CAPITOLO SETTIMO.

§ 1.

San Pietro. — Pellegrinaggi a Roma. — Re Caduallo riceve il

battesimo in Roma nel 689. — I re Corrado e Offa si fanno monaci. —

Sergio abbellisce le chiese con doni votivi. — Sepolcro di Leone I

nell’interno del san Pietro.

Cresceva frattanto nell’Occidente la reverenza a Roma dacchè stava a

capo della Chiesa, e s’aumentava la venerazione all’apostolo Pietro

ed a’ succeditori suoi nella sedia apostolica. La mitica tomba del

povero pescatore di Galilea, collocata entro la basilica splendente

d’oro, s’era fatta poco a poco santuario di tutto l’Occidente. Al

tempo di Prudenzio i Barbari non avevano incominciato ancora a muovere

d’oltralpe e d’oltremare alle tombe di Roma, ma dopo la metà del secolo

settimo la Città era visitata da migliaia di pellegrini che venivano

di contrade remote, di Gallia, di Spagna e di Bretagna. Roma di bel

nuovo era divenuta la meta e la ansiosa brama di tutti i popoli;

sennonchè il bisogno che qui li traeva era ben differente da quello che

gli animava in antico. Se Seneca, che ebbe descritto facondamente la

forza magnetica che attirava a Roma tutti gli uomini, avesse potuto nel

secolo settimo o nell’ottavo levare il capo dal suo sepolcro, la parola

sarebbe venuta meno al suo labbro per grave meraviglia[233]. Il fervore

dei popoli per venire a Roma durava, ma di desiderio terreno s’era

tramutato in desiderio celeste. Reliquie della morte erano la pietra

calamita che fra disagi e stenti indicibili qui traeva pellegrini di

terre lontane, lontane; loro meta era un sepolcro, loro ricompensa una

preghiera che innanzi a quello recitavano, una reliquia, una speranza

di paradiso venturo. Allorchè quei pellegrini scorgevano in vista Roma

cadevano ginocchioni come innanzi ad un eden di tutte le felicità; e

col canto degli inni scendevano alla Città sospirata per cercare le

case dove trovavano ricovero, e sacerdoti e uomini del loro paese che

la lingua loro parlavano e che li guidavano a visitare le chiese e le

catacombe. Reduci alle terre natie, eglino erano altrettanti missionarî

di Roma, diffondevano racconti meravigliosi delle bellezze della santa

Città, infiammavano altrui del desiderio di vederla, procacciavano la

unione dell’Occidente e del Settentrione con Roma, e, più efficacemente

che le relazioni politiche, giovavano a incatenare i popoli alla «madre

dell’uman genere.»

Più specialmente, erano gli Angli di fresco convertiti, che l’ardore

della fede strascinava a Roma. Ammirazione caldissima quivi destava,

nell’anno 680, Caduallo, re dei Sassoni occidentali. Dopo guerre

sanguinose che egli aveva combattuto contro gli Scoti, quel giovine

eroe rimetteva mestamente la sua spada nel fodero e s’imbarcava per la

remota Roma affine di ricevervi il battesimo di mano del Pontefice. Un

tempo i Romani erano stati avvezzi a vedersi innanzi i Re delle terre

estreme di Asia tratti in trionfo come pantere colte al guinzaglio, o

a vederseli comparire a giudizio in atto di vassalli supplichevoli;

adesso i loro nepoti miravano di bel nuovo per la prima volta un

barbaro Re straniero nella loro Città, ma questi era condotto dal

Papa con pompa di trionfo al battistero del Laterano. Ivi, nel sabato

santo, il chiomato Caduallo entrò avvolto in bianche vestimenta, col

cereo acceso nella mano, e dal mitico bacino in porfido di Costantino

ricevette battesimo e nome di Pietro. Sia che lo scotesse di terrore

la ceremonia inusata, sia che pel clima nuovo infermasse, il mansueto

eroe sassone moriva tosto dopo, addì 20 di Aprile, ch’era la domenica

in albis. I Romani gli composero sepoltura nell’atrio del san Pietro,

e vi posero un’iscrizione magniloquente che ancor ci è conservata.

Essa dice: Caduallo, dagli estremi confini della Bretagna, per mare e

per genti e per terre varie venne alla città di Romolo ed al venerando

tempio di Pietro ad offrirvi suoi mistici doni; abbandonò dovizie e

trono e reame possente e i suoi figli e i trionfi e le ricche prede; e

gli avi, le città, le castella, i patri lari lasciò per amore di Dio,

per mirare, ospite regale, Pietro e la sede di Pietro: e alla fine il

terrestre regno cambiò con quello de’ cieli[234].

Il pellegrinaggio di Caduallo rivelava per Roma tutto intero

l’avvenire, l’assoggettamento dell’Occidente germanico alla podestà

spirituale del Pontefice. Il pio esempio trovò imitatori, chè solo

vent’anni dopo due altri Re anglosassoni venivano a Roma, Corrado

di Mercia e Offa di Essex. Spogliandosi con isdegno degli onori e

delle ricchezze, al paro dei primi confessori di Cristo, questi due

giovani Principi venivano a Roma non per ricevervi il battesimo,

chè cristiani già erano, ma per cambiare la porpora nella tonaca

monacale. Per la prima volta Roma vedeva dei Re prostrati a’ piedi

di san Pietro per chiedere un saio da frate. Le loro chiome copiose e

lunghe cadevano recise sotto le forbici, e dedicavansi all’Apostolo;

la loro giovinezza regale si seppelliva per sempre sotto la bianca

cocolla monastica, e i Principi dell’isola eroica di Arturo si

reputavano felici di confondersi in mezzo alla turba de’ frati oscuri

che vivevano in un convento presso la chiesa di san Pietro; felici

erano di trovare nell’atrio della basilica una tomba, e nel cielo un

seggio fra i beati[235]. Di tal guisa la Chiesa accoglieva in sè il

fervore giovanile del Settentrione, e magnificava l’abnegazione di

quei Re, portandola in esempio ad altri Principi; e Roma a poco a poco

raccoglieva nelle vicinanze del Vaticano una colonia di Sassoni.

Quei Re penitenti non venivano a mani vuote, ma, oltre al sacrificio

dell’anima loro, offerivano a san Pietro anche buona copia d’oro: i

donativi dei pellegrini, dei penitenti e dei fedeli dell’Occidente

affluivano ogni anno più abbondevolmente a Roma, e i Papi se ne

giovavano per adornare le loro chiese di splendore magnifico ognor

più. Sergio dotava la maggior parte delle basiliche di preziosi

arredi. L’arte, per lo meno quella dei mosaicisti e dei lavoratori di

metalli, non posava mai della sua operosità, e la accuratezza faticosa

di questi artisti romani gareggiava con quella dei bizantini. Perfino

gli aurei incensieri (_thymiamateria_) adornavansi di colonne; e ai

ciborî, ossiano tabernacoli degli altari dove si riponeva il calice,

davasi forma di piccoli tempietti con colonne di porfido o di marmo,

che sostenevano una cupola coperta d’oro e seminata di gemme[236].

Sergio edificava a papa Leone I un sepolcro, di cui conserviamo

l’iscrizione[237]; e quella tomba era la prima che dentro la soglia del

san Pietro si collocasse. Infatti, innanzi a questo tempo, i Pontefici

avevano avuto sepoltura o nei cimiteri fuor delle porte, oppure anche

nell’atrio della basilica Vaticana; ma dopo che Sergio, nell’anno 688,

deponeva nella croce della navata la salma di Leone Magno e sulla tomba

di lui erigeva un altare, i Papi più venerati ebbero sepolcro e culto

nella chiesa di san Pietro: nel tempo stesso si abbandonò la norma

originale e conforme allo spirito del Cristianesimo, secondo cui le

chiese avevano avuto un solo altare.

§ 2.

Giovanni VI papa nel 701. — Teofilatto esarca viene a Roma. —

Le milizie italiane s’avanzano fin sotto le porte della Città. —

Restaurazione del monastero di Farfa nella Sabina. — Gisulfo II

di Benevento entra nella Campagna. — Giovanni VII papa nel 705. —

Giustiniano II recupera il trono di Bisanzio. — Oratorio di Giovanni

VII nel san Pietro. — Leggenda del sudario della Veronica. — Si

restaura Subiaco.

Dopo una vacanza di due mesi appena a papa Sergio succedeva nel

pontificato Giovanni VI, addì 30 dell’Ottobre 701. Imperatore era

allora Tiberio Apsimaro, che quattro anni prima aveva precipitato dal

trono l’usurpatore Leonzio. Non conosciamo quali ragioni lo inducessero

ad ostilità contro Roma; fatto è, e questo solo sappiamo, che egli vi

spediva di Sicilia l’esarca Teofilatto, e che tosto le milizie delle

province italiane si avanzavano fin sotto la Città[238]. Nei Latini

s’era svegliato il sentimento di nazione, e la signoria de’ Bizantini

volgeva al suo termine. Le soldatesche ponevano campo fuor delle mura

di Roma, di dentro il popolo si commoveva a tumulto, ma il Papa salvava

l’Esarca, dava comando che si serrassero le porte, e i legati di lui

inducevano gli Italiani a ritirarsi di Roma[239]. Il comportamento del

Pontefice dimostra a manifeste note quanta era la previdenza con cui

operava. I Papi di quel tempo non avevano ancora podestà temporale,

sebbene già esercitassero sulle cose d’Italia un’influenza maggiore di

quella che possedevano gli Esarchi. Del continuo protestavano sè essere

sudditi dell’Imperatore, e con prudente mediazione s’interponevano in

ogni rivolgimento, pur tenendo ferma l’autorità legittima dello Stato:

avvegnaddio, se troppo si fosse affrettata Italia ad affrancarsi da

Bisanzio, dove era adesso la sede di autorità dell’Impero romano, ne

avrebbero fatto unicamente loro pro i Longobardi, i quali giusto allora

minacciavano di bel nuovo Roma.

Sotto l’influenza della mitezza e della cultura d’Italia, si era

gradatamente mansuefatta la rozzezza selvaggia di quel popolo:

convertiti dall’Arianesimo alla fede cattolica, i suoi principi, i

suoi ottimati, i suoi vescovi erano divenuti zelatori fervidissimi del

culto romano. Edificavano chiese e conventi molti, entro i quali monaci

longobardi davano opera allo studio delle scienze. Sullo spirare del

secolo settimo la pietà longobarda restaurava anche il celebre convento

di Farfa, che un tempo aveva subìto pari sorte di quello di Monte

Cassino. Faroaldo, duca di Spoleto, era il più operoso a promuovere

la riedificazione di questa abazia, la quale, quantunque situata

nella Sabina romana, tuttavolta apparteneva al Ducato longobardo di

Spoleto[240], i cui Duchi per vero erano a Roma meno pericolosi di

quelli di Benevento.

Ci sono ignote le cause che inducevano il possente Gisulfo II, duca

di Benevento, ad entrare violentemente nella Campagna: correva allora

il secondo oppure il terzo anno del pontificato di Giovanni VI. Ivi

occupava Sora, Arpino e Arce; devastava, mettendolo a ferro e a fuoco,

tutto il territorio che il Liri bagna, e poneva campo nel luogo detto

_Horrea_, finchè Giovanni con ricca moneta di riscatto inducevalo a

ritirarsi. Il possesso delle nominate città era controverso, come suole

avvenire di luoghi posti ai confini; sembra che neppure più tardi si

reputassero appartenenti al Ducato di Benevento; e quando Gisulfo

le conquistava, molto probabilmente erano comprese entro i limiti

del territorio bizantino, sia che stessero sotto il reggimento del

Ducato romano, sia che, al pari di Terracina e di Gaeta, obbedissero

al patrizio di Sicilia[241]. Paolo Diacono denota Sora assolutamente

qual città dei Romani; e sotto il nome di questi, Paolo, al pari di

Procopio, intende sempre i Greci[242]. Il Lazio antico dalla sponda

sinistra del Tevere, giungeva entro terra ferma fino al fiume Liri, e

oltr’esso fino alle città finitime anzidette; dalla parte di mare poi

si stendeva fino a Terracina.

Anche in questa occasione ci è dato di scorgere che non si fa pur motto

nè di Duce imperiale, nè di Senatori che in Roma fossero; ma è ancor

sempre il Pontefice che opera in vece di un comandante greco, che col

mezzo dei preti suoi tratta della pace, che col tesoro della Chiesa

la ricompra. Giovanni VI passava di vita nel Gennaio dell’anno 705,

e lasciava la sedia di Pietro al figlio di un greco Platone, che fu

ordinato papa addì 1 di Marzo, sotto nome di Giovanni VII.

Durante il reggimento di questo Pontefice si affermarono relazioni di

pace coi Longobardi. Re Ariberto giungeva perfino a restituire alla

Chiesa romana con solennità di documento i beni nelle Alpi Cozie,

dei quali i predecessori di lui avevano preso possedimento[243].

Il documento di donazione scritto in caratteri d’oro, ed è uno dei

più antichi di quella maniera, era spedito a Roma. Minacciose di

pericolo invece si facevano le relazioni con Bisanzio, perocchè

qui nell’autunno dell’anno 705 avvenisse al detronizzato imperatore

Giustiniano II di ricuperare lo impero. Dal Chersoneso, ove era vissuto

nell’esiglio, egli rompeva il confino impostogli, e coll’aiuto dei

Bulgari s’impadroniva di Costantinopoli. E qui ora si dissetava nel

sangue dei suoi nemici, che a migliaia faceva impalare, decapitare o

accecare. Il terribile Rinotmeto (così l’appellarono i Greci dacchè

gli era stato mozzo il naso)[244] aveva appena recuperato il trono,

che gli sovveniva ricordanza dei decreti del concilio Trullano, e per

mezzo di due Vescovi metropolitani gli spediva a Roma, chiedendo che

il Papa li sottoscrivesse. Giovanni per fermo niegava di farlo, ma la

censura degli uomini ortodossi lo colpiva, perocchè non avesse avuto

coraggio di condannare quegli articoli che erano contrarî ai canoni.

E il Biografo di lui scorgeva in ciò perfino la causa della sua rapida

morte, che avveniva nell’Ottobre del 707.

A Giovanni VII si dà vanto di avere eretto in Roma alcuni edificî, che

in parte si associano a meravigliose leggende della Città. Una cappella

erigeva nel san Pietro, e la faceva tutta coprire di musaici[245],

i quali, sebbene fossero di rozzo e barbarico lavoro, riuscirono

allora oggetto di grande ammirazione: ebbero fama del più bel decoro

della cattedrale, ed invero sono la più egregia opera dell’arte in

quell’età. Nel mezzo era la imagine della Vergine di stile prettamente

bizantino[246]; alla sua destra stava la figura del Papa; aveva il

capo racchiuso nella cornice quadrangolare, e teneva nelle mani il

disegno della cappella: oggidì ancora nelle Grotte del Vaticano si

vede l’avanzo di quella figura e se ne legge la iscrizione antica[247].

Anche le pareti dell’oratorio erano adorne di musaici; v’era istoriata

la predicazione di Pietro in Gerusalemme, in Antiochia e in Roma,

la caduta di Simon Mago, la morte dei santi Pietro e Paolo, e v’era

inoltre rappresentato tutto il ciclo della storia del Redentore dalla

nascita fino alla sua discesa nel Limbo. La fattura di quei musaici

già accennava ad un profondo decadimento, ma l’idea di adornare di

musaici un’intera cappella, e di istoriare il dramma del Cristianesimo

in una serie di figure e di quadri, per quel tempo barbarico era

sì ardita, che per ciò solo è meritevole dell’attenzione nostra. Ci

rimangono ancora delle reliquie di questi musaici di Giovanni VII,

un tempo sì celebri. Quando nell’anno 1639 la cappella di lui, dopo

la durata nientemeno che di novecent’anni, fu atterrata, un quadro in

musaico ne fu levato e trasferito a santa Maria in Cosmedin, dove quel

monumento venerando, che conta più di undici secoli di vita, fu infisso

nel muro della sacrestia. Quantunque rozzi ne siano il disegno e il

lavoro, tuttavia esso reca i tratti di una pia semplicità e della fede

fanciullesca di un’età, di cui noi a mala pena riusciamo a comprendere

l’indole[248].

È voce che Giovanni VII deponesse nella sua cappella il così detto

sudario della Veronica. Nel secolo decimo ivi si venerava quella

reliquia favolosa, e certo già da gran tempo[249]. Oggidì ancora nelle

Grotte del Vaticano si legge un’iscrizione di Giovanni VII, che alla

Veronica si riferisce; e poichè nel medio evo quella pezzuola era

stimata gioiello della Città sopra ogni altro prezioso, ci è duopo qui

narrarne la leggenda[250].

Tiberio, infermo di lebbra insanabile, chiamava a sè un giorno i

Senatori, diceva voler cercare suo rifugio nella virtù del cielo,

perocchè vana gli fosse l’arte degli uomini; soggiungeva aver udito

che era in Gerusalemme un mago divino nominato Gesù; volere che questi

a Roma gli si adducesse. Laonde comandava a Volusiano patrizio, di

recarsi a Gerusalemme e di supplicare con forme orrevoli il gran

medico Gesù affinchè lo seguisse a Roma alla corte dell’Imperatore.

Stagioni tempestose ritardavano di un anno l’arrivo del legato a

Gerusalemme, e quando ei finalmente vi giungeva, Pilato gli diceva che

deplorava di non essere stato ammonito per tempo degli intendimenti

dell’Imperatore, avvegnachè gli Ebrei avessero già fatto morire sulla

croce l’incantatore. Volusiano con grande sbigottimento dell’animo si

persuase della impossibilità di condurre a buon risultamento l’incarico

del suo signore, ma fu lieto di poter avere almeno un’imagine di Gesù,

chè una pia donna Veronica aveva colla sua pezzuola asciugato il sudore

che inondava il volto del Redentore curvo sotto il peso della croce,

e il Salvatore, in gratitudine della pietosa cura, aveva impresso sul

lino l’effigie del suo volto[251]. Volusiano condusse a Roma Veronica

colla imagine, e sulla stessa nave trasse anche Pilato carico di

catene. Come fu giunto innanzi a Tiberio, questi condannò Pilato ad

esiglio perpetuo nella città di Ameria, indi fece recare innanzi a

sè il sudario, e, appena l’ebbe rimirato, scoppiò in pianto, e vi si

prostrò innanzi orando, e tosto la lebbra scomparve. Fornì Veronica

di ricchezze, e il sudario contornò d’oro e di gemme e nel suo palazzo

conservò. Tiberio visse nove mesi ancora, con preci continue onorando

Cristo e l’imagine di lui.

Questa celebre leggenda è nel numero di quelle che associano al

Cristianesimo i fatti degli Imperatori pagani di Roma. Ad Augusto,

sotto il cui reggimento il Salvatore era nato, si collegava una delle

più belle leggende della Città, di cui in appresso discorreremo;

e Tiberio, crudele succeditore di lui, nell’età del quale Gesù fu

crocifisso, diventò così parimenti soggetto di una leggenda. Questa

per origine fu all’altra anteriore, poichè nei suoi tratti principali

esisteva già al tempo di Eusebio e di Tertulliano. È poi incerto

il tempo in cui si inventò il racconto che Tiberio, dopochè ebbe

ottenuto guarigione portentosa da quel sudario, ordinasse che Cristo

fosse venerato fra gli Dei di Roma. Il Senato, narra quella leggenda,

rifiutava obbedienza all’Imperatore, ed anzi promulgava un decreto

solenne con cui bandiva della Città tutti i Cristiani; alla qual cosa

Tiberio montava in furore e faceva mettere a morte molti Senatori.

Può essere che la leggenda appartenga al secolo duodecimo; però già in

sugli anni primi del secolo quinto, Orosio vescovo, al quale non era

giunta ancora contezza della storia del sudario, scriveva che Tiberio

s’irritava siffattamente dell’audacia con cui il Senato rifiutava di

proclamare Cristo un nume, che di principe mitissimo si tramutava in

tiranno efferato[252].

La leggenda romana aggiungeva qualche appendice alla storia del

sudario. Ed invero Veronica, dopo la morte di Tiberio, recuperava

il possedimento del suo tesoro, e quando moriva, dopo aver campato i

suoi cento anni, ne lasciava erede il vescovo Clemente. I succeditori

di questo custodirono con gran cura quella santa reliquia, finchè

Bonifacio IV la deponeva nel Panteon[253], e finalmente Giovanni VII

la trasportava nella sua cappella di san Pietro, ove fu conservata in

un tabernacolo di marmo. Tale è il racconto che correva in Roma del

sudario della Veronica.

Giovanni VII ad ogni modo fu benemerito della Chiesa assai più, in

grazia della sua restaurazione di un celebre convento nella Campagna.

Anche l’abazia dei Benedettini di Subiaco, fondazione antichissima di

Benedetto, aveva avuto la sorte istessa della sua colonia di Monte

Cassino. Essa era stata distrutta dai Longobardi nell’anno 601, e i

suoi monaci s’erano trasferiti nel convento di sant’Erasmo sul monte

Celio. Per più di cento anni Subiaco restava deserto, finchè Giovanni

VII rinnovellava quell’abazia[254].

§ 3.

Sisinnio papa nel 707. — Costantino papa nel 708. — Castigo inflitto

a Ravenna. — Il Pontefice va in Oriente. — Supplizî in Roma. — Indole

dei Ravennati. — Sollevazione di Ravenna sotto di Giorgio. — Prima

federazione di città in Italia. — Filippico Bardane imperatore nel 712.

— I Romani gli rifiutano omaggio. — Ducato e Duce di Roma. — Guerra

civile in Roma. — Palazzo de’ Cesari. — Anastasio II imperatore nel

713. — Costantino muore nel 715.

Sisinnio, siro di nascita, succedeva a Giovanni nel pontificato, ma per

il breve giro di venti giorni. Morte gli impediva di dar eseguimento

al glorioso disegno che volgeva in mente di restaurare le mura della

Città, le quali erano nel massimo decadimento.

Costantino, succeditore di lui e come lui siro di nazione, uomo destro

nelle faccende e fornito di energia robusta, fu consecrato addì 25

del Marzo 708. Avvenimenti di notevole gravità illustrarono il suo

pontificato che ebbe la durata di sette anni. Nel 709 un’orribile

sventura colpiva Ravenna; chè l’Imperatore compieva allora sue vendette

contro quella città che aveva giurato di punire. Veniva di Sicilia a

quel porto il patrizio Teodoro con un’armata; i nobili ravennati e i

più illustri del clero erano tosto strascinati sulle navi e carichi di

catene, indi i Greci scendevano a terra. Con ira di barbarie furibonda

mettevano a sacco e a fuoco Ravenna; un gran numero di cittadini

trucidavano; i più ragguardevoli il Patrizio traeva prigionieri a

Bisanzio innanzi al trono dell’Imperatore, e Giustiniano comandava

che fossero messi a supplizio. Fra queste vittime dell’ira sua fu

pure Giovanniccio, condannato ad esser seppellito vivo in un muro; il

celebre Ravennate era tratto per le vie di Costantinopoli, e il boia

lo precedeva proclamando la pena crudele che doveva espiare[255]. Il

suo compagno di prigionia, l’arcivescovo Felice, era accecato, indi

esiliato nel Ponto[256].

L’orrenda sorte di Ravenna metteva in grave trepidanza le province

d’Italia e cresceva odio contro Bisanzio. Già fin d’allora le città

avrebbero potuto scuotere il giogo dei Greci, se fossero state fra sè

unite, e se la paura dei Longobardi non le avesse poste in sospetto.

Roma stessa si commosse a dolore per la ruina della sua rivale, ma

il Papa ne trasse qualche profitto, e l’Imperatore stesso si vide

costretto a guadagnarselo con amichevoli cortesie. Giustiniano anzi

lo invitava ad andare a Costantinopoli per definire la controversia

tuttavia pendente sugli articoli del sinodo Trullano. Ancor sotto il

terrore destato dal castigo inflitto a Ravenna, il capo della Chiesa

romana obbediva al cenno dell’Imperatore; rimpiangendo il suo amaro

destino, Costantino s’imbarcava in Porto addì 5 dell’Ottobre 710,

e con sè conduceva alcuni dei più illustri ottimati della Chiesa,

Niceta vescovo di Silva Candida, Giorgio vescovo di Porto e parecchi

cardinali e officiali del palazzo pontificio. È prezzo dell’opera

di accompagnarlo nel suo viaggio, per conoscere la via che allora si

seguiva per andare da Roma a Costantinopoli. Il Papa col suo corteo

per Napoli moveva a Sicilia, forse a Messina, indi a Reggio, a Cortona

e a Gallipoli. In Otranto svernava; poi, nella primavera, il Papa

riprendeva il suo cammino percorrendo le coste di Grecia, quindi

veleggiava all’isola di Ceo, e di là a Bisanzio. In tutti i luoghi

percorsi nel viaggio il magistrato aveva ordine di accogliere con

onoranza il Vescovo romano; dalla città capitale uscivano a dargli il

benvenuto Tiberio figlio dell’Imperatore alla testa del Senato e Ciro

patriarca a capo del clero. L’ultimo Pontefice che Bisanzio vide entro

le sue mura tenne il suo ingresso a cavallo, coperto il capo della

mitra; e fu albergato nel palazzo di Placidia[257].

L’Imperatore trovavasi allora a Nicea in Bitinia, e Costantino

ossequiente, senza frapporre dimora, era costretto a lasciare la

città capitale, e a partirsi per Nicomedia, dove con lui s’incontrava

Rinotmeto, mostro di crudeltà tutto grondante di sangue, agli occhi

del popolo si purificava dei suoi delitti con abbracciamenti del

Papa, colla confessione e colla comunione; ma ciò di cui nelle

loro conferenze si trattasse non si racconta[258]. Sembra tuttavia

che finissero a intendersela bellamente; chè l’accorto Costantino

tornava di Oriente nell’autunno del 711 colla conferma di tutti i

privilegî della Chiesa romana. Allorquando, simile a Gionata riuscito

a salvamento, toccò terra a Gaeta, trovò ivi molti sacerdoti e

ottimati romani che s’erano affrettati d’irgli incontro a salutarlo. E

giubilanti lo ricondussero a Roma, dove fece il suo ingresso addì 23 di

Ottobre, dopo un’assenza che s’era prolungata un anno intero.

Allora gli diedero contezza dei fatti spaventosi che erano occorsi

durante la sua lontananza. Chè, tosto dopo la partita di lui, era

venuto a Roma Giovanni Rizocopo esarca, aveva incarcerato alcuni degli

officiali più illustri della Chiesa, e senza inquisizione gli aveva

mandati al supplizio. Qual fosse il motivo della persecuzione non

penetriamo; poichè però l’Esarca, appena avvenute quelle esecuzioni,

partivasi per Ravenna dove moriva, ci sembra che la cosa dovesse aver

qualche legame colla ribellione di Ravenna.

Questa città sventurata, indotta dalla disperazione delle sue sorti,

s’era alzata a rivolta, e aveva scosso il giogo dei Bizantini. Quello

di Ravenna era un popolo fervido di passioni focose e di costume

fanatico; e pare che in esso gli spiriti fieri del medio evo, causa

forse le strette relazioni in cui era con Bisanzio, si manifestassero

più presto che nelle altre città d’Italia. Ne offre una prova ciò che

Agnello, cronista suo, racconta dei giuochi che erano sollazzo di quei

terrazzani. Ogni domenica, così egli narra, nobili e popolo minuto,

grandi e piccoli, uomini e donne, solevano uscire delle porte, per

contendere gli uni contro gli altri nella lotta. Divisi erano in due

fazioni, quella di Porta Tiguriense e quella della Postierla o _Summus

Vicus_; pugnavano con fionde, i fanciulli giocavano ai dischi[259]. I

giuochi partorivano battaglia a vita e a morte. Una domenica che quelli

della Postierla più deboli lasciavano il terreno coperto di loro morti

e di loro feriti, i vinti concepirono un disegno infernale di vendetta;

finsero di volersi rappacificare con gran solennità, e invitarono i

Tiguriensi a celebrare la novella amicizia nella basilica Ursiana.

Ogni uomo quindi adduceva ospite alle sue case uno dei rivali, ivi lo

pugnalava e con gran segreto trasportava via il cadavere. Ciascun si

chiedeva dove fossero iti tanti cittadini scomparsi; si serravano i

bagni e le botteghe, si sospendevano gli spettacoli pubblici; le vedove

e gli orfani correvano per le vie con gemiti e pianti, si strappavano

il crine e gli abiti, e si percotevano il viso. Trascorse una settimana

intera in quel duolo; Damiano vescovo ordinò che tutto il popolo

vestito di sacco e asperso di cenere movesse a litane solenni[260]; e

lo Storico ravennate racconta che allora la terra si spalancò e furon

visti i cadaveri dei traditi. Gli assassini furono trucidati; la rabbia

della vendetta li colpì fin nelle loro donne e nei bimbi; il quartiere

della Postierla fu distrutto, e a vitupero eterno gli fu imposto nome

di quartiere dei malandrini.

Questi casi avvenivano in sullo scorcio del secolo settimo; e gli

abbiamo narrati soltanto affine di mostrare con un esempio, che già fin

d’allora era scoppiata quell’ira di parti cittadine che fu carattere

proprio del medio evo in Italia[261].

Ravenna insorgeva nell’anno 710. La ribellata città eleggeva a capo

suo Giorgio, l’ardimentoso figlio di quel Giovanniccio che era stato

fra supplizî ucciso a Bisanzio; e già con linguaggio dell’età di mezzo

lo si può chiamare «capitano del popolo.» Divise egli tutta Ravenna in

dodici gonfaloni o bandi, dai vessilli sotto i quali si riunivano le

milizie della città, e vi diè questi nomi: Ravenna, Bando Primo, Bando

Secondo, Vessillo Nuovo, Invitto, Costantinopolitano, Fermo, Lieto,

Milanese, Veronese, Vessillo di Classe, e la schiera dell’Arcivescovo

col clero e coi servi della Chiesa. Questa partizione militare ivi

continuò ancora ad esistere nel secolo nono, nè v’ha dubbio che una di

simile si costituisse anche a Roma, in corrispondenza alla divisione

della Città per regioni[262]. Giorgio in pari tempo riusciva a formare

la prima federazione di città di cui abbiamo notizia; chè a Ravenna

si unirono con giuramento di alleanza, Sarsina (_Sarxena_), Cervia,

Cesena, Forlimpopoli (_Forum popilii_), Forlì (_Forum Livii_), Faenza

(_Faventia_), Imola (_Forum Cornelii_) e Bologna (_Bononia_), e cioè

quasi tutto il territorio dell’Esarcato. Questo avvenimento notevole

di una prima lega delle città latine, dalle quali i Longobardi non

avevano potuto massimamente sradicare l’indole di nazione, nè in

particolare avevano potuto bandire il giure romano e la costituzione

municipale romana, diventa quasi l’inizio del medio evo d’Italia;

certo fu questo il primo passo all’independenza comunale di republica.

Sventuratamente qui difettiamo di notizie da parte dei Cronisti di

quell’età; la mozza Istoria di Agnello non fa verbo di più su questa

federazione di città e sulla guerra che essa sostenne contro a’ Greci.

Non v’ha dubbio che quella Storia, se avesse parlato, avrebbe posto

in rilievo il grande ingegno politico di Giorgio, ed avrebbe narrato

che l’esarca Rizocopo fu trucidato nella rivolta. È incerto financo

l’anno di questa sollevazione con cui si chiude un intiero periodo

storico; forse Ravenna si alzava a rivolgimento soltanto allora che

giungevale la nuova della morte di Giustiniano imperatore; e questa

avveniva, come dice il Libro Pontificale, tre mesi dopo che il Papa

aveva fatto ritorno a Roma. Filippico Bardane infatti, verso la fine

dell’anno 711, si era impadronito del trono di Bisanzio; per ordine di

lui il tronco capo del tiranno Giustiniano era mandato in Occidente

perchè di quella vista si allietasse lo sguardo dei Romani[263]; ed

è probabile che il popolo corresse a mirarlo colla stessa curiosità

ottusa con cui, tempo prima, aveva accolto l’effigie coronata d’alloro

di quella testa medesima: così in quegli orribili tempi il teschio

sanguinoso di un Imperatore peregrinava per le province dianzi oppresse

dal suo despotismo, in quello forse che stavasi aguzzando il filo della

mannaia pronta a colpire il capo di colui che erane stato assassino e

succeditore.

Appena che il novello Imperatore, monotelita ed eretico, aveva

indossato la porpora, annullava i decreti del sesto Concilio, e

dalle pareti del palazzo imperiale faceva tor via il quadro che vi

era stato collocato a ricordarne la storia. La teologia dogmatica

era tenuta in quella età d’importanza sì grave e s’ingeriva in tutte

cose profondamente così, che ogni Imperatore novello, tosto dopo

il suo avvenimento al trono, soleva spedire a’ più illustri vescovi

dell’Impero la sua professione di fede ossia i _Sacra_: anche Filippico

pertanto la sua mandava a Roma, ma il Papa e il clero la riprovavano

come ereticale, e su di una parete del san Pietro facevano dipingere

un ampio quadro in cui erano istoriati tutti i sei Concilî ecumenici.

Di questa maniera efficace d’esprimere proteste politiche, anche in

altre condizioni di cose, si usò in Roma nel più tardo medio evo[264].

Tutto il popolo romano s’animava a spiriti di aperta ribellione contro

un Imperatore che aveva osato di negare le due volontà ossia la duplice

natura del Cristo; così esso di bel nuovo sorgeva con dignità di antico

_Populus Romanus_, e decretava di negare omaggio all’Imperatore, di

respingere il suo simulacro e i suoi rescritti, e perfino di escludere

dal commercio la moneta dei solidi coniati della sua effigie, e di

bandire dalle preghiere il nome di lui. Il fervore teologico dava a

Roma un sembiante nuovo. Questo popolo, che finora era parso operoso

soltanto allora che trattavasi di eleggere il Papa, sorgeva adesso da

cittadinanza che statuiva di cose politiche[265]. I nobili, l’esercito

e i cittadini divisi in maestranze, si riunivano a consiglio, e

concordi deliberavano di opporre resistenza al capo dell’Impero. Fino

al Libro Pontificale scappa qui per la prima volta la appellazione di

«Ducato della città di Roma», donde abbiamo a noi dinanzi delineato

tutto il territorio della Città, a destra e a sinistra del Tevere,

che comprendeva la Tuscia romana e la Campagna. E per la prima volta

con questo Ducato appare menzione anche del Duce che ne attendeva al

reggimento[266].

Cristoforo, duce di Roma, vi era stato eletto sotto il reggimento

precedente; il potere gli era adesso tolto dallo Esarca oppure

dall’Imperatore novello, e Pietro era di Ravenna spedito a Roma

nell’officio di lui, affinchè reggesse la cosa pubblica secondo

l’intendimento del nuovo governo. Ma il numero maggiore del popolo

romano protestava di non volere starsi soggetto al Duce dello

Imperatore eretico; la Città si divideva in due fazioni; l’una sotto

il nome di «Cristiani», teneva la parte di Cristoforo, l’altra, che

comprendeva il numero minore ed era condotta da Agatone, aderiva a

Pietro. E qui in mezzo alla tenebra fitta di quell’età occorre di

seguire con intensa attenzione questo tumulto, cui il Libro dei Papi

con parola ampollosa dà il nome antico di guerra civile (_bellum

civile_), perocchè sia un avvenimento importante, nuncio di tempi

nuovi. Tornano in vita memorie dell’antichità già coperte d’obblianza;

le fazioni contendenti vengono alla pugna nella via Sacra, innanzi al

palazzo dei Cesari, e l’antico selciato di quella strada si colora del

sangue degli uccisi: perciò ne è dato di conchiudere che al principio

del secolo settimo esistevano ancora la via Sacra e il Palazzo, ed

anzi dal luogo del combattimento abbiamo buon argomento di credere

che nelle case imperiali fosse la dimora del Duce, avvegnachè senza

dubbio la fazione di Pietro ivi assalisse Cristoforo nella residenza

del governo di Roma per discacciarnelo[267]. Nel palazzo dei Cesari del

resto s’erano compiuti pochi anni prima dei restauri; e, ancora sullo

scorcio del secolo settimo, esisteva la _Cura Palatii Urbis Romae_,

ossia un officiale che doveva provvederne alla conservazione. Quel

ministero, sì altamente apprezzato da Cassiodoro, avea tenuto Platone

padre di Giovanni VII, perocchè a lui ed a Blatta moglie sua vadano

riferite due iscrizioni degli anni 686 e 688, che Giovanni, allora

rettore del patrimonio Appio, poneva a memoria de’ suoi genitori nella

chiesa di santa Anastasia. La prima iscrizione dice che Platone, dopo

che ebbe nel suo officio di preposito dell’antico palazzo di Roma,

restaurata di quello la lunga scalea, era salito alle magioni celesti

del Re sempiterno[268]. La residenza di dominio di tanti Imperatori, il

luogo cui s’erano conversi, come raggi al centro, i destini del mondo;

donde pel corso di alcuni secoli l’umanità intera era stata retta con

sapiente ragione di governo oppure oppressa con giogo vituperevole,

doveva or tosto decadere in oblio profondo: chè già ai tempi di

Carlomagno per le stanze di Augusto e di Trajano vuote di abitatori,

batteva la tarda ala il gufo, come oggi avviene, e, come al dì d’oggi,

in mezzo a quei ruderi il monaco piantava alberi d’olivo.

Sopravveniva una processione di preti tenenti in mano gli evangelî

e i crocifissi, e separava i combattenti. La prudente arte politica

dei Papi prendeva a legge di non mescolarsi nelle fazioni, ed anche

adesso il Papa non s’ingeriva che al solo scopo di mettere la pace;

e quantunque il partito dei «Cristiani» avesse potuto schiacciare

senza fatica i suoi avversarî, ei gli comandava di ritirarsi: così

tacitamente si conchiudeva una tregua, finchè pochi giorni appresso

veniva di Sicilia la novella che Filippico Bardane era stato

precipitato dal trono e orbato degli occhi.

Anastasio II, segretario di palazzo, aveva compiuto prosperamente

quel rivolgimento nel dì 4 del Giugno 713, e s’era fatto gridare

imperatore. Ne discende pertanto che i torbidi di Roma avevano durato

quasi un anno e mezzo. Ora erano del tutto composti a quiete; il nuovo

Imperatore qualche tempo dopo mandava il patrizio Scolastico da esarca

in Italia, e gli affidava la sua professione di fede ortodossa affinchè

la consegnasse al Vescovo romano. Il nuovo Vicerè la recapitava al

Papa in Roma, ed i Romani, forse perchè Cristoforo era morto o s’era

palesato inetto all’officio, si acconciavano a tenersi per duce Pietro,

dopo che egli aveva promesso di non prender vendetta di alcuno dei suoi

avversarî[269].

A questo tempo il Libro dei Papi pone fine alla biografia di

Costantino. Egli passava all’altra vita nel dì 8 dell’Aprile 715:

combattè con buona fortuna per la fede ortodossa di Roma, e fu valente

predecessore di Pontefici maggiori, sotto ai quali Roma si liberò del

giogo dei Bizantini.

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 2/8 · 第 14 / 33 题