§ 1.
Gregorio è ordinato papa addì 3 Settembre 590. — Sua prima predica. — I
Longobardi condotti da Agilulfo e da Ariulfo stringono Roma d’assedio.
— Gregorio pronuncia la orazione funebre di Roma. — Egli compra la
ritirata dei Longobardi.
Come fu venuta di Bisanzio la conferma della elezione pontificia,
Gregorio fu atterrito del grave officio[40], e, com’egli stesso
confessò, volle fuggirne. Nel secolo nono narrava la leggenda che egli
secretamente si facesse trasportare fuor di Roma da alcuni mercanti
e si celasse in un bosco: i Romani però movevano a cercarlo; una
colomba raggiante di splendore oppure una colonna di luce svelava il
nascondiglio di Gregorio; si riconduceva l’eletto con pompa di trionfo
in san Pietro ed ivi era consecrato pontefice[41]. Gregorio saliva alla
cattedra di Pietro addì 3 Settembre 590, e, per usare delle sue stesse
parole, assumeva il governo della Chiesa come di una barca antica dove
l’onda penetrava da tutte le parti, e le cui tavole sconnesse dalla
tempesta collo stridìo annunciavano prossimo naufragio.
Le condizioni spaventose nelle quali Roma allora si trovava offrivano
argomento alla sua prima predica. In quel tempo, ogni qualvolta il
Vescovo romano, che nel senso vero dell’espressione era sacerdote
e padre del suo popolo, saliva sul pergamo, ciò ch’egli vi parlava
era parola di verità storica. Gregorio raccoglieva in san Pietro le
reliquie del popolo di Roma, e gli sciagurati nepoti di Cicerone,
accalcati nella basilica, a fioco lume, stavano intenti ad udirlo con
ansia febbrile ancor maggiore di quella con cui i loro antenati avevano
ascoltato, nel tempio della Concordia, i discorsi eloquenti degli
oratori.
«Nostro Signore», diceva il Vescovo mestamente, «vuol trovarci parati
alla sua chiamata, e ci mostra la miseria del mondo invecchiato
affinchè possiamo sgombrarne da noi ogni affetto. Voi avete veduto
quante tempeste ne annuncino la prossima fine; se non placheremo in
pace lo spirito di Dio, converrà che temiamo di apprendere il suo
giudizio che s’avvicina in mezzo a flagelli tremendi. Al frammento
dell’Evangelio di cui udiste testè le parole, il Signore premise
questo: Una gente si leverà contro all’altra gente ed un regno
contro all’altro e vi saranno terremoti, fame, pestilenza e prodigî
spaventevoli, e grandi segni del cielo[42]. Di tutto questo abbiamo
già visto colpirci alcuni guai, e dell’approssimarsi del resto già
viviamo in paura. Imperocchè di popoli che calpestano altri popoli
e di contrade oppresse di desolazione ai tempi nostri abbiamo veduto
più di quello che nelle Scritture possa leggersi. Troppo di sovente
da altre parti del mondo udiste di terremoti che distrussero cittadi
innumerevoli, e noi soffriamo pestilenza senza fine. Di prodigî nel
sole, nella luna e nelle stelle per vero ancor non sappiamo, ma che
questi pure siano vicini ce lo avvertono le mutazioni dell’aria. Questo
sì abbiamo veduto, prima che Italia fosse abbandonata alla balìa del
ferro longobardo, balenare nel cielo spade di fuoco rosse del sangue
del genere umano che tosto dopo fu sparso a torrenti. Vigilate attenti
alla difesa di voi; chi Dio ama deve giubilare che il mondo finisca;
chi ne sente amaritudine sono coloro nel cuore dei quali ha posto
radice l’amore del mondo, coloro che non desiderano la vita futura, che
non ne hanno la fede. Ogni dì il mondo è percosso da calamità novelle;
mirate quanto pochi dell’antico popolo senza numero siano rimasti,
eppure noi ogni dì nuovi mali flagellano, e sventure impreviste
abbattono. Il mondo diventa antico e incanutisce, e per un mare di
dolori volge quasi a morte vicina»[43].
La prima predica di Gregorio ci trasporta nel buio profondo di
quell’età, in cui Roma andava precipitando alla sua fine, in cui nel
mondo che in sè chiudeva tanti germi di vita nuova, l’umanità altro
non vedeva che i ruderi accumulati dell’Impero sovra i quali sedevano i
Romani, ruina di popolo incanutito, e si adagiavano pronti a morirvi.
Ma quello stesso Vescovo che gli ammoniva a rendersi famigliare il
pensiero della caduta e della morte, in pari tempo dava opera sollecita
a serbarli in vita ed a rialzarli. Per lui primo dovere era la salute
della Città, e i tempi correvano tali che il Vescovo doveva riputarsi
suo vero reggitore, avvegnachè in mezzo a quel rovinìo orrendo non
vi fosse che un asilo, la Chiesa; non vi fosse che un proteggitore
ed un salvatore, il Pontefice. La fame desolava la Città deserta, e
Gregorio scriveva a Giustino pretore di Sicilia affinchè prestamente
mandasse grano, di cui ancor sempre la Città da quell’isola ricavava
provvisioni[44]. Poco l’Imperatore poteva darne, e la parte maggiore
traeva la Chiesa stessa dai ricchi suoi possedimenti. A quella
necessità potevasi provvedere ben più facilmente che alla pressura dei
nemici, imperocchè la spada di re Autari o quella di Ariulfo, duca di
Spoleto, fossero rivolte contro Roma che i Longobardi circuivano come
avoltoi intorno ad un cadavere. Scarso era il presidio della Città,
e la soldatesca, cui facevasi mancare lo stipendio, non obbediva a
disciplina. «Se viene Maurenzio cartulario», scriveva Gregorio allo
scolastico Paolo, «pregovi di provvedere fervidamente insieme con lui
ai bisogni di Roma, chè di fuori ogni dì più senza fine ci colpisce il
ferro dei nemici, e dentro con maggior pericolo ci minaccia la rivolta
dei soldati»[45].
Le esortazioni di Maurizio imperatore erano riuscite a trarre in
campo di bel nuovo, nell’anno 590, Childeberto di Francia contro re
Autari, ma la fame e il contagio distruggevano in Lombardia l’esercito
franco, e per tal guisa la grande impresa che doveva condursi in
unione coll’Esarca, riusciva vuota di risultamento; Roma però ne
ebbe vantaggio, perocchè ne fosse così allontanato l’inimico. Autari
poi moriva nel Settembre dell’anno 590; la vedova di lui, Teodolinda
principessa di Baviera, faceva dono della sua mano e della corona dei
Longobardi al giovane e bello Agilulfo duca di Torino, ed il novello
Principe, per felice ventura della Chiesa, non era muto all’influenza
della sua donna che professava fede cattolica. Roma, che sospirava ad
una pace durevole, ne avrebbe goduto un qualche tratto, se i desiderî
dei Pontefici fossero proceduti d’accordo cogli intendimenti politici
o coll’energia dell’Esarca. Ariulfo di Spoleto e re Agilulfo stesso,
nell’anno 593, stringevano Roma fino agli estremi; Gregorio con lettere
scritte all’Arcivescovo di Ravenna si lagnava acerbamente delle astute
arti di Romano esarca, che ritardava la conchiusione della pace, e
nel tempo stesso il Papa svelava l’orgogliosa coscienza di superare
di gran lunga per grado e per dignità quell’officiale imperiale. Egli
raccomandava all’Arcivescovo che inducesse l’Esarca alla pace con
Ariulfo; lamentava che s’avessero tolti alla Città i soldati imperiali
che v’erano di presidio, e che la milizia teodosiana, sola rimasta,
appena accondiscendesse a tener la guardia delle mura, perocchè non
avesse toccato stipendio[46].
Qualche tempo prima, Romano era venuto nella Città; incontro a lui
che, per quanto sappiamo, fu il primo Esarca che mettesse piede in
Roma, erano mossi i Romani, popolo e clero, ordinati in corporazioni
con bandiere, e l’esercito; e con solenne corteo dal Laterano, dove
il Papa gli faceva accoglienze, lo avevano condotto alla sua dimora
che egli tuttora poneva nel palazzo dei Cesari[47]. Il patrizio greco
ricevette gli omaggi più alti che erano dovuti all’Imperatore onde
teneva le veci. Feste al popolo non diede, venne a mani vuote, e dopo
di avere senza dubbio smunto oro dagli scrigni della Chiesa, se ne
tornò via, seco traendo tutta la milizia mercenaria greca, financo i
Teodosiani, affine di guernire altre città minacciate dal nemico, quali
erano Narni e Perugia. La ragione che aveva indotto a guerra Agilulfo
si era la spedizione con cui l’Esarca, ad onta dei trattati, s’avea
fatto signore di alcune città di Tuscia, già divenute longobarde, di
Orta, di Polimarzio e di Bleda, ed inoltre il tradimento di Perugia,
già poc’anzi presa dai Longobardi, che avveniva nell’anno 592 per
opera di Maurizio loro duca in quella città. E poichè il Re moveva
tosto ad assalire Perugia, Roma, causa la vicinanza, ne era colta di
massimo spavento; chè infatti, non appena quella città, nell’anno 593,
fu caduta in potere del Re, egli con tutti i suoi eserciti comparve
innanzi a Roma.
Il movimento di guerra dei Longobardi era cagione che Gregorio
interrompesse il corso dei sermoni coi quali interpretava Ezechiello
al popolo; egli stesso dice che alla vista di coloro che tornavano
colle mani mozze ed al racconto della prigionia e della morte di altri,
l’animo suo non era stato capace di proseguirvi[48]. In quelle prediche
pronunciate sotto l’impero degli avvenimenti, se vuoi anche con colori
da retore, si dipinge viva e storicamente vera la condizione in cui
allora trovavasi Roma; e la Omelia decimottava è un impareggiabile
quadro di quei giorni tristissimi.
«Che avvi mai», sclama Gregorio, «che ancora in questo mondo ci
allieti? Dappertutto vediamo lutti, dappertutto udiamo gemiti; le
città sono saccheggiate, le castella demolite, le campagne devastate,
la terra fatta un deserto. Sui campi non resta più un colono, nelle
città trovi appena un abitatore; eppure le poche reliquie del genere
umano sono colpite ogni dì e incessantemente di guai; i flagelli della
giustizia di Dio non hanno termine, perchè tanti castighi non bastano
ancora ad espiare le peccata. Vedemmo questi tratti in servitù, quelli
mutilati, altri uccisi. A che basso stato sia discesa poi quella Roma
che altra fiata era signora del mondo, ci è facile scorgere: da acerbo
cordoglio oppressa, spopolata di cittadini, assalita dagli inimici,
fatta cumulo di ruine, in essa si compie ciò che un tempo di Samaria
vaticinava il profeta Ezechiello: «Prendi una caldaia e versavi dentro
dell’acqua e getta i suoi brani di carne entro di essa.» E più oltre:
«Essa bollirà e cuocerà e saranno cotte le sue ossa.» Ed ancora:
«Accumula le ossa che io vi dia fuoco; le carni si consumeranno, e
tutto quello che è dentro la caldaja si struggerà, e le ossa saranno
sfatte. Poni anche la caldaja vuota sopra i carboni, acciocchè il suo
rame si arroventi e si liquefaccia.» Sì, la caldaja fu messa al fuoco
fin d’allora che Roma ebbe fondamento, vi fu versata acqua e vi furono
gettati entro tutti i suoi brani di carne allora che d’ogni parte
i popoli della terra erano trascinati ad essa che, al paro di calda
acqua, nell’incendio delle opere mondane bolliva, e come brani di carne
si sciolsero in mezzo all’ardore del fuoco. E fu detto con mirabile
parola: «Essa bollirà a scroscio e vi si cuoceranno entro anche le
ossa.» Imperocchè dapprima vi si agitasse violentemente l’amore della
gloria mondana, ma poi questa gloria si spense con quelli che del suo
desiderio si accendevano. Le ossa significano gli uomini potenti della
terra, ma la carne i popoli, avvegnadio siccome le ossa sostengono la
carne, così la fralezza dei popoli sia governata dai possenti della
terra. Ma vedi, or le furono già tolti tutti i potenti del mondo, le
ossa sono dunque cotte; vedi, i popoli sono caduti, dunque anche la
carne è distrutta. Può dunque esser detto: «Accumula insieme le ossa
che io vi dia fuoco; le carni si consumeranno, e tutto quello che è
dentro la caldaja si struggerà, e le ossa saranno sfatte.» Ed invero,
dov’è il Senato? dove il popolo? Le ossa sono distrutte, la carne
consunta, in essa è spento tutto lo splendore delle dignità terrene.
La moltitudine del suo popolo è discomparsa; e tuttavolta noi, pochi
rimasti, ogni dì siamo minacciati di spada e di calamità senza fine.
Può dunque esser detto: «Poni anche la caldaja vuota sopra i carboni;»
ed invero se manca il Senato, se perì il popolo, se tuttavia sui
pochi che sono ancora in vita si aggravano ogni dì dolore e pianto,
ciò significa che tutta in fiamme arde Roma deserta. Ma che dir degli
uomini, se già per cadute continue gli edificî stessi vediamo al suolo
distrutti? Per lo che alla Città già deserta mirabilmente si adegua
quanto è scritto ancora: «Si arroventi il suo rame e si liquefaccia.»
Conciossiachè sarà distrutta persino quella caldaja in cui prima furono
cotte la carne e le ossa, chè dopo caduti gli uomini, crolleranno anche
le muraglie. Dove sono quelli che un giorno insuperbivano della loro
gloria? Dov’è la loro magnificenza? Dove l’orgoglio? Dove i sollazzi
tanti e smodati? In essa ebbe compimento quello che il Profeta ha detto
di Ninive distrutta: «Dov’è la dimora dei leoni e l’alimento dei figli
de’ leoni?» I suoi generali e i principi suoi non erano forse leoni
che correvano le terre di tutto il mondo e con rabida sete di sangue
ne riportavano la preda? Qui i piccoli dei leoni trovavano il loro
cibo, perocchè fanciulli e giovani, figli degli uomini mondani, qui
d’ogni parte accorressero se volevano sgombrarsi le vie della fortuna
terrena. Ma ahimè! or la Città è fatta deserto, ora è in ruina, e per
lungo gemito affranta. Niuno più corre ad essa per conquistarsi la
fortuna di questo mondo. Adesso più non le rimane un solo uomo possente
e nella violenza operoso, che col sopruso sappia carpire bottino.
Diciamo dunque: «Dov’è la dimora dei leoni, dov’è il nutrimento dei
figli dei leoni?» Ad essa incoglie ciò che il Profeta ha detto di
Giudea: «La tua calvizie si diffonde come quella dell’aquila.» E invero
la calvizie colpisce l’uomo nel capo, ma la calvizie dell’aquila
si distende per tutto il corpo, imperocchè, quando è invecchiata
molto, le sue piume e le sue penne cadano d’ogni parte. Così, al pari
dell’aquila spennacchiata, la Città s’è cosparsa di quella calvizie
che fu la perdita del popolo suo. Caddero anche le penne possenti delle
ali, colle quali un tempo soleva alzarsi a volo, perocchè sieno morti
quegli eroi tutti per opera de’ quali un tempo essa metteva a ruba le
proprietà degli stranieri»[49].
I Romani, che ascoltavano quel ditirambo del dolore risonare nell’alta
e silenziosa basilica di san Pietro, dalle cui pareti i Santi d’aspetto
severo dipinti nel musaico parevano guardar fissamente in giuso,
dovevano sentirsi schiacciati sotto il peso di queste parole tremende.
Il loro destino desolato si svelava ai loro occhi come un vaticinio
compiuto: Roma era morta! Alla parola solenne del grande oratore
tenevano bordone il pianto delle matrone e il gemer dei vecchi nati
già negli splendidi tempi di Teodorico; e negli intervalli in cui la
voce di Gregorio posava, la fantasia agitata del popolo avrebbe potuto
imaginare di udir le grida furibonde degli inimici irrompenti alle
porte, oppure la frana romorosa di Roma e de’ suoi antichi monumenti,
dai quali, sordi e pesanti, precipitassero i massi marmorei. Non v’ha
dipintura di Roma più tremenda di questa che ci è offerta da quella
adunanza e da quella predica; e la imaginativa fiera e grandiosa
dell’Omelia, che associa la storia della capitale dell’Impero romano
alle profezie degli Israeliti, è tale da destarci dal profondo
dell’animo una tristezza di tragico senso. È il discorso funebre di
Roma che il Vescovo recitava sulla sua tomba, e possiede un’importanza
storica altissima, maggiore persino di quella che s’abbia il discorso
di Marc’Antonio presso il cadavere di Cesare. Il Papa che pronunciava
quell’orazione era nel tempo stesso l’ultimo discendente d’una famiglia
romana antica ed illustre, laonde il suo discorso di tetri concetti
s’inspira alla vera energia del sentimento nazionale romano.
Agilulfo assediava Roma, ma non la stringeva soverchiamente; come
avrebbe potuto infatti resistere a lui la Città che, a detta dello
stesso Gregorio, «priva di popolo numeroso e senza ajuto di soldati»
stava sotto il solo usbergo della protezione dell’apostolo Pietro
o di Dio[50]? Se il Papa saliva sui merli delle mura di Aureliano
e di Belisario cadenti di vecchiezza, poteva co’ suoi proprî occhi
mirare i Romani trascinati dai Longobardi come cani al guinzaglio
per esser venduti schiavi nelle Gallie; e i parecchi assalimenti coi
quali il nemico moveva contro le porte, lo avranno indotto a terrore,
mentre il prefetto Gregorio e Castorio maestro de’ militi, ch’erano
i soli officiali imperiali di grado ragguardevole che fossero in
Roma, attendevano alla incerta difesa. Non la loro vigilanza, nè
la perseveranza dei cittadini armati avevano merito che il nemico
finalmente si ritirasse, sibbene le ricchezze della Chiesa; e Gregorio
in una lettera, che più tardi scriveva alla imperatrice Costanza,
lamentava con ironia di dover sè stesso appellare tesoriere dei
Longobardi, sotto le spade dei quali il popolo romano serbava la vita
soltanto perchè la Chiesa la riscattava ogni giorno[51].
L’Imperatore non rivolgeva al Papa nemmanco una parola di gratitudine
per la liberazione di Roma; ed anzi l’Esarca cercava di mettere
in sospetto a Bisanzio il Vescovo che alla sua autorità diventava
pericoloso, e contro cui era irritato, sembra, perchè di propria
volontà aveva trattato della pace coll’inimico. Maurizio scriveva
a Gregorio una lettera di stile violento, in cui gli rimproverava
che Roma durante l’assedio non era stata bastevolmente provveduta di
vettovaglia; e in brevi e sonore parole gli dava del cervel grosso,
poichè s’era lasciato corbellare da Ariulfo colla promessa che questi
per la conchiusione della pace sarebbe venuto a Roma. A quella lettera
il generoso Gregorio rispondeva con dignità e con acutezza diplomatica;
enumerava tutti i pericoli ai quali lo avevano esposto i comportamenti
dell’Esarca, tutti i danni che ne erano conseguiti, e nel tempo stesso
in cui affermava di volere assumere a titolo di onoranza l’offesa
che l’Imperatore gli faceva, cercava di salvare dalla disgrazia gli
officiali imperiali, e celebrava la vigilanza operosa con cui eglino
avevano provveduto alla difesa di Roma[52].
§ 2.
Condizioni del reggimento temporale di Roma. — Gli officiali imperiali.
— Assoluto silenzio rispetto al Senato romano.
La menzione che ci occorse di fare del Prefetto e del Maestro de’
militi, ne richiama a esaminare brevemente come fosse costituito il
reggimento temporale della Città in quel periodo di tempo, e ci trae
quindi a toccare di uno dei punti più oscuri nella nostra Storia.
Abbiamo veduto che in quell’età non si parla più di un Duce che
sedesse in Roma, nè riscontrasi mai cenno di un Ducato romano[53].
All’invece, alcune città erano governate da _Comites_ e da _Tribuni_,
e in Roma e nel territorio alla Città attinente trovansi dei _Magistri
Militum_, che manifestamente avevano autorità di comando generale
ed erano investiti della piena potestà di un Duce. Tuttavolta, e
soltanto di tempo in tempo, anche questo officio appare esistere in
Roma, come allora che Castorio resse la difesa contro l’assedio di
Agilulfo[54]. Le cose di guerra e la giurisdizione loro relativa,
dipendevano da questo comandante; e di Ravenna o di Bisanzio era
spedita a Roma la moneta per supplire allo stipendio della soldatesca
sotto nome di _roga_, di _precarium_ o di _donativum_, che era pagato
dall’_Erogator_, sempre che però il denaro venisse[55].
Più di frequente, le lettere di Gregorio fanno menzione del Prefetto;
una sol volta però v’è usato dell’espresso addiettivo _Urbis_[56];
ed il Papa ben di sovente parla di Prefetti senza aggiungervi
qualificazione ulteriore, cosicchè ogni qual volta ei ne discorra
ci convien guardarci dall’intendere per essi sempre i Prefetti
della Città. V’era ancora un Prefetto d’Italia, uno d’Africa e uno
dell’Illirio, ossia delle tre Diocesi che erano un tempo soggette
al Prefetto del Pretorio d’Italia; Gregorio ne fa parola nelle sue
lettere[57]. Le funzioni del Prefetto, il quale dall’Esarca era
chiaramente distinto, ci sono ad ogni modo più conosciute di quelle
che spettavano all’officio di Proconsole d’Italia[58]. Il Prefetto
reggeva con podestà immediata tutte le bisogne civili, così in
argomento di finanza e di giustizia che di amministrazione delle città.
La raccomandazione del Papa non era priva di influenza nell’elezione
all’officio della prefettura d’Italia e di quella della Città. Per
recarne un esempio, nell’anno 602 l’ex-prefetto Quertino pregava
il Pontefice che s’adoperasse presso l’Imperatore affinchè Bonito
ottenesse la prefettura, quella d’Italia senza dubbio. Rescrivevagli
il Papa essere quella una carica travagliata di difficoltà, essere
oltracciò disacconcio che un uomo dedito agli studî delle scienze
andasse a mettersi in mezzo a negozî senza costrutto: non voler
egli però mettervi ostacolo, sebbene dovesse già fin d’allora
deplorare le future amarezze che soffrirebbe quell’uomo, perocchè
l’esempio dei predecessori lo ammaestrasse abbastanza dei mali che lo
aspettavano[59]. E per verità le sue lettere contengono gravi documenti
di una simile esperienza.
Allorquando i Prefetti uscivano d’officio dovevano render conto della
loro amministrazione al succeditore o ad altri che riceveva incarico
di quella censura; nè il grado elevato (Gregorio dà loro titolo di
_Magnificus_, di _Gloriosus_ e di _Illustrissimus_) li salvava in
parecchi casi da punizioni che per fermo possono appellarsi turchesche.
L’ex-prefetto Libertino era citato a giudizio straordinario innanzi
l’ex-console Leonzio in Sicilia, e ignominiosamente flagellato a colpi
di verga. La barbarie di quella esecuzione commoveva Gregorio a nobile
sdegno, ond’egli scriveva a Leonzio una lettera che per eccellenza è
prima nella intiera collezione delle sue Epistole e massimamente onora
l’animo suo generoso. Ei vi parla da romano, cui concita ad ira il
solo pensiero che su un uomo libero possa alzarsi la frusta. Questa,
dic’egli ricordando i tempi antichi, quest’è la differenza tra i re
barbarici e gli imperatori romani, che i primi sono signori di gente
schiava, i secondi reggitori di uomini liberi: in tutte le opere vostre
voi dovete tener fermo lo sguardo anzi tutto a giustizia, indi, sopra
ogni altra cosa, a libertà; e minaccia Leonzio colla potenza che gli
viene dalla dignità di vescovo romano; avvegnachè, soggiunge, se io
avessi trovato l’accusato nel suo buon dritto, a me sarebbe spettato
di ammonirvene già prima per lettere, e se non avessi trovato ascolto,
io mi sarei rivolto all’Imperatore[60]. Da questa lettera si pare
manifestamente qual podestà lo stesso Gregorio potesse attribuirsi al
di sopra dei più eminenti officiali dello Stato, perocchè la loro opera
fosse soggetta alla sopravveglianza di lui.
I pubblici ministri ch’erano minacciati di castigo cercavano la sua
protezione. Ed era consuetudine che i magistrati uscenti di carica
rifuggissero negli asili delle chiese e non gli abbandonassero se non
allora che da un notajo imperiale ricevevano guarentia della vita,
dimostrazione segnalata delle condizioni cui era ridotto il reggimento
bizantino. Così aveva fatto l’ex-prefetto Gregorio, e noi troviamo una
serie di lettere che il Papa indirizzava agli uomini più potenti per
raccomandar con fervore alla loro protezione quell’uomo affinchè lo
salvassero dall’arbitrio dei giudici[61]; laonde da quei trattamenti
inonesti possiamo scorgere agevolmente a che segno di abbiezione
il despotismo bizantino avesse trascinato l’ordine degli officiali
pubblici, anche di quelli che tenevano le cariche più illustri.
Al tempo di Graziano e di Valentiniano il Prefetto della Città era un
altissimo magistrato; era principe del Senato e per dignità precedeva
tutti i patrizî e tutti gli uomini consolari. Dopo di Augusto, la
sua giurisdizione si estendeva fino alla centesima pietra miliare, e
dalle provincie suburbane a lui si moveva ricorso di appello. Nella
Città poi stavano sotto il suo reggimento tutte le bisogne pubbliche,
l’annona, i mercati, il censimento, la polizia dei fiumi e dei porti,
delle mura e degli acquedotti, gli spettacoli e l’ornato della Città.
Il decadimento di Roma aveva trascinata con sè anche la decadenza del
suo officio; però nel secolo sesto esso era tuttavia sì importante che
teneva il governo di tutta l’amministrazione civile, laddove l’autorità
nelle cose politiche e militari si spettava al Maestro dei militi. Solo
in tal modo si spiega come possa trovarsi che il prefetto Gregorio era
ancora nella difesa e nel reggimento della Città la persona maggiore
allato del comandante militare. Al contrario, quest’ampiezza di
funzioni scomparve nel secolo settimo in cui gli officiali militari
acquistarono il completo imperio supremo; e mentre il Prefetto della
Città trovò i limiti del suo officio nella semplice _Jurisdictio_
esso decadde per altra parte sotto la podestà del Duce di Roma ch’era
il governatore generale. Già dopo l’anno 600, in cui Giovanni tenne
la prefettura, non s’ode più parlare di Prefetti fino all’anno 744
in cui quell’officio ricompare; e la celebre magistratura cittadina
si conserva, sebbene sotto forme mutate, unico ministero di origine
dell’antichità, e negli anni più tardi del medio evo giunge persino ad
ottenere alta importanza[62].
Oltre al Prefetto della Città ed al Maestro dei militi o Duce, altri
officiali imperiali erano in Roma, ma le loro funzioni e i loro
rapporti ci sono involti nell’oscurità: così tratto tratto occorre
di trovare dei Legati che esercitavano incarichi dell’Imperatore
e l’arbitrio dei quali incuteva alla Città grave terrore[63]. Come
stesse la cosa pel Senato, non sappiamo. Quegli scrittori i quali
sostengono che continuasse ad esistere, altri argomenti non hanno per
suffragare la loro opinione fuor di questi: gli squarci a noi ben noti
della Sanzione Prammatica di Giustiniano, la notizia di Menandro su
quell’ambasceria composta di alcuni Senatori che andò a Costantinopoli
nel 579, e la continuazione dell’officio del Prefetto che eglino
dichiarano essere stato, anche di quel tempo, capo del Senato secondo
la costumanza antica. Tutti questi argomenti però non si sostengono
su buon fondamento, e cadono innanzi al silenzio degli Storici. Se
al tempo di Gregorio il Senato avesse ancora durato in vita, tenendo
funzioni di magistrato consultivo o di depositario dei diritti
politici della _Respublica romana_, come mai Gregorio avrebbe potuto
dimenticarlo e negligerlo onninamente in mezzo alle più difficili
necessità dello Stato? Vedremo più tardi com’egli, nell’anno 599,
trattando con Agilulfo della pace, usasse di un abate Probo a mediatore
dei negoziati; nè allora è fatta mai parola di Senatori o di parte
politica che nemmanco remotamente ivi prendesse il Senato. E quando
Agilulfo spediva suoi messaggeri a Roma, chiedeva del solo Pontefice
la sottoscrizione al trattato di pace; del Senato non facevasi neppur
cenno. Si potrebbe perciò tutt’al più credere che il Senato perdurasse
ancora come corporazione dei Decurioni, per analogia, ad ogni modo,
assai dubbia, colle città d’Italia che non erano ancor cadute sotto
la conquista dei Longobardi, e che erano ridotte alle reliquie della
costituzione curiale romana[64]. Ma neppure di una Curia in tal
significato si discorre più, e pertanto ci è duopo di ricorrere, come
ad argomento efficace che sorregge l’opinione nostra, a quelle celebri
parole della Omelia decimottava di Gregorio che affermano il Senato non
aver più esistito[65]. Per lo contrario, non può supporsi che parimenti
in modo assoluto si fosse estinta la corporazione civica, municipale;
questa infatti ricomparisce nell’_Ordo_ di quel tempo, una parte del
quale dev’essere stata quello che più tardi appellossi il _Consilium_,
il consesso cioè degli officiali amministrativi che esercitava una
ristretta giurisdizione cittadina sotto l’autorità del Prefetto della
Città.
Per quanto scarse sieno pure le notizie sulle forme del reggimento di
Roma in quell’età, quest’è certo che la podestà in argomento delle cose
militari, delle civili e delle politiche era esercitata da officiali
dell’Imperatore; al Papa ne competeva d’ordine legittimo una certa
sopravveglianza, a lui movevasi ricorso di appello. Nel restante
vediamo il Pontefice attendere unicamente al governo della Chiesa
ed alla giurisdizione ecclesiastica; tuttavolta Gregorio, stante il
concorso del suo alto ingegno e delle condizioni dei tempi, riusciva
a tenere nello Stato grandissimo luogo, così che in via di eccezione
diventava capo supremo di Roma e tale erane tacitamente riconosciuto: a
buon dritto pertanto deve ravvisarsi in lui il fondatore della signoria
temporale dei Papi.
§ 3.
Relazioni di Gregorio colla città di Roma. — Sue cure per il popolo. —
Amministrazione dei beni ecclesiastici.
La potenza di Gregorio superava l’autorità degli officiali dell’Impero;
in lui i Romani onoravano il loro signore, l’uomo che provvedeva
alla loro salvezza, che riuniva nella sua persona la dignità santa
di vescovo e lo splendore della più illustre stirpe patrizia. Dopo
che la caduta del reame dei Goti avea fatto spegnere con sè l’ultimo
spiro di vita pubblica nella Città, Roma subiva una trasformazione
completa. Non v’erano più consoli, non senato, non sollazzi che
ricordassero il regno del mondo; le case patrizie s’erano estinte
pressochè tutte, e le lettere di Gregorio non fanno neppur motto che
in Roma esistessero famiglie doviziose d’antica progenie, se ne togli
quelle che erano emigrate a Costantinopoli[66], laddove si trovano nomi
antichi attribuiti a possedimenti che omai appartenevano ai patrimonio
della Chiesa[67]. L’operosità nelle cose ecclesiastiche o teologiche
aveva imposto silenzio ai negozî d’ordine civile, e già abbiam veduto
il popolo romano chiudersi tutto in un vestimento sacerdotale. Non
più festività pubbliche fuor delle sacre; ciò che occupava come di un
avvenimento importante il popolo infingardo si erano gli argomenti
religiosi. La Chiesa stessa aveva incominciato ad essere un immenso
asilo della Società; sotto il terrore di calamità inaudite della natura
e della guerra s’era fatta universale la credenza della prossima fine
del mondo; e immenso era il numero di coloro che correvano a chiudersi
nei conventi o si consecravano al sacerdozio. Quell’accorrenza era
accresciuta dalla povertà per una parte, dall’ambizione per l’altra;
avvegnadio i bisognosi vi trovassero nutrimento e tetto, gli ambiziosi
dignità e onoranza, in un’età in cui il titolo di diacono, di prete, di
vescovo era divenuto pei Romani ciò che un tempo erano state le cariche
del tribunato, della pretura, del consolato. Persino uomini di guerra
abbandonavano le loro bandiere per assumere la tonsura; il numero della
gente d’ogni ceto che ambiva agli officî ecclesiastici era grande
così, che Gregorio cercava di opporvi un argine, nel tempo stesso
in cui l’imperatore Maurizio, nell’anno 592, promulgava un editto in
cui proibiva che i soldati entrassero nei conventi e che i ministri
del governo civile ottenessero officî ecclesiastici[68]. L’inopia di
Roma stendeva le mani ai tesori della Chiesa non inutilmente. I tempi
in cui il Console dispensava denaro al popolo, in cui il Prefetto,
a cura dello Stato, provvedeva alle somministrazioni pubbliche di
grano, d’olio, di grasce, quei tempi non erano più; il grido del
popolo chiedente _Panem et Circenses_ sonava ora soltanto a metà;
esso domandava del pane, e il Papa ne donava largamente. Già ancora
quand’era monaco, dal suo convento del Clivo Scauro Gregorio aveva
ogni giorno provveduto di cibo i poverelli; quando fu papa continuò a
nutrire il popolo. Al principio d’ogni mese distribuiva ai bisognosi
grano, vesti e denaro, e in ogni festività maggiore largiva doni alle
chiese, ai conventi, agli istituti di pietà. Al pari di Tito, credeva
perduto quei giorno in cui non avesse saziata la fame o coperta la
nudità dei mendici, e avendo un dì udito che un accattone era morto in
una via di Roma, si rinchiuse nelle sue stanze afflitto di vergogna,
e per qualche giorno non osò presentarsi all’altare nel ministero di
prete.
I Romani avevano un tempo ricevute loro provvisioni nelle gallerie, nei
teatri, nei granai publici dello Stato; oggidì invece si accalcavano
nei cortili delle basiliche e dei conventi per ricevervi da ministri
ecclesiastici vettovaglie e vestimenta. Le turbe di pellegrini vegnenti
d’oltremare trovavano a Porto già pronto ad accoglierli l’antico
ospizio che vi aveva edificato il senatore Pammacchio, l’amico di
Girolamo; e chi entrava nelle porte di Roma, pellegrino o fuggente
dai Longobardi, trovava negli ospitali o negli alberghi ricovero e
nutrimento. Intorno a lunghe tavole sedevano gli stranieri di tutte
le province, e con pia gratitudine si cibavano dei doni della Chiesa
romana. La carità cristiana dispensava e il bisogno non bugiardo
riceveva il beneficio vero[69].
I beni che la Chiesa poco a poco aveva acquistato dai patrimonî privati
per donazioni dei fedeli, erano adoperati da Gregorio con onesta
coscienza che adempieva all’intendimento pietoso dei donatori. E quei
beni omai erano molti ed amplissimi, così che il Papa, se ancora non
imperava da signore di duchee, era tuttavia il più ricco posseditore
di terre che fosse in Italia; e qui sedeva, se non da sovrano, almeno
da proprietario di latifondi tenuti in retaggio dalla Chiesa e sui
quali egli poteva entro certi limiti esercitare giurisdizione. Le
proprietà della Chiesa romana, dedicate a Pietro apostolo, erano sparse
in parecchie contrade; in Sicilia, nella Campania, in tutta l’Italia
meridionale, in Dalmazia, nell’Illirio, nelle Gallie, in Sardegna, in
Corsica, nella Liguria e nelle Alpi Cozie, la Chiesa possedeva suoi
patrimonî o dominî. Come un re spedisce ministri nelle provincie, così
il Papa mandava suoi diaconi e suddiaconi (_Rectores Patrimonii_),
che riunivano in sè le funzioni d’ispettori spirituali e temporali
o di consultori del governo amministrativo[70]. La loro gestione era
soggetta ad una revisione severa, perocchè il grand’uomo non volesse
che «la borsa della Chiesa s’insozzasse di vergognosi guadagni.»
Tenevasi un diligente registro dei redditi e delle spese, nel tempo
stesso in cui il Papa, ispirandosi all’amore del giusto, con sollecita
cura vigilava affinchè i contadini della Chiesa non fossero gravati
oltre giustizia nella misura e nel peso delle prestazioni che dovevano
soddisfare in natura, e affinchè non fossero soverchiamente colpiti
d’imposta personale.
Le molte lettere che Gregorio indirizzava a quei Rettori del patrimonio
destano la nostra più viva curiosità; esse ci forniscono notizia di
quelle condizioni della classe agricola romana, che per secoli si
mantennero immutate. I beni della Chiesa erano coltivati da coloni,
uomini che, avvinti alla loro gleba, pagavano in moneta o in prodotti
della terra un canone che in generale appellavasi _pensio_, ed era
riscosso per mezzo dei _Conductores_ ossiano percettori dei tributi.
Spesse volte costoro per avidità di guadagno opprimevano i coloni
elevando ad arbitrio la misura del grano; eglino costringevano talvolta
i contadini a portare il moggio al di sopra della sua misura regolare,
che era di sedici sestarî equivalenti a ventiquattro libbre romane,
esigendone financo venticinque sestarî; e su venti staja di raccolto
gli obbligavano a cederne uno. Gregorio pose impedimento a queste
angherie; egli fissò il moggio a diciotto sestarî, e stabilì che uno
staio dovesse cedersi soltanto sopra trentacinque. Questi ordinamenti
riguardavano la Sicilia, che ancor sempre era il granaio di Roma,
e donde, due volte all’anno in primavera ed in autunno, partiva per
Porto un naviglio carico di frumento per approvigionare i fondachi
della Città[71]. Se il carico andava perduto in naufragio, il danno
per certo gravava le spalle ai poveri coloni, fra i quali era ripartito
l’obbligo dell’indennizzo; e, soltanto, Gregorio ammoniva i Rettori che
non istessero negligenti a profittare della stagione più propizia alla
navigazione, chè altrimenti a loro colpa avrebbe dovuto attribuirsi
la perdita. L’ordinamento economico era magistrevole; per ciascun
colono si teneva un registro appellato _Libellus securitatis_; in esso
annotavasi quanto il colono pagava, e costituiva una prova a favore
di lui: se poi le calamità agricole dell’annata o le concussioni lo
facevano cadere in povertà, egli poteva star certo che l’equità d’animo
del Pontefice lo avrebbe soccorso con novelle scorte di vacche, di
pecore e di maiali. I beni di san Pietro in Sicilia prosperavano;
perocchè vi fossero stati introdotti parecchi miglioramenti di
ottima cultura; il grande Papa poteva con orgoglio intitolarsi anche
eccellente agricoltore; e quando traeva in processione o saliva a
cavallo, aveva dritto di gloriarsi che i suoi palafreni erano forniti
dagli armenti che la Chiesa possedeva in quella Trinacria antica, di
cui Pindaro un tempo aveva cantato i corsieri vincitori nel circo.
Per fermo però c’incoglie qualche leggiero dubbio che Pindaro avesse
trovato in adesso meritevole di una sua ode la razza dei nepoti
ond’erano forniti i cavalli apostolici. «Tu mi hai mandato,» scriveva
una volta Gregorio al suddiacono Pietro, «un gramo cavalluccio e cinque
begli asini; sul cavallo non posso salire, tanto è meschinetto, e i
begli asini non posso cavalcare perchè asini sono»[72].
I possedimenti dell’apostolo Pietro nel territorio della città di Roma
da ambe le sponde del Tevere erano divisi in quattro scompartimenti: il
_Patrimonium Appiae_, che comprendeva tutte le terre poste fra la via
Appia ed il mare fino alla via Latina; il _Labicanense_ che si stendeva
tra la via Labicana e l’Anio; il _Tiburtinum_ tra la via Tiburtina ed
il Tevere, e finalmente il _Patrimonium Tusciae_, maggiore di tutti,
che abbracciava i vasti tratti delle terre situate sulla destra riva
del Tevere[73]. Ognuno di questi scompartimenti si divideva in masserie
che avevano nome di _Fundus_ o _Massa_; colla parola _Fundus_ si
designava un ristretto pezzo di terreno cui appartenevano delle _casae_
ossiano _casales_ per i coloni; parecchi _Fundi_ componevano una
_Massa_, o, secondo l’espressione romana odierna, una tenuta; parecchie
_Massae_ costituivano un _patrimonium_.
La Chiesa era giunta in principalità a possedere una gran parte
dell’_Ager Romanus_. Goti, Greci e Longobardi da dugento anni a
questa parte avevano calpestato la campagna circostante alla Città,
e le tracce delle invasioni nemiche erano scritte nelle rovine che
attorniavano Roma. Basiliche e abazie, e tuttora alcune nobili case
signorili erano seminate miserevolmente su quel suolo, ove ancora
durava qualche cultura di oliveti; e nella campagna stavano tuttavia
alcune borgate deserte crollate in ruina, come il _Vicus Alexandri_ e
Subaugusta. Conventi con qualche adiacenza di fabbriche e molte chiese
di catacombe, che oggidì sono scomparse, si alzavano in mezzo alle
ville distrutte dei grandi romani; si strappavano le colonne e i marmi
di queste case di delizie per ornarne le chiesette della campagna, come
già mettevansi a sacco i monumenti di Roma per adoperarne i materiali
alla costruzione delle chiese della Città. Tutta la campagna di Roma
era la pianura più silenziosa e più sublime del mondo, e già nel secolo
sesto presentava la vista di un deserto che riempieva di mestizia
l’animo di chi la mirava[74].
La Chiesa dunque imperava su un popolo di clienti e di servi; la
ricchezza del suo tesoro era inesauribile, laddove le proprietà
delle genti private sempre più andavano scomparendo. Per tal guisa
il Papa poteva provvedere a dispendî cui sembrava quasi impossibile
di sopperire, avvegnachè su di lui pesasse la conservazione delle
chiese, la vettovaglia di Roma, il riscatto degli schiavi di guerra,
e finalmente la moneta, di cui doveva largheggiare ai Longobardi per
ricomprare la pace. Ai tesori del suo Vescovo Roma andava debitrice se
otteneva la liberazione da quegli inimici e se, tratto tratto, ergevasi
quasi a condizione d’independenza di rincontro a Ravenna: in pari tempo
la Chiesa s’atteggiava davanti l’Imperatore in veste di mendica, e
con ossequiose parole di gratitudine accettava il dono di poche libbre
d’oro che egli di quando in quando, auree stille della sua compassione,
lasciava cadere su quel cumulo di ruine che era Roma[75].
Affranta dalla guerra, dalla fame e dalla peste, congiunta a Bisanzio
soltanto per la dipendenza di alcuni pubblici ministri, separata da
Ravenna, chè i Longobardi in mezzo ne troncavano ogni adito, vigilata
appena dall’Esarca, indifesa quasi di armi, Roma trovava in papa
Gregorio un reggitore nazionale e suo eletto.
§ 4.
Gregorio conchiude pace con Agilulfo. — Foca sale al trono di Bisanzio
e riceve gratulazioni da Gregorio. — La colonna di Foca nel foro di
Roma.
Gregorio per fermo aveva quasi autorità di principe; le redini del
reggimento temporale da sè medesime erano venute nelle mani di lui. Nè
ciò avveniva soltanto per la città di Roma ma per altri luoghi ancora;
avvegnachè una volta si trovi che egli spediva un duce Leonzio al
castello di Nepe in Tuscia, e ammoniva il clero, l’ordine e il popolo
di prestargli obbedienza; e si trovi persino ch’egli mandava a Napoli
un Tribuno per provvedere alla custodia di questa città e comandava
alla soldatesca del presidio di starsi soggetta agli ordinamenti
di quello: e già in tempo anteriore egli aveva dato incarico a
Gennaro, vescovo di Cagliari in Sardegna, che ogni luogo munisse di
buona guardia[76]. Poichè però la cura di Roma lo toccava assai più
davvicino, non ci deve meravigliare che egli, al pari di un reggitore
di governo temporale, si occupasse di provvedimenti militari, ed ai
comandanti delle soldatesche scrivesse, non aver reputato opportuno di
far uscire di Roma le milizie perchè loro si congiungessero, e che a
quei capitani desse consigli in argomento delle imprese che dovevano
tentare contro l’inimico[77].
Le condizioni sciagurate in che Italia era ridotta, e l’angustia onde
più prossimamente Roma era premuta, facevano Gregorio interpositore
di pace, e la conchiusione di essa finalmente era dovuta alla energia
di lui. Egli si sentiva compreso della propria autorità siffattamente
che, per mezzo del suo nunzio, diceva all’Imperatore, che se egli, suo
servo, avesse voluto la distruzione dei Longobardi, oggi quel popolo
non avrebbe più nè un re, nè un duca, nè un conte. Con essi però, dei
quali prevedeva la conversione o temeva la vendetta sulle molte chiese
cattoliche e sui beni che queste possedevano nel loro territorio,
volere egli mantenere una pace amichevole; già da anni essersi sforzato
a conseguirla, ed avernelo invece impedito i raggiri dell’Esarca. La
pace fu conchiusa finalmente nell’anno 599 colla mediazione dell’abate
Probo legato del Papa[78]; sembra tuttavia che l’imperatore Maurizio
gliene avesse dato piena facoltà. Le due parti contraenti erano,
dall’un lato Agilulfo e i suoi Duchi, tra i quali quell’Ariulfo di
Spoleto che per Roma era più pericoloso di tutti, dall’altro l’esarca
Callinico proclive alla pace e successore di Romano. L’autorità
di Gregorio era tenuta però in estimazione sì alta, che il Re dei
Longobardi lo considerava fornito di podestà independente, laonde
spediva suoi messi a Roma chiedendo che il Papa dovesse sottoscrivere
il trattato di pace. Ma Gregorio se ne schermiva; egli non voleva
colla sua sottoscrizione gravarsi di obbligazioni; oltracciò, un Papa
di que’ tempi comprendeva sè essere soltanto sacerdote, e dovere per
comando del Vangelo tenersi remoto dai negozî mondani e dalle faccende
politiche: il concetto della podestà regia congiunta al sacerdozio era
in quel tempo ancora sconosciuto, e della teoria delle due spade non
s’era peranco trovato il conio[79]. L’armistizio doveva durare fino
al mese di Marzo dell’anno 601, ma probabilmente fu indi prorogato,
avvegnachè si trovino più tardi delle lettere nelle quali Gregorio
prega Maurizio maestro de’ militi e Arichi duca di Benevento di fargli
venire per mare delle travi commesse negli Abruzzi per le basiliche di
san Pietro e di san Paolo.
La novella di un rivolgimento sanguinoso avvenuto in Bisanzio,
sorprendeva la Città in mezzo alla pace dubbiosa onde adesso godeva.
L’imperatore Maurizio era caduto vittima di una rivolta soldatesca,
ed uno dei mostri più scellerati che s’abbia la Storia bizantina, era
salito sul trono di Costantinopoli. Foca, oscuro centurione, sozzo
del sangue dell’Imperatore e de’ suoi cinque figli, che con immane
crudeltà egli aveva fatto trucidare sotto gli occhi del padre, dominava
fino dal giorno 23 novembre 602 nel palazzo di Giustiniano. Il novello
Imperatore s’affrettava a mandare a Roma il proprio ritratto e quello
di Leonzia moglie sua, dove giunsero addì 25 aprile 603. Era infatti
costumanza che ogni Imperatore, tosto dopo il suo avvenimento al
trono, spedisse la sua imagine e quella della sua donna ai magistrati
delle Provincie. Chiamavansi quei simulacri _Laurata_, forse perchè
erano adorni il capo d’una corona d’alloro; rappresentavano le veci
dell’Imperatore, e quando giungevano nelle città i popoli servi non
avevano a schivo di muovere loro solennemente incontro con torce
accese, come ad omaggio di persone vive e divine, e di collocarli poi
in un luogo consecrato[80]. Tosto che dunque le imagini imperiali
furono giunte in Roma, si radunavano il clero e la nobiltà nella
basilica di Giulio nel Laterano, e col grido: «Esaudisci, o Cristo!
Lunga vita a Foca Augusto ed a Leonzia Augusta!» acclamavano il
tiranno a imperatore: indi il Papa ordinava che i due ritratti fossero
conservati nell’oratorio del martire Cesario nel palazzo vescovile[81].
Per la basilica di Giulio poi, cui si accenna, non deve già intendersi
una chiesa, sibbene una qualche parte del palazzo Lateranense[82], di
guisa tale che il luogo eletto per questa festività di omaggio non fu
il palazzo antico dei Cesari, ma una sala nel palazzo patriarcale del
Laterano. Che vi intervenisse qualche officiale dell’Imperatore non
sappiamo; nè è fatta menzione di sorta del Senato in un avvenimento
sì importante quale era il riconoscimento del novello principe
dell’Impero. È piuttosto di bel nuovo anche qui il Papa che dà il
comando di riporre il ritratto imperiale nell’oratorio di un Martire, e
dell’oratorio dobbiamo cercare il luogo nel Laterano[83].
Gregorio nel profondo dell’animo doveva sentire abborrimento di un
imperatore che con opera da carnefice era salito alla signoria, ma
la ragione politica lo costringeva a indirizzare con umiltà di frase
auguri e gratulazioni a Foca ed a Leonzia. Nella sua lettera il Papa
fa che si allietino cielo e terra, come se colla morte del giusto
Maurizio, cui un tempo lo avevano stretto legami di amicizia personale
(Maurizio s’era sforzato di abbassare la crescente potenza del Vescovo
romano per via del Patriarca di Costantinopoli), Roma avesse scosso
un giogo intollerabile, e come se il novello reggimento fosse per
restituire libertà e prosperità di fortuna[84]. Di rimpetto alla
persona orribile di un Foca non possono leggersi queste lettere senza
sentirne vergogna; esse sono e resteranno sola macchia oscura nella
vita di un uomo glorioso; esse serbaronsi a scapito della fama di lui,
in pari guisa che per obbrobrio di Roma si conservò nel suo foro la
colonna ivi elevata in omaggio di Foca.
Gregorio non ebbe parte alla sua erezione, avvegnaddio la si innalzasse
soltanto nel 608, quattro anni dopo la morte di lui. Caduti in basso di
servitù i Romani, sulle cui teste torreggiavano le colonne meravigliose
di Trajano e degli Antonini che forse ancora sulle cime portavano le
statue di quegli Imperatori gloriosi quasi sollevandoli in apoteosi
verso il cielo, erano costretti dall’Esarca a supplicare l’imperatore
Foca che alla Città concedesse l’onore della sua statua; e Smaragdo la
innalzava nel foro, dalla parte laterale che prospetta l’arco trionfale
di Settimio Severo. Ma Roma e l’arte non avevano più la potenza di
edificare una nuova colonna; una colonna antica scanalata d’ordine
corinzio, alta settantotto palmi, fu tolta ad un qualche vecchio
edificio e la si impose sopra un grande piedestallo di quadruplice
gradinata a foggia di piramide. Sopra l’alto capitello si collocò la
statua in bronzo dorato dell’Imperatore, e se l’artista non avrà inteso
ad adularlo, i Romani avranno potuto, meglio che in san Cesario, mirare
con nausea il ceffo irsuto dell’Imperatore bizantino simile a quello
di uno sconcio folletto. Così l’ultima opera che, a decoro pubblico
secondo lo stile antico, Roma vedesse innalzare in mezzo alle sue ruine
e fra le angustie onde la circuivano i Longobardi, si era la statua di
un tiranno, monumento della servitù bizantina che pesava su Roma.
La Nemesi della Storia risparmiò quella colonna e la tenne eretta,
mentre tutto d’intorno le statue e le colonne del foro cadevano senza
lasciar traccia di sè; per il corso di tutti i secoli pugnò, quantunque
ruinosa, cogli anni e fu ai dotti oggetto di studî, finchè addì 23
marzo 1813 sgombrate le ruine che coprivano la sua base, se ne scoperse
l’iscrizione. Il nome dell’Imperatore insieme ad alcuni dei predicati
che l’adulazione vi aveva affastellati, era stato già cancellato dal
giusto odio dei Romani. La colonna di Foca sta anche oggidì nel luogo
ove fu eretta; in mezzo a piedistalli nudi e senza nome dai quali da
lunghissimo tempo sparvero le statue, sopra un mare di ruderi dei marmi
crollati, essa stessa senza capo, senza effigie, s’innalza solitaria e
simboleggia la vita di un despota con efficacia maggiore di quella che
potrebbe avere la parola più eloquente di un Tacito[85].