§ 1.
Decadimento di Roma. — La Chiesa romana sorge dalle rovine dello Stato.
— Benedetto fondatore del monachismo occidentale. — Abazie di Subiaco e
di Monte Cassino. — Cassiodoro si fa monaco. — Origine e diffusione del
monacato in Roma.
La caduta del reame dei Goti dà inizio al decadimento universale del
mondo antico e alla ruina di Roma. Le istituzioni, i monumenti, le
stesse tradizioni storiche del vecchio tempo poco a poco si coprono
d’obblianza. I templi vanno crollando. Dalla sua deserta collina il
Campidoglio eleva nell’aere muto uno splendore meraviglioso di colonne
e di monumenti, il cui silenzio di sepolcro interrompe soltanto il
gemito lugubre del gufo; a quella vista ben avrebbe potuto commoversi
al pianto il più fiero cuor di romano. L’immenso palazzo degli
Imperatori, che pur serba incolumi le maggiori sue moli, simile a un
labirinto di vuote sale ancora adorne dei marmi più preziosi e qua
e colà coperte di tappeti trapunti in oro, va anch’esso decadendo
ed è una rocca fatata, quasi residenza di Faraoni defunti; soltanto
una sua breve parte è stanza del Duce bizantino di Roma, che è un
eunuco della corte dell’Imperatore greco od un generale di origine e
di costume a mezzo asiatici. I fori pomposi dei Cesari e del popolo
romano sono cadenti di vecchiezza e diventano argomento di leggenda.
Nei teatri e nel Circo massimo, dove non si rinnovellano più le corse
di carri, ultimo e prediletto sollazzo dei Romani, s’alzano monti di
ruine e cresce l’ortica. L’anfiteatro colossale di Tito sostiensi
ancora nella sua saldezza, ma, messo a ruba, ha perduto il decoro
degli ornati; le grandi terme non sono liete più di correnti d’acqua,
non servono più al bagno e somigliano a città deserte su cui l’edera
comincia a inerpicarsi. I rivestimenti di marmo prezioso che coprivano
le loro muraglie cadono o sono strappati per bisogno di materiali, e
i pavimenti di musaico si dissolvono in pezzi. Ancora in isplendide
camere trovansi sedili da bagno di marmo bianco o scuro e preziosi
bagnatoi di porfido o di alabastro orientale; ma i preti di Roma poco a
poco tolgono di là quelli e questi per farne, nei santuarî delle loro
Chiese, cattedre vescovili, o urne per raccogliere nelle confessioni
le ossa di qualche Santo, o bacini pei battisterî; le statue che in
gran numero adornano le terme vi rimangono abbandonate finchè qualche
muraglia cadendo le infrange, e il cumulo dei ruderi per secoli le
seppellisce. Il completo abbandono di quei magnifici monumenti di Roma,
altra volta animati di tanta vita, ha qualche cosa che mette ribrezzo;
gli era col terrore che destano gli spettri che il discendente
dell’antica Roma guatava i loro portici bene dipinti e le loro ombrose
gallerie simili a grotte di viva roccia gradatamente bagnate dalle
acque; e il ladro e l’assassino, il falso monetario, il negromante, il
settario, ivi ponevano loro nascoste dimore.
La mente umana non è capace di ricercare qual fosse l’animo del Romano
de’ tempi di Cassiodoro e di Narsete, nè può comprendere qual cuore
fosse il suo, quando percorreva quella Roma priva di vita, cui il genio
della ruina andava gettando tutt’intorno le sue spire fatali, quando
mirava nel silenzio senza lena di quell’età gli archi di trionfo, i
templi, i palazzi, le colonne, le statue stare in piedi, come per forza
di magìa, o smoversi, o cadere, o ingombrare di ruderi il suolo. Per
quanto la fervida fantasia possa tentare di dipingere a sè stessa lo
squallore di Roma nel primo periodo della signoria bizantina, allorchè
il popolo, travagliato dalla fame e dalla peste e agitato sempre dal
terrore della spada dei Longobardi, si smarriva per le vie deserte
della morta città dei Cesari, le sarà pur sempre negata la forza di
produrre un quadro fosco di tanta ombra spaventosa. Oltracciò Roma si
trasformava come crisalide, si copriva di conventi nella più strana
guisa; e durante il tempo dei Bizantini, in mezzo al profondo mutismo
della Storia, altro non s’ode che il sordo rimbombo della caduta dei
monumenti, che il romore di costruzioni senza posa di chiese e di
chiostri, che il triste canto delle litane espiatorie, e le salmodie
monotone di frati e di monache, e gli inni delle comitive di pellegrini
germanici. Ma la cittadinanza civile dei Romani precipitata in basso,
incapace di qualunque sentimento di libertà, povera, mendica, vero
cumulo di ruine morali, sembra, come i dormenti di Efeso, immersa in un
sonno di secoli nel mezzo ai ruderi della grande antichità, finchè nel
secolo ottavo ne la desta la voce di un mago, la voce del Papa. Duranti
questi tempi è il Papa il solo che veglia, il solo che opera, che
non posa mai ed eleva l’edificio della gerarchia romana. Il graduale
svolgimento di questa, il suo innalzamento dalle rovine dell’antico
Stato romano in mezzo alle più aspre difficoltà, a ragione induce i
posteri ad ammirazione, avvegnachè essa sia stata la trasformazione
più potente dell’umanità, e nel tempo stesso insegni quali grandi fatti
nell’ordine morale possano compiersi per via di un organamento condotto
a sistema, quali risultamenti possano ottenersene. Lo studio di quel
lavorio interno è còmpito di chi tratta della storia della Chiesa, non
di chi scrive gli annali della città di Roma; a noi basterà pertanto di
additarne in termini generali il procedimento. Il periodo politico di
Roma si chiude colla caduta di quei Goti, che per qualche tempo ebbero
sostenuta in vita la cultura antica e l’ordinamento civile dei Romani,
ed or che proseguiamo nella storia della Città, ci è duopo ravvisare
che siamo già entrati nel periodo ecclesiastico o papale di Roma. La
energia di vita ancora rimasta ai Romani era rivolta ad esclusivo
servigio della Chiesa erede di Roma imperiale, perocchè spenta già
fosse l’operosità nelle bisogne civili. Nell’ordine politico serva a
Bisanzio, ove durava lo Stato romano o pagano con tutte le conseguenze
di una signoria despotica, la Roma profana degli antichi si trasformava
nella città santa della Chiesa. La podestà spirituale piantava il
suo vessillo sulle ruine di Roma e sedeva al riparo di quelle mura di
Aureliano onde noi abbiamo già posta in rilievo l’importanza che ebbero
nella storia del mondo! In mezzo a queste mura essa salvò il principio
latino della unità d’impero e dell’accentramento del genere umano,
serbò le leggi civili romane e le opere della cultura latina; di qui
essa intraprese la grande lotta contro i barbari che avevano fatto in
pezzi l’Impero, e gli educò cogli insegnamenti del Cristianesimo nel
tempo stesso che gli incatenò a Roma. Questo còmpito, che nella civiltà
storica fu affidato alla Chiesa, non sarebbe stato raggiunto mai se i
Germani che dominavano Italia avessero conquistata anche la città di
Roma. Eglino le mossero assalimento e l’assediarono ripetute volte;
ma Roma ne fu sempre salva, così che la sua conservazione sembri quasi
aver obbedito a una legge istorica.
Le conquiste stesse dei Longobardi in Italia, che minacciavano lo
sterminio alla Chiesa di Roma, nei risultamenti giovarono invece alla
vittoria di essa. I Longobardi fiaccarono la potenza dei Bizantini,
i quali ad ogni modo seppero resistere in Ravenna per il corso di
due secoli; eglino costrinsero i Vescovi romani ad usare di tutta
la loro energia per dare opera a un ordine politico indipendente,
da cui poco a poco il Papato conseguì sua potenza in Italia; eglino
rianimarono l’amor di nazione fra i Romani, che dalla più profonda
apatìa chiamarono a difender sè stessi con forza di armi. Bentosto la
Chiesa romana, sodamente organata e difesa da Italia, potè combattere
contro Bisanzio una lotta di questioni dogmatiche che in breve s’elevò
ad un vero rivolgimento politico, da cui la Chiesa uscì ricca e fornita
di podestà temporale e signora di Roma. E l’esito della lunga battaglia
di Roma contro i Longobardi e contro l’impero assoluto bizantino si fu
che questo venne cacciato di Europa, che la Chiesa ottenne libertà, che
ne derivò la costituzione dell’Impero occidentale in forma di uno Stato
feudale e cristiano dei Latini e dei Germani federati.
In mezzo alle rovine che ingombravano lo Stato e la Città dei Romani,
si eleva, ancor negli ultimi tempi dei Goti, la persona solitaria e
triste di un Latino che rifletteva in sè l’indole di quell’età di
transizione; perocchè la sua vita e le sue opere dischiudano quei
secoli tenebrosi che noi dobbiamo ora descrivere. Questo uomo insigne
è Benedetto; figlio di Euprobo, nato nella Nursia umbrica intorno
all’anno 480, è il patriarca del monachismo d’Occidente. Narrasi che
giovinetto di quattordici anni venisse in Roma per compiere di erudirsi
nelle scienze, ed oggi ancora in Trastevere, e precisamente nella
piccola chiesa di san Benedetto in Piscinula mostrasi il luogo in cui
dovette esistere la casa appartenente al dovizioso suo padre. Colpito
di terrore allo spettacolo della caduta del mondo romano, il giovine
fu preso da irrefrenabile desiderio di scamparne e di consecrarsi
solitario alla contemplazione dell’Eterno. Egli fuggiva a Subiaco, dove
l’Anio colle «sempre frigide» acque bagna una delle più amene vallate
d’Italia[1].
Ivi, nella maestosa solitudine delle montagne, poneva stanza in una
grotta, coperto di pelli d’animale e fornito di cibo da Romano, un
anacoreta suo eguale. Le sue estatiche meditazioni, come quelle di
Girolamo nel deserto, erano talvolta interrotte dalle ricordanze
seducenti delle donne di Roma, ma il giovine, animato dal fervore
di Dio, gettate le pelli che lo vestivano, si voltolava fra ortiche
e fra nidi di vipere e fugava il demone tentatore. Si sparse la
rinomanza della sua santità. Accorsero a lui altri fuggitivi del mondo
che coltivavano animo eguale, e bentosto ei potè innalzare dodici
piccoli conventi nelle montagne di Subiaco. Qui visse molti anni,
incorato dalle lodi della pia sorella di lui, Scolastica, attendendo
a raffermare la regola del suo Ordine. Financo illustri patrizî a lui
adducevano i loro figliuoli perchè gli educasse; il senatore Equizio
gli conduceva il figlio Mauro, Tertullo il figlio Placido, e in quei
due discepoli Benedetto coltivava i suoi apostoli per le Gallie e
per la Sicilia. La gloria del fondatore dell’Ordine svegliava però
la gelosia dei preti di Varia e di Vicovaro; eglino congiurarono a
cacciare il Santo e a distruggere il suo maggiore convento. Un dì
mandarono colà sette avvenenti cortigiane, ed alcuni fra i tiepidi
seguaci di Benedetto ruppero i loro voti e la fede claustrale. Il
Santo allora decise di abbandonare Subiaco profanato, e seguito da
tre giovani corvi, cogli angeli che lo ammaestravano della via, si
condusse sul monte di Castro Cassino, che è un luogo posto lungo la
via Latina, in quella parte montana della Campania che è irrigata dal
Liri. Su quel monte egli trovò ancora pagani; avvegnachè le leggi
degli ultimi Imperatori di Roma avessero potuto sì poco estirpare
l’antico culto degli Dei, che lo stesso Teodorico dovette promulgare
un editto contro gli adoratori degli idoli. Nei loro boschetti sacri
di allori e di mirti gli abitatori di Castro Cassino sacrificavano a
Venere, e in un tempio ben conservato alzavano preci ad Apollo. Non
appena giunto, Benedetto distruggeva questi altari, al riparo delle
leggi dello Stato faceva atterrare quell’ultimo tempio di Apollo onde
parli la Storia, e sui suoi ruderi innalzava un convento, non temendo
un demone che, posando sopra il tronco di una colonna abbattuta,
cercava di porre impedimento all’edifizio cristiano. Questo chiostro di
Cassino, che più tardi diventò l’Abazia di Monte Cassino, fu nel corso
dei tempi la metropoli veneranda di tutti i conventi di Benedettini
dell’Occidente; faro solitario della scienza splendette gloriosamente
in mezzo alla tenebra densa del medio evo, ed uno spiro delle Muse
dal tempio distrutto di Apollo si salvò in questa accademia di monaci
che attendevano alla prece e al lavoro[2]. La fondazione del convento
operata da Benedetto avveniva, con mirabile riscontro, in quello stesso
anno 529 in cui l’imperatore Giustiniano cacciava gli ultimi filosofi
dalla scuola platonica di Atene[3].
Ivi fu il prode Totila a visitare il Santo, che con veste mentita
tentò invano di ingannare, e dalla bocca di lui udì vaticinarsi le
vicende della sua vita; ivi Benedetto profetò la ruina che le tempeste
avrebbero inflitto a Roma, predizione che gli scrittori posteriori
sogliono addurre per discolpare i Goti di accuse odiose: ed ivi passò
di vita il santo patriarca, nell’anno 544, credesi, tosto dopo la
morte della sua fida sorella. La leggenda ornò di racconti poetici la
vita mirabile del padre del monachismo di Occidente; e i pittori del
medio evo se ne giovarono traducendola in innumerevoli affreschi sui
muri dell’alta chiesa che a Subiaco fu eretta sul monte. Pregevoli per
leggiadria e per sobrietà d’imagini, immuni così dalla esagerazione
delle storie dei martiri come dall’assurdità delle leggende posteriori,
quelle narrazioni possono appellarsi la vera epopea santa del monacato.
Papa Gregorio, contemporaneo di Benedetto, ma di lui più giovane,
dedicava alla storia leggendaria del Santo il secondo libro dei suoi
Dialoghi, e più di due secoli dopo il longobardo Warnefredo, ossia
Paolo Diacono, monaco di Monte Cassino, espiava la colpa del suo popolo
che un tempo aveva distrutto quel convento, scrivendo distici adorni,
nei quali celebrava i miracoli di Benedetto[4].
In un tempo in cui l’ordinamento politico dello Stato romano si
sfasciava, in cui la società civile precipitava in rovina e molti
di quell’età rifuggivano nella solitudine secondando un impulso
quasi istintivo dell’animo, quell’uomo meraviglioso sorgeva a farsi
legislatore nella cerchia di vita del sentimento cristiano. Prima
ancor di Benedetto, l’Occidente aveva avuto i suoi monaci, ma fino a
quel tempo eglino, per gran parte vagabondi e indisciplinati, erano
vissuti secondo la regola del greco Basilio o di Equizio di Valeria,
di Onorato di Fundi o di Egesippo di Castel Lucullano di Napoli o
secondo altri ordinamenti. Ora però Benedetto dava opera ad una riforma
d’ordine romano, e sottometteva il monacato ad un reggimento severo
e durevole. Per lui la Chiesa latina riceveva il primo organamento
claustrale autonomo, di tal guisa poteva liberarsi dalla soggezione
di Grecia e d’Oriente; e si è appunto questo merito che attribuisce
a Benedetto una altissima importanza nazionale in riguardo a Roma e
all’Occidente governato dall’Episcopato romano. Chi giudica l’istituto
monastico colle vedute e cogli intendimenti della società attuale,
non può rendere giustizia ad un uomo quale si fu Benedetto; ma per
chi lo consideri tenendo conto delle necessità dei tempi suoi, egli
certo appartiene agli uomini più illustri dei primi tempi del medio
evo onde egli fu il Pittagora. Entrambi quei legislatori ebbero in
mira un idealismo sociale. Quello del grande Greco si esplicava in una
fratellanza di uomini generosi e forti, che, inspirandosi all’amore
della libertà e della filosofia, dovevano svolgere la loro operosità
nell’adempimento dei doveri tutti della vita, nella famiglia, nella
società, nello Stato. La repubblica monacale di Benedetto, inspirata
ad un solo scopo, si chiudeva invece entro i confini sociali più
angusti, così che Benedetto non poteva costituirla che a spese
della società. Nelle sue leggi accoglieva la idea cristiana della
negazione dello Stato, ripudiava il matrimonio, creava semplicemente
una fratellanza di anacoreti; e queste associazioni di uomini,
pochi di numero e tutto soli, si asserragliavano dapprincipio nel
mezzo della solitudine immensa dei monti, più tardi anche nel mezzo
delle città. L’affrancamento dalle necessità mondane apparve allora
sotto la miseranda forma della servitù, avvegnachè coloro che si
associavano in religione monastica altro non fossero che servi votati
al Signore. Quel problema per cui s’era chiesto se fosse possibile
cosa trasportare sulla faccia della terra l’imagine del regno celeste,
doveva trovare sua soluzione in unioni solitarie di chiostri; sennonchè
questa democrazia dei santi, causa le esigenze terrene, si convertì
col proceder dei tempi in una sconciatura ridicola. L’ordinamento
tremendo, in cui all’uomo null’altro è concesso che una libertà di
puro misticismo, in cui l’anima vivente è strappata sì alle lotte del
mondo, ma anche ai suoi godimenti, esce fuor dello scopo che è imposto
dalle leggi di natura, ma non trascende però al di là dei confini
dell’organamento dell’uomo; e quanto più in generale è dura, servile
e infelice la vita della società, tanto più numerosi sono quelli
che, astretti o volonterosi, rinunciano ad un mondo odioso e cercano
rifugio nell’idea cui intende l’intimo desiderio della coscienza[5].
L’animo elevato e poetico, tutto in sè romito di Benedetto comprese
i bisogni religiosi di quel tempo procelloso, li raccolse nella
sua repubblica e quale legislatore ne costituì il reggimento colla
mira generosa di far fruttificare in iscuole pratiche le dottrine
cristiane dell’obbedienza alla legge morale, dell’umiltà e dell’amore,
dell’abnegazione, della libertà morale e della comunanza dei beni. E
quel che v’ha di grande nel suo Ordine monastico si è che esso svelò
come quegli insegnamenti non ispaziassero nel mero campo dell’idea, ma
potessero tradursi efficacemente nell’opera; e se vogliasi tributare
una giusta lode a quel monacato, sì benemerito un tempo della cultura
e sì venerando, questa è, che in un tempo barbarico, alle fiere e
rotte passioni dell’egoismo, dell’avidità di potere e della sensualità
esso potè opporre una repubblica eroica di uomini che s’imponevano a
dovere la operosità, la povertà, il sacrificio di sè. Benedetto non
permise che i suoi monaci perdessero sonnacchiosi il loro tempo nella
ignavia contemplativa; obbedendo alla legge sociale della divisione
del lavoro, eglino avevano obbligo di faticare colle braccia e collo
spirito; laonde i Benedettini in molti paesi dell’Occidente divennero
maestri dell’agricoltura, delle industrie, delle scienze, merito
durevole di questo che fu il più illustre, il più glorioso, e, ciò
che val meglio, il più umanitario di tutti gli Ordini religiosi sorti
dal Cristianesimo. I conventi che obbedivano alla regola di Benedetto
prestamente si diffusero nell’Occidente; Spagna, Gallie, Italia,
Inghilterra e, dopo il secolo ottavo, anche Germania, ne furono piene.
La Chiesa romana se ne giovò tosto al suo scopo; essi diventarono per
la Chiesa ciò che erano state per la vecchia Roma le colonie militari;
e, non appena lo Stato era caduto in pezzi, monaci romani a piè scalzi,
cinti i fianchi di cilicio, non trattenuti da paura, si inoltravano,
simili a conquistatori, fino alla estrema Tule, e penetravano in quelle
regioni selvagge dell’Occidente che un tempo i consoli antichi, alla
testa delle legioni, non avevano potuto sottomettere appieno.
Le terre tutte d’Italia in questo tempo vedevano sorgere conventi
novelli. Ad uno di essi tributar dobbiamo venerazione profonda,
avvegnachè fosse l’ultimo asilo di Cassiodoro. Dopo che per trent’anni
quel grand’uomo di Stato ebbe con isplendore governata Italia sotto di
Teodorico, di Amalasunta, di Atalarico e di Vitige, e dopo che per sì
lunga età ebbe salvati gli Italiani dalla barbarie, stanco, triste e
mosso a pensieri di pietà, egli si partì dal mondo romano che crollava,
per seppellire nella cella di un chiostro, insieme colla sua vita,
anche la scienza e la sapiente ragione di governo dell’Antichità.
Nell’anno 538 fondò il _Monasterium Vivariense_ nella sua terra nativa
di Squillace nelle Calabrie, la cui positura incantevole egli stesso
descrive da poeta, quando la paragona ad un tralcio di vite che pende
da un monte petroso. Dopo che ebbe tentato con alcuni scritti di
inspirare negli studî teologici qualche gusto di stile classico, morì
nel 545, nei suoi cento e più anni di vita, contemporaneo di Boezio e
di Benedetto, di quei due uomini che si sogliono nominare l’uno allato
dell’altro per dipingere i profondi contrasti di quell’età. Cassiodoro,
ultimo dei Romani, che si copre la testa di un cappuccio monacale per
morirvi, offre un quadro commovente e di tragica tristezza, perocchè
si sveli in lui il destino stesso della città di Roma che omai entra in
convento[6].
Anche in Roma fondavansi già, intorno a questo tempo, molti chiostri;
e infatti, dopo che Atanasio di Alessandria discepolo dell’egiziano
Antonio, verso la metà del secolo quarto, avea qui introdotto il
monacato, questo vi si era diffuso con meravigliosa prestezza: e
al tempo di Rutilio non v’era un palmo d’isola del mar Tirreno, per
quanto piccola fosse, come Igilio, la Capraia, la Gorgona, e Palmara
e Monte Cristo, dove anacoreti «pavidi della luce» non avessero posto
loro stanza[7]. Agostino parla con chiaro discorso di conventi che
esistevano in Roma, e Girolamo con orgoglio vi conta frati e monache
innumerevoli. Questo apostolo zelatore del monacato in una lettera
indiritta a Principia, pia donna romana, offre descrizioni curiose
e particolareggiate sull’origine che in Roma ebbero i monasteri di
donne. La pupilla della celebre Marcella avevalo chiesto di dettare
una biografia di questa matrona, e Girolamo non sapeva tributare
onoranza migliore alla Santa di quella per cui la celebrava prima
monaca di Roma che fosse nata di nobile progenie. Marcella, discendente
di una famiglia, che fra i suoi antenati contava una lunga serie di
consoli e di prefetti di Roma, aveva perduto lo sposo dopo sette
soli mesi di matrimonio; indi, respinte le istanze che il console
Cercalis movevale per ottenerne la mano, aveva eletto vita monastica,
affrontando colla fermezza dell’animo suo quella ignominia che agli
occhi delle illustri donne le procacciava un proposito che non aveva
riscontro d’esempli. Ciò avveniva non molto dopo che Atanasio e più
tardi Pietro di Alessandria, fuggendo dalle persecuzioni degli Ariani,
erano venuti a Roma. Le idee che questi uomini avevano qui diffuso e
le narrazioni meravigliose della vita di Pacomio e di Antonio, delle
monache e dei frati che dimoravano nei deserti petrosi della Tebaide,
avevano acceso l’ardente fantasia di Marcella siffattamente, che la
pia vedova nel suo fervore avrebbe ambito di raccogliere in chiostro
le donne tutte di Roma. Occorsero degli anni perchè l’apostolato di
lei mettesse frutto, ma poi ella con orgoglio potè contare fra le
seguaci sue Sofronia, Paola ed Eustochia patrizie romane. In Roma
finalmente ella conobbe Girolamo e tenne quindi con esso una frequente
corrispondenza epistolare. È cosa incerta se Marcella fondasse il
primo convento femminile di Roma nelle sue case che sorgevano sul monte
Aventino[8]; perocchè dapprincipio ella non vivesse entro la Città, ma
eleggesse a chiostro un suo possedimento di campagna, dove ella abitava
insieme alla discepola Eustochia. «Abbiate ivi lunga vita,» così le
scriveva Girolamo, «il vostro esempio ha operate molte conversioni,
e Roma, giubiliamone, s’è trasformata in Gerusalemme; poichè vi sono
parecchi conventi di vergini donne, e innumerevole è la moltitudine dei
monaci»[9].
Ad ogni chiesa di Roma si cominciò quindi in poi ad aggiungere un
monastero; già Leone I uno ne aveva edificato congiungendolo al san
Pietro e l’aveva consecrato ai santi Giovanni e Paolo. L’operosità
di Benedetto a quella tendenza del tempo inspirava una forza novella:
ricchi patrizî fondavano chiostri; Gregorio, sceso della celebre stirpe
degli Anicii, spendeva il patrimonio della sua famiglia per erigere nel
palazzo Anicio sul Clivo Scauro un convento che dedicava all’apostolo
Andrea e che dura oggidì ancora presso la chiesa di san Gregorio sul
monte Celio[10]. Quando poi Gregorio diventò papa, la moltitudine dei
frati e delle monache, che vivevano associati in conventi o solinghi
in celle, era così numerosa, che di sole monache ei poteva contare tre
mila donne, le quali ogni anno ottenevano sussidio dal patrimonio della
Chiesa[11].
§ 2.
I Longobardi si avanzano in Italia. — Giungono fin sotto Roma. —
Benedetto I papa, 574. — Pelagio II papa, 578. — I Longobardi assediano
Roma. — Distruzione di Monte Cassino, 580. — Fondazione del primo
convento dei Benedettini in Roma. — Pelagio II chiede aiuto a Bisanzio.
— Gregorio va nunzio alla corte dell’Imperatore. — Inondazione e peste,
509. — Muore Pelagio II. — Edificazione del san Lorenzo.
La costituzione monastica di Benedetto, sorta fin dagli ultimi tempi
dei Goti, aveva preceduto all’invasione di Alboino, e in essa la
Chiesa conseguiva una delle armi più valide per sottomettere quei
Longobardi che dapprincipio si erano mostrati tanto terribili.
Ariani di credenza come i Goti, ma commisti a genti pagane della
Germania e della Sarmazia, quei popoli erano incapaci di accogliere
in sè la civiltà antica che eglino ancor trovavano in Italia[12], e
soltanto alla Chiesa latina riusciva di poter loro mettere un freno,
poco a poco trasfondendo in essi le reliquie di cultura classica
che avevano trovato rifugio in quei conventi. Corsero tuttavolta
più di centocinquant’anni perchè i Longobardi accogliessero quel
mutamento nell’indole loro, e quel tempo fu uno dei più spaventosi
periodi della storia di Italia. Quando quel popolo discese, le città
italiche, sebbene dalle guerre dei Goti devastate e vuote di popolo,
duravano tuttavia nella loro forma romana piene di monumenti deserti,
testimonî dello splendore dell’antichità, ed offrivano allo sguardo
uno spettacolo di estrema tristezza che a parole mal si può pingere.
Ma una dopo l’altra cadevano adesso sotto la spada di quei barbari,
e con esse perivano anche gli ultimi avanzi di costituzione latina
del municipio antico. Il popolo di Alboino era animato da spiriti ben
differenti da quelli del popolo del gran Teodorico; i generosi Goti
avevano protetta la cultura latina, i Longobardi selvaggi la fecero in
pezzi. La peste e le devastazioni di guerra avevano resa Italia quasi
incapace di opporre resistenza, e fiacca era la difesa dei Greci. Già
nell’autunno del 569 Milano s’era arresa ad Alboino, il quale nel 572,
dopo un assedio di tre anni, entrava in Pavia nel palazzo di Teodorico,
e dall’Italia superiore ora imprendeva l’opera di assoggettamento di
tutta la penisola. Soltanto Ravenna, Roma e le città marittime tenevano
alto il vessillo dello Stato e dell’Imperatore, e la conservazione di
Roma, che appena si difendeva, sembrava un prodigio agli stessi Romani.
Al possedimento della capitale agognava Alboino desideroso di porre la
sede del suo reame nel palazzo dei Cesari; e già le sue orde guerriere,
con orribili guasti, da Spoleto si avanzavano fin sotto le mura di
Aureliano. Ciò avveniva ancora al tempo del vescovo Giovanni III
(560-573), che, dopo un reggimento di quasi tredici anni, moriva addì
13 luglio 573.
Roma era premuta allora da difficoltà sì gravi che la sede di Pietro
rimase più di un anno vacante, ed invero i Longobardi avevano posto
campo innanzi alle porte o in vicinanza della Città e impedivano ogni
relazione con Bisanzio, di dove l’Imperatore doveva dare la conferma
al novello Pontefice. Fu questi Benedetto I, romano (574-578). Del suo
reggimento, che durò quattro anni, poco si sa; il Libro Pontificale
narra soltanto che durante esso i Longobardi ebbero invase tutte le
terre d’Italia, e che la moria e la fame infierirono. Anche Roma ne fu
afflitta, e Giustino imperatore, o piuttosto il generoso Tiberio, ebbe
cura di alleviare la penuria della Città mandando granaglie d’Egitto a
Porto[13].
Dopo che in sull’anno 575 fu morto Clefi, cui i Longobardi avevano
data la corona di Alboino assassinato, l’impero di quel popolo, preda
dell’anarchia, si era diviso fra trentasei Duchi, e Farvaldo, primo
duca di Spoleto, teneva assediata Roma precisamente nel tempo in cui
moriva Benedetto I, addì 30 Luglio 578[14]. Il suo successore, Pelagio
II, figlio di Vinigildo, romano di origine gotica (578-590), fu perciò
consecrato senza che avesse ottenuta conferma dall’Imperatore[15].
La pressura ond’era gravata Roma, rendeva ancor più necessaria la
pronta elezione del suo reggitore spirituale, avvegnachè la Città non
avesse nè un Duce, nè un Maestro di milizia. Ignoriamo massimamente in
che modo Roma potesse provvedere alla sua difesa, nè sappiamo se fin
d’allora alla poca soldatesca greca, che v’era di presidio, si unisse
una milizia cittadina; abbiamo però motivo di accogliere l’opinione
che l’assedio di Roma desse origine al primo organamento militare della
cittadinanza. I Romani, che già un tempo colla forza delle armi avevano
soggiogato il mondo, in quest’altro periodo della loro vita storica
tornavano ai loro principî primi, e, dopo un lungo letargo che non
aveva riscontro pari, imprendevano di bel nuovo a istituire una scarsa
soldatesca cittadina, quasi che prima Roma non avesse avuto mai geste
di guerra.
L’afflitta Città o piuttosto il suo Vescovo, chè la necessità ne
lo faceva il rappresentante e ben presto il reggitore, si volgeva
all’Imperatore di Bisanzio signore suo, chiedendone soccorso.
Un’ambasceria solenne di senatori e di sacerdoti con a capo il patrizio
Pamfronio, recava innanzi al trono di Costantinopoli il grido di dolore
di Roma e tremila libbre d’oro smunte alla miseria della abbandonata
Città. Ma la guerra di Persia occupava tutte le forze dello Stato,
l’Imperatore mandava soldati insufficienti al bisogno a Ravenna, che
per l’importanza gli stava più a cuore di Roma; era però generoso
abbastanza da rinunciare all’oro romano, e consigliava che con esso si
tentasse di corrompere i comandanti militari dei Longobardi[16].
I Romani conchiusero un trattato coll’inimico pagando riscatto, e
Zoto, duca di Benevento, ritirò il suo esercito al di là del Liri, dove
nell’anno 589 mise a distruzione il monastero di Monte Cassino[17].
Egli lo assaltò di notte tempo, ma gli sventurati monaci ebbero tempo
di fuggire e di salvarsi a Roma seco portando il libro della Regola
monastica scritto di mano del loro Santo[18]. Pelagio diè loro ricovero
presso la basilica Lateranense, dove i padri di Monte Cassino fondarono
il primo convento di Benedettini in Roma, che eglino appellarono col
nome dell’Evangelista e del Battista Giovanni; e quando più tardi
loro fu affidato l’officio liturgico della chiesa, la basilica di
Costantino o del Salvatore, dal nome del chiostro, ricevette il titolo
di san Giovanni Battista. Primo abate fu Valentiniano, e durante i
centoquarant’anni in cui Monte Cassino fu abbandonato in ruina, il
convento fiorì splendidamente; più tardi decadde così, che nel secolo
ottavo Gregorio II fu costretto a rinnovellarlo[19].
Prima ancora che i Benedettini fuggiaschi trovassero ricovero in Roma,
Gregorio, uno dei patrizî più illustri di Roma, aveva fondato, come
già osservammo, un monastero sul dolce declivio di quel monte Celio che
già diventava deserto; ed ivi allora ei viveva in solitudine monastica.
Il vescovo Pelagio conobbe in lui virtù capaci a vincere le avversità
dei tempi futuri, e pertanto, trattolo da quell’abbandono romito di
sognatore, lo spediva suo nunzio alla corte bizantina, che voleva
pacificare del dispetto cagionato dalla sua ordinazione avvenuta senza
conferma imperiale. La Chiesa romana si faceva rappresentare (ed è
questa la prima istituzione dei Nunzî) da un Apocrisario, ossia da uno
stabile ambasciatore, così in Ravenna presso l’Esarca, come in Bisanzio
presso l’Imperatore, e noi abbiam veduto che un officio sì illustre
poteva essere considerato l’eccelso dei gradini che adducevano alla
sedia di san Pietro. È probabile che Gregorio andasse a Costantinopoli
con quella stessa ambasceria di patrizî e di preti che nel 579 era ita
a chieder ajuto contro i Longobardi. Ivi, così in corte che fra gli
ottimati più influenti, Gregorio si fece degli amici illustri, quali
furono la imperatrice Costantina figlia di Tiberio, Teoctista sorella
dell’imperatore Maurizio, e quest’ultimo, che salì al trono nell’agosto
dell’anno 582. Ancora nel 584 egli stava in corte dell’Imperatore, come
si pare da una lettera degna di nota a lui indiritta da papa Pelagio.
Gregorio nunzio assediava del continuo con sue preghiere Maurizio,
affinchè porgesse soccorso alle necessità di Roma, dove a quel tempo
non trovavasi neppure un generale imperiale: alla fine l’Imperatore
vi mandava Gregorio duce e Castorio maestro dei militi, e la Città era
liberata dall’inimico mediante un armistizio di tre anni. Il trattato
era conchiuso nell’anno 584 tra Smaragdo, successore di Longino
nell’Esarcato, e re Autari, che in quello aveva di bel nuovo riunito
sotto un solo governo lo Stato dei Longobardi[20]. Presto però ruppero
costoro il patto della tregua, e fu questa la ragione per cui Pelagio
scrisse a Gregorio la lettera onde più sopra facemmo menzione. Egli
lo richiedeva che, fattosi compagno il vescovo Sebastiano latore a
Costantinopoli dello scritto, andasse all’Imperatore instando di presti
soccorsi. Quella epistola getta una tristissima luce sulle condizioni
miserrime di Roma: «Parlate dunque», scriveva Pelagio, «e operate
insieme per modo che, quanto più tostamente si possa, rechiate ajuto al
pericolo nostro; perocchè la Repubblica sia qui ridotta a tal estremo
che ci penda sopra inevitabile lo sterminio se Dio non mova il cuore
del piissimo Imperatore ad aver pietà dei suoi servi e a concedere
benignamente a questo suo dominio un Maestro dei militi ed un Duce[21];
ed invero il territorio romano, massimamente, sembra essere spoglio
di qualunque presidio. L’Esarca scrive di non poterne soccorrere e
protesta di non aver forze bastevoli a difendere neppure quel paese.
Voglia dunque Iddio ispirarlo a correr tosto in salvezza nostra, prima
che l’esercito del più empio tra i popoli riesca a impadronirsi di
quelle città che la Repubblica ancora serba»[22].
Fin d’allora pertanto a sì diserto abbandono era ridotta la metropoli
antica dell’Impero romano. Gli Imperatori greci, intenti a lottare
in Oriente contro la potenza di Persia, indeboliti da rivolgimenti
interni, affidavano alla balìa del destino le loro province d’Italia.
Il Vescovo romano, che non fidava più nel soccorso di Ravenna, quasi
lo inducesse previdenza del tempo futuro, cominciava perciò in allora
a rivolgere i proprî sguardi al remoto Occidente, dove Clodoveo,
già fin dall’anno 486, aveva fondato nelle Gallie sopra i ruderi
dell’Impero romano il possente reame dei Franchi. Questo popolo, dopo
la sua conversione, seguiva la fede cattolica di Atanasio, epperò il
Papa scorgeva in esso chi avrebbe prestato ausilio alla Chiesa, e già
i preti avevano appellato Clodoveo il re cristianissimo e lo avevano
detto Costantino novello. Una lettera importante, che Pelagio II
scriveva ad Aunacario vescovo di Auxerre, esprime manifesta fiducia che
i Franchi ortodossi avessero ricevuto da Dio la missione di salvare
Roma dalle mani dei Longobardi[23]. Per il fatto, anche l’imperatore
Maurizio stringeva urgenti trattative con Childeberto re dei Franchi
per muoverlo a guerra contro i Longobardi; e già nell’anno 584
Childeberto scendeva con un esercito in Italia, ma Autari lo induceva a
far pace ed a ritornare tostamente alle sue contrade.
Poco dopo l’anno 584, Gregorio era tolto all’officio che teneva in
Bisanzio, dove aveva a succeditore l’arcidiacono Lorenzo: ed ei tornava
alla cella del suo monastero sul Celio, del quale non doveva più uscire
che per salire alla cattedra di Pietro.
Gli anni che seguono sono involti in un buio profondo; i Cronisti
di quei tempi sono, al paro di essi, laconici e oscuri, e parlano
soltanto delle calamità che inflissero a Roma i nembi e la peste.
Sulla fine dell’anno 589 il Tevere inondava una parte della Città
e distruggeva molti templi e molti monumenti che, dobbiamo credere,
esistevano nel Campo di Marte. Il celebre vescovo Gregorio di Tours
aveva allora spedito a Roma un suo diacono per raccogliervi reliquie, e
ciò che questo testimonio oculare, tornato in patria, gli raccontò con
meravigliose amplificazioni, egli a sua volta narrò nella Storia dei
Franchi. «Con tal violenza di flutti», dic’egli, «il Tevere coperse la
Città, che ne precipitarono gli edifici antichi e ne furono distrutti i
granai della Chiesa»[24].
Il guasto che recarono le acque fu sì grande che se ne deplorò la ruina
di parecchi monumenti antichi; più terribile però fu il danno della
peste che tosto dopo rese squallida Roma. Sul principio dell’anno 590
scoppiò essa in molti luoghi d’Italia, che al paro di Roma erano stati
devastati da allagazioni simili a diluvî. Il morbo spaventoso, cui
gli scrittori latini danno il nome di _lues inguinaria_, dall’anno
542 in poi non aveva cessato di disertare le contrade d’Europa[25].
Sorta dalle paludi dell’egiziano Pelusio, la peste era di repente
comparsa a Bisanzio, indi, come suole avvenire nelle grandi sventure
dei popoli, aveva seguite le orme delle guerre. L’età di Giustiniano
ne fu afflitta per modo, che difficilmente in altri tempi la «morte
nera» ebbe menato stragi eguali. Procopio e, dopo di lui, Paolo Diacono
diedero descrizioni efficaci di quel flagello[26]. Senza che il fervore
del morbo risentisse influenza di stagione, coglieva gli uomini al paro
degli animali, nè aveva bisogno di contatto per propagarsi. La fantasia
delirante delle genti udiva spandersi lungo per l’aere un suon di tube,
mirava scolpito sulle case il segno dell’angelo dello esterminio, e
nelle vie scorgeva errare il demone della peste e fantasime (φάσματα
δαιμόνων) che d’un solo colpo infliggevano la morte ai passanti. La
morte non era repentina; spesso avveniva solo dopo tre giorni: gli
infermi trapassavano assopiti in un plumbeo sonno o arsi dalla febbre,
e, se si apriva il cadavere, trovavansi le viscere rose da ulceri e nei
tumori materie come di sostanza carbonica.
Già durante la guerra gotica e dopo di essa, Italia e Roma erano state
a parecchie riprese afflitte dalla pestilenza; ma quando, nel gennaio
dell’anno 590, scoppiò di nuovo, imperversò fieramente sì da minacciare
che Roma si vuoterebbe d’abitatori. Gregorio nei suoi scritti ne fa
menzione, e con terrore superstizioso asserisce che ad occhio veggente
d’uomo miravansi scendere dal cielo frecce che parevano trafiggere i
petti degli uomini. Lo spavento partoriva visioni, ed egli stesso porge
un esempio che sembra quasi preannunciare le descrizioni dell’inferno
dantesco. L’anima di un soldato infermo di peste, così egli narra, era
trasportata fuori del corpo e trascinata nel mondo di sotterra. Ivi il
moribondo vedeva un ponte gettato sopra un torrente nero nero, e al di
là di esso splendidi prati smaltati di fiori, dov’erano raccolti uomini
vestiti di abiti bianchi ed erano abitazioni luminose e belle. I giusti
potevano valicare il ponte, ma i malvagi precipitavano nella fetida
palude. Il visionario era tanto malizioso da scorgere in loco orrendo
un Pietro prete, avvegnachè egli fosse steso sul nudo terreno sotto
la pressura di un gran peso di ferro: però affermava di un sacerdote
straniero che ricevendo oneste accoglienze e liete passava oltre il
ponte, laddove il romano Stefano ne precipitava, per di sopra spinto da
candidi spiriti, di sotto da diavoli: e probabilmente, se l’anima sua
non fosse stata troppo presto ricongiunta al corpo, affè che il bravo
soldato avrebbe potuto scernere qualche prete romano di più entro le
fiamme dell’inferno[27].
Di questa pestilenza moriva anche Pelagio II, addì 8 febbraio 590. E
ricordanza di lui, che resse la Chiesa in tempi sì oscuri e dolenti di
tanti guai, è offerta dal suo edificio della basilica di san Lorenzo
fuor delle porte[28]. Già nel secolo quarto, e più tardi per opera di
Sisto III, la tomba di quel Santo, che trovavasi nell’agro Verano, era
stata racchiusa entro una cappella. L’onoranza tributata al Martire
crebbe nel corso degli anni; nei giorni della sua festività accorrevano
comitive di pii visitatori a quelle catacombe di Ermete e di Ippolito,
e già v’erano state costruite case pei pellegrini e piccole basiliche.
Oltre a Lorenzo, quale protomartire veneravasi di singolare devozione
Stefano, arcidiacono della chiesa di Gerusalemme, le cui reliquie
narra la leggenda che Pelagio portasse di Bisanzio a Roma, dove ebbero
sepoltura nell’urna di quell’altro Martire. I due Santi, principi
del Diaconato, rappresentavano nella mitologia romana l’ordine
dei sacerdoti, laddove altri appartenevano all’ordine dei nobili
guerrieri o alla eletta cittadinanza od al popolo. Pelagio riedificò,
ampliandola, la chiesa che già sorgeva sulla tomba del Santo venerato,
e nella iscrizione apposta sull’arco trionfale della basilica magnificò
sè stesso di aver compiuta l’opera di quell’edificio in mezzo alle
ostili spade (dei Longobardi). La iscrizione dura tuttodì a ricordanza
di una delle epoche più oscure di vita della città di Roma[29].
Quell’arco di Pelagio costituisce oggi la volta che unisce le due
parti ond’è composta la mirabile chiesa, la cui storia antica è assai
incerta. La basilica infatti consta di una parte anteriore, di cui
è manifesta la costruzione più recente, e della parte posteriore
che è più antica; quest’ultima poi in origine fu edificata sopra
catacombe, delle quali si vedono oggidì ancora tracce di sepolcri e
di pitture antiche. La chiesa contiene due serie di colonne, delle
quali l’una posa sopra l’altra. Le colonne inferiori, cinque per
lato e due all’estremità del coro, sono magnifiche e antiche; i loro
capitelli sono quali corinzi, quali fantastici di stile differente,
ma belli tutti; due di essi sono adorni di vittorie e di armature. Gli
architravi sostenuti dalle colonne sono composti di frammenti preziosi
dell’arte antica, ma commessi insieme rozzamente; per certo sono
spoglie strappate a splendidi templi del miglior periodo imperiale,
messi a ruba. È probabile che Pelagio trovasse quella prima serie di
colonne già eretta e ch’egli sopra l’architrave edificasse soltanto
la serie superiore di colonne minori, avvegnachè sembri che la tomba
del Martire nell’età più antica fosse, a foggia di tempio, circondata
soltanto di un portico, finchè vi fu aggiunta più tardi la chiesa
posteriore che or trovasi di undici gradini più elevata dell’altra
parte. Il disegno dell’edificio dimostra che la tomba del Martire
in origine non era compresa entro una basilica, e forse Pelagio per
il primo, all’uopo di raccogliervi il sepolcro, edificava la chiesa
anteriore, al di sopra della Confessione innalzava l’arco trionfale,
e, costruendo nel primitivo portico di colonne un coro elevato, ne
costituiva così un presbiterio. Il distico che leggesi sotto il musaico
antico, parla di templi, e con ciò sembra accennare alla duplice
edificazione. Pelagio ornò l’arco trionfale di musaici che oggi molto
hanno perduto del loro stile antico a causa di restaurazioni. Vi
è figurato il Cristo avvolto in manto nero; siede sopra un globo e
tiene nella sinistra il bastone colla croce; la destra alza in atto
di benedire. Ai lati di lui Pietro e Paolo; vicino a Paolo stanno
santo Stefano e santo Ippolito; a Pietro è prossimo san Lorenzo che
tiene nelle mani un libro aperto e sembra raccomandare Pelagio alla
protezione del Redentore. Il Papa veste un bianco paludamento, è a
capo scoperto e senza aureola, e nelle mani sostiene il modello del suo
edificio: ai due lati del quadro sono disegnate le città di Gerusalemme
e di Betlemme, splendide di oro secondo il costume antico. I musaici
originarî erano condotti con secchezza di stile; il san Lorenzo non
è ancora dipinto in quell’aspetto giovanile e dolce che a lui, Santo
prediletto, del pari che a Stefano, l’arte ecclesiastica si compiacque
di attribuire nei tempi posteriori[30].
§ 3.
Gregorio I è eletto papa. — Sua vita prima. — Solenne processione in
causa della peste. — Leggenda dell’apparizione dell’angelo sulla tomba
di Adriano.
Morto Pelagio, il clero ed il popolo concordi eleggevano a papa quel
Gregorio che tra i più illustri pontefici ottenne gloria imperitura
(590-604)[31]. Discendeva egli dell’antichissima progenie degli Anicî,
che per isplendore ebbe superate le altre grandi famiglie degli ultimi
tempi dell’Impero romano, e la cui tradizione si serbò viva in Roma
durante il corso di tutto il medio evo. Suo avo era stato papa Felice;
ebbe a padre Gordiano; a madre Silvia che possedeva un palazzo presso
santo Saba sull’Aventino; le sue parenti dal lato paterno, Tarsilla
ed Emiliana, erano donzelle sante e pie, laddove Gordiana, una terza
sorella, aveva invece preferito vita di piaceri mondani. Gregorio era
cresciuto nel più terribile di tutti i tempi, quando i Longobardi,
soggiogata la patria di lui, si spingevano fin sotto Roma, e nel furore
selvaggio della devastazione cadevano distrutte le ultime reliquie
del mondo latino. In giovinezza, designato agli officî politici, egli
si era erudito in quella cultura dialettica e rettorica che allora
insegnavasi in Roma, dove a stento ei poteva profittare degli ultimi
avanzi di quelle scuole cui un tempo Teodorico aveva dedicato cura
solerte. Tenne l’officio, non ancora cessato, di prefetto urbano[32];
però quali servigî un patrizio romano poteva in tanta tristizia
di tempi prestare allo Stato, a quali onori poteva salire nella
Repubblica? La meta più elevata cui il discendente degli Anicî potesse
intendere si era soltanto il trono dei vescovi. Gregorio invaghito
del desiderio di solitudine claustrale e afflitto delle condizioni
politiche di Roma, si nascose, come Cassiodoro, nel sajo del monaco;
l’uomo «che aveva costume di percorrere le vie della Città in abiti
tessuti di seta e splendenti di pietre preziose, vestiva tonaca modesta
e succinta per dedicarsi al servizio del Signore»[33]. Abbiamo già
veduto che egli profondeva tutto il suo patrimonio a fondare monasteri;
sei ne erigeva in Sicilia, e questo dimostra quanta ricchezza di
possedimenti ivi avesse la sua famiglia. Pelagio lo ordinava diacono e
lo spediva nunzio a Bisanzio, ed ora tutta Roma d’una voce lo acclamava
pontefice[34].
Nessun uomo in mezzo a sì aspre difficoltà sembrava acconcio al governo
della Chiesa meglio di quello illustre e benefico che un tempo era
stato prefetto di Roma. Ma l’eletto tentava di sottrarsi al grande
incarico e con lettere chiedeva all’imperatore Maurizio suo amico
che negasse la conferma all’elezione; ma l’epistola, intercettata da
Germano prefetto della Città, era cambiata con altra nella quale si
conteneva fervida istanza affinchè la elezione fosse approvata. Nel
tempo che durava la vacanza della santa sede, il reggimento della
Chiesa era sostenuto dall’Arciprete, dall’Arcidiacono e dal Primicerio
ossia preside dei Notai; egli sembra però che al solo Gregorio fosse
affidato l’officio di tener le veci di vescovo: chè, prima ancora di
essere consecrato, egli bandiva per tre dì litane di penitenza affine
di supplicare dal cielo la cessazione della peste. Il morbo infieriva
ancora orridamente; ed egli stesso, nell’orazione che tenne ai 29
di Agosto in santa Sabina, diceva che i Romani in gran moltitudine
ne morivano e che le case rimanevano deserte di abitatori[35]. La
processione fu ordinata nel modo seguente: il popolo doveva dividersi
in sette schiere a seconda dell’età e del ceto, ed ognuna doveva
riunirsi in una chiesa, donde muovere solennemente ad una meta comune
che era la basilica di santa Maria Maggiore. I cherici partirono dai
santi Cosma e Damiano coi preti della sesta regione; gli abati coi loro
frati dai santi Gervasio e Protasio (san Vitale) col clero della quarta
regione; dai santi Marcellino e Pietro mossero le abbadesse con tutte
le monache e coi sacerdoti della prima regione; tutti i fanciulletti
di Roma dai santi Giovanni e Paolo sul Celio coi preti della regione
seconda; tutti gli uomini laici da santo Stefano sul Celio col clero
della settima; le donne vedove da santa Eufemia coi sacerdoti della
regione quinta[36]; finalmente tutte le donne maritate partirono da san
Clemente coi preti della terza regione[37].
In mezzo a questa città che si seminava di cadaveri, in cui nel
silenzio delle ruine e nei vasti tratti vuoti di abitatori l’orrore del
deserto dev’essere stato spaventoso, mostravasi adesso uno spettacolo
triste e strano con cui, nell’anno 590, per la prima volta si palesano
i caratteri proprî del medio evo. I Romani antichi, se avessero potuto
mirare a questa solennità cristiana, ne avrebbero abbrividito. Le
donne dolenti si coprivano di manti e di veli abbrunati, e gli uomini
velavano la testa di cappucci probabilmente simili a quelli con cui
oggidì ancora si mascherano le confraternite di Roma. E intanto che
quei lugubri cori di tutto il popolo romano facevano risonare l’aere di
loro inni, avrebbe potuto sembrare che eglino trasportassero alla tomba
la Roma antica e che celebrassero i presagî di quei secoli sciagurati
che or dovevano incominciare.
La moria seguiva i pellegrini; nel mezzo della processione uomini
cadevano morti al suolo, ma una visione soprannaturale conchiuse
consolatrice le litane e il morbo. Gregorio stava già per entrare
colla processione nella chiesa di san Pietro ed era venuto al ponte,
quando un’imagine celeste si rivelò agli occhi del popolo. Sulla tomba
di Adriano un angelo raccoglieva il volo e rimetteva nel fodero una
spada di fuoco per significare che la peste era finita. Da questa
bella leggenda la mole di Adriano ebbe fin dal secolo decimo il nome
di Castel sant’Angelo, e la statua di bronzo dell’arcangelo Michele
che ripone nella vagina la sua spada, posa ancora colle ali aperte sul
vertice di quello che è il mausoleo più mirabile del mondo[38].
Altre leggende attribuiscono la cessazione della peste alla vera
imagine della Vergine che il Papa fece portare in processione. Dei
sette quadri effigiati della Madonna che furono attribuiti al mitico
pennello dell’apostolo Luca, quattro si vedono in Roma; il quadro della
chiesa di Araceli vale come più antico. In questa chiesa stessa sulla
porta d’argento che racchiudeva la santa imagine, vedevasi, un tempo,
il disegno che figurava la leggenda della peste. L’opera apparteneva
al secolo decimoquinto; ad un secolo posteriore appartiene invece
il quadro in ischisto, che vi rappresenta una processione in atto di
trasportare la imagine sopra un carro funebre, e di valicare il ponte
dietro al quale s’innalza il castello[39].