trave trasversale coperta d’argento,

la quale reggeva l’arco di trionfo sopra della Confessione: e quando

ardevano le sue milletrecentosettanta faccelle, in verità si meritava

il nome di grande faro. Anche questa era stata fondazione di Adriano

nella basilica[526].

Il Papa rese adorno con fastosissimo splendore anche il san Giovanni in

Laterano. Rinnovò il portico del palazzo che ivi era, e, in vicinanza

ad esso, edificò una torre che bellamente decorò di pitture e di marmi:

ben può darsi che fosse la torre stessa di Zaccaria, la quale allora

abbisognasse di restaurazione. Il rapido decadimento delle chiese

romane, per fermo non reca lodo all’arte di quei secoli per ciò che

s’attiene a solidità di edificazione; nè la potenza di costruzione era

sempre proporzionata alla moltitudine delle fabbriche. L’atrio del san

Paolo, ai tempi di Adriano, era lasciato in abbandono siffattamente,

che vi andava pascolando il bestiame; per altro ei sembra che già fin

d’allora si entrasse nella basilica, non dalla parte del Tevere, ma da

una banda laterale. Adriano faceva selciare di marmo questo atrio.

Non vi fu chiesa titolare alcuna o diaconia che questo Pontefice

non abbellisse; ad ognuna di esse donava venti tappeti tirî perchè

li distendessero a festone negli intercolunnî[527]. Egli faceva

operare in suo servigio gli artisti a centinaia in una volta; per

lui lavoravano in oro e in argento, in ismalto e in lapislazzoli,

trapuntavano drappi di seta, componevano quadri in musaico, dipingevano

a fresco con tratti di pennello che erano rozzi sì, ma non affatto

privi di vita, e tentavano, sebbene con minor fortuna, la scultura.

Abbiamo già manifestato il nostro dubbio che i lavoratori di musaici

fossero unicamente artisti di Grecia, quali potevano essere quelli

di Ravenna. In tutta Italia era allora coltivata questa fattura di

arte; ciò pertanto fa supporre che quivi avesse fondato sue scuole,

e che ne producesse suoi lavori; e si serba ancora una scrittura del

tempo di Adriano, che ammaestra gli artisti del modo di colorire i

musaici, di dorare il ferro, di scrivere in oro, di comporre lo smalto,

di preparare l’azzurro di rame e il catmio, e dell’uso cui potevano

adoperarsi nelle arti i minerali. Quel trattatello degno di nota, è

scritto nel barbaro latino del secolo ottavo, e, se anche non sia che

una traduzione dal greco, dimostra pure in qualche modo che le arti

avevano eletto sede e nazione nell’Italia di quell’età[528].

È facile cosa peraltro che quegli innumerevoli arazzi sontuosissimi,

istoriati a ricamo, fossero di origine bizantina. L’arte di lavorarli

era sorta in Oriente ed era fervidamente coltivata a Bisanzio e ad

Alessandria. Di là probabilmente venivano loro artisti a Roma, ove

lavoravano per incarico dei Papi; e può darsi che molti di loro in

Italia emigrassero, durante la persecuzione delle imagini. I nomi dei

drappi preziosi e dei pallii splendidamente trapunti, dimostrano una

grande varietà delle loro stoffe e della loro fattura, ed in pari tempo

rivelano che l’origine ne veniva dai paesi bizantini. Spesse volte sono

greche le molte denominazioni dei tappeti ossiano _vela_; spesse volte,

dal luogo donde derivano, sono addirittura appellati Alessandria, Tiro,

Bisanzio, Rodi. Lo stesso dicasi delle drapperie bianche, porporine o

azzurre, che erano screziate di pietre preziose o istoriate a ricami,

e rappresentavano imagini di Santi o figure di animali, di aquile,

di leoni, di grifoni, di pavoni, di liocorni. Anche i nomi dei vasi

sacri, che i Romani appellavano con greca voce _Cymelia_, palesano

la derivazione orientale. Massimamente poi, di quei pallii, di quelle

drapperie e di quegli arredi, devonsi cercare gli esemplari nel tempio

di Salomone, che fu un immenso tesoro della magnificenza orientale

del culto; i Papi e i Vescovi imitarono le fogge fantastiche del

vestimento dei gran sacerdoti degli Israeliti, e le chiese seguirono

la splendidezza e il costume degli innumerevoli doni votivi di cui era

colmo quel tempio. Le croci d’oro erano cariche di gemme, scintillavano

degli ornati d’argento e degli smalti che v’erano condotti sopra; i

vasi, le coppe, gli incensieri, i calici, i ciborî erano splendidamente

adorni di disegni cesellati o battuti, e il lungo catalogo dei loro

nomi enigmatici alletta, e, in pari tempo, induce a smarrimento la

fantasia[529].

Due chiese antiche e mirabili dovettero ad Adriano una accresciuta

rinomanza.

Presso la via Latina, entro le mura della Città, esiste oggidì una

basilica abbandonata, la cui torre, di costruzione medioevale, domina

una larga estensione di orti incolti. È la chiesa di san Giovanni

Evangelista. Narra la leggenda, che l’Apostolo prediletto del Salvatore

fosse imprigionato in Efeso, dove aveva atterrato il tempio di Diana,

e di là venisse tratto a Roma: erano allora i tempi di Domiziano. I

carnefici gli recidevano le lunghe chiome ondeggianti, avvegnachè

credessero che in quelle si occultasse un’arcana magia; indi lo

gittavano in un vase pieno di olio bollente. Ma l’Evangelista usciva

di quel bagno senza alcun danno, e i giudici, impietrati per la

meraviglia del portento, non osavano di sottoporlo a nuovi tormenti.

Lo esiliavano in un’isola, e Giovanni partivasi illeso di Roma, e

andava a vivere nella solitudine di Patmos, dove lo spirito di Dio

gli rivelava le ascose leggi dell’universo. Alcuni leggendarî dei

Greci trasportarono ad Efeso questa storia di martirio, ma i Latini

pretesero che il fatto avvenisse in Roma; e, già al quarto secolo, i

Romani mostravano un luogo fuori di porta Latina (la quale di certo

a’ tempi di Domiziano non esisteva) in cui Giovanni sarebbe stato

precipitato nell’olio bollente[530]: ivi, non si sa in che tempo, gli

fu edificato un oratorio, e nello stesso sito, presso porta Latina, si

eleva la cappella di san Giovanni in Oleo, costruzione dell’anno 1509.

È altresì ignoto il momento in cui avvenne la primitiva fondazione

della basilica; la forma odierna dell’edificio non è anteriore al

secolo undecimo o al duodecimo, ma all’età di Adriano esisteva di

già la chiesa _S. Johannis juxta portam Latinam_, che quel Papa

restaurava[531].

La seconda chiesa è una delle più antiche e mirabili basiliche della

Città. Nella ottava regione, nel sito dove il Foro boario metteva

capo verso il Tevere, ancora ai tempi di Adriano duravano in vita

parecchi templi pagani. Due di essi, lungo il fiume, in vicinanza del

ponte Palatino, lottarono cogli anni, e, risparmiati dall’ingiuria

del tempo, esistono ancora oggidì, e sono appellati i templi di Vesta

e della Fortuna virile. Oltre ad essi, sotto il monte Aventino e in

prossimità del Circo massimo, s’elevavano un tempio della Pudicizia

Patrizia e parecchi santuarî di Ercole, al culto antico del quale

era sacro quel luogo: ed ivi era la celebre ara massima del semidio.

La religione cristiana s’era già di buon’ora inoltrata nel suolo del

Palatino e del Foro, e vi aveva piantato sede, costruendo le chiese di

san Teodoro, di san Giorgio e di santa Anastasia; ma da questo lato

invece aveva tocco appena il terreno del Foro boario. Chiusi erano i

piccoli templi di Vesta e della Fortuna; i santuarî di Ercole erano

abbandonati al disprezzo; ed il Circo massimo, che v’era vicino, ad

onta di tutto il suo decadimento, conservava pur sempre a quel luogo

le grandi orme dell’antichità. Peraltro, entro uno di quei templi s’era

ficcato il Cristianesimo lunga età prima di Adriano. Una piccola chiesa

s’era sospinta fra la ruine del magnifico edifizio che s’elevava appiè

dell’Aventino, di rimpetto al tempio di Vesta. È la chiesa di santa

Maria in _Cosmedin_; senza che ad ogni modo si abbia certezza che

quell’edificio fosse in antico il tempio della Pudicizia Patrizia[532].

L’interno della chiesa fu ordinato per guisa che le colonne del

peristilio del tempio rimanessero in parte allo sgombro, in modo

somigliante a quel che vedesi nel san Lorenzo _in Miranda_, entro il

tempio di Faustina. Oggidì ancora, in un edificio attiguo alla chiesa,

miransi gli avanzi della cella antica; ed otto colonne scanalate del

frontespizio sono murate nel prospetto della chiesa.

Non sappiamo in che tempo questa basilica sorgesse; sulla fine del

secolo sesto essa aveva di già grado di diaconia, col titolo di _S.

Maria in Schola Graeca_. Questo nome si spiega da una associazione

(_schola_) dei Greci, che ivi avevano residenza, e la cui memoria

anche oggidì serba la «Via della Greca», che ivi esiste. Infatti,

alla corporazione greca non apparteneva soltanto la chiesa diaconale,

ma altresì il territorio circostante detto era _Schola Graecorum_;

e tuttavia nel decimo secolo quella sponda di fiume s’appellava

_Ripa graeca_[533]. Forse si attribuiva quella denominazione alla

basilica per distinguerla da _S. Maria antiqua_ (oppure _nova_,

come fu detta dopo il tempo di Leone IV), che ergevasi in vicinanza

dell’arco di Tito[534]. Nel secolo ottavo usavasi soltanto denotarla

col nome _in Schola Graeca_, e, soltanto dopo la edificazione di

Adriano, fu anche chiamata _in Cosmedin_. Il Biografo del Papa ce

ne spiega il significato, dicendo che la chiesa, in causa della sua

splendida rinnovazione, a buona ragione diventò _cosmedin_, ossia

bene ornata[535]. Pari titolo riceveva in Ravenna una chiesa antica

dedicata a Maria; similmente pure era appellata un’altra chiesa in

Napoli; e forse tal nome si ricavava da quello di qualche piazza di

Costantinopoli, avvegnacchè i Greci in Roma, in Napoli e in altri

luoghi introducessero alcuni nomi della loro patria, indottivi dalla

carità del luogo natio. In Ravenna, oltre a santa Maria _in Cosmedin_,

eravi anche una santa Maria _in Blachernis_, a memoria di una chiesa di

pari nome che Pulcheria aveva eretto a Bisanzio, dove così era nomato

un sobborgo; ed in Roma altresì esisteva sull’Aventino un luogo detto

_ad Balcernas_ oppure _Blanchernas_[536]. Ben fu per eguale ragione

che i Greci diedero a quella diaconia l’addiettivo _in Cosmedin_, ma

il suo proprio significato si confuse nel concetto di _cosmos_ ossia

adornamento, per guisa che santa Maria _in Cosmedin_ si spiegò per

santa Maria Ornata.

La chiesa si presentava agli occhi di Adriano nella forma di un

oratorio in decadimento, cui superavano di altezza le ruine del

tempio antico. Il Pontefice faceva abbattere quei poderosi quadroni

travertini, e ne sgombrava il luogo[537]; indi edificava una basilica

a tre navate ed un atrio, che, dopo la metà del secolo nono, fu

rinnovata da Nicolò I[538]. La ricostruzione completa che avvenne più

tardi sotto di Calisto II e di altri Papi, mutò massimamente l’aspetto

della chiesa. È dessa uno dei più bei monumenti d’arte del medio evo,

del secolo duodecimo e del decimoterzo, perocchè a questo periodo

appartengano i musaici del pavimento, gli amboni e il tabernacolo.

Soltanto la torre risale ancora probabilmente al secolo ottavo: è

quadrangolare e non è rastremata; svelta di forma e leggiera come tutte

le torri romane antiche, ha centosessantadue palmi di altezza su venti

di larghezza, con sette ordini di finestre, tre per lato, separate da

piccole colonne[539]. Degne di nota sono alcune iscrizioni del secolo

ottavo che trovansi nell’atrio della chiesa; sono scritte in caratteri

assai rozzi, e si riferiscono a donazioni di Eustazio duce e di uno

nominato Gregorio. Questi uomini (Eustazio era anche _Dispensator_

della diaconia) legavano alla chiesa molti possedimenti di terra e, fra

altri, dei vigneti a Monte Testaccio. Gli è a ragione soltanto della

celebre collina così appellata, che facciamo qui menzione di siffatte

iscrizioni, avvegnaddio il nome di Testaccio precisamente si trovi

menzionato per la prima volta in questo luogo[540]. Fra l’Aventino,

le mura di porta Ostiense e il Tevere, si eleva il monte, alto

dugento palmi, quale sembra una piramide di rotti vasi di terra, ed è

simile a simbolica collina sepolcrale di Roma antica, imagine di sua

magnificenza fatta in ruine. Niuno sa dire quando e come siasi formato:

sorse allora che Roma decadde. I Romani, che questa collina poco a poco

andarono alzando, potevano in fatto scorgere in essa l’emblema della

loro storia; da quei rottami di vasi lo appellarono _Mons Testaceus_, e

la leggenda del medio evo narrava che esso era sorto dai cocci dei vasi

nei quali un tempo i popoli dell’Impero romano avevano avuto costume di

recare a Roma i loro tributi d’oro e d’argento[541].

§ 3.

Condizioni delle scienze in Roma ai tempi di Adriano. — Ignoranza

dei Romani. — Cultura dei Longobardi. — Adalberga. — Paolo Diacono.

— Scuole in Roma. — Musica sacra. — Cessa l’arte poetica. — Poesia

epigrammatica. — Ruina della lingua latina. — Primi incominciamenti

della lingua neo-romana.

Pare che Roma in questa età avesse esaurito nelle cose ecclesiastiche

tutta la sua forza, e che per gli studî delle scienze più non ne

serbasse. Un buio profondo ravvolge le condizioni delle scuole

letterarie di quel tempo. La dottrina dei preti romani era per certo

superata di gran lunga dalla scienza degli stranieri: chè i monaci

della lontana Irlanda e dell’Inghilterra potevano farsi dottori a

quella Roma, la quale tempo prima (e non era assai remoto) aveva dato

vita ai primi loro conventi. Dopo di Gregorio magno non v’era in Roma

uomo alcuno che avesse osato di sostenere un dialogo erudito con un

Beda o con un Alcuino, con Aldelmo, con Teodolfo di Orleans, con un

Isidoro o con un Paolo Diacono. Non fuvvi più alcun Pontefice che con

scritture teologiche si adoperasse di avvicinarsi alla gloria di un

Gregorio o di un Leone, e già si magnificava come opera grande, che

Zaccaria traducesse in greco i Dialoghi di Gregorio.

I monaci dei conventi di Roma erano costretti a sbassare il capo,

allorchè si narrava ad essi della dottrina onde ornavansi i loro

confratelli del chiostro di Colombano, che era in Bobbio, o di quello

di Monte Cassino. I Longobardi, maltrattati dai Papi che li chiamavano

dispregiato rifiuto del genere umano, si vendicavano in silenzio

dei Romani ignoranti, e progredivano nella cultura delle scienze

liberali. Fino alla caduta del loro reame, Pavia splendette per

istudî eruditi; Felice grammatico lasciava in retaggio al celebrato

Flaviano il tesoro della sua sapienza, e quest’ultimo a sua volta,

educava un uomo che fu illustre d’ingegno in quell’età, Paolo Diacono

suo discepolo longobardo, il quale fra quei contemporanei suoi s’ebbe

alta rinomanza di poeta e di storico. La caduta del popolo longobardo

non fu descritta dalla ingenua penna di Warnefredo, ma ebbe dal suo

culto intelletto onoranza; e l’orrore della caduta dello sventurato

Desiderio fu mitigato dallo splendido genio di una sua figliuola. Fu

questa, Adalberga, sposa ad Arichi di Benevento, principessa di mente

elevata che coltivò con vero affetto le scienze: fu la seconda donna

d’Italia che nel medio evo abbia esercitato influenza sulla cultura

degli studî, ed è di gloria tanto più degna, per ciò ch’ella sia

vissuta in quel tempo antico, e donne pari a lei sieno sorte soltanto

in un’età grandemente più tarda. Ed invero, i primi quattro secoli

che succedettero alla caduta dell’Impero romano, furono in Italia

illustrati da due sole donne germaniche, da Amalasunta figlia di

Teodorico e da Adalberga figlia di Desiderio: la barbarie di quell’età

è resa massimamente manifesta da questa mancanza di donne per ingegno

eminenti.

Paolo Diacono, che era stato un tempo secretario di re Desiderio,

godeva a Benevento od a Monte Cassino dell’amicizia di Arichi, e per

sollecitazione di Adalberga scriveva la _Historia Miscella_, che è

ampliazione e proseguimento di quella di Eutropio. Alla magnifica

corte di Benevento e a quella di Salerno, in mezzo al tumulto dei

rivolgimenti d’Italia, si coltivavano studî di rettorica e di storia;

e la Principessa longobarda mandava a memoria le «auree sentenze dei

filosofi e le gemme dei poeti», e conosceva la storia dei popoli non

meno profondamente di quella dei Santi[542].

Nelle scuole di Benevento, di Milano e di Pavia si insegnava

grammatica, dialettica e giurisprudenza; ma in Roma le scienze mondane,

poco a poco, erano state cacciate in bando dagli studî di chiesa.

Non ci giunge contezza di scuole o di professori illustri in istudî

liberali, sebbene di questi maestri ivi fossero: difatti lo stesso

Carlo magno, nell’anno 787, conduceva con sè di Roma in Francia

dei grammatici e degli aritmetici, affinchè ivi fondassero delle

scuole[543]; e Roma era ancora con onoranza tradizionale riverita quale

madre delle sette arti umane, sebbene più non le ispirasse il genio

che a volo poderoso le elevasse. In bel fiore era soltanto la musica

che si coltivava nella scuola Lateranense fondata da Gregorio; in essa

si serbavano le discipline del canto ecclesiastico; di là i Carolingi

toglievano maestri di canto e suonatori d’organo, oppure nel Laterano

facevano istruire monaci franchi. Fra altri, Adriano concedeva a Carlo

due celebri cantori pontificî, nomati Teodoro e Benedetto; l’uno il Re

poneva a Metz, l’altro a Soissons, quai maestri del canto ecclesiastico

romano; ma quegli uomini si dolevano perchè loro non fosse dato di

cavare un solo trillo dalle gole dei Franchi, barbaramente stridule

e roche[544]. In Roma dunque fioriva la musica religiosa sotto il

patrocinio della santa Cecilia, ma più non vi spirava alito di musa

poetica. La cultura dei poeti e degli oratori profani, che soltanto

nel secolo undecimo comincia qua e colà a risorgere, s’era spenta dopo

la caduta del reame dei Goti; e può darsi che Gregorio magno abbia

non poco contribuito alla sua ruina. Certo è che dopo il quinto secolo

v’erano ancora alcuni mitografi, i quali dichiaravano le favole degli

antichi, e ne facevano compendiate comparazioni, ma di loro è dubbio

se scrivessero in Roma[545]. Dopo di Aratore qui non v’ebbe più alcun

poeta; Omero, Virgilio e Orazio erano maggiormente noti alla corte dei

Franchi di quello che fossero in Roma; e nel tempo in cui Angilberto,

«l’Omero» di Carlo, e Alcuino colà dettavano loro poemi, nei quali non

sempre erano sgraziati imitatori della semplicità e della eleganza di

Virgilio, in Roma le tracce dell’arte poetica e della prosodia degli

antichi, devonsi cercare soltanto negli epitaffi sepolcrali. In questa

città dei morti le muse trascinavano loro vita sotterra, e, moribonde

esse stesse, legavano alle tombe il loro ultimo anelito. Così, da

questo costume cristiano di iscrizioni funerarie, era sorta una specie

propria di poesia, ma avea già raggiunto il suo splendore dopo la metà

del secolo quarto, in cui l’ingegno di papa Damaso, portoghese, aveva

illustrato le catacombe di Roma con versi eleganti di ritmo eroico,

che oggidì ancora si leggono qua e colà a loro luogo, con vaghezza.

La più mesta di tutte le fogge di poesia era pur la sola che in Roma

mai non si spegnesse; e i conventi, le chiese, i cimiteri della Città

esibiscono una grande collezione dell’opera poetica di quella musa

dei morti, con versi di tutte le età fino allo scorcio del secolo

decimoquinto: certo è che nel sesto secolo vi si cade abbondevolmente

nel barbarismo di lingua e di metro. Monaci o preti romani poetavano

di quegli epigrammi; però non sempre. Allorquando Caduallo, re degli

Angli, morì a Roma, e si volle comporre a onor suo uno splendido

epigramma, sembra che non si trovasse verun poeta romano il cui ingegno

fosse pari al tema. Si die’ incarico di scriverlo a Benedetto Crispo,

vescovo di Milano, che giusto in quello era a Roma; e il poeta, che

era già illustre, dettò quel tronfio epitaffio che ci è noto[546].

Neppur il lungo epigramma che fu dedicato a papa Adriano, ed è uno

dei migliori di quell’età, fu opera di un Romano; chè i versi scritti

con temperata eleganza di frase e con maggior calore di sentimento,

sono dovuti all’ingegno di Carlo magno, ed è probabile che Alcuino li

vestisse del suo stile.

Carlo, che era stato suo discepolo in tutte le scienze, aveva invece

avuto Pietro di Pisa a maestro di grammatica, nella quale allora

comprendevasi anche la prosodia e la poesia; e Carlo si toglieva

diletto di scrivere talvolta epistole in versi ai suoi amici, e ne

indirizzava anche ad Adriano, che non dimenticava di lodarnelo da

critico benevolo. Ho ricevuto, così questi gli rispondeva, i versi

eccellenti, e adorni, e soavi qual mele, che sgorgarono dall’ingegno

vostro eccelso e regale, a Dio sacro; e verso per verso gli ho letti,

e con vera delizia ne ho accolto in me il senso robusto[547]. Ed egli

stesso, che per ingegno e per cultura era l’uomo più ragguardevole

di Roma, talvolta rispondeva a quegli officî cortesi con versi, dei

quali alcuni si leggono anche oggidì. Hanno forma di acrostico, e

l’espressione e il metro non sono più cattivi del loro tempo[548].

Nel secolo ottavo, la lingua latina scorgesi universalmente decaduta

a corruzione profonda. Le lettere dei Papi ai Carlovingi, che noi

abbiamo consultato spessissime volte quali documenti storici di

questo periodo, offrono grande argomento di studio a chi scrive la

storia della ruina del linguaggio latino. Uscite dalla segreteria

del Laterano, dettate dagli stessi Pontefici, compilate da officiali

dello _Scrinium_ ossia dell’Archivio, quelle lettere pretendono di

inspirarsi al migliore gusto di latinità, onde Roma a quell’età fosse

capace. Ma havvi una grandissima differenza fra la ampollosa eloquenza

dei rescritti di Cassiodoro e lo stile di queste epistole pontificie,

nelle quali più non si serbano le leggi della logica, nè quelle della

grammatica: le lettere di Stefano III sovrastanno a tutte le altre

per profluvio di frasi; in tutte poi la incapacità di esprimere con

chiarezza il pensiero, va di pari passo col barbarismo dell’idioma. Se

in esse, nel Libro Pontificale e nel Libro Diurno, devesi a ragione

cercare il miglior latino dei Romani di quell’età, è agevole cosa

imaginare di qual conio esser dovesse in Roma la lingua usata nella

vita abituale. Quali fossero le condizioni sue noi possiamo con qualche

fondamento arguire dai documenti di quel periodo, siano essi scritture

di donazioni, o atti di argomento giuridico, o iscrizioni funerarie o

d’altro genere; dappertutto, in mezzo agli strappi del logoro manto

dell’antico latino, ravvisiamo la lingua neo-romana far capolino,

nata appena, e goffa ancora[549]. Tuttavolta, non si conservò fino

a noi alcun frammento della lingua popolare romana di quell’età; e

mentre i Tedeschi e i Francesi nella celebre formula del giuramento di

Luigi e di Carlo il Calvo possiedono un documento preziosissimo della

lingua romana e dell’idioma tedesco dell’anno 842, uno di somigliante

non v’ha per la «lingua volgare» che correva in Roma a quel tempo,

e neppure all’età posteriore. Abbiamo, senza alcun dubbio, buona

ragione di credere all’esistenza di una siffatta lingua volgare, e di

reputare che questa differisse dal latino officiale, usato dai notai.

Peraltro, quest’opinione deve andar soggetta a qualche restrizione;

in nessun luogo del mondo, la lingua latina doveva serbarsi in mezzo

al popolo più a lungo che in Roma, patria sua, dove, oltracciò, non

erano avvenute invasioni inimiche, nè immigrazioni germaniche in grande

larghezza. Non si trova infatti alcun cenno che i Romani di quel tempo

abbisognassero di farsi tradurre dal latino in volgare le prediche dei

preti o i documenti de’ notai, come avveniva nelle Gallie; ma questo

sì esser doveva, che il latino de’ notai, già profondamente decaduto,

nella bocca del popolo s’avesse corrotto ancor più[550]. Se un Romano

del tempo di Tacito avesse potuto tornare alla sua città natia, avrebbe

sì poco compreso la lingua del popolo, quanto poco oggidì Carlo magno

intenderebbe la lingua tedesca, o poco sì come i Tedeschi, senza

avervi fatto precedere degli studî, capirebbero la lingua dei loro

antenati del tempo di Carlo, od anche dell’età degli Hohenstaufen.

L’idioma dei Romani, obbedendo alle leggi di natura, aveva subìta

una trasformazione, causa le influenze del tempo. Ma gli è un errore

quello di voler attribuire a colpa dei Goti e dei Longobardi la così

detta corruzione del latino antico, anzichè di spiegarne la ragione coi

naturali procedimenti di ogni decadimento. Lo splendido edificio della

lingua latina precipitava a ruina in sè stesso interamente, parimente

come Roma rovinava nei suoi templi e nei suoi palazzi: allorchè si

leggono quei documenti del secolo ottavo, si hanno di già innanzi

agli occhi soltanto i ruderi della lingua di Cicerone e di Virgilio, e

dentro vi si scorge palpitare l’anima della favella cristiana di Roma,

che va mutando di veste. La lingua officiale e letteraria, sola a noi

accessibile, di Roma nel secolo ottavo, ci appare imagine massimamente

vera della città di Roma, e dei contrasti della sua architettura, e

delle forme della sua vita, avvegnachè da ogni parte la larva maestosa

dell’antichità si sollevasse pur sempre al di sopra delle creazioni

nuove. La ignoranza grammaticale dipendeva da questo contrasto del

morto col vivo; infrante erano le leggi logiche della vecchia lingua

romana; e il latino antico, il linguaggio degli eroi e degli uomini di

Stato, poco a poco cessava di scorrere come una fonte viva, una volta

che caduta era la religione pagana e si dissolveva l’antica società

politica. Rattrappita, fatta a pezzi, la lingua andava lentamente

trasformandosi, e creava nuove leggi a sè stessa, fenomeno dei più

meravigliosi nella storia della cultura umana. La sua parte inorganica

somiglia ai musaici di Roma; al paro di questi, la lingua del secolo

ottavo e del nono è invecchiata, si fa oscura, difetta di vivacità

graziosa, goffeggia fanciullescamente nell’espressione d’idee nuove. Il

passaggio al nuovo idioma volgare va operandosi poco a poco: troncate

le desinenze, eliminate le consonanti finali, che già si facevano

difficili alla lingua ed aspre all’orecchio, avviene una mescolanza

delle vocali, mutano le consonanti, i nomi assumono l’articolo:

similmente, la incapacità di conservare le regole di genere e di caso,

s’insinua perfino nella lingua letteraria del secolo ottavo, educando

quelle forme che costituiscono il suono dell’italiano, e che nel secolo

decimo e nell’undecimo ottengono completamente il primato[551].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 2/8 · 第 20 / 33 题