§ 1.
Deodato papa nel 672. — Rinnovazione del convento di santo Erasmo.
— Dono papa, 676. — Agatone papa, 678. — L’Arcivescovo di Ravenna si
sottomette al primato di Roma. — Il sesto Concilio ecumenico nell’anno
680 restaura la fede ortodossa. — Pestilenza del 680. — Leggenda di san
Sebastiano. — Leggenda di san Giorgio. — La basilica _in Velo Aureo_.
Il romano Deodato, figlio di Gioviniano, succedeva a Vitaliano nel
pontificato, addì 11 dell’Aprile 672. Il suo reggimento, che durò
quattro anni, è privo di valore per la storia di Roma[197]. Deodato
era stato monaco nel convento di sant’Erasmo, e faceva restaurare
quel chiostro celebre del monte Celio, che deve essere stato fondato
da san Benedetto nelle case di Placido[198]. Più tardi il chiostro
fu congiunto all’abazia di Subiaco, indi, in tempo incerto, perì, ed
ancora sul finire del secolo decimosesto vedevansi in vicinanza del
santo Stefano le sue ruine con avanzi di pitture antiche[199].
A Deodato succedeva, nel dì 2 Novembre 676, Dono o Domno, figlio del
romano Maurizio; egli resse la Chiesa per poco più di un anno. Il Libro
Pontificale ci fa sapere che egli lastricava l’atrio del san Pietro
con grandi mattoni di marmo bianco; e poichè è difficile che una sì
larga copia di ricca pietra si ricavasse da miniere di marmo, per certo
la si avrà ritratta da monumenti messi a sacco: e nel medio evo si
pretendeva anzi di conoscere che vi si erano adoperati i marmi del così
detto sepolcro di Scipione, che era una tomba antica eretta a foggia di
piramide, in prossimità del castel sant’Angelo[200].
La storia di Roma in quel tempo fu sì oscura e manchevole di
avvenimenti, che la sua cronaca contiene poco più che la serie dei
Pontefici, gli anni di loro reggimento e la notizia degli edificî che
innalzarono. Dono passava di vita nell’Aprile dell’anno 678, e Agatone,
siciliano di Palermo, diventava suo successore. Questo Pontefice era sì
avventurato da confermare il primato e le leggi della fede ortodossa
di Roma nell’Occidente del pari che nell’Oriente. Già al tempo di
Vitaliano, il primato era stato di bel nuovo combattuto da Mauro
arcivescovo di Ravenna, avvegnachè il grave livore che esisteva tra
Roma e Bisanzio, lo incorasse a rifiutare soggezione al Papa romano.
Erane sorto uno scisma, e Costante, che in quel tempo viveva ancora in
Siracusa, lo spalleggiava per guisa che Mauro e il successore di lui
Reparato, mettevano in non cale gli anatemi di Roma[201].
Tuttavolta, già al tempo di Dono, l’Arcivescovo di Ravenna aveva dovuto
piegarsi a sommessione, perocchè il novello imperatore Costantino
Pogonato fosse favorevole a Roma. Teodoro, succeduto a Reparato, veniva
in Roma, quivi colla propria bocca rinunciava alla «autocefalia,»
ossia all’autonomia che la Chiesa ravennate aveva preteso, e otteneva
la consecrazione da Agatone: chè ornai da lungo tempo gli Arcivescovi
di Ravenna, dopo la loro elezione, venivano in Roma per ricevervi
dal Papa l’ordinazione. La vittoria riportata sopra Ravenna, che
era la Chiesa maggiore d’Italia dopo quella di Roma, accresceva di
altissimo valore l’autorità del Papa anche nelle relazioni sue con
Bisanzio e coll’Esarcato[202]. La sua podestà, crescente ognor più,
s’aggrandiva oltracciò pel trionfo che conseguiva sulla dottrina dei
Monoteliti. Costantino Pogonato infatti, volendo porre un termine alla
lunga controversia, indiceva un concilio ecumenico in Costantinopoli;
e, ancor prima, addì 27 del Marzo 680, Agatone congregava un sinodo
di Vescovi italiani, i quali eleggevano a loro deputati al concilio
di Bisanzio, i Vescovi di Porto, di Reggio e di Paterno, ai quali
il Pontefice aggiungeva tre Cardinali romani come legati. Nelle
sue lettere commendatizie Agatone si scusava se i suoi inviati non
erano nè eloquenti, nè eruditi; uomini erano che nella malvagità
de’ tempi, in mezzo a’ Barbari, avevano dovuto guadagnarsi il pane
col lavoro delle loro mani[203]. Questa confessione onorevole fa
supporre quali fossero in quel tempo le condizioni della scienza in
Roma; quei preti ineruditi però avevano tanto valore da combattere
vittoriosamente in Costantinopoli a pro della dottrina ortodossa. Il
celebre sesto Concilio ecumenico si aperse addì 7 del Novembre 680 nel
«_Trullus_,» ossia nella sala della cupola, nel palazzo di Bisanzio.
Si affermò che i decreti di Roma erano veramente conformi ai canoni;
i Monoteliti defunti e i viventi dovettero abbassare le armi, ossia
furono dichiarati vinti dopo una resistenza ostinatamente sostenuta per
molte sessioni, dappoichè questo dramma teologico, che ebbe diciotto
atti ossia _Actiones_, come in istile officiale si appellarono, durò
fino al 16 di Settembre 681. Giorgio, patriarca di Costantinopoli,
confessò penitente il suo errore, ma l’audace Macario di Antiochia fu
deposto e cacciato in bando: su quei confessori di una sola volontà
del Cristo che erano già passati di vita, su Ciro di Alessandria, su
Sergio e su Pirro di Bisanzio fu scagliato solenne anatema, e le loro
imagini furono cancellate dai musaici delle chiese. Lo stesso Onorio
papa espiò l’arrendevolezza che aveva dimostrata verso i Monoteliti,
dacchè persino sulla sua tomba si fe’ cadere condanna[204]. Indi tosto
si sbattè sulla turba del popolo una gran copia di nere regnatele, per
dimostrare che la Chiesa s’era nettata dell’eresia. La Cristianità
fu ammaestrata oppure fu confermata nella fede delle due volontà,
e la Chiesa romana ottenne reverenza quale capo dogmatico del mondo
cristiano.
Nella state del 680, la peste vôtava Roma di abitatori. È probabile
che il morbo infierisse anche nel resto d’Italia, avvegnaddio Paolo
Diacono narri che Pavia quasi ne restasse deserta di popolo[205]. Egli
racconta che per le strade della città si vedevano scorrazzare l’angelo
del bene e quello del male; il primo additava con un cenno la porta
delle case, l’altro con un’asta vi picchiava, e quanti colpi avventava,
tanti uomini dentro morivano. Alla fine si aperse una rivelazione del
cielo; cesserebbe la peste allora che nella chiesa di san Pietro _ad
vincula_ fosse eretto un altare a santo Sebastiano: tosto furono fatte
venire di Roma reliquie di quel Martire, e il morbo sparve[206]. Paolo
Diacono parla manifestamente di una chiesa di san Pietro _ad vincula_
che esisteva in Pavia, ma i Romani più tardi s’impadronirono di questa
leggenda e la riferirono alla loro propria chiesa di questo nome, dove
il fatto è istoriato in un quadro del secolo decimoquinto[207].
Nella navata a sinistra di quella stessa basilica si mira tuttora un
antico quadro in musaico, rozzamente lavorato in istile bizantino, che
deve risalire ai tempi di Agatone. Rappresenta santo Sebastiano coperto
d’abito e in figura d’uomo canuto. Fu infatti assai più tardi che il
Santo venne dipinto con forme giovanili, nudo legato ad un albero e
trafitto a morte dai dardi[208].
Sebastiano, cui da grandissimo tempo Roma tributava suo culto, aveva
sulle catacombe di Calisto una chiesa che già esisteva ai tempi di
Gregorio Magno e fu più tardi una delle sette chiese maggiori di
Roma. Il Santo, giovane tribuno militare, era nativo di Narbona;
confessore di Cristo fu fatto segno alle frecce degli arcieri nel
palazzo imperiale, e Lucina, pia matrona, gli compose il sepolcro nelle
catacombe di Calisto[209].
A lui dappresso, un altro Tribuno militare aveva già ottenuto
onore di altari in Roma, ed era Giorgio di Cappadocia, martire
a’ tempi di Diocleziano. Egli era, così narra la leggenda, comite
nella cavalleria; arditamente sincero, egli ammoniva l’imperatore
Diocleziano acciocchè desistesse dal perseguitare i Cristiani, laonde,
eroe tra’ martiri, sofferse i tormenti più atroci. Un’intiera notte
resse sul petto un macigno enorme, indi con orrida lentezza ebbe
strappate le carni dai ferrei denti della ruota. Mentre ei sosteneva
quella tortura con intrepidezza serena, scoppiavano tuoni, e i lampi
squarciavano le nubi, ed una voce del cielo sclamava: «Non temere,
Giorgio, io ti son presso,» e una forma bianco vestita s’avvicinava
alla ruota e lo sventurato soavemente abbracciava. Quel portento
scoteva l’animo dell’imperatrice Alessandra siffattamente, che ella
si faceva cristiana. Tre giorni penò Giorgio posto entro un’ardente
fossa di calce, ma nè quel tormento, nè gli stivaletti roventi, nè un
magico veleno avevano forza di ucciderlo, chè anzi sotto gli occhi
dell’Imperatore ei richiamava alla vita un morto, e una sola parola
della sua bocca operava sì che nel tempio di Apollo tutti i simulacri
di marmo precipitavano dai loro piedistalli. Alla perfine la sua testa
cadde sotto la scure fatale del carnefice[210].
Sebastiano e Giorgio furono Santi prediletti della cavalleria, furono
i Dioscuri guerrieri della mitologia cristiana[211]. L’ultimo desta
la ricordanza del Perseo pagano; lo si dipingeva a cavallo, collo
scudo e colla lancia, che lottava contro un dragone, dalle cui insidie
liberava una vergine piangente e bella[212]. La chiesa di lui in
Roma, nel Velabro ossia _Velum aureum_, dev’essere edificio di papa
Leone II eretto nell’anno 682[213]. Tuttavia, già ai tempi di Gregorio
I, è fatto cenno di una basilica di san Giorgio coll’addiettivo _Ad
Sedem_[214].
La denominazione _Velum auri_ era venuta in uso a vece di quella
antica di _Velabrum_[215]. Così precisamente appellavasi quella
valle che in origine divideva il Campidoglio dal Palatino, nei tempi
remoti padule, più tardi resa terreno asciutto. Ivi era il Foro
boario, come ce ne avvisa la iscrizione esistente sull’Arco degli
Orefici. Quel luogo è massimamente uno dei più mirabili di Roma: ivi
in profonda solitudine esistono alcuni monumenti ben conservati; il
poderoso _Janus Quadrifrons_; rimpetto ad esso l’arco di trionfo che
gli orefici di Roma ebbero eretto ad onore dell’imperatore Settimio
Severo, dei suoi figli scelleratissimi Caracalla e Geta, e di quella
Giulia Pia che fu la più sventurata delle madri; in vicinanza evvi pure
la Cloaca massima; e tuttora di chiare e fresche acque ivi s’allieta
l’antica fonte _Juturna_, ma oggi essa porta il nome cristiano di san
Giorgio[216].
Se sia vero quanto afferma la iscrizione posta sulla porta d’ingresso
della chiesa antica, questa sarebbe stata in origine costruita
nel luogo ove a’ tempi antichi si elevava la basilica di Tiberio
Sempronio Gracco: ciò fu peraltro un’invenzione archeologica di età
posteriore[217]. Entro la basilica fu compresa la porta trionfale
dell’imperatore Settimio Severo, o piuttosto, in tempo più tardo, la
torre della chiesa fu addossata a questo monumento.
L’edificio di Leone II (l’atrio è di costruzione più moderna) si
conservò nel suo disegno fondamentale; è una piccola basilica a tre
navate, con sedici colonne antiche, alcune di granito, altre di marmo.
Difficilmente v’ha in Roma un’altra chiesa dove tutto spiri, al pari
che in questa, un alito così ineffabile di antichissimo Cristianesimo.
La sua forma originale di basilica, la sua leggiadra semplicità, i
dipinti e le iscrizioni dei primi secoli, fra le quali si trovano
puranco iscrizioni greche, il silenzio fantastico cui nulla quasi
mai turba, il luogo di quella valle fra il Campidoglio e il Palatino,
pieno di ricordanze dell’antichità romana, tutto ciò opera con fascino
incantevole sull’animo di chi commosso a meraviglia la contempla. Fra
tutte le basiliche romane, san Giorgio in Velabro è quella che può
tenere riscontro ai piccoli templi antichi di Vesta e della _Fortuna
virilis_. È cosa probabile che la tribuna della chiesa fosse adorna
di musaici: ad essi più tardi furono sostituite pitture in colori; il
Cristo siede sopra il globo terracqueo in mezzo a Pietro e a Paolo; a
mano sinistra è Sebastiano, alla destra Giorgio che impugna un vessillo
tenendosi vicino il suo cavallo[218].
Il Santo greco però non ebbe in Roma favore di popolo, perocchè i
Romani fatti cristiani non cancellassero dalla loro memoria alcun’altra
divinità dei loro avi più profondamente di quello che cacciassero
in oblianza il dio Marte. Il popolo dunque non tributò grandi onori
neppure a Giorgio che subentrava nelle veci del Dio antico; il popolo
non aveva indole guerriera nè cavalleresca; i Pontefici, che fondavano
e alimentavano il culto del Santo, non furono romani ma greci; e le
chiese che a san Giorgio furono edificate, perirono tutte fuori di
quella eretta nel Velabro[219]. Per contrario, il Santo diventò il
patrono delle corporazioni di cavalieri a Genova ed a Venezia, in
Ispagna, in Inghilterra e nella terra cavalleresca dei Franchi[220].
§ 2.
Leone II, papa nel 682. — Benedetto II. — Condizioni della elezione
pontificia. — Giovanni V papa. — Discorde elezione alla morte di lui. —
È eletto Conone. — Clero, esercito, popolo. — Sergio I papa. — L’esarca
Platina viene a Roma nel 687.
Sette mesi dopo la morte di Agatone, fu eletto papa Leone II,
nell’Agosto dell’anno 682. Il Libro Pontificale narra che egli
ricevette l’ordinazione dai Vescovi di Ostia, di Porto e di Velletri;
l’ultimo di questi fungeva le veci del Vescovo di Albano. Ne consegue
che la consecrazione del Pontefice operata da quei tre Vescovi
suburbani si era già costituita in costumanza canonica[221]. Leone
II era greco di Sicilia. La lingua e la letteratura di Grecia erano a
Roma allora cadute in tanta oblianza, che chi ne possedeva dottrina era
reputato uomo d’ingegno meraviglioso; per la qual cosa il Pontefice che
parlava greco e latino, rendeva tutti ammirati come se fosse stato un
portento di erudizione. Egli trapassava di vita nell’estate dell’anno
683.
La lunga vacanza della santa Sede che or susseguiva, fa credere che
Roma o Ravenna fossero commosse da agitazioni cittadine, avvegnachè
Benedetto II, romano, fosse ordinato papa soltanto un anno dopo
la morte del suo predecessore. Era legge consueta che la conferma
dell’elezione di ogni Papa venisse dall’Esarca oppure direttamente
dall’Imperatore; essa cagionava dispendî gravi e lunga perdita di
tempo, ed oltracciò teneva il capo spirituale di Roma nella soggezione
della corte imperiale. I Papi perciò da gran tempo avevano tentato
di far cessare quel diritto imperiale della conferma, e di conseguire
la independenza; ma ciò loro non era riuscito di ottenere, quantunque
Benedetto II ricevesse un rescritto dall’Imperatore, che concedeva al
clero, al popolo ed all’esercito di Roma, ossia ai tre ordini elettivi,
di procedere tosto all’ordinazione del Papa che avevano scelto. Questa
concessione importante non conferì però un diritto durevole; fu una
larghezza che per quel breve tempo acconsentiva l’imperatore Costantino
Pogonato, animato da sentimento di fede ortodossa: così infatti fu
dai succeditori di lui dichiarato[222]. Può darsi che Costantino si
tenesse con Benedetto II in relazioni di benevolenza personale, ma ciò
alle nostre ricerche si cela; certo è che l’Imperatore faceva adottare
Giustiniano ed Eraclio figli suoi dal Papa, e, secondo lo stravagante
costume di quell’età, gli mandava delle ciocche di capelli di quei
principi: tali simboli dell’adozione erano posti con pompa solenne in
una cappella del Laterano[223].
Egli è pur un fatto assai sorprendente, la rapidità con cui in questo
tempo Papi succedevano a Papi. I pontificati della durata di tredici
anni e più, quali furono quelli di Gregorio Magno, di Onorio I, di
Vitaliano, costituiscono un’eccezione, avvegnachè il più gran numero
dei Pontefici nel secolo sesto e nel settimo, tenesse il reggimento per
uno, per due o per tre anni. Che quegli uomini fossero eletti in età
tardissima? o che vi fossero altre cause di una durata così breve? Non
cel sappiamo. Benedetto II cessava di vivere addì 7 del Maggio 685; e,
dopo di lui, un siro di Antiochia, Giovanni V, ch’era stato dapprima
nunzio a Bisanzio, saliva al santo seggio, ma moriva già nel dì 1
dell’Agosto 686. Con lui incomincia una serie di Assiri o di Greci,
che un dopo l’altro occuparono la sedia pontificia; nè ciò può essere
stato effetto del caso, ma dimostra che l’Esarca oppure l’Imperatore
dominavano adesso compiutamente la elezione dei Romani. Quando si venne
a nominare il successore di Giovanni V, Roma fu divisa in due fazioni;
il candidato del clero fu Pietro arciprete, quello dell’esercito
Teodoro prete. Questo cosidetto esercito (_Exercitus_) radunossi nel
santo Stefano sul Celio, e tenne in pari tempo presidiato il Laterano,
affine di impedire che il clero potesse ivi condurre il suo eletto e
lo facesse sedere sul trono vescovile. Dopo trattative lunghe fra le
due parti, i chierici rinunciavano al loro candidato ed eleggevano
Conone, la cui origine veniva di Tracia. I giudici (_Judices_) e gli
ottimati dell’esercito vi si associavano, e bentosto l’esercito intiero
vi aderiva; gli Atti della elezione erano sottoscritti dai tre ordini
elettivi, indi erano spediti all’esarca Teodoro.
Da questa notizia particolareggiata, che il Libro Pontificale
ci offre, si trae la conseguenza che la cittadinanza di Roma era
costituita di tre grandi classi, che erano il clero, l’esercito, il
popolo; e queste vedemmo specificate nel rescritto di Costantino
a Benedetto II, quali ordini che avevano parte all’elezione del
Pontefice. Al clero si attribuiva il predicato di _venerabilis_,
all’esercito quello di _felicissimus_; non ne aveva il popolo: il
clero e l’esercito massimamente erano le classi più potenti di Roma.
Le aveva tratte in vita la Chiesa cristiana, che creava una casta di
chierici numerosa oltre ogni proporzione e ben presto potentissima,
per guisa che naturalmente tutta la popolazione dovevasi distinguere
in chierici e in laici. Allorchè erano spedite al Papa le ciocche
di capelli dei principi greci, accanto al clero era fatta menzione
soltanto dell’esercito. E questo, che toccava ancora stipendio
dall’Imperatore, come rilevammo al tempo della rivolta di Maurizio,
era composto di nobili che militavano a cavallo e di cittadini agiati
che si aggregavano alle file delle fanterie. L’esercito rappresentava
segnatamente la classe dei ricchi; ed anzi tutto la classe dei Romani
ingenui era in generale compresa sotto quel concetto[224]. Vedremo più
tardi l’ordinamento particolare con cui nel secolo ottavo fu costituita
la _schola militiae_ ossia il _florentissimus atque felicissimus
Romanus exercitus_. Per adesso teniamo come cosa certa, che tutta
la corporazione delle milizie (_Exercitus_) procedeva a dare il suo
voto nella elezione, distintamente dagli «ottimati dell’esercito»;
perocchè questi ne formassero l’aristocrazia cavalleresca. Gli ottimati
seguirono il clero acclamando a Conone; l’esercito cedette soltanto
qualche giorno dopo. Accanto ai primati dell’esercito vediamo in
generale anche i _Judices_, ossiano giudici civili, e cioè tanto gli
officiali publici di grado maggiore, quanto principalmente gli uomini
ragguardevoli della Città, i quali avevano diritto agli officî civili
e militari, ed avevano talvolta titolo di console. I _Judices_ e
gli ottimati dell’esercito costituivano pertanto la nobiltà di Roma
(_Optimates_ o _Axiomati_), gerarchia di officiali nelle faccende
civili e in quelle della milizia: e tenevano, rispetto alla generalità
dell’esercito, lo stesso grado che i _Proceres_ della Chiesa avevano
rispetto alla generalità del clero[225].
Del resto i _Judices de Militia_, che formavano la nobiltà laicale,
si distinguevano dai _Judices de clero_, i quali componevano il ceto
di coloro che, insigniti di dignità ecclesiastiche, attendevano alla
giurisdizione in un altro ordine di negozî. In questo periodo poi di
tempo, una nobiltà novella aveva origine in Roma. Caduto il regno,
le famiglie romane antiche s’erano, nella massima parte, estinte;
avvegnachè nessuna Cronica del secolo settimo faccia più menzione
dei nomi di quei patrizî che ancor s’udivano al tempo dei Goti.
Sono scomparsi per sempre i Probi, i Festi, i Petronî, i Massimi,
i Venanzi, gli Importuni; e invece dei loro, subentrano i nomi di
nobili famiglie che hanno suono bizantino, dei Pasquali, dei Sergi,
dei Giovanni, dei Costantini, dei Paoli, degli Stefani, dei Teodori, i
quali durano in Roma da questa età fino al secolo nono: indubbiamente
ne spiega l’origine la influenza dominante di Bisanzio. Se alcuni anche
derivar potessero da battesimo, gli altri danno prova di una effettiva
immigrazione di Greci, che indi in Roma ebbero assunto costume
nazionale. Ed in Roma per fermo esistevano ancora dei discendenti di
alcune stirpi antiche, ma formavano il numero minore; laddove nel
corso dei tempi, in causa dei rapporti di proprietà, delle dignità
dell’Impero e della Chiesa, e pur anche del nepotismo pontificio,
nuove famiglie sorgevano: erano poi in Roma anche di quei discendenti
di nobili Goti che avevano appreso le maniere della vita latina. Dalla
nobiltà sceglievansi i primi officiali della Chiesa e dello Stato, in
qualità di _Judices_.
Gli Atti della elezione papale di Conone furono «secondo usanza»
trasmessi all’Esarca perchè ne prendesse notizia e li confermasse.
Questo è prova che la concessione dell’imperatore Costantino Pogonato,
di diritto non esisteva più; e per fermo Giustiniano II, che gli era
succeduto nel trono bizantino, la aveva revocata. Il fatto che ora
narriamo pone fuor d’ogni dubbio che gravissima influenza l’Esarca
esercitava allora massimamente sulla elezione del Pontefice. Conone
cadeva colpito d’infermità; da un momento all’altro aspettavasi che
egli ne morisse, e l’ambizioso suo arcidiacono Pasquale con gran
fretta si adoperava e brigava presso lo Esarca affine di ottenerne la
successione al pontificato; e perciò offrivagli un donativo di denaro.
Giovanni Platina vi assentiva, ed ai giudici «che egli nominava a
Roma per amministrare la Città,» dava incarico che, come il Papa fosse
morto, facessero eleggere Pasquale[226].
Morto Conone addì 21 del Settembre 687, il popolo romano di nuovo
si divideva in due partiti; l’uno eleggeva l’arciprete Teodoro,
l’altro sceglieva l’arcidiacono Pasquale. Amendue i competitori e le
loro fazioni avevano posto sede nel palazzo Lateranense. Non abbiamo
precisa contezza delle classi alle quali questa volta in particolare
appartenessero le fazioni contendenti. Ma anche adesso i giudici e i
primati dell’esercito si misero d’accordo coi dignitarî della Chiesa;
la nobiltà temporale andò d’intesa colla nobiltà spirituale[227].
Convenivano nel voto di eleggere Sergio cardinal prete, che colla forza
collocavano nel Laterano. Teodoro di buon grado gli prestava omaggio;
Pasquale dava rinuncia soltanto perchè v’era astretto, ma secretamente
spediva suoi messi a Ravenna e chiedeva l’aiuto dell’Esarca.
Giovanni Platina s’affrettò di venire a Roma dove capitò
inaspettato[228]. Egli vi attingeva persuasione che la elezione di
Sergio era avvenuta secondo il rito dei canoni e che il numero maggiore
si manifestava in favore di lui, ma esigeva che l’eletto gli pagasse
cento libbre d’oro, di cui aveva avuto da Pasquale promessa. Sergio,
quantunque renitente, fu costretto a numerargli quella moneta, e,
ottenuta in tal modo la conferma dall’Esarca, fu consecrato addì 15
del Dicembre 687. Il suo avversario Pasquale fu deposto e chiuso in un
convento, ove finì i suoi giorni.
§ 3.
Sergio disapprova gli articoli del Sinodo trullano. — Lo spatario
Zaccaria viene a Roma per imprigionare il papa. — I Ravennati entrano
in Roma. — Relazioni di Ravenna con Roma e con Bisanzio. — Giovanniccio
di Ravenna.
Anche Sergio I era siro di nazione, sebbene nato a Palermo dove
il padre suo Tiberio, partito di Antiochia, aveva posto stanza.
Giovinetto, era venuto in Roma a’ tempi di papa Deodato e vi si era
fatto ammirare per la cultura dell’ingegno; poco a poco aveva tocco le
più alte dignità e avea finalmente conseguito il titolo di cardinal
prete. Egli pure imitò la fermezza energica dei suoi predecessori
e si oppose alle dottrine di Bisanzio; chè tutti i Pontefici erano
animati di un solo e pari intendimento, ch’era il genio di dominazione
ognor sempre operoso, retaggio de’ Romani antichi trapiantato nella
Chiesa[229]. L’irrequieto ingegno sofistico dei Greci era inesauribile
a foggiare novelle dottrine teologiche, le quali, per quanto lieve
profitto recassero di gloria o di utilità all’uman genere, tenevano
tuttavia desta una vita scientifica, e ponevano le fondamenta della
teologia dogmatica della Chiesa: ma i Greci mettevano inutilmente in
moto tutte le loro armi per iscrollare la sede di san Pietro. Eglino
s’infrangevano di contro all’intelletto di Roma, prosaico quanto pur
vogliasi, ma grande; e giovavano anzi all’opera dei Papi, rivolta a
costituire l’accentramento dell’Occidente.
La Città stessa ora non coltivava altro intento fuor di quello delle
faccende di chiesa, e si educava a riverire nel Pontefice il capo suo.
Ed invero qual era l’uomo cui questo popolo sventurato dei Romani
potesse alzare il suo sguardo, se non era il Vescovo santo, che per
ragione di sua autorità era il sire più potente ed anche massimamente
nazionale di tutta Italia? E in breve per fermo doveva aversi manifesto
indicio che egli poteva contare sull’ajuto dei Romani. Pochi anni
dopo che Sergio era stato elevato al seggio pontificio tenevasi in
Costantinopoli il concilio Trullano. I teologi bizantini infatti
traevano fuori che il quinto ed il sesto Sinodo non avevano costituito
un vero canone nelle cose di disciplina, laonde si congregava un
Concilio, perchè ne ponesse il fondamento[230].
Cento e due leggi vi furono promulgate ed approvate, e vi si
sottoscrivevano anche i nunzî del Papa. Ma l’occhio acuto di Sergio,
cui quegli articoli erano trasmessi a Roma acciò li confermasse, vi
discerse dottrine pericolose, come erano la condanna del celibato dei
preti e dei diaconi, la proibizione dei digiuni del sabato, ed altre
statuizioni a quel tempo tenute di grave importanza. Egli rifiutava
di accedervi e vietava che gli articoli si publicassero. Allora
l’Imperatore spediva un suo officiale ragguardevole a Roma, affinchè
conducesse a Bisanzio due dei più illustri prelati, che furono il
Vescovo di Porto e il Consiliario pontificio.
Poichè i Romani avevano tollerato quel fatto senza resistenza, credeva
Giustiniano di poter osare di più; laonde spediva a Roma il suo
protospatario Zaccaria, col comando di trarre prigione il Pontefice
stesso. Ma i tempi di Martino erano passati per sempre; la dominazione
bizantina toccava una sconfitta morale non soltanto a Roma ma in tutta
Italia, e ciò dimostrava che essa qui non avrebbe potuto più lungamente
tener alta la sua podestà. Appena il legato imperiale era partito
per Roma affine di dare eseguimento al comando del signor suo, tosto
l’esercito tutto di Ravenna sorgeva, e con esso quello del Ducato della
Pentapoli e di tutte le altre terre che stavano fra Ravenna e Roma:
nè già per assecondare i disegni di Bisanzio, ma sì per difendere il
Papa. È questa la prima volta che vien fatta particolarmente menzione
dell’esercito di Ravenna; nè lo troviamo più costituito di mercenarî
greci, ma milizia cittadina animata di spiriti italiani d’independenza:
ed è pure la prima volta che si parla del Ducato della Pentapoli, ossia
del territorio delle cinque città marittime di Ancona, di Sinigaglia,
di Fano, di Pesaro e di Rimini.
Le milizie di que’ paesi giungevano dunque su Roma, dove era già
arrivato il Protospatario; costui dava ridicolmente comando che si
serrassero le porte della Città, indi riparava nella camera da letto
del Papa cercandovi asilo. Entrati in Roma, i Ravennati cingevano il
Laterano, e con gran clamore di grida chiedevano di vedere il Papa,
perocchè corresse voce che nottetempo fosse stato rapito e messo su di
una nave. Il palazzo era chiuso; dentro v’era il Papa, e il Bizantino
appiattato sotto il letto di lui. Può essere che a quello spettacolo
miserevole tornasse al pensiero di Sergio la ricordanza del suo
antecessore Martino I, la cui sorte infelice ora ne riceveva vendetta.
Il Papa confortò lo Spatario dandogli fede che non gli sarebbe pur
torto un capello, indi si fe’ vedere al popolo ed all’esercito che
erano innanzi al Laterano e che l’accolsero con voci di gioia[231].
Benedisse ai suoi liberatori e ne acchetò le ire; e il Legato imperiale
abbandonò Roma fra le fischiate e i lazzi del popolo.
Il giorno in cui quell’avvenimento si compiè, fu uno dei più memorandi
nella storia de’ Papi che fino a questo punto abbiamo percorso; d’un
tratto significava a che grado di potenza e di favore nazionale fosse
giunta la loro autorità. Quella potenza era il risultamento di un’opera
lavorata alla cheta e nel silenzio; era il frutto dell’energia con
cui i Pontefici, ausiliati da’ vescovi e da’ monaci, avevano riunito
le province d’Italia in un accentramento ecclesiastico, e le avevano
assoggettate alla Sede santa di Roma; era la conseguenza della lunga
lotta dogmatica che aveva armato Occidente contro Oriente, e delle
ingerenze violente degli Imperatori bizantini nelle cose della Chiesa
romana. La spedizione dei Ravennati a Roma non si spiegherebbe però
tanto facilmente, se a cagionarla non avessero cooperato alcune ragioni
tutt’affatto speciali. Ed invero, sotto di Leone II, fra i due Vescovi
di Ravenna e di Roma era avvenuta riconciliazione sincera, e allorchè
poi quei fatti accaddero (nell’anno 692 o nel 694) era arcivescovo
Damiano, uomo tutto fervido dell’amore di pace. Oltracciò, il popolo
di Ravenna era acerbamente irato contro la signoria bizantina, e già
meditava rivolta.
Sembra che un Ravennate illustre, di nome Giovanniccio, fosse allora
primo fra i cospiratori. Il vasto sapere di lui, segnatamente nella
lingua greca, avevalo raccomandato al riguardo di Teodoro esarca; ne
era divenuto secretario, e più tardi era stato chiamato ad un officio
nella corte di Bisanzio. Giovanniccio, onorato come un portento di
dottrina ed ammirato anche come poeta, tornava a Ravenna forse perchè
era caduto in disgrazia: ben presto vedremo che Giorgio figlio di
lui si poneva alla testa dei Ravennati sollevati. Un rivolgimento a
Bisanzio precedette questa ribellione dell’Esarcato, avvegnachè il
crudele Giustiniano fosse balzato dal trono da Leonzio nell’anno 695:
lo si strascinò nell’ippodromo, dove con brutalità tutta bizantina
gli si mozzarono il naso e le orecchie. A quella sollevazione militare
si erano associati anche dei cittadini di Ravenna, nè Giustiniano sel
dimenticò[232].