CAPITOLO QUINTO.

§ 1.

Onorio I muore nel 638. — Maurizio cartulario e Isacco esarca mettono

a sacco il tesoro della Chiesa. — Severino papa. — Giovanni IV papa. —

Battistero Lateranense e suoi quattro oratorî. — Teodoro papa, 642. —

Ribellione di Maurizio in Roma. — L’esarca Isacco muore. — Rivolta di

palazzo a Bisanzio. — Costante II imperatore. — Pirro patriarca viene a

Roma. — Chiesa di san Valentino e di sant’Euplo.

Onorio I passava di vita addì 12 Ottobre 638, e i Romani eleggevano

a succedergli Severino loro concittadino, figlio di Labieno. Corsero

un anno, sette mesi e sedici giorni perchè venisse la conferma

dell’elezione, probabilmente dacchè l’eletto si rifiutava di aderire

alla Ectesi di Sergio patriarca, che era una formula propensa alle

dottrine del Monotelismo.

Prima ancora che Severino ricevesse la ordinazione, gli officiali

imperiali mettevano a ruba il tesoro della Chiesa, usando violenza

siffatta da ricordare le geste dei pascià turcheschi, ai quali

massimamente i ministri bizantini potrebbero tenere adeguato riscontro.

Le ricchezze della Chiesa romana erano custodite nel _Vestiarium_ del

palazzo vescovile; nè soltanto vi si contenevano i preziosi doni votivi

di imperatori, di consoli e di uomini privati, ma anche la moneta

con cui, fra le altre spese consuete, si provvedeva al riscatto dei

prigioni di guerra ed alle elemosine dei poverelli. Correva voce che

Onorio vi avesse ammassato dovizie enormi, e i suoi splendidi edifizî

davano a quest’opinione buon fondamento. L’Esarca di Ravenna trovavasi

involto in istremo di denaro; la soldatesca imperiale chiedeva con

violenza che le fossero pagati gli stipendî; laonde, poichè da lungo

tempo mirava con cupido desiderio al tesoro della Chiesa, Isacco

concepiva il disegno di insignorirsene. Il Libro Pontificale porge il

racconto particolareggiato di questo avvenimento, e, poichè interrompe

l’arido silenzio delle notizie storiche di Roma, esso lascia cadere un

raggio di luce anche sulle condizioni della Città.

Trovavasi a quel tempo in Roma Maurizio cartulario, e forse faceva

da maestro de’ militi e da capitano dell’esercito romano. Questo

_Exercitus romanus_ era costituito di soldati allo stipendio di

Bisanzio, ma indubbiamente aveva organamento di milizia cittadina.

Maurizio, d’intesa con alcuni ragguardevoli Romani, congregò la

soldatesca mormoreggiante, disse essere ingiusta cosa che Onorio

serrasse ingenti dovizie negli scrigni del palazzo patriarcale e

che i soldati non ricevessero la mercede di lor fatiche, quando ivi

erano trattenuti gli stipendî che l’Imperatore tratto tratto per loro

mandava. A quei detti la popolaglia, avida di ruba, si sollevava in

tutta la Città, e in armi irrompeva contro il Laterano. Qui dunque ci

si para dinanzi una di quelle insurrezioni popolari, che nel medio

evo sì spesso succedettero alla morte dei Papi. I numerosi famigli

del palazzo pontificio opponevano però robusta difesa, e Maurizio,

repugnandogli di venire a spargimento di sangue, teneva assediato

tre giorni il Laterano; indi convocava i _Judices_, ossiano tutti gli

officiali cospicui e gli ottimati di Roma, e per deliberazione presa

da quella assemblea faceva apporre il suggello imperiale al tesoro, e

tosto dopo esortava l’Esarca affinchè venisse in persona e prendesse

ciò che tanto in cuore vagheggiava. Venne infatti Isacco; con violenza

despotica cacciò della città i _Presbyteres_, ossiano Cardinali, e

nella sua dimora, che durò otto giorni, spogliò il tesoro lateranense

a tale che lo pose al secco. Una parte delle ricchezze distribuì ai

soldati; un’altra tenne per sè; la terza mandò ad Eraclio imperatore,

il quale così diede il suo placito a quella ruberia esercitata a danno

della Chiesa; può darsi che il resto lasciasse al Papa.

Sembra che l’Esarca venisse a Roma sotto il pretesto di approvare la

elezione di Severino, e che egli con quella ladroneria si facesse

pagare l’accordata confermazione, avvegnachè il Pontefice fosse

tosto consecrato, e Isacco tornasse a Ravenna[167]. In mezzo a tanto

avvilimento, Severino saliva addì 28 Maggio 640 alla cattedra di

Pietro, che egli tenne per il breve periodo di due mesi e sei giorni.

Fu uomo pio e liberale, e tale lo celebra il Libro dei Papi, il quale,

come di unica opera di lui degna di nota, narra che restaurasse i

musaici della tribuna del san Pietro; occorre perciò dire che il loro

guasto fosse sfuggito all’occhio di Onorio.

Addì 24 Dicembre 640 era ordinato papa Giovanni IV dalmata, figlio

dello scolastico Venanzio e già diacono della Chiesa romana. Il suo

reggimento non durava che un anno e nove mesi, ed era turbato di lotta

continua per ragione della Ectesi: durante esso avveniva poi anche la

morte di Eraclio imperatore. Per conto nostro la Storia della Città

sotto questo Papa si restringe a registrare la costruzione di un

oratorio presso il battistero Lateranense, del quale or ci conviene

discorrere con qualche diffusione.

Il battistero _s. Johannis in Fonte_ presso il Laterano, era in

origine la sola cappella di Roma dove i Vescovi solessero amministrare

il battesimo nella vigilia di Pasqua. Esso servì di modello a tutti

quegli antichi battisteri d’Italia che sono eretti in vicinanza delle

chiese, ma sono da esse disgiunti. Correva leggenda che quel battistero

fosse stato edificato col porfido tolto all’anticamera del palazzo,

nella quale Silvestro aveva battezzato Costantino, e che fosse stato

adorno di un bacino battesimale d’argento[168]. Certo si è che Sisto

III vi avea fatto erigere le otto magnifiche colonne di porfido

che esistono ancora, ed è probabile che da quel Papa derivi la sua

costruzione ottagona attuale, poichè posteriormente altro non si fece

che elevarlo di altezza[169]. Più tardi Ilario aveva edificato nello

stesso battistero i due oratorî, l’uno a Giovanni Battista, l’altro

all’Evangelista, che tuttora esistono. Dei loro antichi musaici si è

conservato un avanzo sul soffitto dell’oratorio dell’Evangelista: vi

sono rappresentati vasi, frutta, uccelli e fregi di stile pagano, di

cui qui si rinviene per l’ultima volta la traccia. Le porte di bronzo

dell’oratorio del Battista sono ancora le originali[170]. Finalmente

Ilario vi aveva consecrato un terzo oratorio ad onore della Croce, e,

dall’altro lato del battistero, aveva edificata la cappella di santo

Stefano[171].

Questa era la forma del battistero Lateranense allorchè Giovanni IV vi

aggiungeva ancora un quarto oratorio dedicato a san Venanzio. Questo

Santo, di cui il padre del Pontefice avea portato il nome, era stato

vescovo in Dalmazia. S’aveva in questo tempo composto a pace lo scisma

istriano, e il Pontefice coglieva opportunità di avvincere a Roma

più strettamente quel paese, mediante l’onoranza tributata ai suoi

Santi nazionali. Con Venanzio dunque e col vescovo Domnio, otto santi

guerrieri schiavoni conseguivano venerazione nella Città, che vedeva

in pari tempo sorgere quest’oratorio: così il culto de’ Santi in Roma

si faceva universale ognor più. I musaici ivi collocati da Giovanni

IV, e si serbano ancora in vita, col loro rozzo stile dimostrano il

decadimento irreparabile di quel genere di pittura. Nel secolo quinto

e nel sesto l’arte cristiana esauriva le ultime ispirazioni del

sentimento antico del bello; nel secolo settimo si spegneva il gusto

del disegno e della forma: uno sguardo ai musaici di questo periodo e

di quello che susseguì fa conoscere la barbarie che ognor più calava

su Roma e sull’Occidente. In quell’oratorio, sopra l’arco di trionfo,

si mirano i quadri apocalittici dei quattro Evangelisti disposti in

ispazî quadrati, con quattro Santi per ogni lato dell’arco. Nella

tribuna si nota un rozzo disegno del Cristo in mezza figura, che sorge

tra le nubi in mezzo a due angeli ed alza la destra mano; più sotto

è una serie di nove figure, nel mezzo delle quali sta la Vergine in

manto azzurrino che solleva le braccia in atto di preghiera, secondo il

fare dei dipinti delle catacombe. Ai fianchi le stanno Pietro e Paolo;

questi non tiene peranco in mano la spada, ma un libro; quegli porta

le due chiavi ed insieme il bastone di pellegrino che termina in croce;

similmente lo impugna il vecchio Giovanni Battista che gli sta presso.

Succedono dall’un lato e dall’altro i vescovi Venanzio e Domnio; da

manca, nell’estremo del quadro, è l’edificatore dell’oratorio che ne

solleva in mano il modello; dalla destra sta una figura, ed è forse

quella di Teodoro che compieva la costruzione. Al di sotto del musaico

leggonsi tre distici, scritti tutti di seguito[172].

Roma del resto godeva pace continuata che i Longobardi non sorgevano

a turbare; ed invero la guerra tra l’Esarca e il valente re Rotari si

restringeva soltanto alle province settentrionali, e la stessa grande

battaglia sulla Scultenna, in cui perivano ottomila Greci, non aveva

alcun risultamento che influisse sulle sorti della Città. Tutti i

mali che la minacciavano venivano da Bisanzio, perocchè le prolungate

controversie teologiche colla Chiesa orientale alimentassero la fiamma

ognor più gagliarda dell’odio scambievole di Costantinopoli e di Roma.

Morto Giovanni IV, il potere o l’influenza dell’Esarca facevano sì che

l’elezione cadesse su di un Greco. Teodoro di Gerusalemme, figlio di un

vescovo, era fatto papa ai 4 di Novembre 642; però egli non secondava

gli intendimenti politici di Bisanzio; avvegnachè noi vedremo che tutti

i Greci, i quali, anche ne’ tempi venturi, furono papi, sacrificarono

ogni sentimento di nazione ai principî di Roma.

L’incominciamento del pontificato di Teodoro fu turbato da un

avvenimento, le cui conseguenze avrebbero potuto riuscire di rilevanza

ben più grave. Quello stesso Maurizio cartulario, che abbiamo veduto

depredare il tesoro della Chiesa, alzava in Roma lo stendardo della

rivolta. Qui egli trovava il popolo, i nobili e l’esercito, tutti

inacerbiti contro la dominazione bizantina, così che egli di quel

malcontento ai suoi disegni si giovava. Sparse voce che Isacco

intendesse a farsi re, s’accordò coi Romani faziosi, indusse tutte

le soldatesche, che stavano a presidio delle castella nel territorio

della Città, a negare obbedienza all’Esarca, e la ribellione fu

dichiarata[173].

Non solo le milizie di Roma e della Campagna, ma i _Judices_

stessi s’associavano a lui; la sollevazione assumeva già una tempra

nazionale, quantunque il clero prudentemente se ne tenesse discosto.

Il rivolgimento però falliva: Isacco mandava Dono maestro de’ militi;

questi co’ suoi soldati entrava nella Città senza trovare impedimento

che lo trattenesse, e Maurizio rifuggiva nella basilica di santa Maria

Maggiore abbracciandone stretto l’altare. Ma di qui lo si strappava per

trarlo prigione insieme ai suoi complici più illustri; indi per via,

d’ordine dell’Esarca, era decapitato, e la sua testa era esposta nel

circo di Ravenna perchè il terrore servisse di ammonizione. La morte di

Isacco liberava dal carcere gli altri prigionieri[174].

Di questo Esarca, armeno di nascita, offre notizia oggidì ancora

un’iscrizione greca sul sarcofago di lui. Nella bella chiesa di

san Vitale la poneva Susanna, che «come tortore casta lamentava la

perdita dello sposo.» Quell’epitaffio dice che Isacco per diciotto

anni protesse da ogni male Roma e l’Occidente, e fu commilitone

dell’Imperatore e guerriero d’Oriente e d’Occidente[175]. Teodoro

Calliopa succedeva a lui nell’esarcato.

Frattanto il Papa era involto in nuove lotte contro la Chiesa

orientale, e ad esse si associavano in pari tempo sommosse di palazzo

in Bisanzio. Eraclio Costantino, che, morto Eraclio padre suo, era

salito nell’anno 641 al trono di Grecia, era bello e spacciato dopo

soli quattro mesi di regno per veleno che gli propinavano Martina

sua iniqua matrigna e Pirro patriarca monotelita. Eracleone, figlio

di Martina, otteneva la porpora, ma egli e la madre sua cadevano

presto vittime di una rivolta popolare, e, atrocemente mutilati, erano

cacciati in esilio dove espiavano il loro delitto. Costante II, figlio

di Eraclio Costantino, adesso era acclamato imperatore; il patriarca

Pirro fuggiva in Africa, e Paolo, che professava più fervidamente

ancora la dottrina di una sola volontà nel Cristo, subentrava nella

sede di lui. La setta dei Monoteliti, allora numerosa, discendeva dalla

scuola dell’abate Eutiche, che aveva insegnato, la natura (_physis_)

del Cristo essere il risultamento della unione della natura divina e

di quella umana. Infatti, dopo che era stata pronunciata la condanna

dei Monofisiti, la dialettica sofistica dei Greci s’impadroniva della

stessa questione producendola sotto forma mutata. Si ammetteva che le

due nature nel Cristo fossero separate, ma le si riuniva nella energia

unica e indistinta di una sola volontà, ossia del _monon thelema_.

Sergio, patriarca di Bisanzio, Ciro di Alessandria e lo stesso

imperatore Eraclio, s’erano alacremente dichiarati in favore di quel

filosofema, ma il commovimento violento che se ne destava aveva indotto

quest’ultimo a pubblicare nel 638 il suo editto «Ectesi», che era però

respinto da papa Giovanni IV, come quello che ancora non lo talentava

completamente. La Cristianità si divideva in due partiti, che si

combattevano con acerba passione; mentre l’Oriente aderiva alla Ectesi,

Africa e tutto l’Occidente si raffermava nella credenza del dogma

ortodosso di Roma, e Pirro stesso, fingendo che la eloquenza dell’abate

Massimo in un Concilio africano lo avesse convinto, non soltanto

abiurava il Monotelismo, ma in persona veniva a Roma per deporre a’

piedi dell’Apostolo la sua professione di fede.

Il pellegrinaggio di un Patriarca bizantino penitente alla tomba di san

Pietro, non era una lieve vittoria per il Vescovo di Roma. Quantunque

Pirro avesse abbandonata la sua sede di propria volontà, egli non

ne era stato tuttavia deposto con forma canonica, e il Pontefice

ripicchiava su ciò nelle lettere che indirizzava a quei Vescovi che

avevano consecrato il nuovo patriarca Paolo. Con grandi segni di

onoranza il Papa accoglieva Pirro nella basilica Vaticana, presenti il

clero ed il popolo, e come a patriarca della regale città di Bisanzio

gli faceva elevare un seggio vescovile presso il maggior altare. I

tapini Romani, il cui orgoglio nazionale s’appagava adesso soltanto di

sapere che il primato competeva al loro Pontefice ed alla loro Chiesa,

si rallegravano a quello spettacolo come di un trionfo. Manifesto

è che Pirro sperava nell’alleanza con Roma per riacquistare il

patriarcato perduto e infingeva una fede che non aveva, finchè avvisava

che avrebbe potuto giungere più presto al suo scopo riconciliandosi

coll’Imperatore. Aderiva pertanto all’invito che gli era fatto di

recarsi alla corte dell’Esarca, abbandonava Roma, e sollevava a

indignazione la Chiesa romana facendo repentina ritrattazione e

tornando a professare la credenza dei Monoteliti. Tosto che Teodoro ne

ricevette notizia, convocò in san Pietro un concilio, e vi pronunciò

la condanna dell’apostata con ceremonia terribile e strana. Venne

alla tomba dell’Apostolo, tolse in mano il calice consecrato, versò

nell’inchiostro una goccia del «sangue di Cristo,» e intintovi lo stilo

sottoscrisse il decreto che pronunciava l’anatema[176].

Può darsi che Pirro non tenesse del tutto in dispregio la maledizione

che Roma gli scagliava, e forse talvolta essa avrà turbato di veglie

paurose le sue notti, allorchè, morto Paolo, riebbe il seggio di

patriarca di Bisanzio. Anche contro di Paolo Teodoro aveva pronunciato

la scomunica, e, dopo di avere difeso con fermezza le dottrine romane,

passava di vita nel dì 31 Maggio 649.

Alla Città lasciava soltanto pochi edificî; forse condusse a compimento

quella cappella lateranense che il suo antecessore aveva fondato, ed

eresse un oratorio dedicato a san Sebastiano nelle case patriarcali:

oltracciò costrusse due nuove chiese fuor della Città, quella di san

Valentino nel cimitero della via Flaminia, non lungi dal ponte Milvio,

e l’altra di sant’Euplo fuori della porta Ostiense, in vicinanza della

piramide di Cestio. Ambedue sono perite; il san Valentino andò affatto

distrutto, e il sant’Euplo probabilmente fu trasformato nella chiesa

del santo Salvatore _in via Ostiensi_[177].

§ 2.

Martino I papa nel 649. — Sinodo romano per la controversia dei

Monoteliti. — Attentato di Olimpio esarca contro la vita di Martino. —

Teodoro Calliopa trascina colla violenza prigioniero il Papa, nell’anno

653. — Martino muore in esilio. — Eugenio papa nel 654.

Teodoro aveva lasciato la controversia del Monotelismo in gran fiamme,

e il suo succeditore doveva cadere vittima dell’odio del patriarca di

Bisanzio.

Martino I, nato a Tuderto città dell’Umbria, che è l’odierna Todi,

antico nunzio a Bisanzio, saliva alla cattedra di san Pietro addì 5

di Luglio 649, e pertanto cinquantadue giorni dopo la morte del suo

antecessore. Il clero di Roma audacemente lo aveva ordinato papa ancor

prima che gli venisse la conferma di Bisanzio; così un Pontefice

fornito di massima energia d’animo si erigeva contro alla Chiesa

orientale. Egli convocava i Vescovi a concilio, e centocinquanta

principi ecclesiastici delle città e delle isole d’Italia si

raccoglievano nel giorno 5 di Ottobre nel Laterano[178]. Trattavasi

di prender consiglio sul _Typus_, ossia editto promulgato da Costante

II nell’anno 648, col quale era comandato a tutta la Cristianità di

seppellire in un ragionevole silenzio la questione dell’unica o della

duplice volontà del Cristo. L’Imperatore aveva chiesto l’adesione

di Martino a quell’editto, che destava nel suo cuore sollecitudine

più grave della recuperazione delle provincie che gli Arabi avevano

svelto al suo impero. Egli spediva pertanto Olimpio, novello esarca,

coll’ordine di provvedere affinchè i Vescovi, i possessori, gli

abitatori delle campagne e perfino gli stranieri accedessero a

quella formola. Imperavagli che in Roma s’impadronisse del Papa,

costringesse i Vescovi ad accettare lo editto, ma con avvedutezza

scrutasse l’intendimento dell’esercito romano, e, se questo fosse

di mente avversa al suo disegno, nulla operasse finchè non fosse

sicuro di avere, così in Roma che in Ravenna, una soldatesca a’ suoi

voleri devota[179]. Di qui scende un raggio di luce sui rapporti che

intercedevano tra Roma e lo Esarca: questo ministro imperiale or non

poteva più fare a fidanza di trattare la Città d’arbitrio suo, e,

per la prima volta, compare in Roma chiara e manifesta l’esistenza

di un esercito, che, in forma di milizia, era composto dei cittadini

più ragguardevoli e dei possidenti della Città. Esso riceveva un mal

sicuro stipendio da Bisanzio, ma era di nazione romano, e senza la

sua adesione l’Esarca sembrava non poter raggiunger l’intento dei suoi

disegni.

Olimpio veniva a Roma, trovava raccolto il Concilio nel Laterano, ove

attendeva operoso al suo compito e già aveva pronunciato con solennità

la condanna dell’Ectesi e del _Typus_, ed aveva bandito l’anatema

contro Ciro d’Alessandria e contro i tre patriarchi di Bisanzio,

Sergio, Pirro e Paolo. L’Esarca tentava di dare eseguimento agli ordini

dell’Imperatore, e coll’aiuto della gente che teneva al suo soldo o

di quegli uomini dell’esercito romano che era riuscito a corrompere,

e con altre arti di raggiro, intraprendeva a gettare la divisione

nel seno del Concilio[180]. Roma era in balia di grave agitazione;

l’Esarca vi dimorava lungo tempo, e certo aveva stanza nell’antico

palazzo de’ Cesari. I suoi propositi però cadevano a vuoto, e falliva

l’attentato indiritto contro la vita del Papa, di cui per lo meno lo

accusa il Libro Pontificale. Fingeva pace con Martino, entrava nella

chiesa di santa Maria Maggiore, si accostava all’altare per ricevere

la comunione dalle mani del Papa, e, mentre la prendeva, s’aspettava

di vederlo cadere sotto la pugnalata che gli aveva apparecchiato per

mano di un soldato della sua guardia. Ma Iddio, dice il Cronista, che

suol proteggere i suoi servi, colpì di cecità gli occhi dello Spatario,

di guisa che egli non potè scorgere il Papa. E prosegue a narrare che

Olimpio dal fondo dell’anima si riconciliasse con Martino, a lui si

confessasse sinceramente contrito, e indi partisse per la Sicilia,

dove già i Saraceni avevano posto stanza; colà subiva una sconfitta, e,

mentre macchinava suoi progetti sediziosi, moriva d’infermità[181].

Nel suo officio di Ravenna succedevagli, nell’anno 652 oppure nel

653, Teodoro Calliopa, esarca per la seconda volta, quivi spedito

dall’Imperatore col fermo comando di vincere colla forza la resistenza

ostinata di Martino[182]. Seguito dal camerario Pelario, l’Esarca

entrava in Roma nel giorno 15 di Giugno 653 con suoi soldati. Come

imponeva il costume officioso, Martino spediva il clero ad incontrarlo,

ed egli, scusandosi per la podagra che lo affliggeva, restavasi nel

palazzo Lateranense. L’Esarca accoglieva i legati nel palazzo dei

Cesari dove era smontato[183], fingeva sentir duolo dell’infermità che

aggravava il Pontefice, e diceva di voler egli stesso alla domane, che

cadeva in domenica, andare a tributargli omaggio. Compreso di sospetto

che il palazzo vescovile fosse pieno d’armi, lo faceva prima tutto

frugare, e lo circondava colle sue milizie; i Romani spaventati non

facevano mostra di opporre resistenza.

Il Pontefice stavasi disteso nel suo letto innanzi l’altare maggiore

della basilica Lateranense, circondato da preti, alcuni animosi, altri

per paura tremanti. L’Esarca entrava con suoi armigeri, e consegnava

ai sacerdoti un decreto imperiale, che ordinava la deposizione di

Martino; i preti vi rispondevano cogli anatemi. Tosto si alzava un gran

tumulto; i Bizantini colle spade abbattevano dagli altari le torce;

Martino, cui nulla difesa proteggeva, era strappato dal suo giaciglio

e trascinato nel palazzo dei Cesari. Nella notte del 18 di Giugno era

messo in una barca che stava pronta sul Tevere e che faceva indi forza

di remi verso Porto. Tutto il clero avrebbe voluto accompagnarlo nella

sua prigionia, ma l’Esarca non gli concesse altro seguito che quello

di sei giovanetti paggi o servi, e fece serrare le porte per timore

che i Romani potessero liberare il loro Vescovo. Lo sventurato, dopo un

lungo viaggio di mare, fu tradotto in prima all’isola di Nasso, indi a

Costantinopoli, dove fu gettato in un carcere come reo di stato[184].

Fra le accuse che gli si movevano, questa pur era, che con Olimpio

avesse congiurato e i Saraceni avesse chiamato in Sicilia. Non possiamo

qui narrare dei tristi patimenti ch’ei sofferse in Bisanzio, nè della

lunga inquisizione, e della difesa che seppe opporre con viril petto;

ci ristringiamo a conchiudere la storia di questo Vescovo che al

Papato recò altissima onoranza. Esiliato nell’antico Chersoneso, nella

barbarica Crimea, egli vi moriva martire del primato di Roma addì 16

del Settembre 655, abbandonato dagli amici e dagli inimici, e lottando

cogli stenti e colla fame[185]. La salma di lui ebbe dapprima sepoltura

in Bisanzio nella chiesa della Vergine di Blacherna, più tardi fu

trasportata a Roma, ma nè il Libro Pontificale, nè i Martirologi

di Beda e di Adone fanno cenno di questa traslazione. Secondo la

tradizione romana, il suo corpo fu seppellito nella chiesa di san

Silvestro e di san Martino di Tours; e questo antico titolo di Equizio

soltanto nell’anno 844 fu da Sergio II dedicato ai due pontefici

Silvestro e Martino. Oggidì ancora ai 12 di Novembre vi si celebra

la festa di questo Papa, la cui santità ottenne reverenza anche nel

calendario dei Greci.

Dopo l’imprigionamento di Martino l’Imperatore aveva comandato che gli

si eleggesse un successore; e forse l’esiliato Martino accondiscendeva

a questa novella elezione, o per lo meno era forzato ad acconciarvisi.

Di tal modo, nell’estate dell’anno 654 fu consecrato papa Eugenio,

figlio di Ruffiano, romano della prima Regione aventina. Qui tosto si

palesava di qual fervente sollecitudine pei negozî ecclesiastici fosse

compreso il popolo romano. Pietro, che di bel nuovo era stato messo

nel seggio di patriarca di Bisanzio, s’affrettava di trasmettere al

Vescovo romano la sua Sinodica, ossia professione di fede, avvegnachè

fosse costume che i nuovi patriarchi eletti spedissero a Roma le loro

formule di credenza religiosa, come da altra parte i Papi mandavano

le loro a Bisanzio. Quella professione di fede di Pietro era concepita

con espressioni così dubbie, che i Romani, popolo e clero insieme, la

ripudiarono; costrinsero Eugenio a condannare la formula, e mostrarono

che la violenza fatta dagli eretici Greci a papa Martino, gli aveva

offesi come di un’onta inflitta alla nazione.

§ 3.

Vitaliano è fatto papa nell’anno 657. — Viene in Italia Costante II

imperatore. — Accoglienze e soggiorno di lui in Roma (663). — Una voce

di lamento su Roma. — Condizioni della Città e dei suoi monumenti. — Il

Colosseo. — Costante mette a sacco Roma. — Muore a Siracusa.

Nel Giugno dell’anno 657 Eugenio moriva, e papa era fatto Vitaliano,

un latino di Signia ossia Segni nella campagna di Roma. Costante

imperatore, che forse aveva già accolto il disegno di porre sua

residenza nell’Occidente e forse in Roma stessa, cercava adesso di

avvincere a sè con relazioni di amicizia la Chiesa latina. Accoglieva

con degnazione benevola i nunzî del novello Pontefice che erano latori

della Sinodica, confermava i privilegî dell’episcopato romano e mandava

in dono a Vitaliano un codice della Bibbia splendido di oro e di

diamanti. Sei anni più tardi l’Imperatore veniva egli stesso a Roma,

ma nulla sappiamo degli avvenimenti che ebbero riempiuto questo periodo

della storia della Città.

La venuta in Roma di un Imperatore bizantino, che ancor sempre con

valido diritto sè appellava imperatore de’ Romani, era l’avvenimento

più meraviglioso di quell’età. Esso forzava le genti ad evocare le

memorie degli ultimi tempi dell’Impero, e le costringeva a valicare

un periodo di dugento anni segnalato per tante e sì varie mutazioni

di casi: la fine dell’Impero occidentale, la costituzione e la caduta

di un reame germanico, la ruina di popoli e di città, il decadimento

profondo di Roma antica, la origine della nuova. Dai tempi d’Odoacre

in poi qui non s’erano più visti imperatori; qui in mezzo ai ruderi

accumulati sedeva soltanto il Vescovo ossia il Pontefice, che era

adesso l’incontestato rappresentante della nazione latina in tutta

Italia. Costante lasciava la capitale d’Oriente nell’anno 662. Lo

spettro di suo fratello Teodosio da lui trucidato e l’odio dei suoi

sudditi ne lo cacciavano; e, al pari di Tiberio, abbandonava la sua

residenza per soffocare i rimorsi in una peregrinazione faticosa, o per

nasconderli in qualche luogo remoto. Imbarcatosi a Bisanzio, veniva

per mare al Pireo di Atene. Questo nome risveglia fervido desiderio

nel genere umano; ma Atene in sulla metà del secolo settimo non era

altro che una santa ricordanza, reliquia preziosissima dell’Antichità,

diserta e inonorata. Dopo di Giustiniano ivi s’era fatta muta anche

l’ultima voce dei filosofi, e le ruine della più splendida magnificenza

dell’uman genere circondavano l’Acropoli, destando in chi le mirava un

senso di mestizia ancor maggiore di quella che risvegliassero i ruderi

della signoria mondiale romana, che circondavano il Campidoglio di

Giove. La mente nostra è indotta ad alta ammirazione se guarda alla

Roma di quel tempo, ed invece si trasporta all’Atene di allora con

devozione dolente, come di chi da un esiglio lungo pensa alla patria

perduta; qui dal luogo tristamente seminato di templi e di monumenti

crollati non ci si fa innanzi che squallore di morte, e per verità

morte eterna, avvegnadio da questo sepolcro dell’Ellade non risorgesse

mai più una vita nuova come pur sorse dalla tomba di Roma[186].

Il nipote di Eraclio contemplava Atene con sguardo di grossa

indifferenza, ma certo si è che da quel suolo profanato egli faceva

svellere e caricar nelle sue navi quei tesori d’arte scolpiti nel

metallo, che si erano potuti salvare dall’ingordigia dei Goti o dal

furore di vendetta dei Cristiani. Nella primavera del 663 egli faceva

vela per l’antica Taranto. Il viaggio dell’Imperatore da Costantinopoli

ad Atene, indi a Taranto, a Roma, a Siracusa, moveva da ruine a ruine,

come se le Furie avessero trascinato per mano questo tardo Augusto

attraverso i luoghi più santi della civiltà, per mostrargli le tombe

della grande antichità abbattuta dal despotismo dei Cesari.

Allorchè Costante ebbe toccato terra a Taranto determinò di imprendere

una spedizione di guerra per liberare dalla signoria dei Longobardi

le province meridionali d’Italia. Fin là infatti i Longobardi s’erano

spinti, chè già Autari con sue ardite fazioni di guerra lungo tutta la

penisola era giunto alla spiaggia del mare di Sicilia; e la leggenda

narrava che egli entrasse col suo cavallo nell’onda del mare di Reggio,

e percotendo colla lancia una colonna favolosa che ivi s’alzava,

sclamasse: Sia qui il confine dei Longobardi[187]! Ma ai successori

di lui non era riuscito di assoggettare quelle province; i Longobardi

imperiti nella navigazione restavano popolo di terraferma, laonde

nelle città marittime, che non riuscivano a sottomettere, a Napoli, ad

Amalfi, a Sorrento, a Gaeta, a Taranto, continuavano a signoreggiare

i duci greci, quali luogotenenti dell’Imperatore. Benevento invece

era stata costituita in ducato da Alboino, e Zoto erane stato primo

Duca. Da questo celebre Ducato, che comprendeva l’antico Samnio, le

Puglie e una parte della Campania e della Lucania, i Longobardi del

mezzodì movevano a loro scorrerie; e durante il regno di Arichi II,

che aveva durato cinquant’anni (dal 591 al 641), il Ducato da una parte

si estendeva fin verso Napoli, dall’altra per Siponto giungeva fino al

monte Gargano[188]. Due anni prima che l’Imperatore venisse in Italia,

Grimoaldo di Benevento s’era impadronito del trono longobardo di Pavia;

e a capo del ducato di Benevento aveva lasciato Romualdo suo giovinetto

figliuolo. Costante or voleva dunque movere alla distruzione di quello,

e, raccolte le soldatesche di Sicilia, di Napoli e di altre terre che

ancora obbedivano ai Greci, giungeva innanzi a Benevento. Ma il giovine

Romualdo lo batteva; e la sua strenua difesa fu il subbietto di uno dei

migliori episodî nella Storia di Paolo Varnefredo. Come gli giungeva

novella che re Grimoaldo discendeva contro di lui, l’Imperatore levava

l’assedio, veniva a Napoli, lasciava a Formia, che è l’attuale Mola

di Gaeta, un esercito di ventimila uomini affinchè proteggesse il suo

cammino, e per la via Appia moveva a Roma.

Possiamo credere di leggieri che all’arrivo del padrone imperiale

un’agitazione gravissima si destasse nella diserta Città. Sebbene

Costante non fosse apertamente in guerra, tuttavolta ragione di acerbi

rancori lo teneva diviso dalla Chiesa romana, che da lui aveva sofferto

offesa atroce. Essa ne viveva in timore; e se l’Imperatore, soggiogato

Benevento, fosse venuto colla baldanza del vittorioso, la Chiesa

avrebbe provato di che peso ne sarebbero state per essa le conseguenze.

Or fu dunque sua buona ventura che egli venisse senza trionfi, se non

pure da vinto. Il Libro Pontificale ha conservato il racconto delle

solenni accoglienze che furono fatte all’Imperatore bizantino; ed havvi

questo fatto degno di altissima nota, che quelle pompe concordarono

colle costumanze, le quali, durante tutto il medio evo, si adoperarono

a ricevere gli Imperatori di Germania. Alla sesta pietra miliare

fuori della Città, incontro a Costante movevano il Papa, il clero e i

deputati di Roma con croci, con vessilli e con cerei accesi in atto

di vassallaggio devoto[189]. Vitaliano non aveva cuore di ergersi

contro il greco Imperatore coll’animo intrepido del vescovo Ambrogio,

che dagli scaglioni della chiesa di Milano aveva respinto il grande

Teodosio, perocchè si fosse macchiato del sangue dei nemici. Eppure,

quando il Papa vide l’odiato Costante, troppo bene dovette soccorrergli

la ricordanza ch’egli era quel desso che aveva trucidato l’Imperatore

fratello suo, che aveva condannato papa Martino a morire di fame, che

avea ordinato il martirio di Massimo abate cattolico. Si condusse a

Roma il padrone con pompa di processione: era il giorno 5 di Luglio

del 663, un mercoledì. Poichè dobbiamo supporre che Costante venisse

dalla via Appia, è mestieri che egli entrasse per porta Sebastiana;

tosto dopo, come aveva fatto al tempo di suo ingresso re Teodorico,

egli discendeva in san Pietro per orare sulla tomba dell’Apostolo e

per offrirvi un dono votivo. Indi, nè possiamo accoglierne dubbio, egli

poneva stanza nell’antico palazzo dei Cesari, la cui vastità deserta e

ruinosa avrà di certo messo orrore e noia nei cortigiani bizantini. Ma

per quanto pur fosse profondamente decaduto quello splendido castello

imperiale, tuttavolta nel secolo settimo esso in qualche parte ancora

si acconciava a dimora; chè il Duce dell’Impero, ossia governatore di

Roma, vi aveva sua stanza. Il sabato successivo l’Imperatore andava a

santa Maria Maggiore, e qui pure lasciava un donativo; nella domenica,

accompagnato dalla sua soldatesca, moveva con solenne corteo al san

Pietro, incontrato dal clero e condotto dal Papa entro la basilica;

dalle mani di Vitaliano riceveva la comunione, e deponeva sull’altare

maggiore un pallio d’oro[190]. Il sabato dopo traeva al Laterano; ivi

prendeva un bagno e teneva banchetto nella basilica di Giulio, che già

abbiamo veduto essere stata un triclinio dell’antico palazzo.

La condizione miserevole cui Vitaliano era ridotto innanzi a

quest’Imperatore al quale gli conveniva prestare omaggi adulatorî,

induce a usargli commiserazione indulgente[191]. Certamente il

suo cuore deve aver sofferto abbastanza dolore quando gli fu duopo

contaminarsi di avvilimento innanzi al monotelita e all’assassino

di Martino I; faceva ancor mestieri che corresse una serie di secoli

prima che quest’esempio di sudditanza del Papa potesse trasformarsi

nell’orgoglio di Canossa. La vista del loro sire imperiale che

degnava di scendere dalla sua altezza fino a visitare la loro città,

e l’arroganza dei cortigiani greci che li guardavano con disprezzo,

dovevano destare ricordanze dolorosissime anche nei Romani caduti sì

in basso di povertà e di ruina; e noi reputiamo probabile cosa che

in quell’onta di Roma allora si facesse udire questa bella voce di

lamento:

_Nobilibus fueras quondam constructa patronis,_

_Subdita nunc servis. Heu male, Roma, ruis!_

_Deseruere tui tanto te tempore reges:_

_Cessit et ad Graecos nomen honosque tuum,_

_In te nobilium Rectorum nemo remansit;_

_Ingenuique tui rura Pelasga colunt._

_Vulgus ab extremis distractum partibus orbis,_

_Servorum servi nunc tibi sunt domini._

_Constantinopolis florens nova Roma vocatur,_

_Moenibus et muris Roma vetusta cadis._

_Hoc cantans prisco praedixit carmine vates:_

_Roma, tibi subito motibus ibit amor._

_Non si te Petri meritum Paulique foveret,_

_Tempore jam longo Roma misella fores,_

_Mancipibus subjecta jacens macularis iniquis,_

_Inclyta quae fueras nobilitate nitens_[192].

Ei sarebbe per noi di somma vaghezza se potessimo possedere qualche

notizia dello stato in cui era allora il palazzo dei Cesari, se

potessimo seguire lo Imperatore bizantino nelle feste che ivi gli

furono date in mezzo alle ruine miserande del tempo passato, se

potessimo discernere in che forme la nobiltà e la magistratura si

atteggiavano nelle loro vesti di broccato d’oro dalle foggie orientali

e in che modo il popolo dei Romani mendicava la vita. Un silenzio

impenetrabile ravvolge invece quella età. Manca novella di giuochi

e di largizioni di denaro o di pane che l’Imperatore distribuisse

al popolo; nè sappiamo di restaurazioni ch’egli ordinasse. Ed è pur

colpa dei Cronisti manchevoli se non sappiamo di che moneta emunta

dal tesoro della Chiesa l’Imperatore si facesse pagare l’onore della

sua visita. Costante non guardò Roma con quel senso di venerazione

che un tempo ancora ebbe riempiuto l’animo dell’iniquo figliuolo di

Costantino allorchè nell’anno 357 venne a Roma insieme col persiano

Ormisda. Ci giova ricordare con quali parole Ammiano descriveva lo

stupore ond’era colpito l’Imperatore vedendo la moltitudine del popolo

e la magnificenza di Roma. Costanzio ammirava massimamente il tempio

Capitolino, i bagni, l’anfiteatro di Tito, il Panteon, il tempio

di Venere e di Roma, le colonne effigiate degli Imperatori, il foro

della Pace, il teatro di Pompeo, l’Odeo e lo stadio di Domiziano e

sopra ogni altra cosa il foro di Trajano. Dopo trecento e sei anni

di una storia piena di avvenimenti tetri ed in parte spaventosi, un

Imperatore bizantino di bel nuovo stava innanzi a quei monumenti; la

barbara ignoranza di lui avrà appena conosciuto alcuni di quei loro

nomi divenuti signoria della leggenda, che gli antiquarî della Città

di allora, seppure di questi lo accompagnavano, non erano più capaci

di illustrare colla parola erudita di Cassiodoro. In tre secoli Roma

s’era trasformata appieno come crisalide. In rovina già da lungo tempo

giaceva il tempio di Giove capitolino; abbandonati e caduti erano i

bagni; le fontane ingombre di rottami non gettavano più una goccia

d’acqua; folta cresceva l’erba nell’anfiteatro di Tito, le cui muraglie

dislogate crollavano. Una breve parte del palazzo imperiale serviva a

dimora, ruina il resto; il foro della Pace e tutti gli altri, seminati

di ruderi o deserti; soltanto la colonna del foro di Trajano si ergeva

maestosamente tranquilla in mezzo a templi vacillanti e a biblioteche

vuote, dove qua e colà contro la caduta e l’oblio pugnava ancora la

statua annerita di qualche genio greco o romano, il cui nome s’era

perduto in dimenticanza. Circo e teatri, da lungo tempo curvati sotto

il flagello della età, erano in balia della decadenza; il grande tempio

di Venere e di Roma, che soltanto di recente era stato scoperchiato del

suo tetto, era precipitato a mezzo. E dovunque lo sguardo si posava

in mezzo ai monumenti scrollati dalla decrepitezza, miravansi chiese

edificate coi materiali di quelli, o conventi che si addossavano

ad essi, oppure finalmente templi mutati in case della preghiera

cristiana. Da ogni parte Roma era sopravvissuta alla trasformazione

ed alla trasposizione dei suoi monumenti, avvegnachè qui si vedessero

templi cangiati in chiese, ivi marmi e colonne e architravi svelti

dagli edifici per essere trascinati a ornare chiese vicine o remote.

Una duplice Roma pertanto si mostrava agli occhi di Costante;

un’antica ed una nuova, come avviene ancora a’ dì nostri. E come

oggi, così anche allora, l’anfiteatro di Tito era il punto di mezzo

dell’antica Roma. Questo monumento gigantesco della potenza de’ Cesari

già nella bocca del popolo aveva nome di Coliseo, non dal colosso di

Nerone, ma da quello della sua propria grandezza. Il nome barbarico

è usato per la prima volta sullo spirare del secolo settimo da Beda,

monaco anglosassone, che lo adopera in quella celebre profezia che

correva di Roma: «Finchè starà il Coliseo, starà anche Roma; quando

il Coliseo cadrà, Roma pure cadrà; quando cadrà Roma, cadrà anche

il mondo.» È probabile che Beda non sia mai stato a Roma; ben la

profezia e il nome del Coliseo i pellegrini germanici avranno recato

nel settentrione[193]. Nella Roma nuova erano sorti due centri

ecclesiastici, il palazzo Lateranense, che a poco a poco subentrò nel

luogo del palazzo imperiale, e il Vaticano, Campidoglio cristiano. La

Città antica durava tuttavia nelle sue grandi moli, nei suoi monumenti

ed anche colle sue vie e colle sue stazioni; in mezzo di essa s’era

spinta la Città cristiana, conosciuta soltanto per le sue chiese molte

e in parte illustri, la cui storia parimenti (sì presto la vecchiezza

logora le opere degli uomini) qua e colà s’era profondata entro il buio

della leggenda.

Gli è difficile cosa che il greco Imperatore fosse indotto a meditare

mestamente sulle sorti della capitale del mondo; e piuttosto,

allorquando con vacua e rapida curiosità lasciava cadere lo sguardo

sui ruderi di Roma, roba sua, egli trovava allegramente che ancora

restavano degli oggetti da talentare la sua avarizia. Statue parecchie

di bronzo duravano nelle vie e nelle piazze, come ivi le aveva già

scorte Procopio, e può darsi che i Bizantini, i quali andavano in giro

frugando, di esse cercassero avidamente anche entro ai templi chiusi.

Il Pontefice mostrava al suo ospite il Panteon, dono imperiale fatto

alla Chiesa; Costante ne vide il tetto di bronzo dorato sfavillare

sotto i raggi del sole, e, senza che il rattenesse riguardo della

Vergine e di tutti quanti i Martiri, ordinava che sul suo naviglio

si caricassero quelle tegole preziosissime. A malincuore risparmiava

i quadrelli dorati che coprivano il tetto del san Pietro; chè a

strapparneli lo impediva la santità della basilica, oppure la tema

di commuovere a sollevamento i Romani. Dodici soli giorni dimorava

Costante in Roma, e tanto tempo bastava perchè la Città fosse

derubata de’ suoi ultimi tesori antichi di bronzo fino ai più piccoli

avanzi[194]. Fu prodigio che la magnifica statua equestre di Marco

Aurelio in bronzo dorato sfuggisse alla rapacità dei Bizantini. Essa

in quel tempo non peranco portava il nome di statua di Costantino;

incerto è il luogo dove prima stesse, ma è possibile che s’elevasse

nella piazza presso l’arco di Severo. Se a quel tempo tuttavia presso

quell’arco si conservava la statua equestre di Costantino, non v’è

dubbio che Costante ne la faceva svellere e caricare su un bastimento.

Che ciò avvenisse è probabile assai; e può darsi che ai Romani

supplichevoli Costante facesse grazia di lasciar soltanto la statua in

bronzo di Marco Aurelio, e che d’allora in poi il popolo ed il clero

alla statua equestre di quell’Imperatore imponessero titolo di statua

del grande Costantino: così infatti fu appellata per tutto il medio

evo[195]. Forse allora i Greci trafugavano alle loro navi anche gli

avanzi delle biblioteche antiche.

Nel dì della sua partenza l’Imperatore udì ancora una volta la messa

presso la tomba dell’Apostolo; indi, preso commiato dal Papa, veleggiò

col suo bottino per Napoli. Ma nè egli nè Bisanzio dovevano esser lieti

della depredazione di Roma. Nell’antica Siracusa, dove Costante aveva

posto dimora nell’isola Ortigia, dove accumulava la moneta spremuta con

balzelli dalla Sicilia, dalle Calabrie, dall’Africa e dalla Sardegna,

e dove ammassava persino gli arredi d’altare delle chiese, quattro

anni dopo era ucciso mentre trovavasi in bagno; uno schiavo gagliardo

gli sbatteva sulla testa un vase di bronzo. I capolavori artistici di

Roma, deposti nella città dell’isola, tosto dopo cadevano in mano dei

Saraceni allorchè eglino conquistavano Siracusa. Anche questa illustre

città di Gelone e di Gerone ebbe pari le sorti con quelle di Atene e

di Roma; Achradina, Tyche, Neapolis ed Epipolae erano ancora soltanto

ruine della magnificenza antica, diserte di abitatori[196].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 2/8 · 第 12 / 33 题