In sul cominciamento della follia di Federico, simiglianti passeggiate

non gli eran consentite, però che era troppo esasperato lo stato

della sua fibra, a tal termine, da non poterglisi permettere libertà

di movimenti, o almeno da non poterlo lasciare uscir fuori della sua

cella. Ma posciacchè un mese fu scorso dalla sua permanenza a Bicètre,

essendo di molto calmati l’effervescenza ed il furore, gli venne

prescritta la passeggiata lungo i viali del giardino.

Sogliono per le prime volte i custodi accompagnare i matti in tali

passeggiate per isperimentare se questi sono a bastanza rimessi e

tranquilli, e per incuter loro un certo timore, nel caso che volessero

spingersi ad atti di violenza. Ma di poi che si sono assicurati, per

alquanti giorni, della disposizione più dolce e riposata degl’insani,

li lasciano in loro libertà, restituendoli in certo modo a quello

stato che faccia ricordar loro il tempo in cui non erano assoggettati

alla guardia e alla continua ispezione di un uomo. D’altra parte, il

giardino, in cui passeggiano i dementi di Bicètre, è circuito da alte

mura, e ben difeso da ogni lato: i viali di giocondi arbuscelli son

simmetrici e ordinati in guisa da offrire una comoda passeggiata, e

senza veruna di quelle cose le quali potrebbero diventar dannose ad

uomini privi d’intelletto. Egli è appunto come se fosse luogo destinato

ad esser percorso da bambini i quali provino i loro primi passi: non

vi è niente di tutto ciò che può formare oggetto di pericolo o di

tentazione a quegl’infelici privi di ragione; nessun vivaio, nessuna

fonte, nessun pendio: un ordine direm quasi ragionato regna in quel

recinto ombroso ed ameno, dove le più ridenti aiuole di fiori spezzano

un poco la monotonia dei lunghi viali.

Con prudenza e con avvedutezza si permette a’ dementi qualche volta il

passeggiare a due a due o a crocchi; affin che possano _ragionar_ tra

loro, o, per meglio dire, scambiar tra loro parole più o meno vuote di

raziocinii. Simiglianti pratiche non sono del tutto infeconde di beni,

e non rare volte, la mercè di esse, si sono sperimentate guarigioni

credute impossibili o almeno difficilissime.

Durante l’estiva stagione, sogliono i dementi di Bicètre trarre a

queste passeggiate nelle prime ore del mattino o verso il tramontar del

sole, quando le aurette della sera incominciano a rinfrescare le calde

esalazioni della terra. La primavera copriva di rose e di mammolette

le aiuole del giardino e rivestiva di giovine fogliame gli arbusti de’

viali. La natura sembrava rinascere più bella e rigogliosa di vita: un

nembo di profumi che parea venir dal cielo si riversava dai poggetti

circonvicini seminati di aromatici fiori e di piante odorifere: schiere

di giocondissimi augelli si abbatteano, quasi ebbri di felicità, su i

rami degli alberi, mischiando i loro striduli e svariati gorgheggi,

interrotti soltanto da qualche lontano colpo di schioppo tirato da

qualche cacciatore de’ dintorni.

Questa soavità di natura parea che volgesse a più ragionevoli

disposizioni le misere creature ritenute nel manicomio di Bicètre,

le quali avresti vedute, in sull’ora prima del mattino, andarne a

braccio l’una del l’altra lungo i viali; e tra loro così compostamente

discorrere su svariati subbietti, nè più nè meno che se ragionato

avessero nel pieno lume dell’intelletto. Ad alcuni di loro le fattezze

del volto sembravano anche più rischiarate ed aperte; ad altri la

fosca taciturnità cedeva il posto ad una sconnessa loquacità, la

quale accennava per altro ad un ritorno a più miti sensi; era insomma

nell’aria della rinata primavera qualche cosa che dolcemente ricercava

le fibre di quegl’infelici, nei quali sembrava smuovere le antiche

affezioni dell’animo.

E lo stesso avveniva per Federico Lennois, la cui demenza era caduta

in una profonda ipocondria. Egli mostravasi docile e obbediente a

tutto ciò che si volea da lui; mangiava poco ma compostamente; dormiva

con calma; e, se la ciera allucinata e qualche strana proposizione

non avessero testificato tuttavia la sua insania, si sarebbe potuto

credere alla perfetta guarigione della sua mente. Ei più non vedeva Ugo

Ferraretti in tutte le pallide sembianze; più non mettea spaventevoli

strida alla vista o al nome del ferro; più non si ostinava a rimaner

digiuno per tema di avvelenamento. I medici dello Stabilimento, i quali

erano obbligati a dare all’autorità periodiche relazioni sullo stato

di mente del condannato Federico Lennois, scriveano già esser vicina la

costui guarigione.

Ci affrettiamo a far conoscere a’ nostri lettori che sir Eduardo Horms,

riconosciuto innocente o almeno giustificato sulla morte di Giustino

Victor, non aveva avuta altra condanna che quella di abbandonare tra

un mese il suolo della Francia. Quest’anima nobile e generosa avea

spronato la famiglia Victor e Luigia Aldinelli a presentare al re una

supplica, affinchè la pena, cui era stato condannato lo sciagurato

giovine Lennois, fosse stata scemata o commutata, nel caso che avesse

riacquistata la ragione. Una tal petizione, presentata da coloro

medesimi che avevano portato querela contro il Lennois, mosse vieppiù

la clemenza del monarca, e la pena de’ ferri fu commutata in quella del

perpetuo esiglio dal regno.

Allorchè la grazia sovrana fu letta a Federico, costui non diè segno

alcuno d’intelligenza. Non ostante le speranze che i medici faceano

concepire della sua prossima guarigione, ci era da scommettere che

il perpetuo esilio non avesse a tradursi in una perpetua permanenza a

Bicètre.

Due altri mesi all’incirca passarono senza novità veruna nello stato

del Lennois, tranne che un giorno gli venne offerto alla vista un

visitatore, che avrebbe dovuto fare su lui una qualche impressione,

ma che ciò non pertanto non parve esser da lui riconosciuto. Questi

era Maurizio Barkley, il quale, poscia che aveva adempiuto al suo

debito di salvare un innocente amico ed ismascherare il delitto, era

tornato a quella consuetudine dell’animo suo dolcissimo, affettuoso

e perdonevole, ed oggi avrebbe voluto, a costo del proprio sangue,

riaccendere il lume della mente di Federico, il cui miserevole stato

gli moveva il cuore a pietà. E questa sua visita non era stata la

prima; ma spesse volte egli era andato a chieder contezza del matto, ed

aveva interrogato i medici, offrendo la sua borsa ai custodi, affinchè

fossero stati inverso il misero infermo prodighi d’ogni maniera

d’assistenza e di riguardi.

Maurizio aveva visitato benanche parecchie volte la famiglia d’Orbeil,

la quale, benchè un anno all’incirca fosse passato dalla morte di

Giustino, non sapea ritrovare altra consolazione, che nel ragionar di

lui con quei pochi amici che traevano a vederla, fra i quali qual degno

posto occupasse il Barkley non diremo: egli era l’uomo che si faceva

amare da tutti per le carissime doti del cuore, e per quel culto onde

venerava e serviva l’amicizia. Maurizio amava soprattutto e con molta

particolarità il giovine Augusto, il quale si era mostrato sì caldo e

appassionato amico di Giustino Victor.

Il mese di giugno volgeva al suo termine, quando accadde a Bicètre lo

strano avvenimento cui abbiamo accennato nel precedente capitolo, e che

ci accingiamo a narrare.

Il manicomio di Bicètre, siccome abbiam detto, è esclusivamente

destinato agli uomini, come quello della Salpètriere alle donne:

debbesi non per tanto far notare che all’ospizio di Bicètre, per

particolari raccomandazioni o per altri motivi di eccezioni, si suole

eziandio dar ricetto a qualche povera demente. Segregate dal corpo

dell’edificio, havvi alcune stanze riserbate a queste eccezioni in

favore del debil sesso; e queste stanze riescono colle loro finestre,

guardate da inferriate, sovra il giardino dove i dementi sogliono

trarre a passeggiare. Situate ad una certa altezza, queste finestre

ricevono tutte le benigne e soavi esalazioni del sottostante giardino.

Un giorno, Federico Lennois era uscito pria degli altri suoi compagni,

a passeggiar ne’ viali: egli era solo. Una dolce serenità era sparsa

sulle sue sembianze, ridotte ora così pallide e smunte da non poterle

più riconoscere: la pena con che Dio avea fulminata quella esistenza

aveva in qualche modo rischiarata la fronte di quell’uomo, e ne avea

cancellata la macchia onde il delitto l’aveva bruttata. Federico si

accostava ogni giorno vieppiù alla sua guarigione.

Egli adunque stavasene tranquillamente passeggiando nel giardino,

allorchè, levati per avventura gli occhi dal suolo, ove pel consueto

li tenea conficcati, ebbe veduta, ad una delle stanze delle folli, una

donna che si era avviticchiata a’ ferri della finestra, e che parea

guardar lui con somma attenzione. La luce del sole che tramontava

rischiarava interamente le fattezze di lei.

Non sì tosto Federico ebbe scorta quella demente, mise un altissimo

grido, e si diede precipitosamente a fuggire, compreso da spavento

grandissimo. Rientrato nella sua cella, egli tremava tutto come colpito

da convulsione nervosa, ed era andato a rincantucciarsi dietro il

suo letticciuolo, dal quale sito nessuna persuasione potè trarlo. I

custodi e i medici non sapeano a che attribuire questo strano fenomeno;

gli domandarono se alcuno oggetto avesse veduto che gli avea desto

spavento, e Federico, senza rispondere, digrignava i denti, dava segni

di paura, più si stringea ed afferrava a’ ferri del letto, ed il suo

sguardo esterrefatto esprimeva un invincibile terrore.

Più non fu possibile d’indurlo a passeggiar nel giardino. Ma, a capo

di qualche settimana, ad uno dei primi medici dell’ospizio venne un

pensiero. Egli era certo che Federico avea veduto nel giardino qualche

oggetto che gli avea fatto paura, o che gli avea ridestato una molto

dolorosa rimembranza. «Il regno delle rimembranze è il supremo rimedio

della follia, avea detto tra sè l’uomo della scienza: ei fa d’uopo

richiamarlo nella mente degl’infermi; adopriamoci adunque a discoprire

quale è stato l’oggetto che ha prodotto sì terribile impressione

sull’animo del Lennois, e ripresentiamolo ai suoi sguardi, nella

speranza di oprare su lui una crisi salutare.»

Condotto da questo acconcio e filosofico ragionamento, il medico non

istette un gran pezzo a sospettare che forse una delle donne rinchiuse

nelle attigue stanze, le cui finestre riescono sul giardino, avesse

cagionata nel Lennois quella forte impressione di spavento. Bisognava

indovinare qual si era di esse; il che nemmanco gli riuscì gran fatto

difficile. Imperciocchè in quelle stanze non erano che solo tre donne,

una delle quali era ammalata a letto con dolori alla gamba da non

permetterle di muoversi e recarsi alla finestra; laonde una delle altre

due esser dovea quella che ei Ricercava. Egli fece dapprima presentare

agli sguardi di Federico la più giovine delle due; ma sembrò che costei

non producesse nessuna impressione sul demente, il quale guardolla

con indifferenza, e senza fare alcun segno di compiacimento o di

dispiacere.

Ma qual differenza allorchè l’altra gli fu offerta alla vista!

Avviticchiato a’ ferri del suo letto, Federico mettea tali strida che

l’ospizio intero erane assordato, e cercava di nascondere il volto

nelle materasse, quasi per non farsi riconoscere da quella donna. La

quale, benchè non avesse ancora raggiunta l’età del dechinamento, chè

non le si poteano dare più di un quarantacinque anni, portava non per

tanto su tutta la persona le ruine dello sfacelo morale. Questa donna

avea dovuto esser bella sopra modo; ciò si scorgea facilmente alla

dilicata regolarità delle fattezze del volto, alla incomparabil forma

e al colore degli occhi, alle chiome lunghissime, che ora in pieno

disordine le cascavano giù pel collo e per le spalle.

Quando questa donna si vide alla presenza di Federico Lennois, rimase

dapprima immobile nel mezzo della stanza: uno straordinario eccitamento

lampeggiava ne’ suoi occhi; ella guardava il giovin demente, e si

cacciava ambo le mani su per la fronte e tra i capelli, come se una

dolorosa sensazione vi fosse di repente scoppiata; le grida di colui

pareano ridestarle un molesto passato, che ella si affaticava di

ritrovare tra le macerie della sua ragione.

Parecchi medici dell’ospizio erano testimoni di questa scena, da cui

si riprometteano salutari effetti per entrambi gl’insani. Era chiaro

che quella donna e quel giovine si erano dovuti conoscere, e che tra

loro ci era stata per lo addietro una di quelle aderenze le quali non

di leggieri vengon poste in oblio. Il medico che avea pensato a tale

esperimento non istimò limitarsi a questo saggio: volle fare un altro

tentativo.

— Federico Lennois, riconoscete voi questa donna? chiesegli ad alta

voce.

Come tosto questo nome ebbe colpito l’orecchio della pazza, un

sussulto la colse, e mise un grido, come se fosse stata ferita nel

capo; si gittò a dietro le spalle i capelli che le eran tornati sulla

fronte; gli occhi sembravano sghizzarle fuori dalle orbite; una vampa

ardentissima le accendea la faccia.

— Federico Lennois! — ella mormorava digrignando i denti — Federico

Lennois! Oh! oh! Mio figlio!

E un fragoroso scroscio di risa, seguito da strani gesti d’allegrezza

accompagnava quel nome che ella pronunziava di frequente, dicendo

sempre con un sentimento d’incredibile ironia la parola: Mio figlio!

Federico intanto, cogli occhi stravolti da un irrefrenabile spavento,

guardava... Zenaide, la madre sua! Un tremor convulsivo l’aveva

assalito; un sudor di morte bagnava la sua fronte.

La Zenaide rideva a colpetti: dicea cose che non si comprendeano; si

avvicinò al disgraziato giovine, accovacciato sempre dietro al suo

letticciuolo; colle due mani gli afferrò la faccia, e ripetea sempre:

— Mio figlio!... mio figlio!...

E rideva a sganascio. Poscia cessò di botto da ogni ilarità; il suo

viso diventò serio, conturbato, ed ella mormorò:

— Al Castello... a Auteuil... Augusto, Augusto...

Questo nome che sembrò ella avesse cercato nel proprio capo, e ora avea

ritrovato, operò un’altra crisi singolare.

Zenaide si strappò i capelli, si lacerò le vesti, e ruppe in un pianto

così dirotto, che i medici ne trassero buon augurio per la sua ragione.

Era ormai tempo di allontanarla dalla stanza di Federico Lennois. Il

medico si avanzò verso di lei.

Ella il ragguardò con occhio in cui splendeva un raggio d’intelligenza.

— Non vi chiamate voi Luigi Reynold?

— Per lo appunto, rispose il medico sorpreso che la matta conoscesse il

suo nome.

— E non foste voi, ripigliava colei dopo alcuni momenti di silenzio

e di lagrime, non foste voi che assisteste al parto doloroso della

Viscontessa d’Orbeil al Castello di Auteuil?

— Io propriamente, rispondeva il medico con batticuore che mai così

forte avea provato in sua vita.

Zenaide cadde in ginocchi in mezzo alla camera: i suoi begli occhi

nuotanti in un mar di lagrime erano volti al cielo.

— Oh.. io non sono più folle!.. Dio, Dio mio... che sogno orribile è

quello che ho fatto! Oh, conservami, gran Dio, conservami la ragione

pochi momenti almeno, pochi momenti, affinchè io possa rendere a

questo infelice (e indicò Federico) ciò che gli ho tolto... Pochi altri

istanti di vita e di ragione. E tu, figlio mio, perdonami, perdonami...

Dio lo comanda... Egli rischiara la mia mente pria ch’io spiri, ad

oggetto ch’io sveli il mio esecrato delitto, per cui la sua Divina

Giustizia mi ha fulminata nello intelletto...

Non sappiam dire con quanta maraviglia gli astanti udivano le parole

della Zenaide; nessuno ardiva interromperla. Ella proseguì come

ispirata:

— Luigi Reynold, e voi, signori che siete in questa stanza, uditemi

uditemi, attentamente... Federico Lennois, l’infelice demente che là

vedete, la sventurata vittima della mia feroce crudeltà, non è figlio

mio: egli è sibbene Augusto d’Orbeil, figliuolo del visconte d’Orbeil!

E, veggendo che gli astanti la riguardavano ancora come forsennata,

ed estimavano le sue parole figlie della follia, ella soggiunse

solennemente:

— No, credetemi; in questo momento io non sono matta; ne chiamo in

testimonio Dio che mi ascolta, ed al cui cospetto sento che tra poco

dovrò comparire; uditemi e.. prestate fede alle mie parole... Io era

divorata dall’ambizione e dall’avidità delle ricchezze! Sognava pel

pargoletto mio figlio un avvenire ricolmo di tutt’i piaceri dell’umana

vita... Da un mese io mi era sgravata, quando un mattino fui chiamata

al Castello d’Orbeil; la famiglia era nel disordine e nello scompiglio

del dolore; il visconte era fuggito; un parto prematuro e doloroso,

conseguenza dello spavento, avea minacciata la vita della madre e

del figlio... il quale, pallido e smunto, mi venne gittato tra le

braccia, affinchè io il nutrissi col mio latte e allevassi... Nel

recarmelo a casa, un orrendo pensiero attraversò la mia mente... ed

il posi ad effetto. L’innocente mio bambino riposava nella sua culla;

era così bello! Egli era figlio del Conte di Sierra Blonda, di un

gran signore che mi avea sedotta, e poscia abbandonata... Io volli

che l’astuzia desse a mio figlio ciò che la fortuna gli toglieva.

Quando la Viscontessa, rimessa alquanto dalla sua grave malattia, mi

fece dire ch’io mi fossi recata al castello col bambino, avendo ella

immenso desiderio di abbracciare il frutto delle sue visceri, io tolsi

dalla cuna il figliuol mio, e lo presentai alla viscontessa, dandole a

credere che quel bambino fosse il suo, e ciò affinchè mio figlio avesse

ereditato le ricchezze e i titoli della famiglia d’Orbeil. Ella non

avea giammai per l’addietro veduto il proprio figlio, nè alcuno del

castello ebbe mai pensiero dell’inganno. Soltanto voi, Luigi Reynold,

voi solo potevate discoprire in sul principio il mio tradimento, però

chè il figlio della Viscontessa portò nascendo un segno troppo visibile

in sulla schiena; segno che l’età non cancellò giammai, e che oggi

forse dovrà servire quale potente testimonio della verità de’ miei

detti... Luigi Reynold, vi ricordate che il bambino Augusto d’Orbeil

portò dal seno materno una larga macchia nera sul dorso? Ebbene...

ecco lì Augusto d’Orbeil... ecco il figlio della Viscontessa... Andate,

denudate le sue spalle; e Dio mi fulmini se ho mentito.

Luigi Reynold e tutti gli astanti si affrettarono a trarre verso

l’infelice Lennois; gli posero a nudo le spalle, e un grido di

sorpresa sfuggì dalle labbra di tutti nel vedere su quella schiena un

grande scudo nero!! Federico era caduto in una specie di stupefazione

accompagnata da febbre violenta.

IV.

IL VISCONTE D’ORBEIL

Dalla inaspettata rivelazione di Zenaide risultava che il figliuolo

del Visconte, Augusto d’Orbeil, era il vero Federico Lennois, figlio di

Zenaide.

I medici dell’ospizio di Bicètre, riuniti in consesso, aveano

riconosciuto e attestato che la Zenaide non era più demente, e che

però la rivelazione di lei, sorretta e convalidata dalla testimonianza

di Luigi Reynold, uomo di gran merito e probità, aveasi a tenere come

vera, tanto più che, essendosi la Zenaide gravemente infermata, avea

chiesto spontaneamente di deporre la sua rivelazione a’ piedi di un

ministro della Chiesa.

Fu compilato su questo singolare avvenimento un processo verbale,

firmato da Luigi Reynold e da tutti gli altri medici del manicomio;

le autorità s’impossessarono del fatto per sottoporlo ad un regolare

procedimento giudiziario.

Lasciamo al presente per alcun poco il manicomio di Bicètre, e

trasportiamoci a Auteuil, dove la famiglia d’Orbeil era tornata col

ritornar della bella stagione.

Una copia del processo-verbale sulla rivelazione di Zenaide fu mandata

al Visconte d’Orbeil. Chi potrà dipingere la sorpresa e il dolore

del nobil uomo nel sapere che quegli il quale avea goduto i dritti

di amatissimo figlio, l’erede del titolo e delle dovizie della casa

d’Orbeil, il rampollo di uno de’ più nobili stipiti francesi, non era

altri che un bastardello, cui un tradimento inaudito avea messo al

luogo del vero figlio ed erede? Chi potrà esprimere lo sdegno infinito

da cui fu preso il Visconte nel sapere che il vero suo figliuolo,

bruttato da infamanti accuse, giacea miseramente privo di senno in uno

ospizio di pazzi, da cui non sarebbe uscito che per patire la condanna

del perpetuo esilio dalla Francia?

Nel leggere quella carta che gittava per sempre nel fango il cognome

d’Orbeil, il Visconte, colpito in sulle prime di stupefazione, fu indi

assalito da un tal disperato dolore, che caduto sovra una sedia, e

cacciatosi le mani tra i lunghi capelli, stette come percosso dalla

folgore: la scritta funesta era caduta sul pavimento. La Viscontessa,

la quale era venuta nelle camere di suo marito, ed avea veduto il

costui profondo dolore senza potere ottener da lui risposta veruna,

raccolse la carta che ella vide sul suolo, vi gittò gli occhi

avidamente, e spinse al cielo un grido, che parve le fosse uscito dal

cuore che si fendeva.

Sembrava che que’ due non avessero dapprima prestato fede alla

tremenda rivelazione che strappava dalle loro braccia un dilettissimo

figliuolo, condannandolo alla miseria, all’abbandono, e a portare

un nome disonorato. Ma, a seconda che la Viscontessa si richiamava

a mente l’estrema tenerezza della Zenaide per quel bambino che era

in fatti il vero figlio di costei, e le crudeltà inaudite che questa

perfida femmina esercitava sulla infelice creatura con tanta infamia

tolta all’amore della vera sua madre; quando la moglie del Visconte

si ricordava delle frequenti visite che la Zenaide faceva al castello

e del come sembrava afflittissima quando il piccolo Augusto non vi

era; quando insomma, la gentildonna riandava col pensiero su le più

indifferenti azioni di quella ribalda che sì crudelmente l’aveva

ingannata, più non poteva dubitare della verità di quella tarda

rivelazione che piombava sulla famiglia d’Orbeil per distruggerla.

_Le parole del giovine Visconte aveano distrutto la felicità e l’onore

di qualche povera e onesta famiglia._

E le parole di una povera inferma chiusa nell’ospizio di Bicètre

distruggeano di botto la felicità d’una famiglia ricca, nobile e

possente!

Passati i primi impeti del dolore e dello sdegno, il Visconte e la

moglie s’interrogarono su quel che avessero a fare pel misero Augusto

il quale perdeva tutto in un punto! Un affetto nutrito tenerissimamente

per lo spazio di ventiquattr’anni non può cessare in un momento, e per

una cagione estranea alla persona che n’è l’oggetto. Augusto, benchè

figlio della perfida Zenaide, era sempre innocente agli occhi del

Visconte e della moglie, i quali sentivano sempre per lui la stessa

paterna tenerezza. Ma oggi un altro veniva a prendere il suo posto! Un

altro, che un giudizio criminale avea condannato all’infamia; che tutta

la Francia avea maledetto, perchè egli avea ingannata la Francia intera

usurpando una gloria che ad altri era dovuta; un altro che aveva fatto

morire Giustino Victor, il caro fidanzato della sventurata loro figlia

Isalina!

Ma pur quest’altro era il vero loro figliuolo! La natura e le leggi

peroravano la sua causa. Il dare all’uno ciò che spettava all’altro

sarebbe stata la più ingiusta estorsione, non consentita nè da Dio nè

dagli uomini, ed avrebbe compito il misfatto di Zenaide.

Che fare? Che risolvere? A qual partito appigliarsi? Eppure tra poche

ore, fra qualche minuto forse, l’orrenda rivelazione sarebbe pervenuta

agli orecchi dell’infelice Augusto!

Il Visconte d’Orbeil passeggiava nella sua camera tenendosi tra le mani

il capo, da cui sentiva quasi volar via la ragione. Improvvisamente

egli si ferma nel mezzo della stanza, colpito da un pensiero; si fa

dappresso alla scrivania, dà di mano al campanello.

— A me Augusto, dice ad un cameriere che se gli presenta alla soglia

della stanza.

E si ripone a passeggiare agitatissimo. Sua moglie non sa quale

determinazione egli abbia presa.

Augusto si mostra agli sguardi de’ suoi genitori: il suo volto, benchè

tuttavia malinconico, è sereno e quasi sorridente. Ma tosto egli si

avvede dell’estrema agitazione del padre e del dolore in cui sembra

immersa la cara genitrice.

Il Visconte intanto è corso all’uscio della stanza e l’ha chiuso a

chiave; poscia, in sembiante più tranquillo, è ritornato presso la

scrivania, ha tolto nelle mani la carta funesta, e, porgendola con mano

tremante al giovine:

— Leggete, Augusto, gli dice, e abbiate coraggio.

Federico Lennois · 第 21 / 22 段