CAPITOLO QUARTO.

§ 1. Influenza e potenza di Cristoforo e di Sergio in Roma. — Stefano

III e Desiderio si collegano a loro danno. — Il Re dei Longobardi

s’avanza fino alle porte della Città. — Caduta di que’ due uomini, e

colpa del Pontefice nella loro miserevole fine. — Intendimento di un

duplice maritaggio tra la famiglia principesca di Pavia e quella dei

Franchi. — Intrighi del Papa per mandarlo a vuoto. — Ravenna resiste

contro Roma. — L’indirizzo politico della corte franca è favorevole al

Pontefice. — Stefano III muore nell’anno 772.

Caduta la fazione di Toto, e rintuzzata la forza del partito

longobardo, Cristoforo e Sergio diventarono gli uomini più potenti che

fossero in Roma. Per opera di loro avea trionfato la reazione, ed era

stato creato il novello Pontefice; eglino appartenevano ad una famiglia

di ottimati e comandavano ad una gran moltitudine di clienti in Roma e

nel territorio.

Ambidue impedivano con grandi contrarietà i disegni di papa Stefano e

di re Desiderio. Volevano dominare il Pontefice, la cui elezione era

stata vincolata a concessioni parecchie in loro riguardo; il Re poi

avevano irritato, perocchè si fossero a lui ribellati, ed avessero

represso la fazione longobarda, favorito la parte franca, e conchiuso

uno stretto patto d’alleanza con Carlomanno. Al Re chiedevano beni

e redditi, ma rifiutavano di adempiere a quegli obblighi che gli

avvincevano per promesse, fattegli allora che avevano ottenuto il

soccorso di lui affine di abbattere Toto e Costantino. Anche Stefano

III comprendeva che la morte di Pipino aveva indebolito il rapporto

della protezione che i Franchi esercitavano su Roma; ed infatti i

figliuoli di quel Principe vivevano in discordia fra loro, e facevano

temere anche per Roma le conseguenze della scissura del reame. Il Papa

trovavasi pertanto in condizioni assai difficili; non aveva autorità

vera ed efficace in Roma, dove imperavano Cristoforo e Sergio, non

nell’Esarcato dove ogni potestà era in mano dell’Arcivescovo di

Ravenna; perciò egli si raccostava al Re dei Longobardi[412]. Quei

due nemici naturali contrassero fra loro un patto, il cui preciso

intendimento si era quello di abbattere Cristoforo e Sergio e la loro

fazione franca.

Il Re ed il Papa tolsero a strumento di loro causa comune Paolo

Afiarta camerario, il quale stava a capo della parte longobarda.

Secondo gli accordi presi, Desiderio veniva a Roma sotto pretesto

di un pellegrinaggio, ma veniva con un esercito. Alla nuova che il

Re s’avanzava, Cristoforo e Sergio riunivano nella Città le milizie

di Toscana, della Campania e di Perugia; facevano serrare tutte le

porte e si tenevano in guardia di un assalimento: ciò dimostra che in

mano di loro, non del Pontefice, stava in Roma il potere[413]. Allato

di essi era coi Franchi suoi Dodone, conte e legato di Carlomanno,

che certamente non per mero caso trovavasi in Roma. Lo ambasciatore

franco faceva soltanto il vantaggio del signor suo, or che combatteva

il Pontefice collegato al Re de’ Longobardi, ed aiutava Cristoforo e

Sergio che sostenevano l’alleanza, ormai legittima, della Santa Sede

colla monarchia franca[414].

Come dunque Desiderio, nell’estate dell’anno 769, fu giunto innanzi al

san Pietro, fece dire al Papa che volesse venirsene a lui; nè quelli

lo impedirono[415]. Stefano e il Re convennero sul modo di disfarsi

degli aristocratici, e nel tempo stesso Desiderio promise di far paghe

tutte le esigenze rispetto alla restituzione dei beni ecclesiastici,

che erano stati sempre tenuti dai Longobardi. Tosto che il Papa fosse

tornato nella Città, l’Afiarta doveva operare una rivolta popolare,

per uccidervi Cristoforo e Sergio: ei si pare che anche in quel tempo

si conoscesse l’arte di eccitare le sollevazioni. Ma i minacciati

seppero prevenire il turbine; con Dodone si impadronirono del Laterano;

e il Papa fu costretto a ricoverarsi presso un altare nella basilica

di Teodoro. Con le spade ignude eglino lo raggiunsero penetrando in

quella cappella, ma Stefano riusciva ad acchetarne il furore, poichè

l’astuto Siciliano faceva la parte sua con sì maestrevole destrezza,

che eglino non potevano comprendere quale fosse il suo animo, ed anzi

nel dì successivo concedevano che ei tornasse a re Desiderio. A fine

di apparenza, il Papa fu chiuso coi seguaci suoi entro il san Pietro,

imperocchè si volesse far credere che il sacrificio dei due potenti,

i quali lo avevano elevato al sommo grado, fosse imposto da Desiderio:

e dovevasi spargere, per far breccia nel popolo, la voce, che il Papa

era cattivo de’ Longobardi, e che non sarebbe riposto in libertà,

se prima non si fossero deposte le armi e non fossero consegnati i

suoi due avversarî. A questo scopo Stefano mandava due Vescovi fuor

della porta del san Pietro, presso il ponte dove quelli con genti

armate accampavano, per esortarli a ritirarsi di buon animo entro un

chiostro, o a comparire dinanzi a lui in Vaticano. Il popolo incostante

abbandonava pauroso i suoi condottieri, e si disperdeva; succedeva un

subito rivolgimento di cose, e i due erano perduti. Perfino Gregorio,

cognato di Sergio, abbandonava la loro causa, e fuggiva in san Pietro

presso il Papa; allora Sergio stesso scendeva delle mura per gittarsi

appiedi di Stefano[416]; le scolte longobarde s’impadronivano di lui e

del padre suo, ed il Re ambidue dava in mano al Pontefice.

Avrebbe impresa assai difficile chi volesse giustificare Stefano della

colpa di aver tradito e abbandonato all’ira dei Longobardi, ossia

di Paolo Afiarta, quegli uomini, che avevano liberato Roma dalla

tirannide di Toto, ed ai quali egli doveva la corona di pontefice.

Se effettivamente egli avesse voluto salvarli coprendoli col saio di

frati, come afferma il suo Biografo e come dice egli stesso in una sua

lettera, perchè non li condusse tosto a Roma sotto il riparo della sua

protezione, allorquando egli tornovvi uscendo del san Pietro? Diedesi

a credere che egli li lasciasse nella basilica per farli con miglior

sicurezza accompagnare a Roma appena che fossero scese le ombre della

notte[417]; ma l’Afiarta in sulla sera entrava nella chiesa, dove la

guardia longobarda per ordine del Re lo lasciava penetrare, e, presso

il ponte di Adriano, i due sventurati subivano la sorte stessa di

quel Valdiperto che era caduto vittima di loro: Cristoforo moriva nel

convento di sant’Agata tre giorni dopo che gli erano stati strappati

gli occhi; Sergio ne guariva sì, ma, fino a che Stefano durò in vita,

languì nell’orrore di una prigione nel Laterano. Furono queste le arti

colle quali il Papa fece cadere i suoi avversarî.

Nelle lettere che egli indirizzò a Carlo e a Berta, madre di lui,

egli per vero affermò di non aver avuto consapevolezza delle sevizie

crudeli che quegli uomini ebbero sofferto; ma, in un’ora di debolezza,

egli stesso confessò ad un suo famigliare, «che ad istigazione di re

Desiderio entrambi avea sacrificato[418].» Stefano scriveva quella

lettera quand’era restituito pienamente in libertà, forse dopo che

s’erano ritirati i Longobardi; in essa esagerava il racconto di quanto

era avvenuto; Cristoforo e Sergio appellava socî del diavolo, i quali,

coll’ajuto di Dodone cui accusava con singolare acerbità, avrebbero

voluto assassinarlo; ed affermava che della propria salvezza doveva

rendere grazie a Desiderio, il quale precisamente era venuto a Roma

per adempiere ai doveri che lo legavano a san Pietro. Per verità la

narrazione del Papa concorda benissimo col racconto che ne dà il suo

Biografo, ma non con altre lettere sue[419]. L’aperta confessione

che egli faceva ad Adriano, futuro papa, lo sentenzia colpevole. A

quale testimonianza vorrebbesi infatti ricorrere, circa l’accordo

che intervenne tra Stefano e Desiderio, più chiaramente di quella che

offrono le parole di Adriano? «Il mio predecessore,» diceva questi ai

legati longobardi, «narrommi un dì che egli ebbe dappoi spedito al Re,

come legati suoi, Anastasio primo defensore e Gemmulo suddiacono, per

chiedergli che alla perfine volesse adempiere a quanto di sua bocca

aveva promesso a Pietro santo. Ma il Re facevagli rispondere: basti a

papa Stefano che io lo abbia sbarazzato di Cristoforo e di Sergio che

lo dominavano, e lasci un po’ stare de’ suoi diritti; chè, in verità,

se io non assistessi il Papa, gran malanno gli incorrebbe, avvegnaddio

Carlomanno re dei Franchi fosse amico di Cristoforo e di Sergio,

e pronto sia a mandare un esercito su Roma per tor vendetta della

uccisione loro, e per impadronirsi dello stesso Padre Santo[420].»

Desiderio non restituiva i beni ecclesiastici, cui Stefano pretendeva;

il Papa cercava di riappiccare relazioni di naturale alleanza coi Re

dei Franchi gravemente offesi, e pertanto con doglianze si volgeva

ad essi, nel tempo stesso che loro augurava ogni bene, dacchè fosse

cessata fra loro ogni ragione di disaccordo[421]. Infatti Berta aveva

composto pace tra i suoi figliuoli; nell’anno 770 era venuta in Italia,

ed anzi aveva fatto un pellegrinaggio a Roma[422]. L’andata di lei

aveva rianimato le speranze del Papa, ma tosto questi apprendeva

che la regina Berta se ne era ita a Desiderio per trattare della

conchiusione di un duplice maritaggio che alleasse le due dinastie.

S’accordavano infatti di sposare il principe Adelchi con Gisela, di

dare Desiderata (Ermengarda) in moglie a re Carlo, e a Carlomanno,

fratello di lui, un’altra figlia del Re dei Longobardi. Questo disegno

induceva il Pontefice a sbigottimento; egli capiva che i figli di

Pipino non s’ispiravano in verun modo ai sentimenti onde era già stato

animato il padre loro, e comprendeva che eglino anzi guardavano con

gran freddezza alle necessità temporali della Chiesa romana. Scriveva

loro una lettera in cui gli ammoniva di guardarsi da quegli sponsali,

e tentava di seminare fra i Re ragioni di discordia[423]. «M’è giunto

a contezza,» ei vi diceva, «ed è cosa che affligge acerbamente il

mio animo, che Desiderio, re de’ Longobardi, cerchi di persuadere la

Eccellenza Vostra, acciocchè uno di voi fratelli prenda in moglie la

figlia di lui: se così fosse, in verità suggestione diabolica sarebbe;

nè già congiunzione di matrimonio, ma concubinato. Le storie della

Scrittura sacra ammaestrano che parecchi Principi, a causa di colpevoli

accoppiamenti con genti straniere, divennero ribelli ai comandi di Dio,

e caddero in peccato grave. Che stoltezza sarebbe se il vostro popolo

glorioso dei Franchi sovra tutti gli altri popoli eccelso, se una così

splendida discendenza della vostra schiatta regale si contaminasse

in accoppiamenti colla spregiata gente di Longobardi, che neppur si

conta nel numero delle genti, e dalla cui nazione ha origine la stirpe

dei lebbrosi! E già voi, per consiglio del Signore e per comando del

padre vostro, congiunti siete in legittimi maritaggi; voi, siccome

a Re illustri si conviene, dalla vostra stessa patria e cioè dal

nobilissimo popolo dei Franchi, traeste mogli bellissime, all’amore

delle quali dovete serbarvi fedeli[424].» Il Papa affermava che i

due Re avessero già contratto matrimonio, ma soltanto di Carlomanno

si sa che aveva condotto in moglie Gilberga, laddove non è fatto mai

cenno di un legittimo connubio di Carlo[425]. Stefano non risparmiava

nemmanco alcune considerazioni sarcastiche sull’indole delle donne in

generale; rammentava il peccato di Eva che aveva fatto perdere all’uman

genere il paradiso; e ammoniva i Re, ricordando loro tutto ciò di cui,

giovinetti, avevano fatto promessa all’Apostolo; amicizia agli amici

dei Papi, odio ai loro nemici. E per trasfondere nelle sue lettere una

magica virtù, egli le distendeva sulla tomba di Pietro, e su di esse

prendeva la comunione. Conchiudeva poi con questa minaccia: «se alcuno

osasse di operare contro il senso di queste esortazioni nostre, sappia

che per l’autorità del signor mio Pietro, principe degli Apostoli,

sarà avvinto dai lacci dell’anatema, cacciato dai regni di Dio e

condannato ad ardere nel fuoco eterno col diavolo, e colle orribili

sue pompe infernali, e cogli altri empî[426].» Per verità, i tempi

in cui accadeva che il prete maggiore della Cristianità scrivesse di

tali lettere, oscuri erano della più fitta tenebra di barbarie, e la

religione di Cristo in quell’età ha veramente sembianza di un’arte di

sortilegî.

Può darsi che Carlomanno, atterrito a quelle minacce, non osasse

separarsi da Gilberga, e non isposasse la figlia di Desiderio; ma

Carlo conduceva in donna la principessa Desiderata, senza impensierirsi

dell’anatema del Papa[427].

Le condizioni di Stefano frattanto si facevano ognor più difficili,

anche per altre ragioni. Dal tempo della donazione di Pipino in poi,

i Papi avevano mandato loro ministri, e duci, e maestri de’ militi,

e tribuni nelle province anticamente greche, ma non ne erano per

questo divenuti signori e dominatori. Nei Ravennati durava vivissima

ricordanza dell’antico valore della loro città, che per lunga età

aveva imperato su Roma; e l’Arcivescovo incominciava ben presto ad

estendere la sua influenza sull’Esarcato, dove la Chiesa metropolitana

di Ravenna possedeva beni e coloni molti. Sergio, che Paolo I aveva

riposto nell’officio, agiva a suo piacimento senza che riguardo di

Roma il rattenesse, e, dopo la morte di lui avvenuta nel 770, per un

anno intiero un usurpatore sfidava i fulmini del Pontefice. Una gran

parte del clero aveva ivi elevato al seggio arcivescovile l’arcidiacono

Leone, ma Michele, bibliotecario di quella Chiesa, col consenso di re

Desiderio e coll’ajuto di Maurizio duce di Rimini, s’era impadronito

della città maggiore della Pentapoli, la quale allora non istava sotto

la soggezione del Papa[428]. Leone fu tratto a Rimini e incarcerato,

e Michele fu investito del possedimento dell’Arcivescovato: indi con

Maurizio e coi giudici di Ravenna spediva legati a Roma per indurre

con donativi magnifici il Papa a dare la sua conferma all’usurpatore.

Stefano invece comandavagli di scendere del trono vescovile, ma

l’intruso adoperava i tesori della Chiesa per sostenervisi, finchè

ne era precipitato verso lo spirare dell’anno 771. I legati franchi e

romani si unirono per restaurare l’ordine; il popolo die’ Michele in

mano ai legati pontificî perchè lo conducessero a Roma; e qui veniva

anche Leone per ottenervi l’ordinazione[429].

Frattanto occorreva in Francia un fortunato avvenimento a prò del Papa;

Carlo ripudiava Desiderata, e Carlomanno moriva addì 3 del Dicembre

771. La causa che induceva Carlo a cacciare la sua donna, sembra

essere derivata non tanto da instabilità di animo, quanto da proposito

astuto[430]. Egli rompeva il nodo di giuste nozze, senza dubbio per

suggestione del Papa, e s’ammogliava con Ildegarde di Svevia; ma i

Franchi non cessavano di lamentare la sorte di Desiderata, come di

moglie legittima di lui; nè la regina Berta sapeva darsene pace, e

continuava a versare lacrime pie sul vitupero di quella rejetta[431].

Di tal guisa le arti maligne del Papa infrangevano ogni legame fra

i Longobardi e i Franchi; la Chiesa romana riannodava relazioni

strettissime con Carlo, e Desiderio era condannato alla estrema ruina.

Stefano III non sopravviveva tanto tempo da poterne essere testimone;

questo Siciliano senza coscienza, accorto a tutte le furberie e a tutti

i raggiri dell’arte politica mondana, trapassava di vita nel Febbraio

dell’anno 772.

§ 2.

Adriano I papa. — Caduta della fazione longobarda in Roma. —

Atteggiamento ostile di re Desiderio. — Inquisizione e caduta di Paolo

Afiarta. — Il Prefetto della Città. — Desiderio devasta il Ducato

romano. — Adriano s’appresta alla difesa. — Ritirata dei Longobardi.

Alla sedia pontificia saliva adesso Adriano I, per tenervi un illustre

reggimento di quasi ventiquattro anni. Di nascita romano, Adriano

discendeva d’illustre famiglia patrizia, che aveva un palazzo nella

via Lata, in vicinanza al san Marco. Lo zio di lui, Teodoto, aveva

avuto titolo di console e di duce, ed oltracciò era stato primicerio

dei notai[432]. Rimasto il giovinetto privo di padre, la madre di

lui ne commetteva l’educazione al clero del san Marco, sotto la cui

giurisdizione eran poste le case di lei. Tenuto in gran pregio per

natali, per bellezza, per ingegno, Adriano era giunto sotto di papa

Paolo agli officî ecclesiastici maggiori; ai tempi di Stefano aveva

ottenuto il diaconato, e, dopo la morte di questo Papa, era con

elezione concorde elevato al pontificato[433]. Egli rese notabile

la prima ora del suo reggimento, togliendo il bando alla fazione di

Cristoforo, ossia di tutti quei giudici che Paolo Afiarta, poco prima

ancora della morte di Stefano, avea condannato all’esilio[434]. Così il

Papa dava a divedere di voler abbattere quella fazione longobarda, che

quel Paolo ancor sosteneva in Roma, e di volersi avvincere ai Franchi.

Gli intendimenti politici di Roma assunsero per tal modo un indirizzo

ben determinato.

Fu prima cura di Adriano di voler recuperare ciò che pur sempre

Desiderio avea mancato di restituire a san Pietro. Gli ambasciatori

del Re venivano a porgere augurî al novello Pontefice ed a chiederne un

patto di amicizia, ma Adriano rispondeva dolendosi per l’inadempimento

del trattato ch’era stato conchiuso col suo antecessore; e non sì

tosto che l’ambasceria longobarda, in mezzo a dichiarazioni cortesi,

era tornata a Pavia troncavasi ogni buona relazione con Desiderio.

Molte cause contribuivano a ciò; i suoi legati gli annunciavano la

restaurazione del partito di Cristoforo e di Sergio; quindi avveniva

la stretta alleanza di Roma coi Franchi, e in pari tempo accadeva,

nella primavera dell’anno 772, che Gilberga vedova di Carlomanno, coi

suoi figli e col duca Auchari, veniva a chiedere soccorso alla corte

di Pavia. Carlo infatti aveva tolto ai suoi nipoti i loro territorî,

e s’era fatto gridare re universale dei Franchi. Desiderio, cui pesava

sul cuore la grave offesa ricevuta, chiudeva la sua rejetta figliuola

nel palazzo di Pavia, ed accoglieva a braccia aperte i nipoti di Carlo,

sperando di accendere in Francia per mezzo di loro la guerra civile.

Egli chiedeva ad Adriano che desse ragione ai loro diritti, e quali

re li consecrasse; e poichè a tale domanda il Papa dava un rifiuto,

ei si proponeva di costringervelo. Sulla fine del Marzo, Desiderio

s’impadroniva di Faenza e del ducato di Ferrara, e minacciava anche

Ravenna. I Ravennati mandavano allora messaggi al Papa per chiederlo

di soccorsi, e Adriano spacciava al Re con fervide esortazioni Stefano

sacellario e Paolo Afiarta. Desiderio chiedeva con insistenza un

abboccamento col Pontefice per poterlo indurre a incoronare i figliuoli

di Carlomanno, ma Adriano con fermezza lo negava.

A questi avvenimenti si aggiungeva la caduta di quell’Afiarta, che

un tempo aveva avuto grandissima potenza; e la fine di lui forma

un episodio che non è privo di importanza nella storia della Città.

Caduti Cristoforo e Sergio, egli era stato il più influente uomo di

Roma, a capo della parte longobarda e agli stipendî del Re; occorreva

dunque togliergli ogni potere di nuocere. Con astuta arte diplomatica

si concepì il disegno della sua ruina, e lo si condusse a compimento.

Senza che lo prendesse alcun sospetto, il Camerario s’indusse a

partire di Roma, e ad andarsene in ambasceria al suo amico Desiderio;

e mentre alla corte di questo Re ei menava vanto che saprebbe trargli

colà il Papa, fosse anche in catene, altri nel silenzio e nell’ombra

torceva il canape destinato a serrargli il collo. Soltanto adesso

ch’egli era assente, si aveva in Roma coraggio di sapere e di dire

che Paolo, otto giorni innanzi la morte di Stefano, s’era fatto reo

di un nuovo assassinio. Lo sventurato Sergio, cieco, traeva la vita

sepolto in una volta del Laterano; ma l’odio di Paolo mal sofferiva

che ancor durasse quella vita miserrima, e lo crucciava siffattamente,

che durante l’infermità di Stefano volle liberarsi del suo nemico.

Affidò a due abitatori di Anagni l’incarico di ucciderlo, e alcuni

alti officiali della Chiesa e il duce Giovanni, fratello di papa

Stefano, vi prestarono ajuto[435]. Una notte quegli uomini trascinarono

Sergio nella via Merulana, che oggidì ancora dal Laterano conduce

a santa Maria Maggiore; ed ivi, uccisolo a colpi di pugnale, lo

sotterrarono[436].

Gli assassini, che Adriano faceva tradurre di Anagni a Roma,

confessarono il luogo del loro delitto; gli ottimati della Chiesa,

i giudici della milizia, e il popolo tutto chiedeva con fremito

di tumulto che si desse punizione ai rei; e il Papa li poneva in

mano ai tribunali ordinarî. Gli è a questa occasione che tutto a

un tratto torna a comparire il Prefetto della Città. L’officio suo

aveva continuato ad esistere ancor dopo l’età di Gregorio, ed egli

amministrava in Roma la giustizia criminale[437]. I rei furono

condannati all’esilio a Costantinopoli[438]. E qui ci occorrono due

considerazioni; primamente che in Roma, ancora a questa età come al

tempo di Scipione e di Seneca, l’esilio valeva da pena capitale; in

secondo luogo che Roma non cessava tuttavia di mandare a Costantinopoli

coloro che essa bandiva, parimenti come per lungo tempo, e forse

ancora nel secolo ottavo, Bisanzio mandava i rei in esilio a Roma:

il Pontefice pertanto riveriva ancor sempre la podestà suprema

dell’Imperatore.

In conseguenza di questa inquisizione, Cristoforo e Sergio ebbero

onorevole sepoltura in san Pietro, e il loro nome riebbe publicamente

decoro. Prima poi che s’incominciasse in Roma il procedimento, Adriano

dava incarico a Leone arcivescovo di Ravenna, che s’impadronisse della

persona dell’Afiarta, se mai questi, tornando dalla corte longobarda,

giungesse in Ravenna o in qualche altra città dell’Esarcato. Ciò, poco

tempo dopo, avveniva, e Adriano spediva i documenti dell’inquisizione

a Leone, per guisa che questi dava l’accusato in mano del magistrato

criminale di Ravenna[439]: di tal modo, contro ogni dritto, un

cittadino romano, un officiale del palazzo pontificio, era tratto

innanzi al tribunale municipale di una città straniera. Peraltro, è

difficile cosa che in questo l’Arcivescovo operasse di suo arbitrio;

era il Papa, il quale aveva buone ragioni di far sì che il procedimento

lungi di Roma si compiesse[440]. E poichè desiderava di lasciare in

vita l’assassino di Sergio, il Papa chiedeva agli imperatori Costantino

e Leone che il reo espiasse la pena dell’esilio in qualche luogo di

Grecia[441]; ma alla domanda che l’Afiarta fosse mandato a Bisanzio

per la via di Venezia, rispondeva l’Arcivescovo essere impossibile

cosa, avvegnaddio i Veneziani lo cambierebbero col figlio del loro

doge Maurizio, che trovavasi in prigionia di Desiderio. Or dunque Paolo

avrebbe dovuto esser condotto a Roma, ma allorchè il legato pontificio

veniva a Ravenna per torlo seco, l’Afiarta era già stato condannato e

messo a morte: Adriano non poteva far altro che dar una buona sgridata

all’Arcivescovo per quella sua fretta, la quale per altro gli riusciva

gradita[442]. Così la parte longobarda perdeva il suo capo; il Papa

si liberava di un nobiluomo potente, e Desiderio perdeva le ultime

reliquie di sua influenza in Roma.

Il Re si commoveva a gran collera come udiva del precipitoso modo

ond’era stato tolto di mezzo l’amico suo; egli s’insignoriva tosto di

Sinigaglia, di Montefeltro, di Urbino e di Gubbio (_Eugubium_), ed

entrava in Toscana. I Longobardi, nel mese di Luglio, assalivano la

città di Bleda, passavano a fil di spada molti di quei cittadini più

ragguardevoli, e tosto dopo movevano contro _Utriculum_, città posta

a quarantaquattro miglia da Roma, lungo la via Flaminia[443]. Adriano

allora spediva l’Abate di Farfa con venti monaci a Desiderio; piangendo

quei frati si gittavano a’ piedi del Re e lo scongiuravano di non recar

danno a Pietro santo. Il Re longobardo li congedava senza dar loro

ascolto, e chiedeva di abboccarsi col Pontefice. Rispondeva questi che

sarebbe venuto a Desiderio, tosto che egli avesse restituito le città

usurpate, e mandava alcuni cherici per riceverne la consegna: ma il Re

non volle saperne, ed anzi fece nuova minaccia mettendosi in marcia su

Roma.

Volgevasi allora il Papa a Carlo, chiedendo che il salvasse; per la

memoria del padre suo Pipino, lo scongiurava che intraprendesse una

spedizione di guerra in Italia, e Roma liberasse dal Re dei Longobardi,

al quale egli con tanta energia aveva pur negato di consecrare i

figliuoli di Carlomanno. Nel tempo stesso in cui i messi pontificî

partivano colle lettere di Adriano (esse non giunsero fino a noi),

Desiderio in persona lasciava Pavia per muovere alla conquista di Roma.

Lo accompagnavano Adelchi, Auchari duca franco, Gilberga e i figli di

lei, che il Re voleva far incoronare dal Papa in san Pietro. Adriano

s’apprestava intrepidamente alla difesa; e, dopo di aver raccolto

in Roma genti di guerra dalla Toscana, dal Lazio e dal ducato di

Perugia ed anche milizie armate della Pentapoli e soldatesca fornita

da Stefano duce di Napoli amico suo, faceva chiudere le porte della

Città, ed alcune faceva murare[444]. Dalle basiliche di san Pietro e

di san Paolo faceva trasportare entro la Città i sacri arredi, e le

chiese stesse per di dentro faceva asserragliare, affinchè il Re non

vi potesse penetrare che con sacrilegio, da predone di templi. Indi

Adriano spediva incontro a lui i Vescovi di Albano, di Preneste e di

Tivoli, affinchè proibissero al Re ed ai Franchi che lo seguivano,

di oltrepassare i confini del Ducato romano, minacciando altrimenti i

fulmini della Chiesa. I Vescovi s’imbattevano nel Re a Viterbo; e per

il fatto il timore delle maledizioni del Papa, e più ancora la paura

di Carlo operavano rapidamente i loro effetti; chè Desiderio faceva far

alto, ed anzi volgeva in ritirata[445]. Per tal guisa, tutte le imprese

di questi Re longobardi difettavano di arditezza e di genio, laonde

certamente nulla v’ha che desti tedio maggiore della storia guerresca

dei Longobardi in un periodo di duecento anni.

Tosto dopo la partenza di Desiderio, venivano a Roma, legati di Carlo,

il vescovo Giorgio, l’abate Gulfardo e Albino consigliere del Re, per

sincerarsi se effettivamente erano state restituite alla santa Sede le

città, siccome Desiderio aveva fatto credere in Francia. Adriano loro

dimostrava come stessero veramente le cose; i legati tosto andavano

a Pavia, ma il Re li congedava con isprezzo, per la qual cosa se ne

tornavano a Carlo, dicendogli che nulla potevasi conseguire senza forza

di armi.

§ 3.

Spedizione di Carlo in Italia. — Assedio di Pavia. — Carlo celebra in

Roma le feste di Pasqua. — Confermazione della donazione di Pipino. —

Caduta di Pavia e del reame dei Longobardi nell’anno 774.

Dopo che Carlo ebbe un’altra volta offerto pace a re Desiderio ed

ebbe proposto di pagargli una somma di denaro affinchè rinunciasse

alle città, nel Settembre dell’anno 763 scese in Italia col suo

esercito[446]. Moveva per la via di Ginevra affine di valicare indi

il Moncenisio, ma le chiuse delle Alpi erano state robustamente

munite dai Longobardi, così che erano rese insormontabili; laonde

la difficoltà di penetrarvi e ben anche il malcontento che quella

impresa destava nei suoi Franchi, costringevano Carlo a mandare ancora

una volta un messaggio a Desiderio, per dirgli che egli si starebbe

contento di ricevere tre illustri ostaggi, i quali dessero guarentia

della promessa cessione delle città. Il Re longobardo respingeva

anche questa proposta; ma la repentina fuga di suo figlio Adelchi,

che era colto di timor panico, e il passaggio dell’oste franca per le

Alpi, cui il tradimento aveva agevolato la via, costringevano anche

Desiderio ad abbandonare il suo campo, e a chiudersi in Pavia[447].

Adelchi ed Auchari, smarriti d’animo, si gettavano colla vedova e

coi figli di Carlomanno entro Verona, che era un forte arnese di

guerra, e il popolo di Alboino cadeva dopo fiacca resistenza, che la

divisione interna e precisamente le arti dei preti rendevano ancor più

corta[448]. Per fermo, Carlo non si meritò nome di grande perchè ebbe

vinto i Longobardi; chè anzi la Storia a mala pena registra la memoria

di un’altra conquista che abbia costato minor fatica di questa, e che

abbia indi recato sì grandi risultamenti, duraturi per lungo ordine di

secoli.

Nulla rattenne Carlo nel suo cammino contro Pavia; egli cinse

d’assedio questa città, e poichè previde che la cosa avrebbe tratto

assai in lungo, fe’ venire al campo Ildegarde, sua donna, e i suoi

figliuoli. Un altro esercito franco circuì Verona; Auchari e la vedova

di Carlomanno ne fuggirono, e si diedero tosto coi piccoli Principi

in mano del vincitore. Pavia reggeva robusta difesa da ben sei mesi;

frattanto si avvicinava la Pasqua, e Carlo deliberava di andare a

Roma per celebrarvela. Alla credenza degli uomini di quell’età, il

pellegrinaggio in cui movevano alle tombe dei Martiri nel tempo di

Pasqua, era il viatico più sicuro che conducesse al Paradiso; già da

due secoli, in quel tempo dell’anno accorrevano a Roma torme numerose

di pellegrini, e, quant’è lungo il medio evo, noi vedremo Imperatori e

Re celebrarvi spesso le feste pasquali. Coll’andata dei Re dei Franchi

incomincia massimamente la lunga storia dei pellegrinaggi di Principi

tedeschi a Roma[449].

Carlo mosse dal suo campo di Pavia con una parte dell’esercito e con

grande accompagnatura di Vescovi, di Duchi e di Conti. Veniva con

rapido cammino per la via di Toscana, perocchè volesse essere in Roma

nel sabato santo, che cadeva nel giorno 2 dell’Aprile 774. Magnifiche

furono le accoglienze e fu degna d’imperatore la pompa con cui si

ricevette il possente proteggitore della Chiesa che ora entrava in Roma

per la prima volta e in mezzo a tanta gravità di avvenimenti. Alla

distanza di ventiquattro miglia dalla Città, gli davano il benvenuto

tutti i giudici e i gonfaloni della milizia mandati dal Papa; lo

salutavano presso la stazione appellata _Novas_ al di sotto del lago

di Bracciano, e quindi lo accompagnavano alla Città[450]. Appiè di

monte Mario erano ad incontrarlo tutte le schiere della milizia coi

loro patroni, le scuole dei fanciulli recanti in mano rami di palma

e di olivo, e moltitudine innumerevole di popolo, che alla vista di

Carlo alzò grida di plauso, festevolmente gridando: Salute al Re

dei Franchi ed al difensore della Chiesa[451]! Questi onori Carlo

riceveva non come principe straniero, ma da patrizio dei Romani, ed il

Cronista espressamente dice che gli erano spediti incontro le croci

e i vessilli delle basiliche di Roma, come era costumanza quando si

usciva a salutare l’Esarca o il Patrizio[452]. Appena Carlo discerse in

vista Roma, smontò di sella, e, circondato da quelli del suo corteo,

umilmente trasse a piedi al san Pietro. Era il sabato santo, nelle

prime ore del mattino; il Papa aspettava il suo ospite sull’alto dei

gradini del portico; intorno a sè avea il clero; la piazza era gremita

di popolo senza numero. Carlo si prostrò al basso della scalea, la

salì ginocchioni, baciando in meditazione ogni gradino, finchè giunse

al Pontefice. Quest’era il modo con cui già fin d’allora i Principi

più potenti del mondo s’accostavano al santuario di Roma: non doveva

forse venire il tempo in cui i Re massimamente sarebbero discesi a

farsi vassalli e valletti dei Papi? in cui questi audacemente avrebbero

imposto il piede sulle loro spalle? Carlo e Adriano si abbracciavano;

il Re prendeva il Papa per la destra mano, e tenendosi al suo fianco

dalla dritta, entrava con lui nella basilica[453]. Mentre facevano loro

ingresso, i preti intonavano il canto: _Benedictus qui venit in nomine

Domini_; e Carlo e i suoi Franchi si gettavano a ginocchi innanzi la

tomba dell’Apostolo. Dopo che ebbe finito di meditare e di orare, il Re

con reverenza chiese permissione di entrare in Roma e di poter visitare

le altre chiese maggiori: tutti primieramente discesero nella cripta

dell’Apostolo; e il Re e il Papa, e i giudici dei Romani e quelli dei

Franchi si ricambiarono giuramento di sicurtà[454].

Senza dubbio Carlo piantava il campo delle sue soldatesche nella

pianura di Nerone; egli poi per il ponte di Adriano entrava nella

Città, la quale allora non presagiva che il primo Re dei Franchi cui

faceva accoglimento, sarebbe stato il suo primo Imperatore di stirpe

germanica. Il futuro erede di Augusto e di Traiano mirava le classiche

ruine, attraverso cui passava, con isguardi di stupore ignorante,

poichè, quantunque lo prendesse diletto di udire le storie degli

antichi, ei conosceva le geste dei Santi di Roma meglio di quelle dei

suoi eroi. Nella Roma di quell’età prevaleva ancora un’impronta di

antico, ad onta dell’oltraggio che vi avevano inflitto tre secoli; era

ancora la città dei Romani quella in cui Carlo entrava, era un mondo

immensurato di ruine magnifiche, innanzi alla grandezza delle quali

scompariva tutto quello che sapeva di cristiano.

I Romani conducevano il Re al Laterano; eglino guardavano con

meraviglia la taglia eroica e quasi gigantesca del protettore della

Chiesa, e i suoi paladini barbarici tutto chiusi nelle armature

d’acciaio. Nel battistero Carlo assisteva al sacramento del battesimo

che il Papa amministrava; indi umilmente a piedi tornava al san

Pietro. Non prendeva dimora entro la città; del palazzo dei Cesari

non si fa pur cenno; ne erano caduti anche i suoi ultimi quartieri

abitabili, dopo che più non era stato in Roma il Duce greco. Ove

Carlo non abbia passata la notte in una delle case vescovili che erano

presso al san Pietro, certo è che egli si ricondusse al campo delle

sue soldatesche. Nel giorno di Pasqua gli ottimati e le scuole della

milizia lo accompagnarono a santa Maria Maggiore, dove il Pontefice

celebrò la messa; indi Carlo pranzò alle mense di lui nel Laterano.

Al lunedì assistè agli officî sacri nel san Pietro, al martedì nel

san Paolo, e così ebbero fine le ceremonie delle feste pasquali. La

forma antichissima di queste funzioni sacre era allora meno pomposa

di quello che sia oggidì, e più si conveniva alla ragione di chiesa,

ma, per quanto si pare dai Libri rituali antichi, non era di molto più

semplice[455].

Nel mercoledì 6 di Aprile, Carlo fu invitato ad una conferenza nella

chiesa di san Pietro, dove trovossi il Papa con tutti i giudici del

clero e della milizia. Innanzi a quella assemblea, Adriano rivolse

un discorso al Re dei Franchi; ed invero per istrappare a Carlo una

donazione, luogo più acconcio di quello non v’era, chè ivi presso

sorgeva la tomba dell’Apostolo, e quella era la basilica di lui,

ancora olezzante degli incensi bruciati nelle feste pasquali. Poichè

già reputava prossima la caduta del reame dei Longobardi il Papa si

atteggiava come uno dei maggiori pretendenti all’eredità di quello,

e però rammentava a Carlo gli antichi trattati e le promesse, e

lo esortava a donare a Pietro santo alcune determinate città e

alcune province d’Italia, e faceva indi leggere la scritta, fatta a

Carisiaco, della donazione di Pipino. Il Biografo di Adriano afferma

che a Carlo ed ai suoi _Judices_ non bastò di confermarne il tenore;

volle il Re che il suo notaio Eterio ne trascrivesse di bel nuovo il

documento; e questo fu sottoscritto da lui e dai maggiorenti della sua

comitiva, indi fu posto dentro l’urna di san Pietro e ne fu promesso

l’adempimento con terribile giuramento.

Anche questa così detta donazione di Carlo magno, confermazione

di quella di Pipino, sparve dall’archivio del Laterano, nè mai si

rinvenne in Germania o in Francia la copia che fu detto Carlo avere

recato con sè. Secondo la fama di quella donazione, il pio e magnanimo

Carlo donava al Papa quasi intiera l’Italia, e da un capo all’altro

tali province che egli non ebbe mai conquistato, com’erano Corsica,

la Venezia, Istria e il ducato di Benevento[456]. Ma il giudizio

incorrotto della critica, da lunghissimo tempo ricacciò il racconto

di questa donazione fra le storielle da fiaba, ed è possibile che al

tempo in cui viveva il Biografo di Adriano, questi abbia consultato

un qualche documento falsato (seppure uno ne abbia avuto sott’occhio),

oppure che egli stesso abbia falsato i concetti che in quella scritta

avessero potuto contenersi. Manifestamente Carlo ebbe confermato

quella donazione di Pipino che nella sua vera essenza ci è ignota, ma

pur sempre serbò a sè il supremo dominio delle province cui essa si

riferiva; nel corso degli anni poi l’ebbe accresciuta con patrimonî e

con redditi[457]. La condizione di lui rispetto a Roma fu in pari tempo

definita con un trattato: Carlo pretese a tutti i diritti di patrizio,

e il diritto onorifico di _Defensor_ ottenne nell’anno 774 un valore

più ampio; al Patrizio dei Romani fu data la giurisdizione suprema su

Roma, sul Ducato e sulle province dell’Esarcato. Il Pontefice, che in

quei paesi non aveva che l’amministrazione del governo, diventò suddito

al Re dei Franchi[458].

Dopo che furono così ordinate le relazioni di Carlo con Roma, il Re ne

partì; e nel tempo stesso il Papa bandì preghiere in tutte le chiese

di Roma affinchè si affrettasse a prospero risultamento l’assedio di

Pavia[459]. Tornato al campo, il Re dei Franchi ne spingeva l’opera

con energia; nella premuta città la peste congiurava col tradimento,

e l’ultimo Re dei Longobardi, espiando le ripetute sue inavvedutezze

colla caduta della sua dinastia e del suo reame, davasi prigioniero

senza patteggiare. Desiderio finì la sua vita nel convento di Corbeia;

la spese in opere di pietà, e corse fama che operasse miracoli. Ma

Carlo si prese la corona di ferro e, a principare dall’anno 774, si

nomò re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio dei Romani, mentre

Adelchi figlio di Desiderio si ricoverava alla corte di Bisanzio, dove

traeva la triste vita di pretendente a un trono[460].

§ 4.

Donazione di Costantino. — Limiti geografici della donazione carolina.

— Spoleto, Tuscia, la Sabina, Ravenna. — Pretensioni di Carlo

all’autorità suprema e al diritto di conferma degli Arcivescovi di

Ravenna. — Patriziato di san Pietro. — Si dimostra che il Papa era

padrone degli edificî pubblici di Ravenna, ma d’altronde obbediva

all’imperio supremo di Carlo. — Mercato di schiavi fatto dai Veneziani

e dai Greci.

Con grave dolore del Papa, Carlo frapponeva adesso indugi alla cessione

di quei patrimonî che i Longobardi avevano tolto alla Chiesa: sembrava

che il Re non badasse di molto a quel titolo onorifico con cui Adriano

lo adulava, appellandolo Costantino novello, come se fosse risorto

quell’Imperatore «per cui Dio s’era degnato di largire ogni bene

alla Chiesa santa di Pietro, principe degli Apostoli»[461]. Queste

parole di Adriano sono notevoli assai; avvegnachè si scorga che con

esse cominciava a porsi per la prima volta in lavorio uno dei più

mostruosi ordigni onde i Papi successivi, per il corso di secoli,

si servirono a sostenere, quasi sopra un fondamento autentico, le

loro pretensioni di signoria universale, la quale per tempo non meno

lungo s’ebbe credula accoglienza dalla moltitudine che non ragiona, e

perfino dai dottori di legge. La famosa «donazione di Costantino» non

soltanto avrebbe concesso al Vescovo di Roma onorificenze e insegne

imperatorie, ed attribuito privilegio di senato al clero romano,

ma avrebbe dato Roma e Italia in proprietà al Pontefice. Infatti

Costantino, dicevasi, come fu guarito della lebbra per virtù del

battesimo amministratogli da Silvestro, compreso di reverenza verso il

principe degli Apostoli, abbandonava Roma, e umilmente si riduceva in

un angolo del Bosforo, e al successore di Pietro lasciava in dono la

città capitale dell’universo e l’Italia. Questa fola, che per la prima

volta era tratta in campo da un Papa nell’anno 777, fu invenzione di un

prete romano, e fu coniata in un tempo nel quale crollava in Italia il

reggimento greco, in cui il reame dei Longobardi minava per dissensioni

interne e per l’urto potente dei Franchi, in un tempo in cui il Papa

poteva concepire l’ardito disegno di dominare da vero padrone una

gran parte d’Italia. Il trovato di un siffatto documento dimostra la

fittezza della barbarie che avvolgeva il mondo durante il medio evo, e

lo dimostra forse ancor più efficacemente di molti concepimenti della

fantasia religiosa. Se la invenzione della donazione di Costantino

rivela la ingorda brama di dominazione che agitava il clericato romano

oltre ogni fine, essa è d’altra parte documento storico dei concetti

che, al tempo della prossima rinnovazione dell’Impero occidentale,

si erano venuti formando riguardo alle relazioni della Chiesa e

dello Stato. La Chiesa è tenuta precisamente in conto di un impero

religioso con un Cesare pontefice alla testa; a lui sono soggetti

tutti i Metropoliti e tutti i Vescovi d’Oriente e di Occidente. La sua

costituzione gerarchica, sorta sul fondamento dell’antico organamento

dello Stato, è considerata independente dallo stesso Imperatore,

ordinatore supremo di tutte le cose politiche; a suo esemplare essa

prende l’Impero e la corte imperiale. Al Papa è conceduta dignità

imperatoria, al clero romano grado senatorio; ma questa prerogativa, al

paro della cessione di Roma e dell’Italia, discende da un privilegio

accordato dallo Imperatore; esso quindi deve costituire per tutti i

tempi il fondamento giuridico alla grandezza temporale del Papato.

Mentre dunque l’Impero continua ad essere il concetto massimo di ogni

maestà temporale e di ogni signoria, da cui soltanto la Chiesa deriva

la sua forma civile e la sua potenza, la Chiesa stessa è in pari tempo

riverita dall’Imperatore quale reame religioso il quale sta di per sè,

di cui è monarca Cristo fondatore suo, che ha per vicario il Papa. Di

tal guisa la donazione di Costantino statuisce la separazione delle due

podestà, della podestà temporale e di quella spirituale, e nei tratti

fondamentali determina quel dualismo, che in tutto il corso del medio

evo tenne armati un contro l’altro, la Chiesa e lo Stato, il Papa e

l’Imperatore[462].

Per lungo tempo Carlo fu molestato di ammonimenti del Papa, il quale

non cessava di ricordargli con amara doglianza il patto dell’anno 774.

Gli è pertanto mestieri di esaminare più attentamente quali fossero i

singoli territorî cui quella donazione carolina riguardava, avvegnaddio

la loro storia non possa ben separarsi da quella della città di Roma.

Se ciò che narra il Biografo di Adriano sia esatto, allorchè i Franchi

mossero in Italia, gli Spoletini si svincolarono dalla signoria dei

Longobardi, come già parecchie volte avevano tentato di fare. Illustri

cittadini di Spoleto e di Reate vennero a Roma, giurarono fede al Papa,

e acquistarono la cittadinanza romana usando a simbolo la recisione

della barba e dei capelli. Quando poi Desiderio si fu ricoverato

dentro di Pavia, vennero ad Adriano legati di quel medesimo ducato di

Spoleto, gli prestarono giuramento di fedeltà, e da lui ottennero la

confermazione di Ildeprando, che già prima avevano eletto a loro duca:

il loro esempio imitavano gli abitatori di Fermo, di Osimo, di Ancona

e di Città di Castello (_Castellum Felicitatis_)[463]. Ma tutti questi

racconti sono incerti, laddove non si eleva alcun dubbio che Spoleto

costantemente abbia appartenuto al reame franco[464].

Non era fatta contestazione per maggiori pretensioni che san Pietro

sollevava nella Tuscia romana. L’Apostolo agognava di ottener

possedimenti anche in questo paese; e sostiensi che già nell’anno 774

Carlo al Papa donasse Soana, Tuscana, Viterbo, Bagnorea (_Balneum

Regis_), insieme ad altri luoghi non citati per nome. Adriano ne

parla espressamente in una lettera da cui si pare che per il fatto

gli fossero state consegnate quelle terre. Più tardi avvenne che gli

furono anche promesse le due città di Roselle e di Populonia nella

Tuscia Ducale, che Carlo però indugiava a cedergli[465]. La Chiesa, non

v’ha dubbio, aveva nelle terre di Tuscia possedimenti antichi, che i

Longobardi le avevano usurpato, e Carlo vi aggiungeva la donazione di

novelli patrimonî.

Parimenti avveniva nella Sabina. Qui pure da tempo antico la Chiesa

possedeva dei beni, che Carlo (così almeno sembra) nell’anno 781

attribuiva di bel nuovo in proprietà a san Pietro, grandemente

accrescendoli. Quelle terre portavano nome or di _Territorium_, or di

_Patrimonium Savinense_, ma non comprendevano l’intiera provincia della

Sabina, di cui la parte maggiore spettava al Duca di Spoleto. Ignoriamo

di che estensione fossero i dominî della Chiesa nella Sabina, del cui

reddito si mantenevano le lampade del san Pietro, e si provvedeva alla

elemosina pei poverelli. I legati di Carlo e del Papa andavano colà

per operarne la tradizione del possesso, ma, al momento di fissarne i

confini, si elevavano fra la Chiesa e quei di Rieti delle contese che

non si conchiusero a vantaggio della Chiesa, sebbene dei vecchiardi,

che avevano ben cent’anni di età, attestassero che le terre controverse

avevano appartenuto da tempo antichissimo alla Chiesa[466]. Ne consegue

che questa, sullo spirare del secolo ottavo, possedeva soltanto la

parte minore della Sabina, e, soltanto posteriormente all’anno 939,

potevano prodursi documenti ond’era dimostrato che questa provincia era

stata tolta al Ducato spoletino, e se ne era costituito uno speciale

Comitato sotto l’autorità suprema della Chiesa, che vi mandava suoi

Rettori con titolo di _Marchio_ o di _Comes_[467].

Se il Papa trovava delle difficoltà nei paesi or detti, ancor più

gravi erano quelle che gli impedivano di farsi signore dell’Esarcato.

Santo Apollinare di Ravenna, come san Pietro di Roma, possedeva una

gran quantità di dominî, e, al paro dell’altro Santo, poteva trar

fuori dei suoi archivî un numero infinito di scritte di donazione.

Perfino di Sicilia, nel secolo settimo, la Chiesa ravennate traeva

redditi così pingui, che i Rettori di quei beni, ad ogni anno,

caricavano le loro navi onerarie di venticinquemila staia di grano, e

di prodotti di frutta, di legumi, di pelli tinte in colore di porpora,

di tessuti di seta colorati in azzurro di giacinto, e di drapperie

di lana; oltracciò portavano a casa vasellami preziosi, e non meno di

trentunmila solidi d’oro, dei quali quindicimila affluivano al tesoro

di Costantinopoli, e sedicimila entravano negli scrigni della Chiesa

vescovile[468]. Al pari del Papa, gli Arcivescovi s’industriavano

di conseguire signoria temporale nel loro bel paese, ma, fino dal

tempo della donazione di Pipino, i Papi vi avevano esercitato loro

pretensioni, e Stefano II aveva mandato suoi _Comites_ e suoi _Duces_

nelle città di quel territorio. Anche a Ravenna, Stefano aveva inviato

due _Judices_, Filippo prete per le bisogne religiose, ed Eustachio

duce per le faccende temporali[469]. Peraltro, dopo che Carlo nell’anno

774 fu partito d’Italia, Leone, arcivescovo, occupò parecchie città

dell’Emilia, il ducato di Ferrara, Imola e Bologna, e ne cacciò i

ministri pontificî. Affermava egli che quelle città non erano state

donate al Papa, sibbene a lui; ed eccitava la Pentapoli a ribellarsi,

e, per opporre resistenza alle incalzanti reclamazioni che Adriano

moveva a Carlo, Leone andava egli stesso alla corte del Re. Ne tornava

con più baldanza di prima, e proibiva ai Ravennati ed agli abitatori

dell’Emilia di andarsene a Roma per cose di governo. Indarno spediva

Adriano suoi messi in quella provincia per riceverne giuramento

di fedeltà e per chiedervi ostaggi; l’Arcivescovo con forza d’armi

cacciava i legati. In pari tempo, Reginaldo, ch’era stato anticamente

gastaldo longobardo nel _Castellum Felicitatis_ ed era allora duce di

Chiusi, s’impossessava di parecchi beni che Carlo aveva donato alla

Chiesa, e perfino assaliva quel castello che apparteneva alla Chiesa

nella Tuscia longobarda[470]. Il Papa rinnovava sue doglianze a Carlo;

le lettere che vi hanno argomento, come la parte maggiore di quelle che

sono comprese nel Codice Carolino, inducono a dispetto il leggitore: ed

invero vi si svela con isfacciata nudità la cupidigia di beni terreni e

la paura ansiosa di perderli; l’accrescimento della potestà temporale

furbescamente si appella esaltazione della Chiesa, e si promette la

salute dell’anima in premio di donazioni di terre e di vassalli, e si

associa la beatitudine celeste al sacrificio dei beni terreni. Le brame

mondane insaziate si celavano dietro alla tomba di un morto, la quale

si tappezzava tutta di scritte di donazioni, di lettere, di anatemi, di

giuramenti; l’avarizia si appiattava a riparo dietro alla persona di un

santo Apostolo, che in vita sua non aveva posseduto neppur un minuzzolo

di beni terreni, e che dopo morte non aveva più saputo di cose mondane,

e non ne aveva avuto desiderio.

Non prima dell’anno 783 riusciva al Papa di mettersi in possesso dei

suoi titoli su Ravenna, ma dopo che coll’aiuto di Carlo ebbe domata

la resistenza dell’Arcivescovo, lo atterrirono le pretensioni che lo

stesso Re dei Franchi elevava riguardo al supremo dominio territoriale.

Al Papa non era concessa in veruna guisa la sovranità; e se ciò è

dimostrato per Ravenna, lo è ancor più per la città di Roma, di cui

Carlo era il patrizio, e dove ben presto avremo prove evidenti della

giurisdizione sovrana ch’ei vi teneva. I Ravennati ricorrevano al Re

contro le sentenze pontificie, come a giudice di supremo appello, nè

il Papa loro impediva di cercare giustizia in Francia; solo lamentava

che loro fosse dato ascolto anche se non erano muniti di lettere

papali[471]. Nell’anno 783, due possenti Ravennati, Eleuterio e

Gregorio, s’erano fatti rei di gravi maleficî e perfino di assassinio;

sottraendosi ai tribunali pontificî ricorrevano alla corte di Carlo,

ed il Papa pregava il Re che non prestasse loro orecchio, ma li

mandasse a Roma, dove, coll’intervenzione di Messi franchi, si sarebbe

proceduto alla loro inquisizione: se ne rivela il timore che Carlo

recasse offesa a quella giurisdizione che al Pontefice per autorità di

trattati spettava nei territorî[472]. Un altro avvenimento, di tempo

ancora anteriore, gli aveva mostrato che il suo regale amico non era

per nulla propenso a lasciarlo operare di suo arbitrio e senza limiti,

avvegnachè per la sola ragione di discorsi imprudenti, Carlo aveva

fatto incarcerare Anastasio, che era nunzio pontificio alla corte di

lui. Di tal guisa, il Re aveva leso il diritto delle genti contro un

ambasciatore, e aveva operato con talento despotico non meno di quello

che aveva fatto un tempo Leone l’Isaurico. Il Papa ne strillava come

se l’imprigionamento di un suo nunzio forse un fatto inaudito a mente

d’uomo, e chiedeva a Carlo che gli consegnasse il suo legato, affinchè

fosse sottoposto in Roma a giudizio. E nel tempo stesso rimproverava

il Re, perocchè egli con gran favore desse ricetto nella sua corte

a Pasquale e a Saracino, che erano due ribelli fuggiti di Roma, e lo

scongiurava di abbandonare quei malfattori al giudizio dei tribunali

romani[473].

Il Re, tosto dopo, usciva con nuove e più gravi richieste che

sbigottivano l’animo del Papa. Nell’anno 788 o nel 789, Carlo

pretendeva al diritto di confermare la elezione dell’Arcivescovo di

Ravenna; ed infatti, dopo la morte dell’arcivescovo Sergio, legati

franchi s’erano opposti all’elezione di Leone succeditor suo. Se

potessimo ancor leggere le lettere memoriali di Carlo, per certo vi

troveremmo che egli invocava i diritti del suo patriziato anche in

riguardo a Ravenna. Il predicato di Patrizio, col volger del tempo,

aveva assunto una significazione differente da quella di un tempo:

laddove Pipino lo aveva ancor portato nel senso di un semplice titolo

di onore, esso di per sè era invece diventato un vero diritto per il

conquistatore d’Italia, pel novello re dei Longobardi. Non era infatti

naturale, che sovvenisse a Carlo memoria della podestà che avevano

avuto l’Esarca ed il Patrizio, di cui egli teneva le veci, senza che

pur riverisse nell’Imperatore greco un’autorità maggiore della sua?

Egli scriveva al Papa che la dignità di Patrizio si ridurrebbe a un

bel nulla, se gli Arcivescovi di Ravenna salissero al seggio vescovile

senza il suo beneplacito[474]. Appena aveva egli significato la sua

consapevolezza dei diritti di Patrizio, il Papa con astuta accortezza

diplomatica gli obbiettava, che anche Pietro santo vestiva manto

di porpora; così, altresì da parte sua, il Pontefice si erigeva da

patrizio contro a Carlo patrizio. S’avrà posto mente che era arte

politica dei Papi di celarsi sempre colla persona e colle ambizioni

di dominio temporale dietro alla figura del santo Apostolo; se quei

preti bramavano acquisto di terre, non era per loro proprietà, ma

per quella dell’Apostolo; era in nome di Pietro santo che ai Re

scrivevano lettere minacciose: lo abbiamo veduto. Ogni qual volta

dovevano lottare contro a’ Principi, era sempre il santo Apostolo

che eglino contrapponevano a questi da competitore; chi toccava a

qualcuno dei loro diritti, per ciò soltanto era un predone sacrilego

di chiese. Nel sistema del Papato temporale, composto con artificio

sottile, la mitica persona di questo Apostolo continuava pur sempre

ad essere la leva più poderosa; ed il terrore superstizioso di questo

morto, che credevasi sepolto nella Confessione della sua chiesa, era

propriamente ciò che formava il fondamento della podestà temporale

dei Papi. Adriano con solenne serietà veniva adesso affermando che un

patriziato spettava a san Pietro, e ne traeva l’origine dalla prima

donazione di Pipino. «Infatti,» scriveva, «come abbiamo detto, la

dignità del patriziato vostro noi serberemo immune da violazione, ed

anzi ad onoranza ancor maggiore solleveremo, ma in pari guisa deve

rimanersi immune da violazione e nella pienezza del diritto anche il

patriziato di Pietro santo, protettor vostro, che il gran re Pipino,

vostro padre, con iscritture concesse intero, e che voi a maggiore

ampiezza confermaste»[475]. Mirabile infatti era l’accorgimento del

sacerdozio romano. Se san Pietro la pretendeva da antagonista o da

socio all’impero, poteva Carlo rifiutargli questo titolo? Egli cedeva o

piuttosto tralasciava, per adesso, di discutere su quella pretensione;

chè se egli fosse penetrato più addentro nel senso arcano di essa, egli

avrebbe probabilmente compreso che il monarca spirituale teneva lui,

monarca temporale, in conto di socio nell’impero, oppure di console

secondo nella signoria di Roma e dell’Occidente[476].

I sostenitori della sovranità pontificia, per affermare che essa

s’era costituita fin da quel tempo, si appigliano ad una prova che

del vero non ha se non l’apparenza: essi pretendono che al Papa

appartenesse la città di Ravenna con tutti i suoi edificî publici.

Per il fatto, nell’anno 784, Carlo chiedeva ad Adriano licenza di

trasportare da Ravenna ad Acquisgrana alcuni capi d’arte; ed il Papa

davane consentimento. Il palazzo del gran Teodorico, ch’era indi stato

residenza degli Esarchi, era precipitato in gran decadimento; pur

tuttavia splendido era di colonne magnifiche, di pavimenti di musaico

e di tavole di bei marmi che ne aveano rivestito le pareti. Quei

tesori erano tolti al loro luogo ed emigravano in Alemagna, ove erano

adoperati ad ornare la novella cattedrale di Acquisgrana; molti marmi

preziosi vi fornivano anche i monumenti di Roma[477]. Peraltro, se

anche il Papa era signore del territorio in Ravenna, non ne consegue

perciò che egli in altro ordine di cose non riverisse l’autorità

suprema del Re. Nell’anno 785, Carlo statuiva che fossero cacciati di

Ravenna e della Pentapoli tutti i mercanti veneziani, ed il Papa dava

immediato eseguimento a quel comando, quantunque o, piuttosto, perocchè

il duce Garamano legato franco, giusto in quello avesse sequestrato

parecchi possedimenti nel territorio ravennate, affermando che alla

Chiesa non appartenevano[478].

Ei sembra che la cacciata violenta dei Veneziani si associasse al

mercato che eglino facevano di schiavi e di eunuchi. Già fin dal

tempo di papa Zaccaria, si rileva che i mercanti veneziani comperavano

schiavi in Roma[479], e che gareggiavano coi Greci in quel commercio

lucroso. Carlo dava cura sollecita a impedire quel traffico di uomini,

e scriveva anche al Papa di avere udito che i Romani avevano commesso

il delitto di vendere schiavi ai Saraceni: ma Adriano protestava, di

quei turpi mercati in Roma non esistere, essere gli empî Greci che

comperavano schiavi lungo la costiera longobarda; e narrava che uomini

longobardi, messi a disperazione per gli stenti e per la fame, si

erano condotti eglino medesimi alle navi di mercanti greci, per avere

nella servitù di che nutrirsi. Quei Greci, al paro dei Veneziani,

navigavano rasente le spiagge del mare Adriatico e del mar Tosco;

Venezia, Ravenna, Napoli, Amalfi, Centumcelle, Pisa, erano i porti nei

quali negoziavano; ivi vendevano loro mercanzie, e nel tempo stesso vi

acquistavano schiavi o fanciulli evirati. Adriano aveva esortato Allo,

duce di Lucca, ad armare un naviglio per isnidare i Greci dal mare di

Toscana, ma quegli vi si era rifiutato, ed il Papa lamentava di non

possedere navi di suo. Non v’era marineria romana che animasse Porto a

vita, e rade volte appena vi gettavano l’ancora navi mercantili, chè

a questo tempo i traffichi s’erano trasferiti a Centumcelle, che è

l’odierna Civitavecchia. Rutilio celebra questo porto di Trajano come

grande e bene munito, e la città, ossia il suo castello, è menzionata

nelle Guerre Gotiche. Al tempo di Gregorio magno, Centumcelle era

governata da un _Comes_, e le sue mura erano state restaurate da

Gregorio III, perocchè lo richiedessero l’importanza del luogo e la

necessità di presidiarla dai predoni di mare, da cui era minacciata. In

quel porto Adriano faceva mettere in fiamme le navi greche e cacciarne

in prigione i marinaî; così operava da signore di quella terra, nè

s’impensieriva della collera dell’Imperatore greco[480].

§ 5.

Benevento. — Arichi duca si fa independente. — Il Papa guerreggia

per ragione di Terracina. — Carlo viene per la seconda volta a Roma.

— Vi torna la terza volta. — Impresa contro Benevento, e pace. —

Nuova donazione di Carlo. — Arichi tratta con Bisanzio. — Condizioni

di Bisanzio. — Si pone fine alla controversia degli Iconoclasti. —

Grimoaldo duca di Benevento.

Di tutti i Ducati longobardi, quello di Benevento era il solo dai

Franchi non conquistato; Arichi, che ne era duca, aveva per moglie

Adelberga, figlia dello sventurato Desiderio: era un Principe d’animo

intraprendente e magnifico, che imperava su tutte le province che

oggi compongono il reame di Napoli, ad eccezione delle città greche

di Napoli, di Gaeta, di Amalfi, di Sorrento e di altre poche delle

Calabrie. Quel florido paese colla sua capitale Benevento, che era la

più bella e possente città dell’Italia meridionale, era difeso dalla

lontananza, dalla sua grandezza ed anche dalla sua alleanza coi Greci

e dalla flotta di questi. Dopo che il reame longobardo fu distrutto

nell’Italia settentrionale e nell’Italia centrale, il duca di Benevento

diventò l’avversario naturale dei Papi, che fervidamente si adoperarono

a distruggerlo.

Non appena era caduta Pavia, Arichi assumeva titolo di _Princeps_, e

per tal modo proclamava la sua independenza: ei si faceva consecrare

con gran solennità dai Vescovi del suo Ducato, vestiva la porpora, e

promulgava indi editti dal suo «sacro Palazzo»[482]. Tutto così dava

a divedere il suo intendimento di fondare nell’Italia meridionale

una monarchia longobarda. Alla corte di lui mettevano capo tutti i

disegni con cui l’esule Adelchi si proponeva di restaurare il suo

regno, di cacciare i Franchi e di fiaccare l’orgoglio del Papa.

Si conchiudeva alleanza fra lui, Arichi, Radagaiso duca di Friuli,

Ildebrando di Spoleto e Reginaldo di Chiusi, e vi si iniziava anche

Leone arcivescovo di Ravenna. Nel Marzo dell’anno 776 volevasi far

d’ogni parte irruzione; ma ne giungeva contezza al Papa, e questi

scriveva a Carlo che venisse a salvare Roma dal pericolo gravissimo che

la minacciava[483]. Il Re si accontentava di muovere rapidamente contro

Treviso e il Friuli, e di distruggervi Radagaiso; così ogni pericolo da

quel lato per sempre era impedito, ma con alacrità maggiore a Benevento

rinfocolavano i tentativi di restaurazione[484]. Dalla parte di terra,

questo Ducato confinava colla Campagna romana, ed erano città di

frontiera, Sora, Arpino, Arce ed Aquino; da mare il Ducato si stendeva

fino a Gaeta, che, al paro di Terracina, apparteneva allora ai Greci,

e stava sotto il reggimento del Patrizio di Sicilia. Di qui Adriano

si vedeva ad ogni istante minacciato; i Beneventani conchiudevano lega

con Terracina e con Gaeta, dove si trovava il Patrizio, allo scopo di

invadere con loro forze associate la Campagna; rifiutavano la pace che

il Papa offeriva; laonde questi univa allora la soldatesca della Chiesa

agli armigeri di alcuni Conti franchi, e con prospero risultamento

difendeva la Campagna[485]. Così per la prima volta fu visto il Papa

far guerra da principe temporale, e muovere anzi a conquiste, chè la

greca Terracina prendeva con forza d’arme. Questa città, che talvolta

al tempo del goto Teodorico è ancor nomata come illustre, doveva

già a quest’età essere decaduta profondamente; Adriano ne parla con

disprezzo, ma è difficile che egli così sul serio pensasse[486]. Il

Papa offeriva Terracina ai Napoletani in cambio del patrimonio della

Chiesa nella Campania, che era stato confiscato da Leone l’Isaurico,

ma eglino preferivano di prender con forza la città, e ciò loro anche

perfettamente riusciva[487].

Adriano esortava adesso il Re affinchè raccogliesse in arme l’eribanno

di Toscana e di Spoleto, ed anche gli «empi» Beneventani, ed acciocchè,

sotto la capitananza di Wulfrino, li facesse muovere a Roma, al più

tardi in sull’incominciamento del mese di Agosto, non soltanto per

conquistare di bel nuovo Terracina ma per assoggettare altresì Gaeta e

Napoli[488]. Egli si doleva amaramente delle mene di Arichi duca, il

quale aveva coltivato trattative con Napoli, ed ogni giorno riceveva

messaggi dal Patrizio di Sicilia, e non aspettava che lo sbarco di

Adelchi con navi bizantine per rompere guerra. Le paure di Adriano

avevano buon fondamento, chè il figlio di Desiderio si maneggiava con

grande operosità a Bisanzio per allestire contro Italia un’impresa che

avrebbe trovato ajuto in Sicilia e nel Ducato di suo cognato.

Per tal guisa le condizioni d’Italia inducevano Carlo a scendere per

la terza volta in questo paese. Nel Natale dell’anno 780 venne a Pavia

colla moglie Ildegarda e coi suoi figliuoli Carlomanno e Luigi, e nella

Pasqua dell’anno successivo (addì 15 dell’Aprile 781) venne nuovamente

a Roma. Qui, nella cappella di Petronilla, il Papa battezzò Carlomanno,

dandogli il nome di Pipino avolo suo; laonde Adriano indi appellossi

compadre di Carlo. Nel giorno di Pasqua, Adriano consecrò re i due

Principi; Luigi assunse titolo di re d’Aquitania, Pipino ebbe quello di

re d’Italia: così Carlo significò che aveva deliberato di costituire

novellamente in un solo reame tutta questa contrada, sotto lo scettro

suo o sotto quello del suo figliuolo[489]. La proclamazione di un

Re proprio d’Italia distruggeva pertanto le ambiziose speranze dei

Papi, a favore dei quali indarno era stato inventato il racconto della

donazione di Costantino.

Carlo non intraprese spedizioni di guerra contro Benevento, ma

tornossene a Pavia; ed Arichi, il quale ora riveriva, in forma

di principio, l’autorità suprema dei Franchi, continuò ad essere

effettivamente re della sua terra, ed a inquietare il Papa

coll’associazione che lo legava ad Adelchi ed ai Greci. Scorsero dappoi

cinque anni, e sono ravvolte nel bujo le relazioni che duranti essi

corsero tra Roma e Benevento: finalmente Carlo nell’autunno dell’anno

786 per la quarta volta calava in Italia. Dopo di aver celebrato a

Firenze le feste di Natale, veniva nella primavera dell’anno 787, per

la terza volta, a Roma. Le instanze di Adriano e la podestà sua di

signore d’Italia, lo inducevano adesso ad intraprendere una guerra

contro Benevento. Arichi, che allora combatteva con Napoli, tentava

di dissuadernelo, mandando a lui in Roma il figliuol suo Romualdo con

ricchi donativi. Ma era indarno; Carlo tratteneva il Principe presso

di sè, i Franchi s’avanzavano fino a Capua, ed Arichi allora si gettava

dentro a Salerno, che in gran fretta muniva di mura e di torri. Ma non

essendogli possibile di resistere lungo tempo contro la potenza di

Carlo, gli conveniva presto sottomettersi; colla interposizione dei

suoi Vescovi conchiudeva pace con lui, ed obligavasi di pagargli un

tributo annuo di settemila solidi d’oro, di cedergli il suo tesoro e di

dargli in ostaggio Grimoaldo suo figlio. A queste condizioni i Franchi

si ritiravano di Capua[490].

Carlo celebrava per la terza volta la Pasqua in Roma; era questa una

buona occasione per offrire «a salvezza dell’anima sua» una novella

donazione al principe degli Apostoli, cupido sempre di possedimenti,

o più veramente per regalarne il Papa. Dante, che falsamente disse,

Costantino aver fondato lo Stato della Chiesa, quantunque non credesse

nè alla esistenza giuridica, nè alla verità della donazione, avrebbe

assai più acconciamente dovuto biasimare Carlo Magno, avvegnachè sia

stato questo Principe che alla Chiesa concesse, per isventura di essa,

tanta ampiezza di territorî[491]. Di contro alle lettere di Adriano

non è pur lecito di dubitare che allora parecchie città del territorio

beneventano fossero date in dono alla Chiesa[492]. Il Papa dice

espressamente di essere stato regalato della celebre e antica città

di Capua; le altre erano Teano, Sora, Arce, Aquino e Arpino, patria di

Cicerone e di Mario[493]. Ma ciò nonostante, non può provarsi che col

loro effettivo possedimento il Papa ampliasse il suo dominio romano;

per confessione di lui i messi di Carlo gli consegnavano soltanto i

conventi, gli edificî vescovili e le corti appartenenti allo Stato

(_curtes publicae_); gli facevano, è vero, tradizione delle chiavi

delle città, ma gli vietavano di trattare da sudditi i loro abitatori.

Questa donazione si riduceva a un bel nulla, allorchè Arichi, dopo la

partenza di Carlo, rompeva il suo giuramento di vassallaggio. Il Duca

riannodava trattative con Adelchi, e chiedeva valido aiuto a Costantino

imperatore. Costantino VI era figlio di Leone IV e nipote di Costantino

Copronimo, ch’era morto nell’anno 775. Il padre di lui aveva regnato

da fervido iconoclasta fino all’anno 780, e, morendo, aveva lasciato

il regno, ossia la tutela del figlio, ad Irene sposa sua. Questa donna

greca, bella, astuta, gran maestra d’intrighi, aveva portato di Atene

sua patria un occulto affetto all’onoranza delle imagini, lo avea

nutrito sul trono di Bisanzio, e, durante la età minore di suo figlio,

aveva trovato modo di ricomporlo di bel nuovo ad onoranza in Oriente.

Nell’autunno dell’anno 788, Roma poteva celebrare il gran trionfo del

secondo concilio ecclesiastico di Nicea, in cui con grande solennità

era riposto in venerazione il culto delle imagini. L’Oriente implorava

dalla Chiesa romana la remissione dei suoi errori; l’Imperatore e

l’Imperatrice di Bisanzio confessavano che i loro predecessori avevano

peccato, quando aveano indotto i popoli del Levante a ribellarsi alla

reverenza delle imagini; eglino mandavano con molto ossequio messaggi

al Papa, che aveva rotto ogni legame di sè e dell’Italia con Bisanzio

e che s’era dato in braccio ai Franchi, e lo invitavano ad andarne a

Costantinopoli[494]. Per ben mezzo secolo gli Imperatori greci avevano

lottato contro la venerazione delle imagini dei Santi; ma, poco a poco,

s’era andata affievolendo quella lotta gloriosa che l’intelletto avea

combattuta contro una età intenebrata dalla superstizione, finchè la

furberia di una femmina spigolistra e avida di dominio, conseguiva

vittoria. Irene trovò un cantuccio nel calendario dei Santi, ma in

verità ella comparve innanzi al tribunale di Dio, sozza dei sangue del

suo figliuolo, che era stato da lei trucidato.

Così si acchetò l’acerba lotta a cagione di cui i Greci avevano

perduto Roma; ma Italia rimase possedimento del Re dei Franchi, e Irene

perfino vagheggiò di conchiudere col più possente Principe d’Occidente

un’alleanza di parentela, da cui il suo trono potesse avere un

puntello. Nell’anno 781, per mezzo di legati bizantini spediti a Roma,

Costantino VI, figlio di lei, si fidanzava a Rotrude, figlia di Carlo;

ma questo legame doveva sciogliersi tosto che Arichi di Benevento

richiedeva d’alleanza l’imperatore Costantino. Era il Papa che ne dava

contezza al Re dei Franchi; e lo ammoniva che Arichi aveva chiesto

a Bisanzio il titolo di patrizio e la duchea di Napoli, promettendo

di prestare reverenza all’autorità suprema dell’Imperatore, e di

vestire, e di acconciare il capo alla foggia dei Greci; e aggiungeva

che l’Imperatore aveva già mandato in Sicilia due spatarî per crearlo

patrizio, e che a questo uopo avevano portato con sè vestimenta tessute

in oro, e spada, e pettine, e forbici[495].

Ma la morte repentina del Duca impediva che questi progetti si

effettuassero. I Beneventani allora pregavano Carlo di restituire a

libertà il principe Grimoaldo, che, statico, aveva condotto con sè

in Francia, e chiedevano che loro lo desse in duca; e Carlo, ad onta

delle esortazioni e degli ammonimenti di Adriano, aderiva alle loro

richieste. Grimoaldo II, accolto con giubilo dai Beneventani, poichè

necessità dapprincipio lo imponeva, stava sommesso ai comandamenti

di Carlo, e perfino si congiungeva alle soldatesche di Pipino per

combattere Adelchi, che in fatto nell’anno 788 sbarcava nelle Calabrie,

affine di conquistare nuovamente la corona d’Italia secondo i suoi

antichi propositi. L’infelice figliuolo di Desiderio era volto in fuga,

e tornava senza speranza a Bisanzio, dove, invecchiando nel dolore,

moriva col titolo di patrizio. Caddero così a vuoto i progetti di

restaurazione dell’antico Stato dei Longobardi; il quale continuò sua

esistenza soltanto nel ducato di Benevento: qui Grimoaldo incominciò

a reggere il governo secondo la mente del padre suo; condusse in

moglie una nipote dell’Imperatore greco, e conchiuse una stretta

lega colla corte di Bisanzio. Ma le guerre che egli ed il successore

suo, Grimoaldo III, sostennero contro re Pipino, non appartengono

all’argomento di questa Storia[496].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 2/8 · 第 19 / 33 题