CAPITOLO QUARTO.

§ 1.

Pontificato e morte di Sabiniano e di Bonifacio III. — Bonifacio IV.

— Il Panteon di Agrippa è consecrato a Maria Vergine ed a tutti i

Martiri.

Morto Gregorio, la sedia di san Pietro restò vacante sei mesi, finchè

giunse la confermazione del suo succeditore. Fu questi Sabiniano

di Volterra, altra volta diacono e nunzio della Chiesa romana alla

corte di Bisanzio. Egli assunse il pontificato in mezzo alla più

grave tristizia di tempi, giacchè su Roma e su tutta Italia incrudiva

il flagello della carestia e della fame[129]. Quantunque Sabiniano

schiudesse i granai della Chiesa, le provvisioni non furono sufficienti

a nutrire il popolo. Una rozza leggenda narra che l’anima irata di

Gregorio apparisse al suo successore e lo colmasse di rimbrotti, e che

per ultimo il Santo lo picchiasse nel capo così, che il Papa tosto dopo

ne moriva. Alcuni Romani senza dubbio impressero in fronte a Sabiniano

un marchio vituperevole, perocchè il dichiarassero acceso d’inimicizia

e di gelosia delle opere del suo antecessore[130]; e perfino la salma

di lui morto dovette temere la ferocia della bordaglia famelica, poichè

dal Laterano per vie ascose intorno le mura della Città fu tratta al

san Pietro[131]. Lo sciagurato Sabiniano, condannato a venir dopo di un

uomo grande, moriva già nel Febbraio dell’anno 606.

Un anno intiero la cattedra pontificia restava indi priva di reggitore,

fino a che Foca approvava la elezione di Bonifacio III romano (607),

figlio di Giovanni Cataaudioce, del cui nome dee cercarsi la patria

in Oriente anzi che in Roma. Anche durante il breve governo di questo

Papa, la storia della Città serba il silenzio; soltanto le Croniche

narrano il fatto meritevole di nota, che a Bonifacio III riusciva

di ottenere da Foca un decreto, il quale, con prospero risultamento

per Roma, poneva fine a quella controversia del primato che il

Vescovo romano avea sostenuto contro il Patriarca di Costantinopoli:

l’Imperatore greco statuiva che Roma dovesse essere riverita quale

Sede apostolica e quale capo della Cristianità. Bonifacio III moriva

nel giorno 10 Novembre 607: questa almeno è la data che assumono gli

scrittori della Chiesa. Addì 25 di Agosto dell’anno successivo era

elevato al soglio pontificio Bonifacio IV, marsio nativo di Valeria e

figlio a un Giovanni medico.

Tenne egli il reggimento più di sei anni, e furono anni luttuosi e

mesti per fame, per contagi e per pressura di nemici; laonde ci è

agevole credere di quanto in basso Roma diserta allora rapidamente

precipitasse. Eppure gli è precisamente sotto di questo Papa che spunta

fuor della tenebra uno dei più egregi monumenti della Città, cui per

lunghi secoli avea coperto dimenticanza profondissima. Il vasto Campo

di Marte era stato tutto pieno di edificî splendidi d’ogni maniera,

ma i suoi portici, i bagni, i templi, e i suoi stadî, i teatri, i

boschetti deliziosi avevano servito soltanto al sollazzo dei cittadini,

e perciò non poteva essere che scarso il numero della gente che in quel

luogo abitava. Le chiese che ivi sorgevano raccoglievano più tardi

intorno a sè nuova vita di popolo; nelle regioni deserte di Roma,

al paro che nei territorî abbandonati della Campagna, esse giovavano

massimamente a riunire, quasi intorno ad un centro, nuove congregazioni

di gente. Mentre però la Città si era riempiuta di tante chiese, fino

a questo tempo abbiamo veduto erigersene invece due sole di rinomanza

nel Campo di Marte e proprio agli estremi suoi limiti; quella di san

Lorenzo in Lucina, e l’altra di san Lorenzo in Damaso: nel mezzo del

Campo di Marte s’alzavano soltanto degli oratorî minori. Ivi poi stava

il Panteon in un suolo tutto coperto di grandi monumenti di marmo,

che erano stati aspramente danneggiati dall’inondazione dell’anno 590;

tutto in giro all’intorno erano le terme di Agrippa, quelle di Nerone

o di Alessandro, il tempio di Minerva Calcidica, l’Iseo, l’Odeo, e lo

stadio di Domiziano; e mentre dall’un lato si elevavano gli edifizî

magnifici degli Antonini, sorgevano dall’altro il teatro di Pompeo e

gli Arcadi confinanti. Questi splendidi monumenti dell’Antichità erano

già in balia della ruina e dovevano perciò offrire alla vista uno

spettacolo di contristante bellezza.

Il Panteon era forse il solo edificio del Campo di Marte che si

serbasse affatto incolume da guasto. Questo monumento bellissimo di

Agrippa da ben seicento anni pugnava contro l’ira dei turbini; nè

le inondazioni del Tevere, che ancora fino al dì d’oggi quasi ogni

anno flagellano la Rotonda colle loro onde e piombano nel suo interno

colla violenza di un torrente, nè le piogge invernali che penetrando

a scroscio dal foro della cupola battono l’affondato pavimento di

marmo e sono raccolte in canali sotterranei, avevano avuto potenza

di scrollare l’edificio saldissimo. Il magnifico vestibolo, cui si

ascendeva per cinque gradini, durava illeso colle sue sedici colonne

di granito dai capitelli corinzî di bianco marmo; e può darsi che

nelle loro due nicchie stessero ancora le statue di Augusto e di

Agrippa, che quest’ultimo vi aveva collocato. La ingiuria del tempo

non aveva valso a infrangere l’armatura del tetto formata di travi di

rame dorato; nè violenza di predoni aveva ancora strappato le tegole

di bronzo dorato onde il vestibolo e la cupola erano ricoperti[132]:

però non ci è dato di sapere se il frontone possedesse tuttavia i

suoi ornati, dei quali non ci è rimasta la descrizione. Addossato

alle terme di Agrippa, non è possibile che il Panteon in origine fosse

rivolto ad uso di tempio; ma la costruzione del vestibolo, avvenuta più

tardi quando Agrippa lo fece erigere durante il suo terzo consolato,

dimostra che allora di tempio ebbe destinazione. Già Plinio gli

dava nome di _Pantheon_, e Dione Cassio, oltre alle statue di Marte

e di Venere, vi mirava quella di Cesare onorato con divino culto,

cui Augusto rifiutava d’essere associato[133]. Sebbene il tempio in

genere ricevesse suo titolo da Cibele madre degli Dei ed in ispecie

da Giove Ultore, tuttavia l’esistenza di quelle statue fa ricavare la

conseguenza che si destinasse ad onoranza de’ Cesari, quale monumento

della grande vittoria che Augusto riportava ad Azio[134]. Gli editti

degli Imperatori cristiani avevano comandato che si serrassero tutti

i templi pagani, e forse da due secoli nessun Romano aveva messo piede

entro il Panteon; egli è certo però che i grandi battenti delle porte

guerniti di rame verdiccio (è difficile che sieno ancora quegli stessi

di oggidì) erano stati forzati dai Visigoti e dai Vandali. Ivi entro

però costoro non trovavano tesori; lo splendido intonaco di marmi o le

cassette della volta probabilmente adorne di rosoni di metallo potevano

appena allettare il loro talento rapace. Nelle sei nicchie della

rotonda interna e nelle edicole poste tra esse eglino però trovavano

simulacri abbandonati di Dei, ed è possibile che di essi portassero via

quelli che per materia erano preziosi, chè persino Bonifacio IV alcuni

ancor ne trovava nel Panteon[135].

Il Pontefice mirava con occhio commosso di desiderio quel miracolo

dell’arte che si conveniva perfettamente ad una chiesa. L’edificio

tutto chiuso d’intorno, che si erigeva sopra una piazza sgombra, e

si discostava dall’architettura consueta dei templi, lo allettava

a prenderne possedimento; e la bella cupola formata di una sfera

lanciata nell’aria, entro cui con incanto portentoso si riversava a

larghe onde la luce, apparivagli dimora condegna di Maria, regina del

cielo. Gli ultimi Imperatori con loro editti avevano bandita legge

che i templi dei pagani non si distruggessero, ma al culto cristiano

si consecrassero; e Gregorio con suoi comandamenti al vescovo Melito

aveva raffermato quel principio, almeno per la Bretagna[136]. Tardi

però si seguì un tal sistema, che già probabilmente s’avea adoperato

nell’antica Atene, dove il celebre Partenone, sede della vergine Atene,

era stato tramutato in chiesa alla vergine Maria[137]. Nulla poi serve

con maggiore evidenza a provare che i Papi non possedevano dritto

di proprietà sugli edificî publici, di quanto lo faccia la chiara

narrazione dei Cronisti, che Bonifacio con preghiere ottenne da Foca

il Panteon in dono[138]. Il Papa convocò il clero di Roma; le porte

guernite di rame, cui si affiggeva la croce in segno di possedimento,

furono spalancate. Nell’elevata Rotonda di Agrippa entrarono per la

prima volta le litane di preti salmeggiando, nel tempo stesso in cui

il Papa aspergeva di acqua benedetta le pareti di marmo donde era

stata rimossa ogni traccia di Paganesimo; e al suono del _Gloria in

excelsis_ ond’era ripercossa la splendidissima volta con echi sonori,

la fantasia dei Romani poteva discernere i demonî atterriti cercare

nell’aria libera uno scampo, spertugiando per l’apertura della cupola.

E quei diavoli tanti erano, quante erano state divinità pagane, chè

già fino al tempo di Bonifacio il Panteon misterioso era stato additato

qual sede vera e propria che i demonî s’avevano in Roma prescelta. Nel

più tardo medio evo si pretendeva sapere che Agrippa avesse sacrato

il tempio a Cibele ed a tutti gli Dei, e si credeva che egli avesse

collocata la statua in bronzo dorato di quella Dea sopra l’apertura

della cupola[139]. Ciò che si narrava nel secolo duodecimo poteva

esser già stato seicento anni prima una credenza popolare, e il Panteon

innanzi tutto era appellato tempio di Cibele. Ciò possiamo d’altronde

argomentare di piena ragione dai titoli onde Bonifacio IV insignì la

Rotonda; egli infatti la consecrò a Maria Vergine ed a tutti i Martiri.

La Chiesa romana si compiaceva di collocare, nei templi conversi al

culto divino quei Santi che in qualche guisa facessero riscontro agli

Dei che n’erano stati banditi. Così il tempio che probabilmente avea

appartenuto a Romolo e a Remo fratelli gemelli, era consecrato ai

gemelli Cosma e Damiano; così santa Sabina aveva cacciato dall’Aventino

la diva Diana; così Sebastiano e Giorgio, due santi tribuni militari,

erano succeduti a Marte dio della guerra. Bonifacio seguì pertanto la

tradizione: la madre dea Cibele fu cacciata in bando da Maria madre di

Dio, e il tempio «di tutti gli Dei» fu convertito nella chiesa di tutti

i Martiri. Le pretensioni universali del culto romano della Città, che

accoglieva entro le sue mura Santi cristiani d’ogni paese, con senso

veracemente romano trovavano in questo novello Panteon un simbolo

acconcio.

Invece delle statue delle Divinità pagane vi si collocavano adesso

scheletri di Santi, nè abbiamo ragione di dubitare su quanto si narra,

che Bonifacio mettesse a sacco tutte le catacombe di Roma, e che,

caricate ventotto carra di così dette ossa di Martiri, le facesse

seppellire sotto la Confessione della novella chiesa[140]. Se si

stia al Martirologio romano, il Panteon fu consecrato nel giorno 13

di Maggio, ma la data dell’anno pende incerta tra il 604 e gli anni

606, 609 e 610[141]. Oggidì ancora si celebra a Roma in quel giorno

la dedicazione del Panteon; la festività poi di tutti i Martiri e di

tutti i Santi cade nel giorno primo di Novembre, e quella dei morti in

beatitudine avviene nel dì secondo di quel mese, sia che già Bonifacio

stabilisse, all’uopo di solennità, quelle giornate, sia che per il

primo ordinassele Gregorio IV; chè soltanto nel secolo nono questa

ceremonia d’origine romana ottenne celebrazione anche presso i popoli

d’oltralpe[142]. Di tal guisa, dalla bella Rotonda di Agrippa ebbe

origine la festa della doglianza universale della Cristianità; dal

Panteon di tutti gli Dei si diffuse pel mondo cristiano uno spirito

di mite mestizia e di sante ricordanze, che ancora nei secoli più

tardi, in Italia e in Alemagna, animò il genio della musica alle sue

creazioni più commoventi. Il Panteon di Roma fu fatto tempio di pietà

e di requie, ed oggidì ancora s’entra con senso di venerazione in

quella Rotonda senza pari, irradiata con effetto incantevole di luce,

dove Raffaello ebbe trovato il suo ultimo letto di riposo. Se il più

bell’edificio di Roma antica ebbe salvamento dalla ruina se ne deve

saper grado alla Chiesa che lo adoperò al suo culto. Ove ciò stato

non fosse, quello splendido monumento, durante il medio evo, sarebbe

diventato un castello di qualche nobile, avrebbe sofferto devastazione

in mezzo ad innumerevoli turbini di guerra, e tutt’al più si sarebbe

conservato in forma ruinosa, come avvenne della tomba di Adriano. A

ragione, quell’opera avventurata di Bonifacio IV fu reputata grande

abbastanza perchè sulla tomba di lui ne fosse iscritto il racconto, ad

acquistargli titolo di immortal rinomanza[143]. La novella chiesa ebbe

indi nome di _S. Maria ad Martyres_. La sua antichità, la bellezza e la

santità sua fecero sì che i Romani di ogni tempo la tenessero in conto

di gioiello della Città loro; rimasta proprietà dei Papi ne fu vigilata

con fervidissime cure. Tuttavia nel decimoterzo secolo ogni Senatore di

Roma faceva giuramento di difendere e di conservare pel Papa, oltre al

san Pietro, al castel sant’Angelo e ad altri dominî pontificî, anche la

santa Maria Rotonda[144].

§ 2.

Diodato papa nell’anno 615. — Sollevazioni in Ravenna ed in Napoli.

— Terremoti e lebbra in Roma. — L’esarca Eleuterio si ribella in

Ravenna. — Papa Bonifacio V. — Onorio I, 625. — Il diritto di conferma

dell’elezione pontificia spetta all’Esarca di Ravenna. — Edificî di

Onorio. — Il san Pietro. — È messo a sacco il tetto del tempio di

Venere e di Roma. — Cappella di sant’Apollinare. — Sant’Adriano nel

Foro.

Bonifacio IV trapassava di vita, secondo la data accolta dagli

Scrittori ecclesiastici, addì 7 Maggio 615; e cinque mesi dopo era

fatto papa il romano Diodato, figlio di Stefano suddiacono: ciò

avveniva precisamente nell’anno settimo dell’impero di Eraclio che,

tolti trono e vita al tiranno Foca, aveva indi spinte le sue armi

fino nel cuore della Persia; ed avveniva nel primo anno del regno di

Adelvaldo, che era succeduto al grande Agilulfo padre suo. I Longobardi

mantenevano pace, ma la guerra orientale influiva a mettere confusione

nelle condizioni dell’Esarcato, dove la nazione latina incominciava a

dividersi profondamente ognor più dalla greca. In Ravenna scoppiava

un rivolgimento, il primo ond’abbia notizia quella storia; l’esarca

Giovanni Lemigio era trucidato, e soltanto ad Eleuterio, succeditore di

lui, riesciva di domare la insurrezione. Forse ad essa associato era

il moto di ribellione che avveniva in quel di Napoli, od altrimenti

la tristizia dei tempi qui pure ne dava cagione. Giovanni di Compsa,

uomo ragguardevole di questa città, il cui nome compare sulla fine

della guerra gotica, era insorto contro il governo bizantino e s’era

impadronito di Napoli. Eleuterio era costretto a scendere di Ravenna

con un esercito; veniva a Roma, dove papa Diodato lo accoglieva con

ogni maniera di onori, conquistava Napoli, metteva a morte i ribelli,

e trionfante tornavasi a Ravenna[145]. Può darsi che ciò avvenisse

nell’anno 616, oppure nel successivo 617.

Il Libro Pontificale, che adesso è sola e scarsa fonte della nostra

Storia, dichiara che così fu restaurata la pace in tutta l’Italia.

Frattanto, nel secolo settimo, anche le sorti italiche mutavano.

La nazione latina si faceva robusta entro la Chiesa e opponeva

un contrasto sempre più efficace alla signoria greca, contro cui

incominciava con ripetuti rivolgimenti a sollevarsi, nel tempo

stesso in cui alcuni governatori bizantini tendevano a conseguire

l’independenza. La Chiesa romana diventava proteggitrice di questi moti

nazionali, ed essa stessa, nel campo delle controversie dogmatiche,

entrava contro l’Impero greco in una lotta violenta che recava

conseguenze gravissime per Roma, per l’Italia e per l’Occidente.

Diodato moriva agli 8 Novembre 618, probabilmente in quella pestilenza

che di Costantinopoli era venuta ad infestare l’Occidente. Prima

ancora che il suo succeditore, Bonifacio V napoletano, ricevesse

l’ordinazione, un secondo rivolgimento scoppiava in Ravenna. Erane

a capo adesso lo stesso esarca Eleuterio; chè la occasione propizia

fornita dalla guerra in cui era involto l’Imperatore bizantino contro

i Persiani e gli Avari, allettava quell’ambizioso eunuco a farsi

independente; laonde ei si gridava imperatore d’Italia e moveva

contro Roma per impadronirsene e per ottenervi la conferma della sua

usurpazione. Ma i suoi medesimi soldati lo uccidevano nel castello

di Luceoli e mandavano la sua testa a Bisanzio[146]. Ciò avveniva nel

619; nel Dicembre poi di questo stesso anno succedeva l’ordinazione del

nuovo Pontefice eletto[147]. Ma anche di Bonifacio V nulla si narra

fuori del numero di anni del suo reggimento; la sua morte deve esser

avvenuta nell’Ottobre dell’anno 625.

L’oscurità più profonda cela la storia di Roma in questa prima metà

del secolo settimo, che per la Città fu massimamente orrendo e grave

di ruina. Nel tempo stesso in cui nell’Oriente Eraclio con isplendide

fazioni di guerra scrollava il regno persico di Cosroe ed apriva

il varco alla prossima conquista che ne avrebbero fatto gli Arabi;

nel tempo stesso in cui nell’Arabia, in mezzo a lotte gagliarde, si

costituiva e si diffondeva la religione di Maometto, Roma giaceva

prostesa al suolo simile a scoria riarsa dei monumenti storici. Dello

stato interno della Città nulla sappiamo; non v’ha luogo in cui sia

fatto cenno di Duci, o di Maestri de’ militi, o di Prefetti; e con vani

sforzi s’affaticano gli eruditi di scoprire una sola traccia della

costituzione municipale cittadina. In mezzo a questo deserto anche

adesso non risuona altro che lo spesso fragore dei colpi di martello,

con cui gli operai, d’ordine del Pontefice, edificano chiese o danno

opera a restaurarne.

Onorio I, uomo della Campania, figlio di Petronio nobile latino, che

portava titolo di console, saliva alla cattedra di Pietro cinque soli

giorni dopo la morte di Bonifacio V; e ciò fa credere agli Annalisti

della Chiesa che l’esarca Isacco allora si trovasse in Roma, e vi

impartisse la confermazione[148]. Mentre eglino ammettono che, fino

a questo tempo massimamente, il diritto di conferma della elezione

pontificia fosse stato dagli Imperatori ceduto agli Esarchi, quegli

Scrittori si riportano con qualche ragione ai formularî del _Liber

Diurnus_ dei Vescovi romani, che fu raccolto insieme tra l’anno 685

e il 752. Infatti, quantunque vi si trovi la formula della istanza

che movevasi all’Imperatore per ottenere la conferma, essa ricade

nell’ombra, dappoichè quella indiritta all’Esarca sia compilata in

termini di sollecita preghiera e con istile di reverenza sommessa.

L’Arciprete, l’Arcidiacono e il Primicerio dei notai solevano

infatti render nota all’Esarca la morte del Papa; indi si deponevano

nell’archivio del Laterano gli atti della elezione sottoscritti

dai preti e dai laici, e se ne spediva una copia all’Imperatore.

Più importante assai era naturalmente l’annuncio che se ne spediva

all’Esarca; non soltanto con umile eloquio si sollecitava il Vicerè

d’Italia a impartire la approvazione della elezione, ma si chiedeva

all’Arcivescovo ed ai Giudici di Ravenna che si adoperassero presso

quel reggitore onnipossente affine di ottenerne il placito favorevole.

Quei formularî non lasciano argomento di dubitare della pienezza di

potere dell’Esarca, e noi possiamo financo accogliere come certo che

egli in questo tempo, fungendo le veci dell’Imperatore, addirittura

confermasse i Papi eletti; egli rimane dubbio però se posteriormente,

massime dai tempi di Onorio in poi e per sempre, quel diritto di

conferma l’Esarca abbia conservato. Il clero ed il popolo di Roma

doveva cercare il favore dell’Esarca anzichè quello dell’Imperatore,

avvegnachè quegli si trovasse in rapporti diretti con Roma e fosse

arbitro della decisione che pronunciavasi dalla corte bizantina: è

possibile che i Romani medesimi, i quali soffrivano di gravi danni

quando si ritardava la ordinazione dei loro Vescovi, avessero implorato

dall’Imperatore che loro fossero risparmiate quelle difficoltà; e ciò

dacchè egli la conferma all’Esarca demandava[149].

I Romani aveano motivo di esser lieti della elezione di un uomo che

scendeva di illustre stirpe latina, avvegnachè Onorio, colto e pio,

tendesse sulle orme del grande Gregorio. Ma nella nostra Storia non

possiamo tener discorso nè dei suoi sforzi a riporre il re Adelvaldo

sul trono da cui Arialdo lo aveva rovesciato nell’anno 625, nè delle

sue cure per la conversione dei Sassoni orientali e occidentali della

Bretagna, nè della sua accondiscendenza, sì acerbamente biasimata dai

Cattolici, alla eresia dei Monoteliti. In Roma valsero splendore ad

Onorio le edificazioni di chiese, per modo che egli conseguì nominanza

durevole allato di Damaso e di Simmaco. Il lungo catalogo delle sue

opere di restauro o di costruzioni nuove è specificato nel Libro

Pontificale; laonde, dopo una lunga dimora di tempo, trovasi ancora un

Pontefice che ebbe contribuito di molto alla trasformazione della Roma

antica. La pace coi Longobardi gliene concedeva ogni agio, e le guerre

che erano nel tempo innanzi avvenute non avevano esaurito il tesoro già

dovizioso della Chiesa. Il figlio del consolare Petronio non andava a

rilento nello spendere le rendite dei patrimonî, allorchè si trattava

di adornare di nuova magnificenza le chiese di Roma.

Nella basilica di san Pietro egli rinnovellava collo sfarzo più

dovizioso tutti gli arredi, e rivestiva la Confessione con argento

massiccio del peso di centottantasette libbre[150]. Lo splendore

odierno di questa tomba dell’Apostolo è un ornamento modesto in

paragone della sfolgorante ricchezza che ivi si profuse in quel

tempo e nel secolo seguente. Con grevi lamine di argento, pesanti

novecento settantacinque libbre, Onorio ricopriva perfino la porta

media d’ingresso della basilica, che aveva nome di _Janua regia

major_ o _mediana_, e che dal suo ornato fu in seguito detta anche

_argentea_[151]. Una antica iscrizione in distici leggevasi nei

tempi addietro su questa porta; e poichè essa fa menzione che Onorio

aveva posto fine allo scisma istriano, ne consegue che egli ebbe

compiuta quest’opera dopo l’anno 630. La iscrizione appella il Papa,

con bello e semplice motto, Duca del popolo, _Dux plebis_[152]. Il

rivestimento d’argento della porta ben doveva essere adorno di lavori

a cesello, perocchè non si possa supporre che fosse un nudo tegumento

di metallo. Ne lo rapirono i Saraceni nell’anno 846. Oltre alla porta

principale, quattro altre ve ne aveva nell’antico san Pietro; e forse,

fin d’allora, portavano i nomi ad esse attribuiti nel medio evo.

La seconda, a mano destra, era detta Romana perchè era destinata a

quelli che venivano di Roma; la terza, appellata Guidonea, serviva ai

pellegrini; la quarta, a mancina della porta maggiore, era chiamata

Ravignana o Ravennata, perchè per essa passavano gli abitatori del

Trastevere (che nel medio evo aveva nome di città dei Ravennati); la

quinta nomavasi _Janua judicii_, perchè per essa s’introducevano le

salme dei morti[153].

Onorio collocava puranco innanzi la tomba dell’Apostolo due grandi

candelabri, che avevano più di duecento settantadue libbre di peso.

Però tutti questi ornamenti di gran prezzo erano oscurati dallo

splendore del nuovo tetto della basilica. I preti aveano rivolto da

lungo tempo il loro cupido sguardo alle tegole di bronzo dorato del

tempio di Roma e di Venere, di quel bellissimo edificio di Adriano,

che, al pari del tempio Capitolino, i Vandali non avevano messo a

sacco, e i cui tetti d’oro, per quanto anche fossero in decadimento,

sfavillavano pur sempre sotto i raggi del sole. Onorio chiedeva

all’imperatore Eraclio quel tetto antico in dono; così anche lo

splendido tempio di Adriano fu consecrato alla distruzione, e le sue

tegole emigrarono sul coperto del san Pietro[154]. Tali però correvano

i tempi, che vi sarà stato appena un Romano a non rallegrarsene o a

lamentare la distruzione di quel monumento antico.

Onorio rendeva adorna di lamine d’argento anche la Confessione della

cappella di sant’Andrea, eretta da Simmaco presso il san Pietro, ed

un’altra cappella edificava a sant’Apollinare nel _Porticus Palmaria_

della basilica. Così si esprime il Libro Pontificale; tuttavolta questa

piccola chiesa era attigua al portico, ma non si erigeva nell’interno

di esso. Apollinare di Antiochia era per Ravenna quello che l’apostolo

Pietro era per Roma, cioè a dire il primo Vescovo e patrono di quella

città: può darsi che, accogliendolo nel culto romano, Onorio tendesse

ad ingraziarsi l’Esarca e l’Arcivescovo; sennonchè senza dubbio egli

non intendeva mai di dimenticare che Apollinare, discepolo di Pietro,

per autorità di questi, dalla sede di Roma era stato mandato vescovo a

Ravenna. Così per lo meno narrano le Istorie ecclesiastiche.

Roma va debitrice a Onorio della costruzione puranco di altre chiese

mirabili, che tuttora vi durano a monumento di lui. Nel Foro, in

vicinanza dei _Tria Fata_, innalzava la chiesa di santo Adriano, quasi

a beffa dell’antico Imperatore, del cui tempio egli aveva saccheggiato

il tetto[155]. Il Santo era un martire di Nicomedia, dove ei sarebbe

morto nell’anno 302. Si ebbe affermato che la sua chiesa fosse

convertita da un tempio già eretto a Saturno; la facciata di prospetto

pesantemente costruita di mattoni e il greve cornicione hanno una nota

sufficiente di antichità, ma la cattiva architettura fa conchiudere

che l’edificio sia del tempo di Onorio[156]. In qual condizione allora

il Foro antico si trovasse, e in che stato fosse la basilica di Emilio

Paolo, ci è oscuro. Gli antichi monumenti di quel luogo offrivano senza

dubbio cave di materiali per l’edificazione della nuova chiesa, che

veramente fu eretta sulle ruine di quella basilica. Sant’Adriano fu

pertanto la seconda chiesa costruita nel Foro ossia nei _Tribus Fatis_,

avvegnachè già vi esistesse la basilica di Cosma e di Damiano.

§ 3.

San Teodoro al Palatino. — Reminiscenze dell’Antichità. — La chiesa

dei _SS. Quatuor Coronatorum_ sul Celio. — Santa Lucia _in Selce_. —

Sant’Agnese fuor di porta Nomentana. — I santi Vincenzo ed Anastasio ad

_Aquae Salvias_. — San Pancrazio.

Appiè del monte Palatino esistevano già allora parimenti due chiese,

l’una di sant’Anastasia, l’altra di san Teodoro. Incerto è il tempo

della loro costruzione. La prima appare nominata con dignità di Titolo

nel Concilio di Simmaco (499); dell’altra è fatta menzione soltanto

sotto il pontificato di Gregorio Magno con qualità di diaconìa.

Teodoro, un pro’ guerriero al pari di Sebastiano e di Giorgio, era

stato martire della persecuzione che avea oppresso i Cristiani al

tempo di Massimiano, ed era morto sul rogo in Amasea nel Ponto, dopo

che, spinto da fervore religioso, aveva messo in fiamme il tempio

di Cibele. I Romani gli consecravano una chiesa di forma rotonda

sulla pendice del monte Palatino, in uno dei luoghi che andavano

massimamente famosi per molte leggende della Roma antica. Ivi, dietro

i santuarî di Vesta, erano stati un tempo l’albero del fico Ruminale

e il Lupercale antichissimo; e può forse essere che qualche Vescovo

pio vi avesse eretto fino dai tempi primi una chiesa per cacciare i

demonî del luogo o per bandirne colle invocate virtù di un guerriero

cristiano le ostinate ricordanze dei Lupercali e di Marte e di Romolo.

Non possiamo determinare con certezza se ciò avvenisse per opera di

Felice IV; nè è precisato abbastanza il tempo cui possano appartenere

i musaici esistenti nella tribuna della chiesa. L’ordine artistico

del gruppo di quelle figure rammenta i musaici della chiesa dei santi

Cosma e Damiano. Cristo siede sopra un globo seminato di stelle; la

destra solleva in atto di benedire, nella sinistra sostiene il bastone

colla croce; alla sua dritta è san Paolo che porta in mano un libro;

a manca san Pietro colla chiave; a lui dappresso Teodoro vestito

d’un manto trapunto d’oro, colla corona del martirio fra le mani;

accosto a san Paolo sta una figura che tiene parimente questa corona.

L’imagine di Teodoro, che è rappresentato con forme di giovanile

bellezza, dev’essere opera condotta in un lavoro di rinnovazione assai

posteriore, e forse è del tempo di Nicolò V che fece restaurare quella

Rotonda, ma non fece demolire la tribuna antica.

Nel secolo decimosesto ivi dentro esisteva il celebre gruppo in

bronzo della lupa che allatta i bimbi; quello stesso che oggidì è in

Campidoglio. Questo fatto prestava una ragione di più a far credere

che la chiesa di san Teodoro fosse stata anticamente un tempio, che

affermavasi eretto a Romolo e a Remo, oppure al solo Romolo[157].

Poichè, secondo le notizie degli Antichi, la lupa di bronzo era

collocata entro un piccolo tempio che s’alzava sul Palatino, si diffuse

credenza che quel monumento antico fosse a ravvisarsi nel gruppo che

spacciavasi dissotterrato presso il san Teodoro; e parimenti si reputò

doversi riconoscere in questa chiesa stessa il tempio di Romolo.

Oltracciò, una tradizione pagana aveva messo radice in questo luogo e

vi si era serbata attraverso il corso di tutti i secoli: siccome in

Roma antica le madri avevano costume di condurre i loro fanciullini

infermi al tempio dei due gemelli, così le donne cristiane recavano i

loro bambini al santo Teodoro[158]. L’usanza continuata di invocare

a quest’uopo Romolo antico può ben avere indotto un qualche Papa a

costruire quella chiesa; Romolo si converse di tal guisa in Teodoro,

e le madri di Roma portano oggidì pure i loro figlioletti ammalati

all’altare del Santo, dove il prete li benedice. E nel tardo medio

evo, anche le balie romane celebravano la loro festività nel giorno di

san Teodoro, in quel luogo stesso dove correva fama che la nutrice di

Romolo e di Remo avesse avuta un tempo la sua tomba favolosa.

Sul monte Celio, dove già esisteva la chiesa rotonda di santo Stefano,

era da Onorio edificata la celebre basilica dei Quattro Coronati,

_Sanctorum Quatuor Coronatorum_. Fu però una ricostruzione, avvegnaddio

del Titolo di essa sia fatta menzione già fin dal tempo di Gregorio

Magno. Può darsi che essa fosse eretta in tempo ben più antico nel

quartiere detto _Caput Africae_, sulle ruine di un edificio antico;

e le splendide colonne corinzie del vestibolo, e il frammento,

incatenato nella muratura, di un magnifico architrave di tempio, ci

ammoniscono oggidì ancora che per edificarla si tolse profitto di

monumenti antichi. Onorio la rinnovava da cima a fondo, così che egli

la riconsecrò. I quattro Coronati, martiri del tempio di Diocleziano,

erano stati _Cornicularii_ romani, ossia officiali di minor conto; ed

era scelto a loro sede il colle Celio, forse perchè ivi erano stati

i _Castra Peregrina_, gli accampamenti destinati da Augusto agli

stranieri. Avevano avuto nome di Severo, di Severino, di Carpoforo

e di Vittorino[159], ed in essi le reliquie miserande dell’esercito

romano aveano trovato i loro Santi. L’edificio originale di Onorio

sventuratamente sparve in mezzo ai ripetuti restauri. Le muraglie

medioevali della bella chiesa torreggiano oggidì a foggia di quelle di

una rocca robusta, e, insieme coi ruderi dell’_Aqua Claudia_ e colla

bella rotonda del santo Stefano, danno al grazioso monte Celio un

aspetto vivamente rilevato.

Ad Onorio s’appartiene anche la chiesa di santa Lucia in _Silice_ nelle

Carine, così appellata da una via selciata di poligoni di basalto. La

chiesa era detta anche _in Orphea_, forse dall’antica fontana appellata

_lacus Orphei_, che Marziale mirava in quelle vicinanze[160]. Può darsi

ad ogni modo che Onorio non facesse altro che rinnovellare la forma

della basilica. V’hanno tre sante donne del nome di Lucia che furono

martiri al tempo di Diocleziano; due furono romane, la terza siciliana

di Siracusa.

Sono queste le chiese che Onorio edificò e restaurò nella Città, ma la

operosità di lui si spinse anche fuori di Roma. Innalzò una chiesa a

santo Ciriaco sulla via di Ostia presso alla settima pietra miliare,

un’altra a Severino presso Tivoli, e, nuova da capo a fondo, edificò

anche la illustre basilica di santa Agnese fuor di porta Nomentana.

Narra la leggenda che Agnese, romana discesa di stirpe patrizia, fosse

martire in giovanissima età; chè aveva appena tredici anni. Il figlio

di Sinfronio prefetto della Città s’era invaghito della fanciulla, e

l’amava senza speranza, onde lo incoglieva mestizia sì acerba che ne

moriva. Il padre di lui supplicava Agnese di salvare il languente, ma

ella gli svelava ch’era sua la fede di Cristo. E poichè ella rifiutava

di sacrificare a Vesta, il Prefetto, mosso ad ira, la faceva trarre

in una loggia del circo Agonale, nella quale, del pari che in tutti

i luoghi di spettacoli publici in Roma, solevano assidersi sole

cortigiane. Ma non veduti scendevano angeli del cielo a coprire la

verginetta pudica col velo delle chiome lunghe di lei che mandavano

sciolte e diffuse; e il fulgore di una luce celeste cacciava in fuga

i famigliari fuor della stanza del giovane amante, e il figliuolo

del Prefetto cadeva esanime sulla soglia. Alle preci del padre, la

giovinetta lo richiamava alla vita, ed egli correva per le vie di Roma

invocando con fervido grido il Dio dei Cristiani. Però i sacerdoti

pagani condannavano Agnese alla morte quale maliarda rea; le fiamme per

vero impietosite si separavano tutto d’intorno a lei senza offenderla,

ma il carnefice ne troncava il capo. La leggenda racconta che ciò

avvenisse nel dì 21 Gennaio 303[161].

La giovinetta Martire ebbe sepoltura nelle terre della sua famiglia

fuor di porta Nomentana; e oggi ancora vuolsi ivi mostrare il suo

sarcofago di marmo, adorno di disegni di Amori, di Oceano e di Gea, di

Ero e di Psiche. La Santa saliva in tanta onoranza che le si innalzava

una chiesa, massimamente dacchè in quel luogo erano state fondate

catacombe di estensione considerevole, le quali si stendevano tutto

intorno al sepolcro di santa Agnese, come intorno ad un centro. Una

iscrizione antica tributa ad una Costantina, donna romana, il vanto

d’avere costruito la chiesa originaria di quelle catacombe[162]; più

tardi la restaurava il vescovo Simmaco, ma Onorio, appena cent’anni

dopo, la trovava giunta a tale decadimento che la edificava a

nuovo. Sebbene nel corso dei tempi vi sieno stati introdotti molti

mutamenti, tuttavia nell’essenza sua la chiesa deve chiamarsi opera

di questo Pontefice, e bellissimo di tutti i monumenti di lui. Al pari

dell’antica chiesa edificata sulla tomba di san Lorenzo, anche quella

di sant’Agnese sta in luogo profondo, sul ciglio della vallata che

si distende dalla via Nomentana fino alla Salaria, di guisa che vi si

discende per una scala di quarantasette gradini. Breve di dimensione,

ma di proporzioni corrette e gentili, l’edificio fa tenere in pregio

l’architettura di quel tempo. Contiene due serie di colonne a stile

arcuato romano, l’una sovrapposta all’altra, così che la più alta

forma una chiesa elevata. Il bel lavoro e il prezioso marmo frigio

dimostrano che queste colonne furono tolte a un monumento antico. Il

grande tabernacolo di bronzo dorato che Onorio faceva erigere sopra

la Confessione, non esiste più; ma i musaici della tribuna, condotti

in fondo d’oro, rimangono a ricordanza di quel Papa e dell’arte loro

già cadente. Contengono un gruppo di tre sole figure; non hanno spicco

di persona e di vita, ma piacciono per una certa semplicità di forma.

Nel mezzo è Agnese, figura secca che trae al bizantino; ha in capo

l’aureola; il volto è privo di luce e di ombra; è vestita di abiti

riccamente adorni a foggia orientale. La mano di Dio padre stende sopra

il capo di lei la corona; ai suoi piedi è la spada del carnefice,

dai due lati scoppiano le fiamme. A destra, Onorio le offre la sua

basilica; a manca le sta un altro Vescovo, Simmaco oppure Silvestro;

ambidue vestono la pianeta castano-bruna ed il pallio bianco; le loro

teste, rase a modo monastico, non sono adorne di corona pontificia, nè

di aureola. Al di sotto del musaico leggonsi tuttora i distici antichi,

che appartengono ai migliori di quel tempo; e certo per pregio d’arte

valgono più assai che il quadro onde celebrano le lodi:

_Aurea concisis surgit pictura metallis,_

_Et complexa simul clauditur ipsa dies._

_Fontibus e nixeis credas aurora subire,_

_Correptas nubes roribus arva rigans._

_Vel qualem inter sidera lucem proferet Iris_

_Purpureusque pavo ipse colore nitens._

_Qui potuit noctis, vel lucis reddere finem,_

_Martyrum e bustis hinc reppulit ille chaos._

_Sursum versa nutu, quod cunctis cernitur usque_

_Praesul Honorius haec vota dicata dedit;_

_Vestibus et factis signatur illius ora_

_Excitat aspectu lucida corda gerens_[163].

Quantunque il Libro Pontificale ne taccia, gli Scrittori ecclesiastici

attribuiscono ad Onorio anche la prima costruzione della basilica

dei santi Vincenzo ed Anastasio _ad Aquas Salvias_. Delle tre chiese

isolate che col procedere del tempo ivi sorsero nel territorio che sta

intorno alla basilica di san Paolo, quella dedicata ai due Santi fu

la più antica ed è ancora la illustre. Non v’è altra chiesa in Roma da

cui spiri un’aura d’antichità pari a quella ond’essa commove l’animo di

chi la mira; eppure la chiesa che oggi esiste, è più recente del primo

edificio di Onorio che è perito, posto sempre per vero che questo papa

lo innalzasse. Il diacono Vincenzo, uno dei Santi maggiori di Spagna,

aveva già ai tempi di Diocleziano sofferto il martirio a Saragozza,

ed era morto abbruciato sopra un’ardente graticola similmente a

Lorenzo compaesano suo. Per lui e per Lorenzo la cattolica Spagna ebbe

luogo onorifico nel culto romano della Città. Anastasio era invece

persiano di nazione; fu mago nell’esercito del gran re Cosroe, indi

abbandonò il vessillo del suo paese, fu in Gerusalemme ove si fece

cristiano e monaco, e da missionario tornossene in Persia[164]. Narra

la leggenda che Eraclio spedisse a Roma la testa del Santo, per la

qual cosa l’altare qui eretto ad Anastasio fu monumento di onoranza

delle spedizioni di guerra imprese da quell’Imperatore contro la

Persia. Imperatori e Re, dei quali i Vescovi volevano conseguire la

benevolenza, ottenevano in quei secoli onore di altari per i loro Santi

che proponevano a proprî candidati, parimenti come nei tempi posteriori

domandarono per loro favoriti la porpora cardinalizia. Le guerre di

Eraclio furono vere crociate di quell’età; l’Imperatore vittorioso si

faceva cedere dai Persiani anche quella croce che reputasi genuina ed

originale, e che Cosroe nell’anno 614 aveva portato via di Gerusalemme

da esso conquistata: a questa santa città Eraclio in persona or di bel

nuovo la portava con processione solenne.

Onorio, vago di costruzioni, restaurava anche la basilica di san

Pancrazio. Questo Santo era stato contemporaneo di Agnese, e al paro

di lei avea sofferto martirio quand’era ancor giovinetto di soli

quattordici anni. Venuto di Frigia a Roma con Dionisio zio suo, fu

battezzato sul monte Celio, e tosto dopo, come confessore di Cristo,

ebbe mozzo il capo nella via Aurelia. Ottavilla, pia donna romana,

ivi compose a sepoltura la salma di lui deponendola in quelle cave

di pozzolana; e ben presto il santo fanciullo fu uno degli eroi

più celebrati di Roma cristiana. Già prima che Simmaco, intorno

all’anno 500, gli avesse edificata una chiesa nelle catacombe, gente

innumerevole peregrinava al suo sepolcro; il suo nome era imposto

persino all’antica porta della Città, che era appellata Aureliana o

Gianicolense, così che Procopio nelle Guerre de’ Goti già la denotava

per _Porta sancti Pancratii_. I Romani dei tempi di Gregorio di

Tours solevano accedere alla sua tomba per pronunciarvi il giuramento

massimamente temuto; avvegnachè si reputasse che lo spergiuro, colpito

dalla maledizione del cielo, ivi sarebbe caduto morto[165]. A questa

credenza sembra anche associarsi la processione cui mosse Pelagio I,

quando un tempo, accompagnato da Narsete, era andato da san Pancrazio a

san Pietro per purgarsi dell’accusa di aver cooperato all’uccisione di

Vigilio; per certo egli avrà dovuto assidersi in prima sulla tomba del

guardiano temuto dei giuramenti.

Presso alla chiesa di Simmaco, intorno al 594, Gregorio aveva fondato

un convento. Onorio adesso trovava la basilica antica in pieno

decadimento, e nell’anno 638 la riedificava. Un’iscrizione posta al di

sotto del musaico antico dava notizia dell’opera di lui; ma quel quadro

periva, e le trasformazioni che subì nel tempo posteriore la chiesa

non concedono che si conosca esattamente quale si fosse la sua fattura

primitiva.

Là dove il Libro Pontificale porge notizia di questo edificio,

succede un passo per certo alterato nella dizione, il quale dice che

Onorio collocava dei mulini in vicinanza al muro della Città ed a

quell’acquedotto di Trajano che ricavava le acque dal lago Sabatino.

Poichè dunque non è possibile cosa il credere che si piantassero dei

mulini se la Trajana, che entrava per porta Pancrazia, non avesse

versato l’acqua occorrente ad animarne il moto, quel passo può

confermare la supposizione che Belisario avesse restaurato l’acquedotto

di Trajano[166].

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 2/8 · 第 11 / 33 题