CAPITOLO SETTIMO.

§ 1.

Muore Adriano nell’anno 795. — Leone III è eletto papa. — Spedisce

un’ambasceria a Carlo, e questi conchiude un patto colla Chiesa. —

Significazione simbolica delle chiavi della tomba di san Pietro e del

vessillo di Roma. — Giurisdizione suprema esercitata da Carlo patrizio

in Roma. — Definizione dell’accordanza che esisteva fra la podestà

religiosa e la civile. — Musaici in santa Susanna. — Quadro a musaico

nel triclinio di Leone III.

Papa Adriano trapassava di vita nel giorno di Natale dell’anno 795,

dopo un reggimento glorioso che aveva durato ventitrè anni, dieci mesi

e diciassette giorni. La morte di lui afflisse Carlo profondamente.

Erano eglino i due uomini più potenti di quell’età; la sorte aveva

posto in mano di loro un grande còmpito; la consapevolezza di ciò e

la consuetudine di relazioni lunghe gli avevano legati d’amicizia.

Con Adriano e con Carlo s’era manifestata per la prima volta in

Occidente l’alleanza associata della Chiesa e dello Stato, che

sotto agli Imperatori bizantini erano stati ostilmente divisi l’una

dall’altro. La Chiesa romana s’era liberata dal giogo del Cesarismo

bizantino; divenuta adesso potestà indipendente, le era dato di

allearsi collo Stato occidentale che cresceva in bel fiore, e alla

testa del quale stavasi il Re dei Franchi. Carlo tributò onoranza

alla memoria dell’amico suo, con celebrazione di messe funerarie, con

largizioni di elemosine in tutte le province del suo reame, e con un

epitaffio che egli fece incidere a lettere d’oro sopra una tavola

di marmo, e fe’ collocare sulla tomba di Adriano nel san Pietro in

Roma. Quell’iscrizione dura oggidì ancora; la si mira nell’atrio della

basilica, a sinistra della porta maggiore d’ingresso, ed è infissa nel

muro, in alto della parete[616].

I Romani, con voce concorde, eleggevano papa il Cardinal prete di

santa Susanna, che era consecrato, addì 27 del mese di Dicembre, sotto

nome di Leone III. Siffatta prestezza di elezione ci fa comprendere

che il clero procedeva liberamente all’elezione, senza che influenza

d’altri il premesse. Il novello Papa, romano di nascita e figlio di

Azuppio, era stato educato fin dalla sua fanciullezza nel Laterano, e

di grado in grado era salito alle più eccelse dignità della Chiesa. Il

successore di Adriano, chiamato al seggio pontificio in tanta rilevanza

di tempi, non doveva essere uomo d’ingegno affatto comune.

Appena ei fu seduto sulla cattedra di Pietro, Leone significò al

Patrizio dei Romani la morte del suo predecessore, e il proprio

avvenimento al Pontificato. Quella lettera andò perduta; se avessimo

potuto leggerla, essa ci avrebbe risolto parecchie gravi dubbiezze sui

rapporti che esistevano fra Roma e il Patrizio, per ciò che spettava

alla elezione pontificia. Questa era avvenuta liberamente, ma gli

Atti di essa erano stati spediti al Re; laonde fu supposto che a lui

competesse, per diritto di patrizio, di dare accoglimento all’eletto,

almeno in questa forma di notificamento officiale. Alla sua lettera

Leone aggiungeva il donativo onorifico delle chiavi della tomba di

san Pietro, e vi univa altresì (simbolo fuor dell’ordine consueto)

la bandiera di Roma[617]. Nel tempo medesimo egli chiedeva che Carlo

spedisse uno dei suoi maggiorenti, affinchè ricevesse dal popolo

romano giuramento di fedeltà e di sudditanza: e questo fatto offre

dimostrazione irrepugnabile che Leone teneva il Re dei Franchi in conto

di signore supremo di Roma[618].

Carlo mandava allora a Roma, legato suo, Angilberto abate di san

Ricaro. Lo muniva di una ricca moneta che levava dal bottino fatto

sugli Unni e che destinava a san Pietro, e gli ordinava di raffermare

col succeditore di Adriano le relazioni che esistevano per forza di

pattuizioni colla Chiesa e con Roma: su di questo oggetto il Re gli

prefiniva la maniera onde comportarsi doveva. La lettera, che Carlo

scriveva a Leone, diceva dell’importante argomento: «Abbiamo dato

incarico ad Angilberto di conchiudere tutto ciò che parve cosa a noi

desiderata od anche bisognevole; per tal modo Voi con vicendevole

accordanza potrete statuire quello che necessario reputerete alla

esaltazione della Chiesa santa di Dio, o alla durata di Vostro Onore,

o al rassodamento del Patriziato nostro. Ed in vero, similmente

come io ebbi conchiuso col predecessore Vostro un patto di santa

paternità, così bramo di affermare con Voi una alleanza inviolabile,

di pari fede e di pari amore: possa io per tal guisa ottenere la

benedizione apostolica della Santità Vostra. Così per volontà del

Signore sia difesa dalla devozione nostra la sede della Chiesa romana,

ed avvenga che, coll’aiuto della dilezione divina, la Chiesa santa

di Dio sia d’ogni dove presidiata contro le invasioni dei pagani e

contro le devastazioni degli infedeli; difesa di fuori colla forza

delle armi, dentro protetta colla conservazione della fede cattolica.

A Voi si spetta, o santissimo Padre, di soccorrere alla nostra

cavalleria, protendendo alto le mani a Dio, siccome fece Mosè: affinchè

coll’intercessione Vostra la Cristianità, sotto la capitananza di Dio,

consegua sempre e dappertutto vittoria sugli inimici del santo suo

nome: così il nome del Signor nostro sia magnificato nell’universo

mondo[619].»

Da questa lettera non deriva che Carlo, come fu detto assai

impropriamente, pregasse il Papa di dargli confermazione del titolo di

patrizio; egli, per mezzo del suo legato, gli offeriva congratulazioni,

e desiderava che fosse dato un novello ordinamento al patto antico,

il quale tuttavia di diritto esisteva, ed aveva nel Patriziato

sua espressione giuridica. Sebbene quella lettera prefiggesse in

generale le relazioni tra il Papa ed il Patrizio dal lato delle

loro obligazioni, non vi erano statuiti i limiti dei loro diritti;

e tutto ciò che riguardava l’esercizio di essi, in riferimento alla

città di Roma ed alle province donate a san Pietro, Carlo determinava

nei precetti che oralmente impartiva al suo ministro. Egli aveva

ricevuto le chiavi del sepolcro e il vessillo di Roma, che erano i

segni coi quali per la prima volta, così vien detto, fu dato a Carlo

il _Dominium_ ossia _Imperium_: ei conviene pertanto che tentiamo di

definire la significazione di quei simboli. Narrano alcuni Cronisti

che nell’anno 800, prima ancora che in Oriente giungesse novella

dell’incoronazione di Carlo, alcuni monaci recassero a lui di

Gerusalemme dei simboli eguali. Il Patriarca di quella santa città

spediva a lui due frati dei conventi del monte Oliveto e di santo

Saba; eglino accompagnavano nel suo ritorno a Roma il prete Zaccaria,

che era andato, legato di Carlo, ad Harun Alraschid; e portavano

al Re «in segno di benedizione le chiavi del sepolcro del Signore e

della terra del Calvario insieme al vessillo[620].» È difficile cosa

che il Patriarca di una città pertinente al Califfo imaginasse di

attribuire al Re dei Franchi la signoria sopra di Gerusalemme; era

stato Harun stesso che al celebrato eroe dell’Occidente aveva concesso

la suprema tutela dei luoghi santissimi i quali erano stati culla

del Cristianesimo; e si era in conseguenza di questo patto che il

Patriarca, come dono ferace di benedizioni e come simboli di quella

signoria proteggitrice, spediva a Carlo la bandiera della Chiesa di

Gerusalemme e le chiavi delle terre sante, che ora si ponevano sotto

il protettorato di lui. Non sorse mai peraltro il concetto di un

patrizio di Gerusalemme, e Carlo ricevette quei segni di onoranza, come

guardiano protettore della santa città.

Le chiavi del sepolcro di Cristo e il vessillo di Gerusalemme danno

eccellente chiarimento di ciò che significassero anche le chiavi

della tomba del principe degli Apostoli e lo stendardo di Roma. Così

i primi che i secondi denotavano l’officio di tutela e la _Militia_

armata ond’era insignito Carlo, _defensor_ della religione cristiana.

Sennonchè la lontananza e la schiavitù in cui era tenuta Gerusalemme

rendevano assai difficile che Carlo la facesse da avvocato di quella

Chiesa, e il suo ufficio era simile ad uno _in partibus infidelium_,

laddove le condizioni in cui egli trovavasi con Roma erano ben

differenti, e gli eguali simboli avevano qui un valore efficacissimo.

Le chiavi d’oro della Confessione di san Pietro, poste in mano

di Carlo, non erano più soltanto un donativo onorifico di virtù

miracolosa, ma esprimevano la dimostrazione degli oblighi e dei diritti

che gli spettavano per patto, in riferimento alla Chiesa di Roma ed ai

possedimenti di essa. La custodia dell’adito per cui s’entrava nella

tomba dell’Apostolo (e questa era centro e fondamento della Chiesa)

fu affidata alle mani del Principe; parimente come san Pietro ed il

Pontefice tenevano le chiavi delle ragioni dogmatiche, re Carlo nella

ragione politica doveva essere custode delle chiavi e guardiano del

palladio della Chiesa romana, della tomba dell’Apostolo e di tutto

quello che si simboleggiava nella Confessione, ov’erano altresì

custodite le molte scritture di donazioni[621]. Di pari guisa, Carlo fu

tenuto in concetto eziandio di vessillifero della Chiesa.

Quantunque non v’abbia Cronista alcuno il quale narri che qualche

Papa anteriore a Leone III avesse mandato una bandiera in dono al

Patrizio dei Romani, è pur cosa probabile che ciò avvenisse. Infatti,

la iscrizione che esiste sopra una lapide di altare nel san Pietro

fa supporre che anche Adriano avesse di già mandato a Carlo il

vessillo; e che l’usanza di un simbolo siffatto non fosse avvenimento

fuor del consueto lo dimostra quanto dicemmo testè dello stendardo

di Gerusalemme. Ei sembra oltracciò che, ancor prima di questa età,

alcuni conventi dessero ai loro proteggitori una bandiera, in segno

di loro avvocazia armata; e ciò, dal secolo decimo in poi, venne più

frequentemente in costume[622]. Pertanto, se le chiavi erano segno che

denotava i doveri onorifici di Carlo, come di guardiano del sepolcro,

la bandiera era invece un attributo dei suoi diritti, e si spettava a

lui come a Patrizio o Duce dei Romani; il vessillo dell’esercito posto

in sua mano significava che a lui era affidata la _Militia_ di Roma,

laonde i Cronisti acconciamente appellano quel vessillo: «bandiera

della città di Roma», e sembrano avere con tale dizione affermato che

in quel simbolo tutto militare si esprimeva il voto dell’_Exercitus_

e del popolo di Roma, poichè questi da parte loro attribuivano in tal

guisa a Carlo l’officio di Duce e di capitano militare. Tuttavolta, non

è fatto pur motto che l’_Exercitus_ e gli ottimati di Roma prendessero

ingerenza officiale a dare quei distintivi a Carlo; del Senato romano,

involto in tenebra profondissima, si tace, e il legato Angilberto e

le lettere regali erano indiritti al solo Pontefice, senza che neppur

si volgesse il pensiero a qualsiasi corporazione cittadina, che

nei negoziati avesse potuto esprimere il suo voto. La città di Roma

obbediva allora al Papa; la sua milizia era ai servigi dell’Apostolo;

il suo vessillo era dal Pontefice affidato al _Miles Defensor_ della

Chiesa; e nei quadri si mira porgliela in pugno la mano stessa di san

Pietro. In questa età avveniva omai, che i concetti temporali e le idee

religiose si confondessero fra essi soverchiamente; e, parimenti come

il nome di _Respublica_, aveva un duplice significato, duplice puranco

era il simbolo espresso colla bandiera; il vessillo della città di

Roma ha valore altresì di stendardo della Chiesa e della Cristianità,

ed anzi massimamente dell’Impero, similmente come il labaro di

Costantino[623]. Il _Vexillum_ significa sempre principalmente il

duplice attributo di Carlo; quello di _Miles_ ossia di generale della

Chiesa (che nei tempi posteriori fu detto _Confalonerius Ecclesiae_),

ed in ispecialità l’altro di giudice supremo di Roma.

Di alta importanza, e fornito soltanto di diritti positivi, è il

Patriziato, a rassodare il quale per via di trattato, Angilberto doveva

or venire ad accordo con Leone. Era conseguenza di quest’officio che

il Papa richiedesse Carlo, affinchè uno dei suoi maggiorenti spedisse

a Roma per ricevervi giuramento di fedeltà e di sudditanza dal popolo

romano. Il Papa si affrettava di confermare la suprema autorità di

milizia e di giurisdizione che spettava al sire patrono, senza la cui

podestà, da tutti riverita, di giudicare e di punire, il Pontificato

sarebbe stato, perfino in Roma, indifeso. Infatti, poscia che era

avvenuta la usurpazione di Toto, i Papi avevano compreso che eglino non

avrebbero potuto serbare la signoria della Città e dei loro patrimonî,

se alle cose temporali non avessero preposta una podestà imperatoria,

cui i Romani avessero dovuto obbedire. Così il Patrizio ne ottenne

maggiore importanza; accanto al dovere di proteggere la Chiesa ei fe’

valere anche il suo diritto di esercitare giurisdizione suprema nelle

terre che alla Chiesa erano state donate, e nel Ducato che tacitamente

le era soggetto[624]. Alla caduta del reame longobardo, la cui corona

adesso si congiungeva a quella dei Franchi, Carlo pretendeva al titolo

di patrizio, manifestandone per la prima volta la consapevolezza di

tutti i suoi diritti. Se di quel titolo non aveva mai usato nei diplomi

anteriori all’anno 774, egli ebbe incominciato da questo tempo in

poi a fregiarsene[625]. Già fin d’allora che aveva visitato Roma per

la prima volta, egli vi era stato accolto cogli onori che un tempo

per dovuto obligo erano tributati all’Esarca; e Carlo cedeva alle

preghiere di Adriano, e mostravasi al popolo in vestimenta di Patrizio

romano, sebbene soltanto a malincuore lasciasse l’abito costumato dai

Franchi: quel vestimento, così narra espressamente il suo Biografo,

egli ebbe indossato due sole volte, la prima per preghiera di Adriano,

la seconda a richiesta di Leone; ei vestiva la lunga tunica e la

clamide e i calzari di foggia romana, siccome Cassiodoro descrive esser

costume del Patrizio, ed un quadro antico lo rappresenta abbigliato a

quel modo, in mezzo ai suoi due cancellieri[626]. Il patto conchiuso

con Adriano fin dall’anno 774 aveva costituito la podestà che Carlo

tenne come patrizio nelle veci dell’Esarca; laonde Leone III doveva

soltanto rinnovare con un trattato quelle relazioni, e raffermarle

con un reciproco giuramento[627]. Il Patriziato non aveva bisogno di

novella confermazione, perocchè esso fosse duraturo a vita, ma Carlo

dava incarico al suo legato di determinare chiaramente l’estensione

della potenza che gli spettava. Carlo ricevette dal novello Papa il

riconoscimento immutato della giurisdizione suprema che gli apparteneva

in Roma, nel Ducato e nell’Esarcato; Angilberto, in nome di lui accolse

da tutti i Romani giuramento di fedeltà, e Leone protestò che Roma

e lui stesso dovevano obbedienza a Carlo, come a signore temporale

supremo. Il Papa, da canto suo, possedeva la signoria territoriale

nelle province soggette al suo reggimento, ma essenzialmente essa

riposava soltanto nella immunità vescovile, nella libertà che la

esimeva dal banno del Duce o del Conte, e consisteva in una condizione

pari a quella che, lungo il corso del tempo, si ebbe costituito nella

massima parte delle città e dei vescovati d’Italia. Pertanto, lo Stato

romano della Chiesa puossi considerare come una grande, od anzi come la

massima immunità vescovile[628].

La condizione di dominio che Carlo conseguì in Roma e nell’Occidente,

i bisogni della Chiesa e le idee proprie di quell’età, recavano con

sè la necessità di rinnovellare l’imperio d’Occidente. Dalla caduta

dell’antico Impero romano, dopo un lungo processo di svolgimento, erano

sorte due podestà, che dovevano d’ora in poi reggere il mondo europeo;

in Roma, sopra fondamenta d’indole latina, s’era formato il Papato,

autorità religiosa, nella quale s’accentrava il grande organamento

della Chiesa per tutte le province dell’Occidente: al di là delle

Alpi, presso i Germani, era sorta la monarchia dei Franchi, la quale

estendeva omai la sua signoria fino a Roma, e il cui capo possente

stava per riunire in un solo reame la massima parte dell’Occidente. I

rappresentanti di quelle due podestà erano legati fra loro da eguale

bisogno di prestarsi vicendevole ajuto di forza, e di dare una forma

durevole all’ordinamento nuovamente sorto nel mondo. Già Gregorio magno

aveva proclamato, che il potere spirituale della Chiesa aveva recato

a maturanza la sua independenza; ed i successori di lui, durante la

controversia delle imagini, avevano, colla consapevolezza dei loro

intendimenti, fatto valere la ragione per cui la podestà della Chiesa

doveva procedere distinta da quella temporale dello Stato. Poichè

adesso era stata vinta la pugna in cui la Chiesa s’era liberata

dall’Impero bizantino, trattavasi di esprimere con manifestazioni

esterne la associazione novella che essa aveva conchiuso nell’Occidente

germanico, colla podestà politica ivi novellamente sorta. Leone III

s’adoperò con grande alacrità di opere d’arte a significare l’armonia

esistente fra il potere ecclesiastico e il potere civile. Alcuni

musaici, che egli faceva eseguire posteriormente all’anno 796 in alcune

chiese di Roma, erano la dichiarazione delle idee e dei bisogni di

quell’età. Nella basilica di santa Susanna ei fece ritrarre sè e Carlo

magno; le imagini di loro erano da una parte e dall’altra le estreme di

un gruppo di nove figure; si elevavano sopra due alture simili a cime

di un monte; il Pontefice sosteneva nelle mani il modello dell’edificio

della chiesa; aveva sembiante pieno di dignità, volto raso di barba,

capo tonsurato a foggia monastica: Carlo vestiva la tunica romana;

sulle spalle aveva gettato un lungo mantello riccamente adorno di

galloni; fuor di esso spuntava la guaina della spada; aveva la testa

coperta di un berretto cinto di diadema; i piedi calzavano sandali a

foggia romana, con tibiali ossiano legacci che recingevano la gamba

fino al ginocchio[629].

Era questa la prima volta che in una chiesa di Roma si desse luogo

alla imagine di un Re, presso quella di Santi e di Apostoli. Nel secolo

sesto, i Ravennati avevano collocato nella tribuna della chiesa di san

Vitale i ritratti di Giustiniano imperatore e della sua donna[630]; ma

in Roma non s’era mai tributato pari onoranza nè a lui, nè ad alcuno

dei suoi predecessori o dei succeditori suoi. In un altro celebre

quadro di musaico, era significata l’idea del reggimento armonico del

mondo, ed era rappresentata con imagini affatto personali e ricavate da

quelle de’ suoi due Principi.

Nel tempo che corse dall’anno 796 al 799, Leone III aveva accresciuto

il numero dei triclinî del palazzo Lateranense, uno costruendovene

massimamente sontuoso, che egli appellò _Triclinium majus_. Il suo

intonaco era tutto di marmo; marmorei rilievi lo adornavano; era

sostenuto sopra colonne di porfido e di marmo bianco, e conteneva tre

tribune con quadri a musaico. Il disegno dei musaici della tribuna

maggiore è conservato in una imitazione di tempi posteriori, la quale

esiste oggidì ancora nel Laterano[631]. Nel mezzo del quadro, il

Redentore posa sulla sommità di un monte da cui scaturiscono quattro

torrenti; egli sostiene un libro aperto su cui si leggono le parole

_Pax vobis_; la destra mano eleva in atto di ammaestrare i suoi

discepoli che stanno intenti ad udirlo; sono eglino disposti dai due

lati, e tengono il manto ripiegato intorno alle mani, perocchè sieno

pronti a peregrinare nel mondo, seguendo l’insegnamento che loro è

dato, e di cui offre avvertimento il motto che di sotto è scritto:

«Andate, e ammaestrate tutti i popoli, e battezzateli in nome del Padre

e del Figliuolo e dello Spirito Santo; ed ecco, io sono con voi per

tutti i giorni, in fino alla fine dei mondo.» Una seconda iscrizione

tutt’attorno all’arco dice: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace

in terra agli uomini di buona volontà[632].»

Dalla destra e dalla sinistra di questo quadro, due altri che si fanno

fra loro riscontro, significano l’armonia delle due podestà, e la

attribuzione dell’autorità che viene da Dio ai loro supremi reggitori;

da una parte sono dipinti papa Silvestro e Costantino il grande,

dall’altra Leone III e Carlo magno. In quel tempo durava vivissima la

ricordanza di Costantino, primo fondatore della Chiesa imperiale, di

cui si era novellato che al Pontefice avesse donato Roma e Italia. I

nuovi rapporti che il successore di Silvestro aveva costituito mediante

la sua associazione col Re dei Franchi, formavano il parallelo col

tempo antico. Il potentissimo dominatore dell’Occidente, re d’Italia e

patrizio dei Romani, vincitore di tanti popoli pagani, era dai preti

appellato Costantino novello, e superava l’antico Imperatore per

larghezze di donazioni effettive, e non già favoleggiate. Fu opera

efficace dell’arte di quel tempo, che essa riuscisse ad esprimere con

grande chiarezza le condizioni storiche della sua età; così questi

musaici, quantunque di rozza fattura, sono, per valore di pensiero, la

più alta concezione artistica che abbia avuto vita in una intiera serie

di secoli.

Nel quadro a destra, il Cristo è seduto sul trono; a mano dritta di

lui è inginocchiato Silvestro, dalla sinistra Costantino; ambidue

contemporanei, e, per quel che narra la leggenda, uniti di vincoli

d’amicizia. Il Redentore consegna al Papa le chiavi, e all’Imperatore

porge il labaro ossia vessillo, che questi impugna colla destra. Presso

di lui sta scritto: R. CONSTANTINUS[633].

A questo quadro corrisponde perfettamente l’altro che è da mano

sinistra; sola e significhevole eccezione si è, che qui Pietro tiene

le veci del Cristo. Sulle ginocchia dell’Apostolo posano tre chiavi:

colla destra egli porge a papa Leone la stola, in segno della sua

dignità pontificia; colla sinistra affida a Carlo la bandiera, segno

di sua _Militia_ e dell’autorità di giudice supremo. Il Re ha il capo

coperto di un berretto cinto di corona parimenti come nel musaico di

santa Susanna, e massimamente rassomiglia di fattezze e di vestimento

all’imagine che quivi esisteva. All’intorno della cornice quadrangolare

che cinge il capo del Papa, è scritto: S[=C][=S]SIMVS. D. N. LEO. P.

P.; intorno all’altra del Re: D. N. CARVLO. REGI. Sotto del quadro è

l’iscrizione:

BEATE. PETRE. DONA.

VITA. LEONI. PP. ET. BICTO

RIA. CARVLO. REGI. DONA.

«Beato Pietro, concedi vita a Leone papa, concedi vittoria a Carlo re.»

Nei secoli anteriori, sotto i musaici consecrati dai Papi, questi sè

appellavano soltanto: «Vescovo e servo di Cristo,» ma nella fine del

secolo ottavo, al pari degli Imperatori antichi, a sè attribuivano di

già il titolo di _Dominus_, di cui peraltro non ancora improntavano le

loro monete[634]. I Romani s’accostumavano a sclamare nelle occasioni

solenni: «Lunga vita al signor nostro il Papa!» Dominatore di Roma

era divenuto il Pontefice; tuttavolta il titolo di «Signor nostro» era

dato anche a Carlo; e prima ancora che egli fosse eletto imperatore,

Cronisti e Poeti celebravano a gloria sua, che egli aveva riunito il

romuleo Tevere, ossia la città di Romolo, al regno dei suoi avi[635].

Così sono composti i celebri musaici del triclinio di Leone III. Il

Papa li faceva ivi apprestare, dopochè, trattando con Angilberto, aveva

assodato il suo vincolo con Carlo: di tal modo essi furono il monumento

di quel trattato; e da ciò che dice il suo Biografo si ricava eziandio,

che quella sala destinata a refettorio, era già adoperata nell’anno

799. Se dunque la sua fondazione avvenne posteriormente all’anno 796,

può essere che i musaici fossero di già compiuti innanzi il giorno di

Natale dell’anno 800, prima cioè che Carlo fosse coronato imperatore.

Il titolo di _Rex_, ossia re, non sarebbe stato per vero incompatibile

colla dignità imperatoria; sennonchè, ove i quadri fossero stati

compiuti dopo la incoronazione di Carlo a imperatore, potremmo a

ragione chiederci il motivo per cui non sarebbero stati in quelle

scritte apposti i titoli, coi quali, per accertata notizia di quel

tempo, Carlo fu acclamato di questa forma: _Carolo piissimo Augusto, a

Deo coronato magno, pacifico Imperatori Vita et Victoria!_ Più tardi

i Bizantini non vollero mai concedere agli Imperatori occidentali,

tenuti per usurpatori, il titolo di _Imperator_, ma soltanto quello

di _Riga_ ossia _Rex_ laonde non dobbiamo accogliere che quei musaici

sieno il monumento della restaurazione dell’Impero, che avvenne sulla

fine dell’anno 800. Tuttavolta, al tempo di loro costruzione andava

maturandosi il grande avvenimento, e, forse un solo anno prima, i

musaici del Laterano dimostravano essere conseguenza necessaria la

esaltazione di Carlo al trono imperiale d’Occidente[636].

§ 2.

I nepoti di Adriano uniti ad altri ottimati congiurano contro Leone

III. — Attentasi alla vita di lui. — Il Papa fugge a Spoleto. — Va

in Alemagna e s’incontra con Carlo. — Roma è in balia dei nobili. —

Alcuino consiglia sul contegno che Carlo deve usare con Roma. — Leone

torna a Roma nel 799. — Carlo per mezzo di suoi ministri procede contro

gli accusati.

Un avvenimento che or di repente succedeva, doveva porgere opportunità

alla restaurazione dell’Impero occidentale. La stretta associazione di

Leone III con Carlo, l’ossequio tributato alla giurisdizione di questo

nella città di Roma, l’urgente sollecitazione con cui il Papa lo aveva

richiesto che ne togliesse possedimento, fanno supporre che Leone

temesse lo scoppiare di moti ostili fra i Romani. Nel corso del secolo

ottavo s’era formato nella Città un reggimento clericale aristocratico,

perocchè, sopra tutti gli altri, fossero i _Proceres_ ossiano _Judices

de clero_, che qui possedevano grandissima potenza. I sette ministri

del Palazzo tenevano in pugno tutte le cose, e, da quasi un secolo, il

Primicerio dei notai era, dopo il Papa, l’uomo più autorevole di Roma.

La forza del poter suo s’era manifestata coll’esempio pericoloso di

Cristoforo e di Sergio; nè colla caduta di loro s’era sminuita, chè

anzi, sotto di Adriano, s’era forse accresciuta. Abbiamo indizî che

questo Papa pel primo favoreggiasse i suoi nepoti; la sua famiglia, una

fra le più cospicue della nobiltà, conseguiva da esso potenza maggiore,

così che i parenti più prossimi di Adriano troviamo incaricati degli

importantissimi negozî dello Stato, e insigniti degli officî più

alti. Teodato, zio di lui, teneva titolo di console e di duce, ed era

primicerio della Chiesa; Teodoro e Pasquale, nipoti suoi, avevano in

Roma influenza molta[637]. Adriano aveva elevato Pasquale alla dignità

di primicerio, e poichè quest’officio non cessava colla mutazione dei

Pontefici, egli ne rimaneva in possedimento, anche dopo la morte di

Adriano. L’orgoglioso nepote di un Papa che aveva governato Roma con

isplendore per il corso di ventitrè anni, ed aveva avvezzato la sua

famiglia a condizione di altissima onoranza, vide con rabbia passare

il reggimento nelle mani di un uomo che scendeva di stirpe nuova e

straniera. I suoi parenti e i clienti suoi, che erano creature di

Adriano, e parecchi ottimati del clero e della milizia prestarono

orecchio alle voci del suo odio. Alla inimicizia personale dei

nepoti di Adriano, cui il novello Papa per necessità doveva togliere

l’influenza che fino a quel momento avevano esercitato, si associava

la contrarietà che i Romani sentivano contro la suprema autorità

pontificia. L’opposizione cominciò nell’ora istessa in cui s’ebbe

costituita la podestà temporale dei Papi, e continuò in una lunga serie

di rivolgimenti, che non hanno tocco il loro fine neppure al dì d’oggi.

In tutta la storia dell’uman genere non si riscontra alcun’altra lotta

che abbia durato tempo sì luogo per uno stesso ed immutato principio,

quanto quella dei Romani e degli Italiani contro il _Dominium

temporale_ dei Papi, il cui regno pur non doveva essere di questo

mondo. Pasquale congiurava insieme con Campulo saccellario (sembra

che questi gli fosse fratello), per torre al Papa il reggimento e per

impadronirsi indi del potere[638]. L’avvenimento di una processione

doveva offrirne l’opportunità, e l’attentato avvenne in mezzo a grave

tumulto.

Il giorno 25 di Aprile, in cui cade festa di san Marco, era destinato

alle grandi letanie, che il Papa, a capo del clero, soleva condurre

ogni anno in quel dì. La processione moveva dal Laterano e andava al

san Lorenzo in Lucina, dove stava ad aspettarla il popolo, e dove si

recitava la _Collecta_, ossia prece universale: il Papa costumava di

recarvisi a cavallo, seguito dalla sua corte. Leone infatti partiva

dal Laterano, e Pasquale si univa a lui per prendere il luogo suo

nella comitiva; egli cavalcava innanzi al Papa; Campulo lo seguiva

dappresso. I loro associati nella congiura stavano attendendo vicino

al chiostro di san Silvestro _in capite_ edificato da Paolo I, nel

campo di Marte; e quando ivi fu giunto il corteo, a spade sguainate vi

mossero assalimento. La processione si disperse; il Papa, abbandonato

da tutti, fu strappato di arcione e gettato al suolo sotto la minaccia

dei pugnali che gli arrabbiati aristocratici gli appuntavano al petto.

Gli strapparono di dosso le vestimenta pontificali, tentarono di

svellergli, a usanza bizantina, gli occhi e la lingua, e finalmente lo

abbandonarono innanzi alle porte della Chiesa. Pasquale e Campulo lo

strascinarono dentro del chiostro e lo gettarono appiè dell’altare,

indi comandarono ai monaci greci, che ivi erano, di guardarlo chiuso

in una cella[639]; ma, tornati durante la notte, trasportarono il

Papa a sant’Erasmo sul monte Celio, dove lo tennero in istretta

custodia. Preti, creduli di miracoli, narrarono che Dio, indottovi

dalle preghiere dell’apostolo Pietro, gli restituiva gli occhi e la

lingua; il miracolo potrebbe essere in ciò, che il malcapitato Leone

per sua buona ventura non gli aveva mai perduti[640]. Roma era dominata

da terrore profondo; tutto minacciava che fossero per rinnovarsi

i fatti sanguinosi avvenuti al tempo dell’usurpatore Costantino.

Grande era il numero dei congiurati, e appartenevano alla più eletta

nobiltà; sembra che un barone della Campania, Mauro di Nepi, che era

della terra di Toto e forse della stessa famiglia di lui, gli avesse

afforzati con genti armate di Tuscia[641]. Ma avveniva che la violenza

usata togliesse loro l’intelletto, oppure che eglino non trovassero

nel popolo il favore sperato ai loro mal concepiti disegni: eglino

non provvedevano ad eleggere un antipapa, e ciò dimostra che la loro

rivolta era stata indiritta non contro il Vescovo, ma sì contro il

_Dominus_ di Roma. La città trovossi in loro balìa.

Frattanto Leone risanava di sue ferite, e un dì, grave sbigottimento

incoglieva Pasquale all’annuncio che egli era fuggito. Il coraggioso

Albino, camerario, ed altri fedeli liberavano il loro Pontefice,

lo calavano per mezzo di una fune dalla muraglia del convento, e

senza alcun danno lo conducevano in san Pietro. Intorno al fuggitivo

si raccoglieva tosto una parte del clero e del popolo, così che i

congiurati non osavano di strapparlo dalla tomba dell’Apostolo ove

s’era ricoverato; eglino mettevano a sacco le case di Albino e di

Leone, ma non potevano impedire che il Papa finisse di scampare.

Vinichi, duce di Spoleto, alla novella dei fatti di Roma, s’era

affrettato a venirvi con sue soldatesche, in compagnia di Visundo

legato franco; in san Pietro toglieva con sè Leone e lo conduceva in

salvo a Spoleto.

La fama dei casi del Papa si sparse per il mondo con rapidità; e

messaggieri di Vinichi significarono a Carlo, che Leone desiderava

di andarsene a lui. Il Re stava per muover guerra contro i Sassoni,

allorchè udiva della prossima venuta di Leone. A quell’annunzio,

guadava il Reno presso a Lippeham e poneva campo in vicinanza di

Paderborn; quivi attendeva l’ospite chiedente soccorso, e spediva

incontro a lui Ildebaldo arcivescovo di Colonia, Anscaro conte e

Pipino re. Con questa illustre comitiva, Leone III, seguito da alcuni

preti romani, veniva a Paderborn. Allorchè, quarant’anni prima, il

suo predecessore Stefano era ito a Pipino, ei v’era andato da vescovo

ecclesiastico, che non possedeva principato, nè dominava paesi; per

lo contrario, nell’anno 799, il Papa che rifuggiva presso il figlio

di Pipino, era signore del territorio di Roma, di città e di province

molte. Veniva coperto di ferite, maltrattato e cacciato da quei

Romani «che a lui appartenevano», e Carlo or poteva comprendere quali

conseguenze traesse necessariamente con sè la miscela del sacerdozio

spirituale e del principato d’indole temporale.

L’incontro di quei due uomini a Paderborn fu avvenimento di alta

rilevanza nella storia del mondo. Un Poeta, che ne era testimone

oculare, fu tratto a darne la descrizione; nella povertà dello stile

di quel suo tempo, egli tolse a prestito alcuni colori dalla tavolozza

del Virgilio che allora correva per le scuole, e porse una pregevole

dipintura dell’avvenimento. Egli è probabile che il Poeta fosse quello

stesso Angilberto, il quale, nell’anno 796, era andato ambasciatore a

Leone. Nel poema in cui cantò di Carlo magno, dopo di avere descritto

Aquisgrana «seconda Roma», e dopo di aver celebrato la corte del Re,

la musa di lui si eleva ad una visione foggiata ad antico metro. Il

Re dorme, e gli compare in sogno «un triste portento ed un mostro

orribile», ossia il Papa mutilato negli occhi e nella lingua: allora

egli spedisce tre messaggieri a Roma, perchè avverino ciò che sia di

Leone[642]. Con brevi tocchi il Poeta descrive i casi avvenuti a Roma,

il viaggio del Papa al campo di Carlo e il suo arrivo a Paderborn,

dove «scaturiscono la Patra e la Lippa». Leone veniva accompagnato da

re Pipino, che gli era mosso incontro alla testa di diecimila uomini;

Carlo lo aspettava nel mezzo del campo. Al comparire del Papa, alla

benedizione che egli pronunciava, l’esercito si prostrava tre volte in

ginocchio, e, commosso, il massimo Principe dell’Occidente stringeva

nelle sue braccia poderose d’eroe l’afflitto fuggiasco. Le schiere

dei guerrieri e i paladini, che in tante battaglie avevano sconfitto

i Saraceni di Spagna, gli Avari dell’Istro e i Sassoni della Germania,

salutavano i due Principi della Cristianità con grida che andavano alle

stelle[643]. Al rintronar delle armi si univano le salmodie dei preti;

Carlo guidava il Papa alla chiesa cattedrale; vi si celebrava messa

solenne; indi susseguivano banchetti, ai quali, come dice il Poeta

imitator di Virgilio, spumeggiavano i dolci nappi del vecchio Bacco di

Falerno, ossia, più esattamente, dei succhi spremuti dalle uve dorate

del Reno[644].

Intanto che Leone stavasi con grandi onori presso Carlo, e trattava

con esso di negozî rilevantissimi, Roma rimaneva in balìa della

fazione che ne lo aveva discacciato. Peraltro, la cognizione dello

stato in cui la Città allora si trovava è a noi celata da oscurità

gravissima. Il Biografo di Leone, con espresso intendimento, non vi

rivolge che uno sguardo fuggevole, e dice soltanto che gli usurpatori

saccheggiavano e devastavano i possedimenti di san Pietro. Gli aderenti

di Pasquale, segnatamente gli abitatori del contado che erano entrati

in Roma, si toglievano licenza di molte opere violente. Certo eglino

movevano censura contro la signoria troppo grande che alla Chiesa

era pervenuta, e scrivevano, ad accusa del Papa, un memoriale, di cui

dobbiamo rimpiangere la perdita, perocchè in esso quegli uomini senza

dubbio significassero le ragioni che gli avevano indotti a sollevarsi

contro Leone III: e questa scrittura, a loro giustificazione, mandavano

a Carlo, patrizio dei Romani[645]. Il comportamento dei ribelli è

assai degno di nota; quegli stessi Romani che avevano trattato con sì

dura crudeltà il Papa, e lo avevano cacciato della Città, attendevano

con animo tranquillo il giudizio di Carlo, e si assoggettavano ad

un’inquisizione. Non provvedevano ad armarsi in propria difesa, non

contrastavano a che Leone tornasse, e neppure tentavano di sottrarsi

colla fuga al danno che li minacciava. Una lettera, che Alcuino

indirizzava a Carlo, dimostra qual grave peso si attribuisse alla

loro sollevazione. Il Re, che era in procinto di romper guerra contro

i Sassoni, avea fatto conoscere a quel savio lo stato delle cose di

Roma, e gli avea chiesto consiglio di ciò che fosse a fare: Alcuino

a questa domanda rispondeva. Tre finora, scriveva l’erudito uomo,

sono le persone più eccelse nel mondo; il Vicario di san Pietro, che

or fu così empiamente perseguitato; l’Imperatore, signore civile di

Roma seconda (Bisanzio), che di questo tempo fu con pari barbarie

precipitato dal trono; il Re finalmente, la cui podestà, concessa da

Cristo, Carlo tiene, fatto reggitore del popolo cristiano. In lui solo,

che le altre due dignità per potenza e (aggiunge egli con independenza

di giudizio) per sapienza antecede, riposa la salute della Cristianità.

Indi prosegue: «In veruna guisa puossi trascurare la guarigione del

capo (di Roma). Se i piedi fanno male (i Sassoni), il loro è dolore più

sopportabile di quello onde si travaglia la testa. Si componga pace col

popolo infame (cioè i Sassoni) se sia cosa fattibile; si pongano da

banda le minacce acciocchè inveleniti non isfuggano, ma si avvincano

colla speranza, finchè con salutevole consiglio a pace tornino. Deesi

conservare quel che si possede (Roma), affinchè per acquistare il meno,

non si perda il più. Occorre vigilare a guardia del proprio ovile,

acciocchè il lupo rapace non lo devasti. Così si provveda alacremente

alle cose straniere, all’uopo che nelle cose nostrali non s’abbia

danno[646].»

Questa lettera dimostra che la ribellione della Città, vista in

lontananza, appariva ancor più pericolosa di quello che per il fatto

essere potesse, e dimostra che Carlo possedeva autorità perfetta di

giudice, e signoria suprema sopra di Roma. Ei si trattava pertanto

di esercitare questa autorità con severità imparziale; nè già Carlo

intendeva di ricondurre senza più a Roma con forza di armi il Papa

fuggitivo, come questi forse aveva sperato, ma il Papa e i suoi

oppositori Romani citava innanzi al suo tribunale di giudice. Le

doglianze che gli ottimati movevano contro di Leone dovevano essere

di grave rilevanza; difficile è che si riferissero soltanto a colpe

personali di lui, ma dovevano riguardare veramente la condizione

temporale che il Pontefice aveva conseguito in Roma. Se tale non ne

fosse stato il caso, e se si avesse tenuto i nepoti di Adriano ed il

loro partito addirittura in conto di volgari assassini, eglino non si

sarebbero sottoposti all’arbitrato dei Patrizio. Devesi accogliere

pertanto che questi uomini fossero convinti del loro diritto, e che

eglino ne cercassero il fondamento nell’antichissima e imprescrittibile

maestà di popolo romano. Ad ogni modo, tutti questi fatti sono sepolti

in una tenebra profonda, causa il mutismo in cui si chiudono i loro

contemporanei.

Carlo, lo dobbiamo credere per certo, faceva significare ai Romani che

egli spedirebbe a Roma suoi legati forniti di piena autorità, affinchè

pronunciassero sentenza mediante inquisizione condotta con norma di

diritto. Infatti, nell’autunno, Leone III lasciava l’Alemagna, e con

numerosa comitiva tornava tranquillamente a Roma. Lo accompagnavano

dieci legati di Carlo, che venivano a istituire il procedimento; ed

erano gli arcivescovi Ildebaldo di Colonia ed Arno di Salzburgo, i

vescovi Cuniberto, Bernardo, Atto, Flacco e Jesse, e i conti Helmgot,

Rotgaro e Germano. Nelle province e nelle città, attraverso le quali

il Pontefice passava nel suo viaggio, egli era dovunque ricevuto e

ossequiato con magnificenze solenni. L’accoglimento che egli s’aveva

anche in Roma doveva renderlo certo, che sotto il presidio di quelli

che lo accompagnavano ei non aveva ragione di temere offesa dalla

Città: ed allorquando, addì 29 di Novembre, ne venne in vicinanza,

trovò a ponte Milvio il popolo di tutti i ceti, che ivi era mosso

a dare il benvenuto a lui ed ai signori Franchi. V’erano con loro

gonfaloni, il clero, la nobiltà, la milizia, le maestranze della

cittadinanza e le Scuole degli stranieri. Lo si condusse salmeggiando

alla basilica di san Pietro, e quivi si celebrava la messa e si

amministrava la comunione[647].

Leone pernottò in uno dei palazzi vescovili che erano presso il

san Pietro, e soltanto nel dì successivo andò al Laterano. Pochi

giorni dopo fu dato incominciamento all’inquisizione. I legati di

Carlo tennero le adunanze del loro tribunale nel triclinio di Leone.

Pasquale, Campulo e i loro socî si presentarono chetamente innanzi

ai messi franchi; il più grave processo che da secoli fosse tenuto in

Roma diè faccenda ai giudici per il corso di parecchie settimane. Gli

atti non ne giunsero fino a noi; un brevissimo frammento di essi, fosse

pur come quello dell’inquisizione dell’usurpatore Costantino, sarebbe

di valore altissimo per la storia, e se ne potrebbe ben dimostrare

privo di fondamento ciò che narra il Biografo di Leone III, che quei

nobiluomini non sapessero dir nulla a carico del Papa. Se pure ai

nepoti di Adriano non sarà riuscito di provare loro accuse contro Leone

III come prete, eglino avranno per lo meno discusso di ragione sul

rapporto temporale in cui il Pontefice si trovava colla città di Roma:

la recente signoria temporale dei Papi aveva, ancor al tempo di Paolo

I, destata una violenta contrarietà nella nobiltà romana, ed aveva

dato occasione all’usurpazione di Costantino. Per quel che concerne il

modo ond’era composto il tribunale, non è chiaro se ai dieci legati

Franchi si aggiungessero o no, quali scabini, anche degli ottimati

romani del clero e della milizia: peraltro ciò deve accogliersi per

vero, avvegnaddio il procedimento concernesse il piatire del Papa e dei

Romani[648]. La conclusione si fu che gli accusati erano dichiarati

colpevoli; fu pronunciata contro di essi condanna di morte, ma

l’esecuzione della sentenza si assoggettò alla decisione di Carlo, cui

può essere che i condannati appellassero.

§ 3.

Carlo a Roma nell’800. — Tiensi parlamento nella chiesa di san Pietro.

— Carlo pronuncia giudizio sui Romani e sul Papa. — Leone presta

giuramento di purgazione. — Carlo è eletto dai Romani imperatore.

— Restaurazione dell’Impero occidentale. — Carlomagno è incoronato

imperatore dal Papa nell’anno 800. — Criterî sull’origine giuridica e

sul concetto del novello Impero.

Carlo aveva promesso al Papa di venire a Roma, e di celebrare

nella Città le feste di Natale dell’anno 800. Nell’Agosto andava a

Magonza; raccoltivi i suoi ottimati, chiarito ad essi quali doveri lo

chiamassero in Italia ed in ispecialità a Roma, ordinava la partenza.

Ancora quand’era in Francia, il Re aveva chiesto ad Alcuino che lo

accompagnasse, ma il valentuomo non andava, sia che lo trattenesse

infermità, o che ne lo distogliesse l’affetto che nutriva per il suo

chiostro di san Martino di Tours; laonde Carlo scherzevolmente lo

rimproverava ch’ei preferisse le capanne di questa città annerite dal

fumo ai palazzi di Roma sontuosamente splendidi d’oro[649]. L’Abate

di san Martino dava compagna al suo Re la musa poetica, la quale,

ispirandosi al presentimento dell’avvenire, gli rivelava che Roma, capo

del mondo, culmine dei più eccelsi onori, tesoro dei Santi, attendeva

ch’ei vi andasse da reggitore del regno e da patrono; e gli diceva,

che missione di lui si era di erigervi il suo tribunale, di comporvi la

pace e di imperare sull’orbe per volontà di Dio[650].

Carlo andò col suo esercito a Ravenna; rimase in questa città sette

giorni, indi proseguì ad Ancona; e, dopo di avere di là spacciato re

Pipino con una parte delle soldatesche contro il ribelle Grimoaldo,

duca di Benevento, si ripose in cammino per Roma. La prossima venuta

del più potente uomo di quell’età, il quale, sotto lo scudo della sua

protezione, copriva di difesa Roma e la Chiesa, metteva a commovimento

febbrile la Città; perocchè agli uni apparisse in vista di giustiziere

terribile, agli altri di salvatore, tutti poi s’aspettassero eventi

insoliti. Ed egli veniva per esercitare in Roma sua autorità di

patrizio, nel senso che questa podestà avea di più elevato; e la

coscienza che il governo della Chiesa universale, e che tutte le cose

massimamente gravi, e le sorti dell’Occidente erano riposte nelle sue

mani, diffondevano sopra di lui una maestà imperatoria.

Alla decimaquarta pietra miliare lungo la via Nomentana esisteva ancora

a quel tempo l’antica terra detta _Nomentum_, che già fin dal secolo

quarto era sede di un vescovo: qui Leone era venuto col clero, colla

milizia e col popolo per accogliervi il Re con ogni maniera di onori.

Questi vi giungeva il giorno 23 di Novembre[651]. Il Re fece far alto,

e desinò col Papa; e poichè Leone in quella prima conferenza fu reso

certo di ciò che in Roma doveva avvenire, tornossene alla Città, per

ricevervi Carlo alla domane con feste grandi. Il Re passò la notte a

Nomento, e nel dì 24 di Novembre entrò nella Città. Non tenne ingresso

dalla porta Nomentana, ma, percorrendo il circuito delle mura, passò

da ponte Milvio per visitare prima di tutto il san Pietro. Il Papa,

circondato dal clero, lo aspettava sulla gradinata della basilica:

indi, secondo la costumanza, conduceva il Re nel tempio dell’Apostolo.

Addi 1 di Dicembre, Carlo tenne un’adunanza grande e solenne.

Parimenti come un tempo avea fatto Teodorico, quand’era venuto a

Roma per comporvi a pace tumulti che erano similmente avvenuti per la

successione alla cattedra di san Pietro, così Carlo, da giudice supremo

di Roma e nella sua autorità di patrizio, convocava clero, nobiltà e

borghesia, Romani e Franchi. Questo meraviglioso parlamento, che fu

un sinodo in forma di corte giudiziaria, si radunò nel san Pietro. Il

Re, vestito della toga e della clamide di patrizio romano, sedeva a

fianco del Papa; dai lati di loro e tutto d’intorno erano assisi gli

Arcivescovi, i Vescovi e gli Abati, laddove il clero minore e tutti i

nobili romani e franchi stavano in piedi[653]. Carlo parlò; disse loro

che era venuto a Roma come patrono e come patrizio, per ricomporre

l’ordine turbato della Chiesa, per punire i delitti che erano stati

commessi contro il capo supremo di essa, per pronunciare sentenza fra

i Romani accusatori ed il Papa accusato. Innanzi al tribunale del

Patrizio dovevano ancora una volta essere udite le doglianze che i

Romani ribellati avevano mosso contro il Papa, e dovevasi definire se

questi era colpevole o innocente. Non si moveva eccezione, nè dubbio

contro l’autorità che Carlo aveva di giudice; tutti i Vescovi franchi

ammettevano che egli era capo universale della Chiesa; il Papa,

che s’era assoggettato alla inquisizione dei legati regî, era, come

ogni altro Romano, suddito a lui, e come tale compariva innanzi al

tribunale del suo giudice. Certo è che Leone III a questo tribunale si

assoggettava; i Cronisti franchi lo narrano senza rigiri; soltanto il

Libro Pontificale cela l’avvenimento dell’inquisizione. Esso narra che

i Vescovi tutti concordemente s’alzassero e dicessero: Noi non osiamo

di pronunciare sentenza sulla Sede apostolica, che è capo di tutte le

Chiese di Dio. Perocchè noi stessi siamo sottoposti ai giudizio di essa

e del Vicario suo; ma sovra di essa non v’ha giudice alcuno, e questo

è costume accolto fino dai tempi antichi. Conformemente ai canoni, noi

ci sottomettiamo a quello che il supremo Pontefice dichiara essere ben

fatto. Ed il Papa disse già: Io seguo l’esempio dei miei predecessori

nel pontificato, e son pronto a purgarmi delle false accuse, che

l’empietà ha sparso contro di me[654].

V’era, fra altri, l’esempio di Pelagio, cui Leone III poteva

appigliarsi. Allorchè alla morte di Vigilio predecessor suo, quel Papa

era stato accusato da alcuni Romani, di avervi avuto mano, egli s’era

purificato publicamente in san Pietro con giuramento prestato alla

presenza di Narsete, e sotto la sopravveglianza che questi esercitava

da giudice supremo; perocchè egli allora, come patrizio, rappresentasse

la maestà dell’Imperatore. Similmente fece Leone, ma soltanto dopo che

egli ebbe adempiuto osservanza alla procedura giuridica, cioè a dire,

dopo che Carlo ebbe ancora una volta prestato orecchio alla voce dei

suoi accusatori. Questi comparvero innanzi all’assemblea, esposero

le loro querele, ma non poterono darne la prova; ed allora Carlo si

associò alla opinione dei Vescovi, i quali, rifiutando di pronunciare

giudizio, avevano rimesso il Papa a prestare il giuramento di

purgazione[655]. Questo avvenne nel dì susseguente alla prima tornata;

parimenti che in questa, tutti i Vescovi e tutti gli ottimati della

Città e del Re, si riunivano nel san Pietro, ed il popolo dei Romani in

moltitudine pigiata riempieva le navate dell’ampia chiesa. Il Pontefice

saliva la cattedra, sulla quale erasi collocato un tempo Pelagio, e

tenendo in mano i santi Evangelî, diceva la formula di purificazione:

«Noto è, o diletti fratelli, che uomini malvagi sono insorti contro

di me, e hanno amareggiato me e la vita mia con gravi accuse. Per

conoscere di queste, il benignissimo ed illustre re Carlo è venuto

in questa Città, coi sacerdoti e coi grandi suoi. Per la qual cosa,

io Leone, pontefice della Chiesa santa romana, non giudicato mai da

chicchessia, non costretto, ma di mia spontanea volontà, purifico me

in presenza vostra, innanzi a Dio che fruga ogni labe della coscienza,

innanzi agli angeli suoi ed a Pietro santo, principe degli Apostoli,

il cui sguardo ci vede; e dico che non ho commesso i delitti che mi si

rimproverano, nè ho comandato che si commettessero: così ne invoco a

testimonio Iddio, al cui giudizio dovremo un dì comparire, e sotto i

cui occhi stiamo. E questo faccio, non perchè lo imponga legge alcuna,

nè perchè io voglia ordinarlo come usanza o come decreto di santa

Chiesa ai miei successori od ai Vescovi confratelli miei, ma per darvi

certezza ancor maggiore, che vi liberi di sospetto ingiusto[656].»

Dopocchè Leone ebbe convalidato questa protesta col giuramento di

purgazione, il clero intonò il _Te Deum_; il Pontefice dianzi accusato,

sedette di bel nuovo, puro di macchia, sulla cattedra di san Pietro;

e i suoi accusatori, ossiano i nobili che erano stati già prima

condannati alla morte, Pasquale, Campulo ed i loro socî cospiratori,

furono dati in mano al carnefice. Ma il Papa preferì di dar loro

perdonanza, perocchè egli con ragione temesse di accrescere l’odio

dei Romani colla punizione capitale dei parenti di Adriano e di uomini

così illustri. Alle fervide istanze che ei ne faceva, Carlo assentiva

a esiliare i colpevoli in Francia, chè questo luogo di esiglio

adesso teneva le veci del bando a Bisanzio, che un tempo s’era usato

prefiggere ai rei[657].

Uno degli avvenimenti più rilevanti della storia, e grave di massime

conseguenze, susseguiva a questi grandi fatti, che di quello erano

la preparazione: la corona degli Imperatori romani ponevasi in

capo a Carlo, re dei Franchi. Trecento e ventiquattro anni erano

trascorsi dacchè i legati del Senato romano erano andati a Bisanzio, e

avevano deposto in mano di Zenone imperatore le insegne dell’Impero,

protestando che Roma e l’Occidente non avevano più bisogno di un

Imperatore che fosse proprio soltanto di loro. Durante quel periodo di

tempo così lungo, in mezzo a tanta mutazione di sorti e a decadimento

ognor più profondo, gli Imperatori bizantini avevano continuato a

reggere Italia come una loro provincia. Un senso pietoso del genere

umano aveva mantenuta ancor viva l’idea dell’Impero romano, e

tuttavia, fino agli ultimi anni del secolo ottavo, l’Italia liberata

e l’Occidente ne avevano venerato il fantasima nel titolo onde si

insignivano gli Imperatori di Bisanzio. Cessati erano gli istituti

dell’antichità, sopra i quali aveva riposato il trono dei Cesari; ma il

concetto dell’Impero durava ancora. Era esso quella forma santificata,

che per il corso di secoli aveva espresso l’idea unitaria di republica

della gente umana, e altresì della Chiesa visibile. I Germani,

che avevano distrutto l’Impero occidentale, ora lo rinovellavano,

dopocchè erano stati accolti nella civiltà romana e nel grembo della

Chiesa: ed era la Chiesa stessa, la cui gerarchia e le cui leggi

diggià abbracciavano l’Occidente, che allevava l’Impero romano,

quasi nuovamente traendolo dal suo seno, come forma politica del suo

principio civile universale e di quella unità in cui il Pontefice

la aveva accentrata. Oltracciò, la supremazia di essa su tutte le

Chiese dell’Occidente, poteva ottenere reverenza completa soltanto per

opera dell’Imperatore e dello Stato. La restaurazione dell’Impero era

eziandio necessaria per frenare la formidata potenza del Maomettismo,

il quale veniva premendo sull’Occidente, e faceva tremar di paura

Bisanzio, e dalla Sicilia e dalle Spagne moveva minaccia anche a

Roma. Gli Imperatori greci avevano potuto dominare l’Occidente e

l’Oriente riuniti, fino a tanto che eglino erano stati robusti, fino

a tanto che la Chiesa occidentale era stata debole, finchè Italia era

giaciuta oppressa di abbattimento mortale, e l’Occidente germanico

era stato disertato da’ Barbari effreni di legge. Non lo poterono

più, allora che la Chiesa si ebbe fatta independente, Italia ebbe

acquistato la coscienza di nazione e l’Occidente s’ebbe composto nel

grande regno di Francia associato ad Italia, e fu retto da un uomo

in cui la Provvidenza aveva stampato vasta orma del suo genio. Di tal

guisa l’idea di proclamare Carlo imperatore, andava educandosi; così

fu mandato a eseguimento quel disegno, di cui un tempo, al principio

della controversia degli Iconoclasti, gli Italiani sollevati avevano

minacciato Leone l’Isaurico. L’Occidente adesso reclamava per sè

l’Impero. Il fatto storico dell’Impero di Bisanzio aveva già ottenuto,

per consuetudine lunga di tempi, autorità giuridica, ma Bisanzio altro

non era che la figlia di Roma; laddove di qui, di Roma, era proceduto

l’Impero; qui i Cesari avevano avuto loro sede. La illustre madre

dell’Impero non faceva perciò che rivendicare il suo diritto, se ora,

come ne’ tempi antichi, offriva la corona imperiale al più potente

Principe dell’Occidente. Alcuni Cronisti contemporanei, guardando

lo stato del mondo di allora, trovavano che la podestà imperiale, la

quale da Costantino in poi aveva avuto sede, primamente divisa, indi

universale appresso i Greci, a Bisanzio, non poteva essere tenuta da

un solo uomo. Infatti, due anni prima che papa Leone fosse vittima

di mali trattamenti, anche la dignità imperiale era stata vituperata

nella persona di Costantino VI; e la Republica romana, cioè a dire

l’Impero, era stata usurpata da una femmina perversa, da Irene, che

aveva fatto accecare il proprio suo figliuolo: poichè così era, ei

sembrava massimamente che il trono dell’Impero fosse vacante[658].

Pertanto, la corona abbandonata di Costantino fu trasmessa al monarca

Franco, perocchè egli già possedesse Roma, capo dello Stato, e parecchi

altri luoghi dell’Impero antico. Un fatto di sì alta rilevanza, il

quale secondo le idee di quel tempo e i bisogni dell’Occidente era

divenuto una necessità, ma che aveva sembianza di un rivolgimento di

contro ai diritti di Bisanzio, difficilmente poteva essere l’opera

di un breve momento; esso era soltanto il risultamento di avvenimenti

storici e di deliberazioni maturate per conseguenza di quelli. Havvi

neppur motivo di dubitare che la corona imperiale da lungo tempo fosse

la meta desiderata di Carlo magno, e l’idea coltivata da’ suoi amici

che s’ispiravano a’ concetti romani? Manifestamente Carlo veniva a

Roma per torsi quella corona, od almeno per prendere su di quel fatto

un’ultima deliberazione; e già, durante il suo soggiorno in Francia, il

Papa s’era chiarito pronto a prestare il suo aiuto, affinchè il grande

mutamento si compiesse[659]. Soltanto con esitazione i Papi s’erano

svincolati dalla podestà legittima dell’Impero bizantino; così per

tradizione che per arte politica, avevano ad essi prestato ossequio,

anche allora che i Principi franchi avevano conseguito potenza in

Italia. La necessità delle cose gli aveva costretti a gettarsi nelle

braccia di questi e di sgomberare loro autorità di Patriziato in Roma,

e ne avevano cavato loro prò acquistandone lo Stato della Chiesa, cui

poteva proteggere soltanto una intervenzione franca, pronta sempre

a favorirli. La cacciata del Pontefice da Roma, onde era divenuto

signore, diede finalmente l’impulso decisivo. Compreso di quelle

considerazioni, Leone III doveva far sì che la podestà imperiale

diventasse possedimento di una dinastia occidentale, e propriamente

della casa regale dei Pipini fervidamente cattolica, di cui Stefano,

predecessore suo, aveva consecrato la corona, di cui lo zelo religioso

affidava la Chiesa latina di valorosa difesa, di cui la potenza

prometteva alla Cristianità protezione dai Barbari e dagli Infedeli: di

Bisanzio invece altro non si poteva aspettare sennonchè continuazione

del despotismo giustinianeo ed eresia in fatto di dogma. Tutto ciò

s’era ponderato da lungo tempo e con maturo consiglio.

Gli amici che Carlo aveva nel clero, erano, possiamo tenerlo per

certo, i più zelanti propugnatori di questo disegno ardito, che forse

il Papa non coltivava con pari fervore. Già, ancor prima d’adesso,

Alcuino era stato iniziato a quelle idee; ne lo dimostrano le sue

lettere[660]: i legati franchi s’erano soffermati un anno intiero a

Roma, e per fermo s’erano messi d’accordo coi Romani, dal cui voto

elettivo la cosa principalmente dipendeva. Ed invero eran dessi che

per l’antico giure di elezione, spettante al Senato ed al popolo,

avevano proclamato Carlo a loro patrizio, e, per egual diritto, ora lo

eleggevano a loro imperatore. Soltanto perchè egli era imperatore dei

Romani e di Roma, massimamente perciò, ei diventava anche imperatore

di tutto lo Stato[661]: nè v’ha dubbio che all’incoronazione precedesse

una statuizione della nobiltà e del popolo di Roma; e la proclamazione

di Carlo a imperatore romano, avveniva per opera dei tre soliti ordini

elettivi, precisamente secondo l’esemplare delle elezioni pontificie.

Il grande rivolgimento, che cancellava i diritti di Bisanzio antichi

da secoli, non doveva aver le sembianze di un’opera arbitraria del

Re o del Papa, ma doveva aver l’apparenza di un atto che emanasse da

Dio, ed al quale si conformasse in pari tempo, giusta il buon dritto,

la Cristianità, il cui voto era espresso dal popolo dei Romani e dal

parlamento di tutti i cherici, e di tutti gli ottimati, e dei cittadini

adunati in Roma, così Germani che Latini. Anche i Cronisti franchi

narrano che Carlo fu fatto imperatore per elezione del popolo romano od

altrimenti parlano del parlamento associato delle due nazioni riunite;

e specificano tutti quelli che v’ebbero parte, denotandoli in questa

serie: il Pontefice, l’intiera assemblea dei Vescovi, dei preti e degli

abati, il Senato dei Franchi, tutti gli ottimati dei Romani, ed il

rimanente del popolo cristiano[662].

La deliberazione dei Romani e dei Franchi fu annunciata a Carlo in

forma di supplichevole instanza. Deesi credere che egli, parimenti come

ebbe fatto un tempo Augusto, facesse mostra di non voler accettare la

suprema dignità, e che alla fine soltanto ei vi venisse astretto, per

forza di un fatto già avvenuto? Puossi addirittura accusare d’ipocrisia

la protesta data da un uomo così pio ed eroico com’egli era, allorchè

dicea che la corona imperiale lo aveva colto inaspettatamente, e

che egli non avrebbe oltrepassato la soglia della chiesa di san

Pietro, se avesse conosciuto l’intendimento di Leone[663]? Forse

che Pipino, figliuolo di Carlo, non era per quel proposito tolto

alla guerra di Benevento, e chiamato a Roma per assistere alla

incoronazione imperiale? Si tentò di conciliare fra loro tutti questi

fatti contraddittorii, e si sostenne con Eginardo che Carlo stava

in sospeso, perocchè lo trattenesse pensiero di Bisanzio; si affermò

che egli non aveva ancora dato la sua adesione, ed aveva già innanzi

cercato, per via di negoziati coi Greci, di ottenerne loro adesione a

ciò ch’ei diventasse imperatore; e si disse che egli perciò era stato

effettivamente colto a sua impensata colla incoronazione, la quale

riusciva inopportuna per riguardo di tempo[664]. Ragioni di probabilità

sorreggono questa opinione; sennonchè essa concerne soltanto il

breve momento della ceremonia, avvegnacchè Carlo già da lunghissimo

tempo avesse acconsentito di esser elevato all’Impero, e la solennità

dell’incoronazione fosse stata statuita per il tempo della sua venuta a

Roma. I suoi amici zelanti ne attendevano l’ora con precisa certezza.

La ceremonia fu fatta senza preparazione e senza pompa, affine di

por termine ad ogni nuova dubbiezza. E ciò era intendimento del

Papa, perocchè egli in siffatto modo componesse sè stesso a massima

altezza, e attribuisse alla Chiesa il più eccelso diritto per via

dell’incoronazione e della consecrazione. Ed infatti era egli, suo capo

supremo, che adesso con virtù efficace faceva imperatore l’uomo eletto

dai Romani e dai Franchi. Nulla ebbe forma più semplice, nulla avvenne

mai con dimesse apparenze più di questo atto, che fu di importanza

sì alta nella storia del mondo. Nel giorno di Natale, Carlo stavasi

genuflesso orando innanzi alla Confessione di san Pietro; allorchè

ei si levava, Leone, quasi fosse ispirato da Dio, gli poneva in capo

una corona d’oro; a quel segno, che stavasi attendendo, e di cui

comprendevasi il significato, tutto il popolo congregato prorompeva

nelle voci con cui solevasi acclamare ai Cesari: «A Carlo, piissimo

Augusto, coronato da Dio, Imperatore dei Romani, grande e datore di

pace, vita e vittoria[665].» Due volte ancora si ripetè il grido;

questo istante che fu l’importantissimo di tutti quelli che avessero

sonato in Roma da secoli, mise il popolo a grande commovimento,

ed il Papa, nuovo Samuello, unse dell’olio santo il novello Cesare

dell’Occidente e il figliuol suo Pipino[666]. Indi vestì Carlo del

manto imperiale, e, inginocchiandosi innanzi a lui, adorò il capo del

romano Impero coronato da Dio per mano sua[667]. Alla solennità poneva

fine la messa, e Carlo e Pipino offerivano i donativi che avevano già

apparecchiato per le chiese: presentavano la basilica di san Pietro

di una tavola d’argento con vasi preziosi d’oro; alla chiesa di san

Paolo tributavano di simili offerte votive; alla basilica Lateranense

davano una croce d’oro seminata di pietre preziose, e alla santa Maria

Maggiore facevano dei presenti non meno sontuosi.

Di tal guisa, Carlo dimetteva il titolo di patrizio dei Romani, e da

quest’ora in poi s’appellava imperatore e augusto. Il titolo novello

non poteva accrescere di efficacia la potenza di un Principe che,

lunghissimo tempo prima, aveva dominato l’Occidente cristiano; ma

serviva adesso a significare con precisa espressione questa signoria

assoluta di Carlo; e lo componeva innanzi al mondo in quella dignità

cesarea che gli era stata «concessa da Dio,» e ch’egli aveva vestito

in Roma, santuario massimo della Chiesa, sede antichissima della

monarchia mondiale. Nei tempi più tardi, allorchè l’Impero germanico

venne a conflitto contro il Papato, gli Scrittori di giure canonico

foggiarono una loro teoria, affermando che l’Imperatore aveva

conseguito la corona soltanto per grazia del Papa: e questa investitura

fecero derivare dal fatto che Carlo era stato coronato da Leone III.

Gli Imperatori alla loro volta trassero in campo le acclamazioni del

popolo che aveva gridato: «All’Imperatore dei Romani, coronato da Dio,

vita e vittoria;» e dissero che la loro corona, retaggio inalienabile

dei Cesari, portavano perciò soltanto che Dio loro la aveva data. I

Romani finalmente protestarono che la corona era pervenuta a Carlo

unicamente perchè gliela aveva concessa la maestà del Senato e del

popolo romano. La controversia sull’origine giuridica dell’Impero

si prolungò in tutto il medio evo; essa non recò veruna mutazione

efficace nella storia del mondo, ma pur dimostra che gli uomini, mossi

da un bisogno congenito alla loro natura, intendono a ricondurre il

mondo dei fatti sotto una regola di diritto da cui la forza riceva

impronta di legalità. Papa Leone III non possedeva il diritto di dare

altrui la corona dell’Impero, chè sua non era, parimente come a Carlo

mancava ogni diritto di pretenderla. Ma il Papa reputava sè essere il

rappresentante dell’Impero e dei Romani; e, come capo della nazione

latina, e, più ancora, come capo spirituale supremo, e per tale

riverito, di tutta la Republica cristiana, ben aveva egli la potenza di

effettuare quel rivolgimento che, senza l’ajuto della Chiesa, possibile

non sarebbe stato. Il mondo tenevalo in conto di colui che intercedeva

fra esso e la Divinità; laonde fu soltanto colla incoronazione e

colla unzione avvenute per mano sua, che l’Impero di Carlo agli occhi

del mondo acquistò la consecrazione e la confermazione divina. Il

diritto elettivo dei Romani, d’altra parte, in quella forma onde si

esercitava, era incontestato; nè in alcun’altra elezione imperiale

di tempi posteriori potè esso riuscire di così decisa importanza

giuridica. Se nell’anno 800 i Romani, dai quali il novello Augusto

conseguiva il suo titolo, si fossero chiariti avversi alla elezione di

Carlo, il Re dei Franchi o non sarebbe mai diventato imperatore, oppure

alla sua potenza imperatoria, parificata ad una usurpazione, avrebbe

mancato anche l’ultima apparenza di forma giuridica; per la qual

cosa Carlo non poteva possedere virtù d’imperatore senza la volontà

del Papa o senza quella dei Romani. Peraltro, a questi nell’elezione

s’erano accompagnati anche i Franchi e gli altri Germani rappresentati

in Roma dalle Scuole degli stranieri; e il diritto elettivo, che

originariamente aveva appartenuto soltanto al Senato ed al popolo

romano, ma che del resto neppur Carlo ebbe mai per tale acconsentito,

perdette la sua importanza, perocchè la potenza dello Stato indi in

poi abbia posato sulla nazione germanica, dalla quale i Re franchi e i

tedeschi furono eletti.

Un’altra questione s’ebbe a elevare nell’istesso torno di tempo; e cioè

fu disputato se, nell’anno 800, il Papa togliesse l’_Imperium_ ai Greci

per darlo ai Franchi: invero siffatta opinione esposero i campioni

del diritto d’investitura pontificia. Se vero sia che Leone III non

possedeva, come Papa, nè la podestà assoluta, nè il diritto di dare al

Re dei Franchi la corona dello Stato, gli è con ciò definito altresì

che neppur poteva torla ai Greci per darla ai Franchi. Perfino la frase

di «traslazione dell’Impero,» non è vera che a metà[668]. Infatti,

allorchè si venne al grande partito di far Carlo imperatore, perdurava

ancora il concetto dell’unità dell’Impero, e discendeva per tradizione

incancellabile e salda così, che non potevasi pur pensare a separare

l’Occidente dall’Oriente. Più esatto si è il dire, che, dopo la caduta

di Costantino VI, Carlo si prese il trono dell’Impero universale,

poichè lo si considerava vacante; nè ciò fece da antimperatore, bensì,

e massimamente, da imperatore, e da successore di Costantino e di

Giustiniano. Carlo stesso vagheggiava, così era detto, la conchiusione

di un maritaggio con Irene. L’Impero doveva essere dato ad una dinastia

nuova, a quella dei Re franchi, non già al popolo dei Franchi; ed è

cosa assai probabile che tanto Carlo quanto Leone reputassero di poter

conservare immune da divisione l’Impero, sì come avveniva della Chiesa.

Ma la loro speranza non fu che un’illusione. Il nuovo Impero rimase

dell’Occidente, nè conseguì mai più l’unione coll’Oriente che l’antico

Stato aveva posseduto all’età di Onorio e dei suoi succeditori. I

Greci, irritati, tennero ciò sempre in conto di un’usurpazione, e si

dolsero che il legame antico, il quale aveva annodata Roma a Bisanzio,

fosse stato troncato dalla poderosa spada dei Franchi, e che la più

vaga figliuola di Roma, Costantinopoli, fosse separata per sempre

dalla sua madre canuta[669]. Un profondo abisso divise indi in poi le

terre del Settentrione da quelle del Levante. L’Oriente e l’Occidente

si separarono l’uno dall’altro, nella Chiesa e negli istituti civili,

nella scienza e nell’arte, nelle costumanze e nelle forme della vita.

L’Impero greco divenne orientale, e durò, immerso nel torpore, per un

periodo meraviglioso, ma travagliato, di sei secoli; laddove l’Impero

romano venne in bel fiore nell’Occidente, svolgendo una robustezza

rigogliosa, di cui prima non si sarebbe pur avuto speranza.

Così fu rinnovellato l’Impero romano[670]. Nel concetto degli uomini,

la sua forma antica sembrava restaurata; ma non era che apparenza,

perocchè la vita fosse nuova. Non soltanto la tempra di questa vita

del novello Impero fu essenzialmente tedesca, ossia germanica, ma

l’Impero stesso con ardito intendimento fu tolto alla cerchia delle

ragioni meramente politiche, e fu ricondotto a quella dei voleri di

Dio, di cui ben tosto fu considerato essere un feudo. Ebbe forma di

teocrazia. La Chiesa, reame di Dio sulla terra, parve essere il suo

intimo principio vivificatore; l’Impero fu la forma civile di essa, il

suo corpo cattolico. Senza della Chiesa l’esistenza dell’Impero non era

possibile; non erano più le leggi romane, ma gli istituti della Chiesa

che componevano la salda struttura e il legame che avvinceva fra loro i

popoli occidentali, e ne costituiva altrettante comunità cristiane, a

capo delle quali erano l’Imperatore uno e il Papa uno. La civiltà del

mondo antico, l’essenza della religione, il culto, la legge morale,

il sacerdozio, la lingua romana, le festività, il calendario, in breve

tutto ciò che le nazioni possedevano a patrimonio comune, tutto derivò

dalla Chiesa. Il concetto romano di Republica universale del mondo e

dell’unità del genere umano trovava sua forma visibile soltanto nella

Chiesa e nel suo rito divino. L’Imperatore ne era capo e patrono; era

difensore, promotore e ordinatore della Chiesa, era vicario temporale

di Cristo. Coi popoli e cogli Stati che vivevano riuniti sotto il

suo imperio, e che, spontanei o costretti, riverivano la sua autorità

civile, stava egli propriamente nelle identiche relazioni in cui il

Papa s’era trovato verso le chiese nazionali e metropolitane, innanzi

che gli fosse riuscito di raccogliere ad accentramento completo la

Chiesa. Tosto dopo di Carlo magno il novello Cesare dell’Occidente

non tenne effettiva potenza territoriale, nè autorità di Stato; la sua

maestà imperatoria riposava più veramente sopra un dogma derivato dal

giure delle genti, quasi come se fosse una podestà internazionale. Era

un potere che risiedeva nel campo dell’idea, cui difettavano fondamenta

pratiche.

Il principio religioso e teocratico che si costituì nell’Occidente

cancellò il concetto dello Stato che s’era foggiato nell’antichità

romana, ed operò per guisa che, nel corso dei tempi, la Chiesa, ossia

il Pontefice di essa, vicario spirituale di Cristo, diventò autorità

sola dominatrice: il modo mistico con cui nel medio evo si definiva la

esistenza del mondo reale, e che oggi ci ha l’apparenza di un trastullo

sofistico tutto azzimato di simboli, edificò l’universo a simiglianza

dell’uomo, mediante l’unione di anima e di corpo; il dogma, combattuto

in lunghe battaglie, delle due nature del Cristo, della natura mortale

e terrena, e della natura divina e immortale, fu applicato anche alla

forma politica del genere umano; ed il risultamento ne fu profittevole

soltanto al Papa. Invero la Chiesa era l’anima, lo Stato era soltanto

il corpo del Cristianesimo uno; il Papa era vicario di Cristo in

tutte le cose divine ed eterne, l’Imperatore non ne era il vicario

che nell’ordine della materia fuggevole e terrena; quegli era il sole

che vivifica tutto il creato, questi era soltanto la luce minore, la

luna, che con pallido raggio naviga in mezzo alla notte che recinge

la terra. Il dualismo fra l’Imperatore ed il Pontefice diventò lotta

di principî; e il mondo occidentale, che nell’anno 800 ebbe creazione

nuova, cominciò a scindersi nei contrasti della Latinità e del

Germanismo, intorno a cui indi si svolse tutta la storia di Europa, e

tuttora si muove. Peraltro, all’età di Carlo magno, questi contrasti

erano appena visibili nel loro germe. Davanti alla maestà imperiale di

lui, come già innanzi a quella degli Imperatori antichi, si eclissava

lo splendore del Vescovo di Roma, che a lui aveva prestato adorazione;

quel Vescovo, al pari d’ogni altro del suo Impero, era suddito suo.

Dopo il lungo uragano delle migrazioni dei popoli, l’incoronazione

di Carlo a imperatore fu precisamente il suggello della pacificazione

dei Germani con Roma, fu vincolo che annodò il mondo antico al nuovo,

il mondo latino al tedesco. Alemagna e Italia divennero, di questo

tempo in poi, i campioni della cultura universale del mondo. Per lungo

ordine di secoli operarono vicendevole influenza l’una sull’altra, e,

allato di esse, dalla miscela delle due razze, vennero crescendo in

bel fiore altre nazioni, nelle quali prevalse dall’una parte l’elemento

sostanziale latino, dall’altra il germanico. Tutta la vita dei popoli

fu quindi compresa nell’orbita di un grande sistema concentrico

composto della Chiesa e dell’Impero, e ne derivò la comune civiltà

dell’Occidente. Questo duplice sistema meraviglioso tenne per secoli

avvinto il genere umano in una cerchia fatata, e lo tenne saldamente

così, che l’ordinamento del mondo politico dell’antichità, per potenza

e per durata, non vi si può pur paragonare.

L’età in cui si svolgono avvenimenti di grave rilievo nella storia

del mondo, non ha virtù di comprenderne l’importanza: soltanto la

generazione che vien dopo, tributa ad essi nominanza adeguata. Così

accadde di quella incoronazione di Carlo magno. Negli annali della vita

degli uomini appena v’ha un altro momento storico che all’intelletto

delle età posteriori si mostri posare sovra un culmine di altezza sì

eccelsa. Fu un momento di creazione storica, in cui dallo sfasciume

dell’antichità e dal diluvio delle migrazioni dei popoli s’elevò un

solido continente, sul quale dappoi si compose la storia d’Europa,

non per legge meccanica della forza, ma per un principio d’indole

decisamente morale.

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 2/8 · 第 22 / 33 题