§ 1.
Caratteri del secolo sesto. — Maometto e Gregorio. — Condizioni
religiose. — Culto delle reliquie. — Credenza dei miracoli. — Gregorio
consacra la chiesa dei Goti nella suburra di santa Agata.
Il discorso che or qui convienci tenere, è quasi il rovescio di quello
onde ebbe argomento il Capitolo precedente. Se poc’anzi abbiamo mirato
la persona illustre di Gregorio rifulgere di splendore per acuto
ingegno e per operosità svariata che non ha riscontro, qui dobbiamo
vederla circuita della tenebra del suo secolo. L’animo del grand’uomo
era preso di superstizioni parecchie, e chi giudica con savio avviso ha
pur duopo di confessare ch’egli con alcuni dei suoi scritti contribuì
a diffonderle nel mondo e tra i popoli. Ma non per questo ci uniamo
alla schiera dei censori troppo acerbi, avvegnachè soltanto chi coltiva
sentenze fuor di senno possa pretendere che un uomo del secolo sesto
possedesse la chiara intelligenza degli uomini che vennero dopo. Il
genio può in alcuni argomenti sollevarsi fuor dell’età in cui nacque,
in altri no; e l’animo dell’uomo sarà sempre travolto dall’onda dei
sentimenti che dominano il suo tempo e che gli pesano sopra come l’aria
dell’atmosfera in cui vive.
Il secolo sesto è nella Storia uno dei più meravigliosi. In esso
l’umanità sopravviveva alla caduta estrema di una civiltà antica e
grande, e perciò correva credenza che il mondo volgesse al suo termine.
Una nebbia fitta di barbarie, sorta come dal cumulo delle ruine,
s’aggravava sull’Impero romano che i flagelli della peste, della fame
e delle calamità di natura, scatenatisi coll’ira delle furie, andavano
da un capo all’altro scorrendo e devastando. Il mondo entrava in un
periodo procelloso di svolgimento nuovo; sui ruderi dello Stato antico
ove erano caduti, apostoli prematuri della Germania, gli eroi Goti,
lentamente si esplicavano le forme della vita germanica giovane e
robusta, in Italia per opera dei Longobardi, dei Franchi nelle Gallie,
dei Visigoti in Ispagna, dei Sassoni in Bretagna. La Chiesa cattolica
comprendeva di essere l’alito vivificatore di questi popoli che
s’indirizzavano tutti ad un centro unico; e poco a poco, colla vittoria
riportata sull’Arianesimo, li traeva a quella unità che tosto o tardi
doveva assumere forme politiche in un novello «Impero» d’Occidente.
Ciò avveniva nel tempo medesimo in cui un pari moto di svolgimento
travagliava l’Oriente, e in cui Maometto si apparecchiava a fondare la
religione nuova, che, riunendo insieme i popoli di quei paesi sopra le
rovine ivi rimaste della signoria romana, costringeva in prima l’Impero
bizantino a ritirarsi d’Italia, indi lo incatenava come rigida mummia
a una torpida immobilità fra le contrade del Settentrione e quelle
del Levante. Gregorio e Maometto sono i due sacerdoti dell’Occidente
e dell’Oriente, che sui ruderi del mondo antico fondarono le due
gerarchie dal cui urto ostile vennero più tardi a costituirsi i destini
di Europa e di Asia. Roma e la Mecca, qui la basilica di san Pietro,
ivi la Caaba, divennero i templi d’alleanza simbolica della novella
cultura nelle due metà del mondo antico, laddove il miracolo d’arte
dell’Impero bizantino, quella chiesa che Giustiniano aveva edificata
a santa Sofia, non si conquistò mai per l’umanità pari importanza di
civiltà storica.
Sarà a meravigliare che in una età simile di transizione, a preferenza
d’ogni altra cosa, la fantasia s’affaticasse operosa negli argomenti
di religione? Quando nell’infermo tutte le altre forze dell’anima
posano chete, l’imaginazione spazia senza freno nel regno dei sogni.
Come già era avvenuto al tempo di Costantino, così adesso il fervore
del misticismo di bel nuovo s’impadroniva degli uomini, e già abbiamo
veduto Benedetto farsi fondatore di un novello monacato, che da Roma od
almeno dalla sua campagna ebbe diffusione. Roma entrava in convento; e
l’animo del popolo, infermo tuttavia di sofferenze inaudite, premuto
dal terrore della morte, s’immergeva in fantasticherie profonde e
tetre. Dobbiamo considerare avvenimento assai significativo nella
vita religiosa dei Romani di quell’età, che eglino nelle litane
celebrate quando infieriva la peste, e delle quali abbiamo discorso,
prefiggessero a meta dei loro pellegrinaggi la chiesa di Maria Vergine.
Non dal Redentore, ma dalla madre di lui imploravasi il salvamento,
laonde si ravvisa pervenuto già a signoria quel culto della Vergine
che oggi ancora in Roma, come in tutta Italia, è fervido sovra ogni
altro. Prima di Costantino, una di quelle processioni, se avesse
potuto avvenire, avrebbe inteso a supplicare Cristo, fondatore della
religione; nei tempi dei Goti e dei Vandali s’avrebbe tolto a patrono
l’apostolo Pietro; ma ora invece la madre di Gesù esaltava la fantasia
popolare più davvicino che non facesse il figlio, il quale, dipinto
ne’ musaici con maestà severa e terribile, colpiva lo sguardo dei
supplicanti in vista di giudice temuto del mondo. Potremmo affermare
che la trasformazione dell’imagine ideale del Cristo, dai tratti
giovanili di un tempo, pressochè simili a quelli dell’Apollo, nella
figura tetra e canuta che era adesso effigiata nei musaici, abbia
contribuito per reverente terrore ad allontanare l’animo del popolo dal
culto del Redentore? L’onoranza purissima di quella Divinità, cui non
è possibile rimpicciolire entro i concetti umani, era soprattutto, e
già da gran tempo, fatta a brandelli in una mitologia nuova; il culto
dei Santi, le ceremonie, il costume delle messe, il rito ecclesiastico
celebrantesi con solennità pompose, ottenevano svolgimento dopo che
s’era chiusa l’età dei Padri della Chiesa e dopo che erano giunte a
loro fine le controversie dogmatiche intorno alle dottrine fondamentali
del Cristianesimo. Da Cristo discendendo agli Apostoli, principi
della gerarchia, la venerazione dei fedeli s’era volta più tardi
alla turba numerosa dei Martiri, campioni del Cristo. Le città erano
piene delle loro chiese, le chiese delle loro ossa e dei loro altari.
Il popolo dei Latini, proclive al senso, punto filosofo, era stato
in tutti i tempi incapace di comprendere il monoteismo; e i Romani,
fatti appena cristiani, continuavano a popolare la loro Città, che
fin dall’antichità era stata Panteon degli Dei, con novelli Santi di
tutte le province, colle loro reliquie, colle loro chiese. Lo spirito
che vive d’idea, che s’alza al di sopra della materia, minacciava
di scomparire; l’operosità assopita dell’anima non sollevava più il
volo alla spera del pensiero, ma si attaccava alla realità palpabile
di un culto dei morti materiale e ributtante. Le ali possenti della
poesia ne furono perciò tarpate per secoli, e la pittura, ch’è arte la
quale talenta meglio al senso e la cui importanza per quei tempi non
può essere apprezzata mai abbastanza, era quella che ancora assumeva
nell’umanità imbarbarita la missione di rappresentare l’idea.
Il culto delle reliquie ai tempi di Gregorio s’era già statuito
completamente qual’è oggidì. La venerazione dei Romani pei loro morti
era grande e gelosa; eglino affermavano con gran vanto di possedere,
anzi tutte le altre cose sante, le reliquie degli apostoli Pietro e
Paolo, così che avrebbero piuttosto ceduto la loro Città ai Longobardi
che abbandonato un sol minuzzolo di quelle. L’imperatrice Costantina
avea tanta ingenuità da rivolgere a Gregorio domanda che le mandasse
la testa dell’apostolo Paolo o qualche frammento del corpo di lui, chè
voleva renderne venerata la Confessione di una chiesa ch’ella edificava
nel palazzo di Bisanzio; ma Gregorio le rispondeva con lettere nelle
quali durava fatica a dominare il suo risentimento. Le diceva essere
delitto degno di morte toccare i corpi dei Santi e perfino avvicinarsi
loro soltanto collo sguardo degli occhi; aver egli voluto imprendere
una lieve novazione alla tomba di san Paolo, e poter accertare che uno
fra i deputati al lavoro, il quale aveva osato di toccare alcune ossa,
che neppure al corpo dell’Apostolo appartenevano, era stato colpito di
subita morte. Pelagio, continua egli a narrare, aveva fatto aprire il
sepolcro di san Lorenzo nel tempo in cui dava opera alla costruzione
della sua cappella, e tutti i monaci e i guardiani della chiesa che
avevano mirato il cadavere, erano passati di vita nel corso di dieci
giorni: bastava un lembo della tela che avesse coperto la tomba
dell’Apostolo, perchè, raccogliendolo entro una custodia, si avessero
benedizioni di sua potenza miracolosa; e di quelle tele, quasi fornite
di virtù magnetiche che chiamavansi _Brandea_, o qualche frammento
delle catene dell’apostolo Pietro diceva voler mandare all’Imperatrice,
purchè però fosse possibile distaccarne; avvegnaddio il prete che
ha ministero di farlo, prosegue egli accortamente, non sia sempre
capace di conseguire lo scopo per tutti quelli che ne fanno istanza,
chè spesso egli fatica sulle catene colla lima senza poterne cavare
nemmanco una minutissima scheggia[86].
I Romani avevano motivo di vegliare ansiosamente a guardia delle
loro reliquie, perocchè esse fossero avidamente ricercate. V’erano
allora molti uomini che intendevano a scoprire tesori e forse più
ancora che dissotterravano ossami, gente che viaggiava per guadagno
o per incarico di vescovi stranieri a frugare silenziosamente nei
cimiteri dei Martiri, scampando indi col raccolto bottino. A grave
commovimento erano messi i Romani un dì che coglievano alcuni uomini
greci occupati a disseppellire ossa nelle vicinanze della basilica di
san Paolo, laonde custodivano le reliquie della loro Città con cura
più sollecita che le mura di essa. Orgogliosi di possedere tali sacri
pegni, che nessuna altra Chiesa del mondo poteva con loro dividere, in
essi veneravano i palladî di Roma ed anche un poco la calamita che qui
faceva accorrere pellegrini d’ogni contrada. Quando il Papa regalava
qualche grano di limatura delle catene dell’apostolo Pietro, alle
quali già nel secolo sesto si attribuiva la salvezza di Roma, lo si
aveva per un donativo cospicuo sì, quanto fu più tardi la rosa d’oro
benedetta. S’era fatto costume di porre alcuni piccoli frammenti del
ferro di quelle catene in una chiave d’oro e di portar questa appesa
al collo come amuleto[87]. Talvolta vi si aggiungeva qualche pezzetto
di ferro della favolosa graticola di san Lorenzo, e si distribuivano
delle croci d’oro, nelle quali erano contenute scheggie del legno
«della vera croce»; ed era fede che quelle croci e quelle chiavi
d’oro avessero valore di preseverare da’ morbi e da ogni malanno[88].
Lo stesso Gregorio della loro santa virtù sa raccontare che un
soldato Longobardo, il quale voleva mutar forma ad una croce di san
Pietro rubata in saccheggio, era punito di quel temerario ghiribizzo
artistico, dacchè la lama della spada gli tagliava la gola[89].
Gregorio di quegli amuleti faceva presenti soltanto a persone del più
illustre grado, a ex-consoli, a patrizî, a prefetti, a principi, come a
Childeberto di Francia, a Reccaredo di Spagna, a Teodolinda. Chiese di
remoti paesi erano fornite dell’olio che ardeva in lampade davanti le
tombe dei Martiri. Si intigneva in esse per immersione della bambagia,
indi la si chiudeva in vasi, la si segnava col nome del Santo e la si
spediva a quei santuarî. Bastava toccarla, così afferma Gregorio, per
ottenerne miracoli; e v’erano giorni determinati nei quali i fedeli
solevano ungersi con quell’olio delle reliquie. All’opposto, era
costume di mandare in dono da Gerusalemme a Roma dell’olio della santa
Croce[90].
Gregorio, che aveva rifiutato ai Bizantini la testa di san Paolo,
dall’Oriente aveva invece recato egli stesso nella Città un braccio
dell’apostolo Luca ed un altro di Andrea; e Roma ferveva di zelo a
raccogliere entro le sue mura, in copia sempre maggiore, reliquie
di altissima rinomanza. Dicesi che il Papa avesse rinvenuta anche la
veste miracolosa dell’evangelista Giovanni e l’avesse deposta nella
basilica Lateranense. Giovanni Diacono, tre secoli dopo, affermava che
quella tunica non aveva cessato fino al tempo suo di operare splendidi
miracoli, e che ai tempi di siccità, quando innanzi alle porte del
Laterano la si scoteva, riconduceva la pioggia, e allorchè le nubi si
scioglievano in torrenti d’acqua, aveva virtù di rifar sereno il cielo:
così i Romani avevano con bella ventura trovato di che sostituire al
_lapis manalis_, ossia pietra della pioggia, che ai tempi pagani per
lungo tratto di secoli portata tutto all’ingiro nella via Appia, aveva
operato eguale prodigio[91].
A questo culto si associano tutte le altre credenze che quell’età
prestava ai portenti; apparizioni di Maria e di san Pietro,
risurrezioni di morti, profumo di corpi, aureola di gloria dei
santi, comparsa di demonî; e tali credenze s’erano già da lungo
tempo completamente affermate. Può soltanto destar meraviglia che
tali superstizioni mettessero radice nell’animo d’un uomo qual era
Gregorio, i cui sensi di umanità avevano tolto a proteggere persino gli
Israeliti dalle persecuzioni di vescovi fanatici. Nelle sue Lettere e
nei Dialoghi egli paga il tributo al suo tempo, e molte delle idee che
ivi compaiono, volentieri ameremmo considerare come errori dell’umana
natura da lunghissimo tempo superati, se per fortuna desiderata ce ne
desse ragione il mondo attuale in cui viviamo. Gregorio dava opera a
consecrare la chiesa che Ricimero aveva fondata nella Suburra, e la
dedicava a santa Agata di Catania la quale, oggi ancora, ivi è venerata
quale proteggitrice dalle fiamme dell’Etna. Le strette relazioni che
Gregorio teneva colla Sicilia furono ragione che egli accogliesse la
Santa di quest’isola nel culto romano della Città; ed egli in pari
tempo volle cancellare l’ultima ricordanza dell’Arianesimo in Roma
e perciò riaperse al rito cattolico quella chiesa che fino al suo
tempo era stata chiusa. Racconta Gregorio con tutta serietà che,
compiuta la ceremonia della consecrazione, il diavolo in forma non
vista ma sensibile d’un majale, dopo d’aver scorrazzato qua e colà
fra le gambe degli astanti, era uscito a corsa dalla porta[92]: per
tre notti s’ebbero uditi romori spaventosi sulle travi del tetto, ma
alla fine una nube olezzante di profumi scese a posare sull’altare.
Questo narriamo non tanto per la curiosità dell’aneddoto quanto per
l’importanza storica che se ne rivela: la tolleranza della fede ariana
era cessata colla caduta dei Goti; le ultime tracce della dominazione
gotica in Roma si associavano ancora ad alcune chiese serrate; e
parecchie devono averne appartenuto agli Ariani, avvegnachè Gregorio
dica di voler purificare una chiesa ariana nella terza Regione presso
il palazzo Merulano e di volerla dedicare a santo Severino, le cui
reliquie egli dà ordine che gli sieno spedite dalla Campania[93]. È
superflua cosa l’aggiungere che da lunghissimo tempo s’era raffermata
la credenza nell’Inferno, laddove da Gregorio stesso procede il dogma
del Purgatorio (_purgatorius ignis_). Una considerazione soltanto
merita nota, ed è che, quantunque il terrore pio collocasse le anime
dei dannati nella valle della Geenna, tuttavia altri luoghi ancora
erano reputati siti del mondo di sotterra. Credevasi che l’anima di re
Teodorico fosse stata precipitata nel cratere del vulcano di Lipari.
Germano vescovo di Capua, infermo di paralisi, per consiglio dei suoi
medici andava ai bagni di Anguli, oggidì sant’Angelo negli Abruzzi; ma
appena v’era entrato, il venerando prelato ne aveva ragione di terrore
gravissimo; chè egli discerneva sudante e ansante nel mezzo ai vapori
delle acque l’anima del diacono Pascasio: e il fantasima lo ammoniva
che ivi stavasi in punizione della eresia per cui aveva aderito
all’elezione dell’antipapa Lorenzo[94].
§ 2.
I Dialoghi di Gregorio. — Leggenda di Trajano imperatore. — Il foro
Trajano. — Condizioni della cultura scientifica. — Accuse contro
Gregorio. — La Città volge a decadenza sempre maggiore. — Gregorio si
adopera a restaurare gli acquedotti.
Quello che abbiamo detto fin qui, può bastare a dar conferma delle
opinioni nostre su Gregorio e sui Romani della età sua; e furono
soltanto alcuni larghi tocchi delle credenze e degli errori che in
quel tempo accoglieva l’umanità. Chi voglia apprenderne cognizione più
completa può leggere i Dialoghi di Gregorio, che sono quattro libri di
storie di singolari portenti che egli narra al suo fido diacono Pietro,
il quale lascia cadere qua e là un motto, tanto che di un dialogo
siavi conservata la forma. Gregorio scrivevali nel quarto anno del
suo pontificato. Pochi libri furono letti con più fervida avidità; si
divulgarono in Oriente e in Occidente con copie e con traduzioni, fra
le quali una ne comparve in lingua araba sulla fine del secolo ottavo;
e più tardi ancora re Alfredo d’Inghilterra ne faceva una versione in
lingua sassone. Quelli della Congregazione di san Mauro, che attesero
all’edizione delle opere di Gregorio, hanno attribuito alla virtù di
questi Dialoghi la conversione dei Longobardi, e si può convenire
collo Storico della Letteratura italiana in ciò, che gli argomenti
in essi contenuti erano acconci a persuadere l’animo infantile di
popoli rozzi. Ma chi legge quei racconti vorrebbe desiderare che fosse
riuscito alla Critica di liberare il grande papa Gregorio dal carico di
esserne autore, avvegnachè ei confesserà ch’essi dovettero consecrare
la superstizione coll’autorità del nome di un Pontefice illustre.
Dubbia o fuggevole fu la loro utilità in riguardo alle conversioni, ma
durevole ne fu il nocumento. Tuttavolta i Dialoghi hanno un’importanza
cui non è lecito preterire in silenzio, ed è che le loro storie di
portenti sono tutte nazionali d’Italia e di Roma; perocchè Gregorio
vi racconti soltanto di quelle leggende che accrescevano la gloria
dei Santi italiani del suo tempo, e che adoperavansi quali armi di
battaglia contro l’Arianesimo dei Longobardi per dimostrare che la
Chiesa romana possedeva ancora la virtù del miracolo. Tutto il libro
secondo è dedicato alle geste di Benedetto, e così Gregorio spediva i
suoi Dialoghi nelle province, taciti missionarî della Chiesa romana.
In ricompensa di tante storie di prodigî che il grande Papa vi ebbe
narrato, egli stesso meritò di diventare soggetto di leggenda. Un dì,
così correva credenza nel secolo ottavo, Gregorio passava per il foro
Trajano, e il suo sguardo, ammirando la magnificenza di quell’opera
meravigliosa della grandezza romana, si arrestava sopra un gruppo di
bronzo che rappresentava Trajano, il quale, partendo per una spedizione
di guerra, stava per iscendere di cavallo a porgere ascolto ad una
vedova che lo supplicava atteggiata di lagrime e di dolore. La donna
piangeva un figlio ucciso e chiedeva all’Imperatore giustizia. Trajano
promettevale di far ragione della sua causa come fosse ritornato della
guerra; ma, se tu non torni, sclamava l’afflitta donna, chi mi farà
vendetta? E poichè non la confortava la risposta che farebbela il suo
succeditore, essa costrinse Trajano a scendere di sella e a pronunciare
sentenza sul luogo stesso. Questo avvenimento Gregorio vedeva scolpito
nel bronzo, e lo accorava tristezza desolata che un principe sì giusto
fosse caduto in dannazione eterna. Quel pensiero gli traeva lacrime
dal ciglio durante il suo cammino, finchè, entrato in san Pietro,
vi cadeva svenuto e udiva una voce del cielo dirgli: La tua prece
per Trajano è esaudita, l’anima dell’Imperatore pagano è sciolta dai
ceppi, però non t’avvenga più d’intercedere per gli uomini idolatri.
Più tardi la leggenda aggiunse che Gregorio svegliasse alla vita le
ceneri dell’Imperatore per mondarne col battesimo l’anima, dopo di che,
quelle ricaddero nei regni della morte, ma questa spiegò sue penne al
cielo[95].
Il cardinale Baronio con serietà solenne e con lungo procedimento
sentenziò la condanna di questo leggiadro racconto che ebbe origine
in mezzo al decadimento della cultura di Roma, e con una larga spugna
faticò a lavare santo Gregorio di quell’innocente tinta di poesia,
dimostrando che il Papa non sentì mai compassione di Trajano, nè
ebbe mai gettate sue preghiere per verun pagano. Egli ha ragione di
dubitare che al tempo di Gregorio esistessero ancora delle statue di
bronzo nel foro Trajano, ma il suo zelo si scalda in quest’occasione
siffattamente, che sulla povera anima di Trajano accumula montagne
di delitti per ricacciarla di bel nuovo nel fondo dell’inferno. Noi
però non intendiamo di prestare più a lungo l’orecchio nè a lui, nè al
cardinale Bellarmino, che ebbe smentito il racconto con pari serietà
ma senza ira; tuttavia ci piacque discorrere di questa leggenda, come
di una delle più commoventi ricordanze di Roma cadente[96]. Essa ci
mostra come i Romani del secolo ottavo, mirando la colonna di Trajano,
ne serbassero ricordanza omai fievole, e fra loro narrassero storie
meravigliose delle geste del generoso Imperatore, di tal guisa che
quella leggenda, come pianta dagli steli rampicanti, crebbe e si
distese sulle ruine del foro di Trajano[97].
In che stato allora si trovasse quest’opera magnifica, ignoriamo.
Sembra che al tempo di Paolo Diacono il quale narra di quella leggenda,
e cioè nel secolo ottavo, non fosse ancora completamente caduto in
ruina[98]; e ancor dopo il tempo dei Goti, i Romani continuavano a
congregarsi colà per udirvi leggere i versi di Omero, di Virgilio e di
altri poeti, come si pare da due passi di Venanzio Fortunato vescovo di
Poitiers, che fu contemporaneo di Gregorio. Egli dice:
_Vix modo tam nitido pomposa poemata cultu_
_Audit Trajano Roma verenda foro._
_Quod si tale decus recitasses auri senatus,_
_Stravissent plantis aurea fila tuis_[99].
Lo Storico del Senato di Roma nel medio evo, avrebbe potuto far suo
prò di questi distici per avvisarne la esistenza continuata; però
essi possono veramente riferirsi così al tempo antico che all’età più
recente[100]. Un Autore moderno che scrisse della Letteratura d’Italia
nel medio evo, fu tuttavia da quei versi indotto ad affermare che «alla
fine dei secolo sesto si leggeva Virgilio con gran solennità nel foro
di Trajano. Ivi i poeti contemporanei recitavano le loro opere, e il
Senato decretava un tappeto di drappo d’oro a chi riusciva vincitore in
quelle tenzoni letterarie»[101]. Noi non vogliamo per fermo scambiare
fiori rettorici per tappeti tessuti in oro, ma ci è pur d’uopo
riconoscere che ancora al tempo di Gregorio si declamavano versi nel
foro di Trajano: e questo fatto ci trae a indagare quali si fossero le
condizioni della scienza in questa età.
Durante il loro principato abbiamo veduto Teodorico e Amalasunta
intendere con cura sollecita a riporre in fiore le scuole di Roma
ed a remunerarne i maestri con publico onorario: il periodo della
dominazione gotica conseguiva splendore dagli ultimi nomi che suonino
con laudato pregio nella Letteratura latina, da Boezio, da Cassiodoro
e dai vescovi Ennodio, Venanzio Fortunato e Giornande; e i loro scritti
ci fanno testimonianza che ancora bellamente associate si professavano
la poesia, la storia, la filosofia e l’eloquenza. La stessa arte
poetica classica degli antichi non era stata peranco cacciata in bando
dalla Chiesa, e nel tempo stesso in cui nel foro di Trajano si leggeva
Virgilio, nell’anno 544, entro la chiesa di san Pietro in vincoli,
tra i plausi romorosi del popolo, ascoltavasi l’ex-conte e suddiacono
Aratore recitare quel suo poema in cui celebra la storia degli Apostoli
con esametri, la forma dei quali non può ancora dirsi barbarica[102].
Nella dedicatoria a papa Vigilio, cui egli intitolava il poema, Aratore
giustifica l’opera sua, dicendo la versificazione non essere straniera
alle Sacre Scritture, e i Salmi provarlo; accogliere l’opinione che
anche il Cantico dei Cantici e Geremia e Giobbe nella lor lingua
originale fossero scritti in versi esametri. La musa di Virgilio,
che rendeva lieto dei suoi sorrisi un suddiacono del secolo sesto, lo
strascinava a qualche timida reminiscenza, ed in fatto talvolta fanno
in lui capolino le forme del paganesimo; laonde il cielo cristiano
ei chiama Olimpo, e Iddio pietoso appella Tonante col nome del Dio
del fulmine. A quei concetti pagani papa Vigilio nell’anno 544 non
s’offendeva di repugnanza, nè più nè meno di quel che avrebbe fatto
Leone X nel secolo decimosesto, allorchè le idee dell’Antichità di bel
nuovo avevano con l’arte invaso il Cristianesimo[103]. Così parimenti,
col carme antico e col lieto amore dell’antica poesia, il Paganesimo
compare nel coetaneo di Gregorio, nel celebre monaco irlandese
Colombano morto nell’anno 615, fondatore e abate del monastero di
Bobbio: colla più schietta ingenuità di animo ei collocava Cristo con
Pigmalione e con Danae, con Ettore e con Achille[104].
Ma le guerre bizantine e la caduta del reame dei Goti insieme
alle istituzioni politiche soffocavano anche gli studî delle umane
scienze. Non s’ode più che in Roma esistessero scuole di rettorica,
di dialettica, di giurisprudenza; soltanto la medicina, che Teodorico
aveva protetto con grande amore, può esservi stata ancora in qualche
fiore; e sembra anzi che i medici di Roma superassero in rinomanza
quelli di Ravenna, perocchè Mariano, arcivescovo di quella Città,
infermo di petto, era da Gregorio invitato a venirsene a Roma per
guarirvi[105].
All’istruzione della gioventù si provvedeva assai scarsamente e
d’istituto privato anzi che publico; cessare la istruzione non poteva;
maestri e studiosi d’umane scienze avranno sempre esistito. Se si
voglia prestar fede alle ampollose parole di Giovanni Diacono, Roma
sotto il reggimento di Gregorio per fermo sarebbe stata «il tempio
della sapienza cui le sette arti, a guisa di colonne, sostenevano,»
e Gregorio non avrebbe avuto intorno a sè uomo alcuno barbaro nella
lingua o nel costume, chè ciascuno alteramente si erigeva colla maestà
della miglior tempra latina[106]. Rifiorivano gli studî di tutte le
arti liberali, nè i dotti premeva cura penosa di sostenere la vita, ed
il Pontefice amava circondarsi degli uomini più colti anzi che degli
eccellenti per grado. In breve, Giovanni Diacono, nella barbarie del
suo secolo nono, descriveva la corte di Gregorio come se avesse dipinto
i tempi di Nicolò V, venuto tanto tempo più tardi. Una sola menda
deplorava il monaco erudito, ed era che alla curia di Gregorio non si
sapeva parlare il greco. Il Papa stesso confessava di non l’intendere,
e questo fa meraviglia dappoichè egli avesse vissuto per lunghi anni
nunzio a Costantinopoli: qui per contro non era alcuno che sapesse
interpretare a dovere le scritture latine. Così ci è dato di scorgere
qual grave separazione fosse sorvenuta a rendere straniera l’una
all’altra città, e di quanto Roma fosse stata distolta dallo studio
della classica letteratura di Grecia[107]. Giovanni Diacono per verità
attribuisce a Gregorio il vanto di una dottrina profonda in tutte
le libere discipline; e lo dichiara siffattamente erudito fin dalla
fanciullezza nella grammatica, nella rettorica e nella dialettica,
che sebbene a quel tempo ancora (così dic’egli) Roma brillasse per
la eccellenza negli studî delle lettere, tuttavolta nella Città il
Papa non era secondo a chicchessia. Sennonchè su quel quadro in cui
tratteggia lo splendore della scienza romana, Giovanni Diacono gitta
dell’ombra oscura, allorchè con chiare parole soggiunge che Gregorio
aveva vietata ai cherici la lettura degli autori pagani; ed egli stesso
riferisce quel passo, divenuto sì celebre, di una lettera del Papa,
onde si pare la inimicizia che questi nutriva contro le scienze umane.
Gregorio con parole d’ira scrive a Desiderio vescovo di Gallia, di
aver arrossito come di un’onta udendo che questi a taluno insegnasse
grammatica; e mentre parla della letteratura antica come di stupide
baie e dichiara cosa empia il tenerla in pregio, soggiunge non potere
le lodi di Cristo e le lodi di Giove capire nella medesima bocca[108].
E altrove confessa di non evitare i barbarismi di stile e di sprezzare
l’osservanza della sintassi e la costruzione del discorso, avvegnachè
reputi indegna cosa di costringere la parola di Dio nell’angustia delle
regole di Donato[109].
Se v’abbiano tutte le buone ragioni, specialmente in causa del
primo di quei due passi, per affermare che Gregorio avversava gli
studî delle umane scienze, non ve n’ha alcuna per sostenere che la
cultura di lui avesse la ruvidezza della barbarie, o peggio ancora
per dire che egli fosse un ignorante. La sua dottrina era d’indole
teologica. Seppure egli sia stato addottrinato nella dialettica degli
antichi, nè questo è dato di conoscere dagli scritti suoi che non
s’ispirano mai a filosofia, certo è che egli la ripudiava da sè. Le
sue opere sono segnate dell’orma del suo tempo, ma la lingua usata da
Gregorio si solleva spesso ad eloquenza rettorica, nè il suo latino
è bruttato di barbarismi. La missione propria di lui lo obbligava
ad agire soltanto entro la cerchia della vita cattolica, e poichè
colla indicibile operosità dello spirito costringeva le cure del suo
officio e la costante condizione infermiccia del corpo a consentirgli
l’agio di dettare scritti teologici di gran lena, non era possibile di
pretendere da lui, massime nel tempo in cui viveva, che desse opera
anche alle lettere profane, e che si persuadesse della necessità di
quegli studî alla cultura dell’umanità. L’apostolo della conversione
d’Inghilterra vedeva Italia qua e colà ancora inebbriata dalle dolci
finzioni del Paganesimo[110]; non poteva egli dunque esser benevolo
ai poeti dell’Antichità; e fa duopo soprattutto considerare il vescovo
Gregorio da un lato ben differente da quello dello statista Cassiodoro
che, educato alla cultura classica, conforta i monaci del suo convento
allo studio della grammatica e della dialettica. In una parola, se
non si può lodarnelo ei si convien pure scusarlo. Dove però si tratti
d’istituti ecclesiastici, Gregorio offre allo Storico della Chiesa
vastissimo argomento, chè questi deve massimamente descriverne l’opera
legislativa e ordinatrice dello splendido culto romano, segnatamente
della liturgia. Il suo Biografo celebra la gloria di lui che fondava
in Roma la scuola di canto del san Pietro e del Laterano: questa scuola
della musica ecclesiastica gregoriana diventava maestra dell’Occidente;
l’antichissima cappella pontificia raccoglieva in sè le tradizioni
musicali del Paganesimo, e quantunque indicesse guerra ai poeti
antichi, Gregorio pur tollerava che i ritmi di Catullo ripetessero le
loro melodie innanzi ai ministeri della Messa santa[111].
Nei secoli posteriori, e persino nei tempi più recenti, parecchie e
gravi accuse furono scagliate contro Gregorio, ma di esse non si dà
dimostrazione. Fu detto che egli perseguitasse gli studî matematici,
ma questa taccia si fonda soltanto su d’una parola, a rovescio
interpretata, di uno Scrittore inglese vissuto sullo spirare del secolo
duodecimo[112]. Più rilevante è l’accusa mossa dallo stesso Autore,
che Gregorio facesse mettere in fiamme la biblioteca Palatina; ed è
per lo meno notevole a sapersi che nel medio evo correva tradizione
che quel fervido zelatore del Cattolicesimo avesse distrutto l’antica
biblioteca di Apollo: è un sospetto che sembra punire papa Gregorio
della colpa di avere scritto i suoi Dialoghi. Ma la sorte della celebre
biblioteca che un tempo Augusto aveva collocata nel portico del tempio
di Apollo, è involta nel buio; forse gli Imperatori greci la facevano
trasportare a Bisanzio, forse essa trovava sua fine fra le angustie
che premettero Roma, e forse, rosa dalla polve e dal tarlo, continuava
ancora ad esistere ai tempi di Gregorio. La ruina delle scienze
seppelliva miseramente con sè la biblioteca di Augusto e la biblioteca
Ulpia; ed in vece dei tesori della sapienza greca e latina, la cui
perdita l’umanità deve deplorare ancor più vivamente che la distruzione
di tutti gli splendidi monumenti marmorei di Roma e di Atene, poco
a poco compaiono gli Atti dei Martiri, le scritture dei Padri della
Chiesa, le Decretali e le Lettere dei Papi, e sono serbati in apposite
biblioteche. Vien detto che papa Ilario fosse il primo a fondarne nel
Laterano, e Gregorio stesso parla di biblioteche che esistevano in
Roma e dell’archivio della Chiesa romana che fu precursore dell’attuale
Archivio Secreto nel Vaticano[113].
Noi possiamo risparmiarci il tentativo di spurgare Gregorio dell’accusa
d’una barbarità sì feroce, avvegnachè essa sostenersi non possa, se
pur solo si consideri che delle opere publiche di Roma non apparteneva
la proprietà al Pontefice sibbene all’Imperatore greco, e che questi
non avrebbe mai dato licenza che la massima biblioteca di Roma si
incendiasse in un solenne falò. E se qualche cosa più di una fola
esista nel racconto che Gregorio con rabbia singolare giurasse
morte alle opere di Cicerone e di Livio e ne distruggesse i codici
ovunque gli capitassero fra le mani, sarà sempre pensiero qualche po’
confortevole che una ventura propizia abbia concesso al cardinal Mai di
trarre dalla tomba del medio evo di Roma i libri che Cicerone scriveva
della Republica[114].
Il fervore dei difensori del grande Pontefice ha pure un’altra matassa
a dipanare; chè a quel sospetto se ne associava un altro, poco meno
atroce: Gregorio, così correva fama nel medio evo, ispirato da zelo
cattolico avrebbe fatto abbattere i monumenti di Roma per cancellare
le ultime vestigia del Paganesimo e per impedire che gli occhi dei
pellegrini si distraessero dalle chiese e dalle tombe dei Martiri per
mirare le opere dell’Antichità pagana. Lo narrano due Cronisti del
secolo decimoquarto; e lo spirito incolto di un Domenicano e di un
frate Agostiniano descriveva con gran giubilo il santo Papa intento
a troncar le teste degli idoli antichi e a mutilarne le membra[115].
Oltracciò, uno Storico della vita dei Papi che scrisse sullo scorcio
del secolo decimoquinto, rinveniva in qualche luogo narrato che
Sabiniano, succeditore di Gregorio, durante il tempo di una carestia
sollevava il popolo contro la memoria del Pontefice perchè questi aveva
distrutto in ogni parte della Città le statue antiche; e s’affermava
persino che a gran cumuli le avesse fatto gittare nel Tevere[116].
Ma questa taccia, che trovò fede non solo fra’ Protestanti ma anche
presso alcuni Cattolici, non si raccomanda a prova alcuna. Gregorio
per certo non deve aver sentito vaghezza della splendida arte plastica
degli antichi, ma noi di buon grado conveniamo nell’opinione di coloro
che con ragione rammentarono l’affetto di lui per Roma, il diritto di
proprietà dell’Imperatore su tutte le opere pubbliche, e finalmente
la moltitudine di monumenti della Città che sopravvisse al Pontefice.
Tuttavia, alle asserzioni del medio evo in generale ci è forza
attribuire una qualche aggiustatezza di giudizio; il rimprovero di
vandalismo coi Barbari devono pur dividerlo parecchi Papi, avvegnachè
non sia giusto che sopra di quelli soltanto s’aggravi tutto il pondo
dei ruderi de’ monumenti distrutti, chè più d’una statua di Roma
potrebbe attribuire la sua distruzione all’ardore pio di qualche
Vescovo[117].
Ogni dì più la Città precipitava in ruina e non ne avea salvezza.
Gregorio, che senza rimpianto vedeva i templi di Roma cadere, mirava
con duolo franti in pezzi gli acquedotti della Campagna che fra non
molto sarebbero caduti in finale disfacimento se la Città non avesse
pensato a restaurarli. Egli scriveva ripetute volte al suddiacono
Giovanni, suo nunzio in Ravenna, acciocchè sollecitasse il Prefetto
d’Italia a provvederne al riparo; e pregava che di ciò fosse dato
incarico al viceconte Augusto, avvegnachè sembri che quest’officiale
fosse da Ravenna insignito del titolo antico di Conte degli Acquedotti.
Nulla di più però fu fatto; gli acquedotti rimasero in balia alla
distruzione, e forse, ad eccezione di qualche debole tentativo, neppur
un condotto d’acqua fu rimesso in buono stato[118].
In generale, soltanto allora che v’abbia occasione a discorso di chiese
e di conventi, tornano i nomi antichi di Roma a comparire con menzione
fuggevole; chè la tenebra d’una notte profonda calava ognor più, e
nell’ombra nera celava i monumenti degli antichi[119].
§ 3.
Operosità di Gregorio nei negozî della Chiesa. — Egli tenta di riunire
l’Occidente germanico con Roma. — Converte l’Inghilterra. — Muore
nell’anno 604. — Monumenti di Gregorio in Roma.
Noi dobbiamo qui restringerci a discorrer soltanto dell’influenza che
il grande Vescovo esercitò sulla città di Roma e dell’opera che egli
vi rivolse, avvegnachè alla Storia della Chiesa convenga in generale
di parlare dell’importanza che il reggimento di Gregorio si ebbe in
relazione ai negozî d’indole religiosa. Allorchè fu fatto papa, erano
già vinte quelle battaglie durate da secoli, in mezzo alle quali era
sorto l’edificio della dottrina ecclesiastica, ed erano stati per
sempre statuiti i dogmi fondamentali della fede cattolica sulla natura
del Cristo e sulla trinità. Compiuto s’era il periodo dei Padri della
Chiesa, e si schiudeva un’êra nuova in cui l’Oriente si distaccava
dall’Occidente, e nell’Occidente si fondava la podestà assoluta del
Pontefice romano. Fu Gregorio il grande che iniziò quest’epoca e pose
le fondamenta della signoria pontificia, dopo che Leone I, predecessore
di lui, aveva già conseguito che il primato della sede apostolica
si elevasse ad autorità di principio. Questo primato era combattuto
acremente sempre dalle Diocesi orientali di Antiochia e di Alessandria
e, innanzi tutte, da quella di Costantinopoli, il cui patriarca
Giovanni Digiunatore si assumeva il titolo di vescovo ecumenico ossia
universale: ma Gregorio si opponeva con energia a siffatta usurpazione,
nel tempo medesimo che, primo tra i Papi, con accorta modestia sè
appellava «servo dei servi di Dio»[120].
I dissensi profondi tra la Sede romana e l’Oriente spalancarono,
col proceder del tempo, un abisso cui nulla valse a colmare; di qui
l’Occidente trasse giovamento a conseguire una sua propria autonomia,
che essenzialmente derivò dall’associazione della Chiesa romana
all’elemento germanico, laddove l’importanza della Chiesa orientale
andò ognor più diminuendo, perocchè i suoi patriarcati, fondazioni
antichissime del Cristianesimo, in gran parte fossero inghiottiti dal
Maomettismo irrompente.
Ei si fu parimenti Gregorio che in Occidente estese la ragione di
autorità della Sede romana oltre i confini del suo patriarcato. Giusta
l’estensione di limiti della Diocesi costantiniana di Roma, il Vescovo
romano esercitava la giurisdizione ecclesiastica di metropolita
precisamente sulle dieci province suburbicarie d’Italia soggette al
_Vicarius Romae_; però le Chiese metropolitane di Ravenna per l’Emilia
e per la Flaminia, di Milano per la Liguria, per le Alpi Cozie e per
le due Rezie, di Aquileja per le Venezie e per l’Italia, combattevano
la podestà apostolica di Roma tentando di escluderne l’imperio dai
loro territorî, nè si reputavano suddite ad essa. Ma Gregorio sostenne
contro le loro pretese il primato dei successori di san Pietro; e
si elevò a podestà di vero patriarca dell’Occidente[121]. Fu pur
desso che avvinse alla Sede romana con più stretti nodi le Chiese
germaniche delle Gallie e di Spagna, dove il re visigoto Reccaredo col
suo popolo s’era fatto confessore della fede cattolica: e nel tempo
stesso la conversione dei Longobardi, per la massima parte seguaci
ancora delle dottrine di Ario, che era dovuta al pio fervore della
regina Teodolinda, progrediva nel suo cammino a sicuro porto, così
che Italia ne conseguiva l’unità della fede[122]. Gregorio, «console
d’Iddio,» conquistava altresì alla soggezione di Roma la remota isola
britanna[123]. Narrasi che un dì, quando non era ancora papa, nel
foro dove allora tenevasi mercato di schiavi, vedesse tre leggiadri
fanciulli stranieri ch’erano messi in vendita, e istruito di loro
origine, sclamasse: «Angli, quasi angeli sono»[124]. E riscattava quei
tapinelli senza patria, e acceso di zelo di apostolo voleva partir in
missione per quelle terre; ma il popolo ne lo tratteneva, e soltanto
nell’anno 596 era dato a Gregorio di spedire dal suo convento una
schiera di monaci sotto la capitananza di Agostino a quell’isola
remota un tempo dominata da’ Romani. Splendidi e rapidi furono i
risultamenti: la Britannia, che due secoli prima era uscita di mano
dell’Impero romano e indi era divenuta conquista del poderoso popolo
degli Anglosassoni, era soggiogata adesso dai fraticelli di un convento
che s’ergeva solitario presso il Colosseo, e, provincia nuova e fervida
nello ardor della fede, era riunita alla Chiesa romana. Gregorio con
orgoglio patrio invocava ricordanze antiche, e appellava re Adelberto
e la sua donna Adelberga coi nomi di Costantino novello e di novella
Elena[125].
Per tal guisa lo spirito possente di quest’uomo, che fu il più grande
del suo secolo, penetrava in paesi remoti e dimorava in mezzo a popoli
lontani tra i quali rendeva venerata e temuta Roma la santa. Egli
componeva sè stesso ad elevata dignità di rimpetto all’Imperatore
ed ai Re, e gli ammoniva a ministrare la giustizia ai loro sudditi
e a governarli con mitezza. Proteggeva persone ed anche province
dalle concussioni degli officiali imperiali, e l’orecchio suo acuto
raccoglieva i lamenti del popolo perfino nella selvaggia Corsica e
nella remota Africa[126]. Non fuvvi mai altro Papa che abbia compreso
come lui l’altezza della sua missione e che l’abbia sostenuta con
pari operosità e con eguale valore; le sue cure e le sue relazioni
si estesero a tutti i paesi della Cristianità. Nessun altro Pontefice
lasciò tanta copia di scritti quanta lascionne egli che fu appellato
ultimo Padre della Chiesa: nè animo sublime e generoso pari al suo
sedette mai sulla cattedra di san Pietro. Dopo un reggimento veramente
glorioso, durante il quale ebbe fondata nella Chiesa occidentale quella
podestà suprema del Vescovo romano che durar doveva un mille anni, ma
di cui egli nè intese, nè presagì il mutamento degenere, Gregorio I
passò di vita in Roma addì 12 marzo 604[127].
Di lui oggidì non rimangono in Roma che pochi monumenti. Il rovinio
cui volgeva quella sua età non ebbe concesso a Gregorio di ornare
di edificî la sua città natale, o, forse, il suo spirito compreso
soltanto della salute dell’anima degli uomini, disdegnava, per usare
delle parole del monaco Beda, di affaticarsi intorno alle pompe
esterne di chiese splendide d’oro e d’argento, come altri vescovi
fecero. Il Libro Pontificale, che contiene un copioso catalogo degli
edificî e dei doni votivi dei suoi predecessori, nella biografia di
Gregorio che è di meravigliosa brevità, fa menzione soltanto che egli
elevasse all’apostolo Pietro un ciborio con quattro colonne d’argento
ossia un baldacchino dell’altare maggiore, ciò che appellavasi
anche _Fastigium_. Leggiamo nelle sue Lettere ch’egli commetteva
nelle Calabrie delle travi per intraprendere restaurazioni nelle
basiliche di san Pietro e di san Paolo, ma è pur dubbio se per verità
siffatti lavori si compiessero. Della fondazione del suo convento
sul Clivo Scauro abbiamo già tenuto parola, e certo ei sarebbe
stato di somma importanza per la storia della pittura se si fossero
conservati i dipinti che ivi nell’atrio Gregorio avea fatto condurre:
Giovanni Diacono, che potè ancora vederli, ne dà una descrizione
particolareggiata. Erano affreschi, ond’è dimostrato che in quel
tempo ancora esercitavasi in iscuole la pittura di colori. Vi era
rappresentato Pietro seduto su di un trono, e, innanzi a lui, il padre
di Gregorio che stringevagli la destra. Gordiano vestiva abito di
diacono; una pianeta di color castano bruno scendeva sulla dalmatica, i
piedi erano stretti in piccoli stivali. Lunga era la forma del volto,
l’aspetto grave; avea barba breve, capelli folti, occhi vivaci. Un
altro quadro, che conteneva il ritratto della pia madre di Gregorio,
ci rappresenterebbe una nobile matrona romana di quell’età. Silvia era
coperta di un candido ammanto a foggia di velo il cui panneggiamento,
secondo l’antico costume romano, risaliva dalla spalla destra alla
sinistra; portava una tunica bianca chiusa al collo che scendeva fino
alle piante in larghe pieghe, ornata di due liste a mo’ di dalmatica.
In capo aveva una bianca mitra ossia cuffia: le dita della mano destra
alzava in atto di segnarsi, nella sinistra teneva un libro di preci
su cui stava scritto: «Vive l’anima mia, e dirà le tue laudi, e i
tuoi cenni saranno mio ausilio:» _Vivit anima mea et laudabit te, et
judicia tua adjuvabunt me_. Giovanni Diacono mirava con venerazione
l’imagine di quella matrona, e confessava che neppur l’età senile aveva
cancellato i tratti di una bellezza antica. Il volto rotondo e cosparso
di pallore era solcato di rughe, ma i grandi occhi azzurri sotto ciglio
soave, e le labbra graziose e la serena letizia di tutto il sembiante,
la diceano beata del figliuolo che aveva dato al mondo.
In una piccola abside entro un rotondo di stucco era dipinto anche il
ritratto di Gregorio; le sembianze erano gradevoli, dolci le fattezze
del volto ornato di barba bruna. Avea fronte calva, alta, ampia,
coronata di pochi capelli neri; il guardo esprimeva mitezza; le mani
belle mettevano in mostra dita ritondette, dalle quali il suo biografo
arguisce prestezza a scrivere. Una pianeta castano-bruna scendeva
sulla dalmatica, e il pallio ornato di croce ne copriva gli omeri, il
petto e i fianchi. Il capo non era cinto dell’aureola, ma una cornice
quadrangolare dimostrava che egli viveva ancora quando era fatto il
quadro, avvegnaddio soltanto ai defunti si ponesse in capo l’aureola,
indizio di loro santità[128].
Il convento di sant’Andrea non è più. Cent’anni dopo la morte di
Gregorio, diserto di frati, fu restituito in vita da Gregorio II; indi,
incerto il tempo, cadde. Si afferma che la chiesa di san Gregorio,
onde s’ignora l’epoca dell’edificazione, sorga sul luogo ov’esso
prima stava. Quivi, del pari che nelle vicine cappelle, si illustrò
con monumenti la storia del massimo di tutti i Papi. Fra essi, nella
cappella Salviati, si mira un ciborio di squisito lavoro, fondazione
di un abate avvenuta nell’anno 1469, in cui è istoriata in rilievo la
processione e l’angelo che raccoglie il volo sul mausoleo di Adriano.
Nella cappella di Gregorio, di faccia all’altare, v’è un rilievo di
sottilissimo lavoro, che appartiene probabilmente alla stessa epoca:
esso rappresenta il Papa in atto di orare per la redenzione delle
anime del Purgatorio; però la leggenda relativa a Trajano l’artista non
produceva.
Il Baronio, ch’era stato altra volta commendatore del convento di
Camaldoli presso san Gregorio, fondava nelle vicinanze di questa chiesa
tre cappelle dedicate a sant’Andrea, a santa Silvia e a santa Barbara.
La prima deve sorgere sul luogo stesso dove Gregorio avea edificata
una chiesa a quell’Apostolo. Le sue pareti sono adorne di pitture
del Domenichino e di Guido Reni, ma il valore illustre di quegli
affreschi omai sbiaditi, che non rappresentano alcun fatto della vita
di Gregorio, attragge lo sguardo meno assai del brutto quadro di un
artista oscuro che si collocò nella cappella di santa Barbara e che
figura la conversione dell’Inghilterra.