non gli eran consentite, però che era troppo esasperato lo stato
della sua fibra, a tal termine, da non poterglisi permettere libertà
di movimenti, o almeno da non poterlo lasciare uscir fuori della sua
cella. Ma posciacchè un mese fu scorso dalla sua permanenza a Bicètre,
essendo di molto calmati l’effervescenza ed il furore, gli venne
prescritta la passeggiata lungo i viali del giardino.
Sogliono per le prime volte i custodi accompagnare i matti in tali
passeggiate per isperimentare se questi sono a bastanza rimessi e
tranquilli, e per incuter loro un certo timore, nel caso che volessero
spingersi ad atti di violenza. Ma di poi che si sono assicurati, per
alquanti giorni, della disposizione più dolce e riposata degl’insani,
li lasciano in loro libertà, restituendoli in certo modo a quello
stato che faccia ricordar loro il tempo in cui non erano assoggettati
alla guardia e alla continua ispezione di un uomo. D’altra parte, il
giardino, in cui passeggiano i dementi di Bicètre, è circuito da alte
mura, e ben difeso da ogni lato: i viali di giocondi arbuscelli son
simmetrici e ordinati in guisa da offrire una comoda passeggiata, e
senza veruna di quelle cose le quali potrebbero diventar dannose ad
uomini privi d’intelletto. Egli è appunto come se fosse luogo destinato
ad esser percorso da bambini i quali provino i loro primi passi: non
vi è niente di tutto ciò che può formare oggetto di pericolo o di
tentazione a quegl’infelici privi di ragione; nessun vivaio, nessuna
fonte, nessun pendio: un ordine direm quasi ragionato regna in quel
recinto ombroso ed ameno, dove le più ridenti aiuole di fiori spezzano
un poco la monotonia dei lunghi viali.
Con prudenza e con avvedutezza si permette a’ dementi qualche volta il
passeggiare a due a due o a crocchi; affin che possano _ragionar_ tra
loro, o, per meglio dire, scambiar tra loro parole più o meno vuote di
raziocinii. Simiglianti pratiche non sono del tutto infeconde di beni,
e non rare volte, la mercè di esse, si sono sperimentate guarigioni
credute impossibili o almeno difficilissime.
Durante l’estiva stagione, sogliono i dementi di Bicètre trarre a
queste passeggiate nelle prime ore del mattino o verso il tramontar del
sole, quando le aurette della sera incominciano a rinfrescare le calde
esalazioni della terra. La primavera copriva di rose e di mammolette
le aiuole del giardino e rivestiva di giovine fogliame gli arbusti de’
viali. La natura sembrava rinascere più bella e rigogliosa di vita: un
nembo di profumi che parea venir dal cielo si riversava dai poggetti
circonvicini seminati di aromatici fiori e di piante odorifere: schiere
di giocondissimi augelli si abbatteano, quasi ebbri di felicità, su i
rami degli alberi, mischiando i loro striduli e svariati gorgheggi,
interrotti soltanto da qualche lontano colpo di schioppo tirato da
qualche cacciatore de’ dintorni.
Questa soavità di natura parea che volgesse a più ragionevoli
disposizioni le misere creature ritenute nel manicomio di Bicètre,
le quali avresti vedute, in sull’ora prima del mattino, andarne a
braccio l’una del l’altra lungo i viali; e tra loro così compostamente
discorrere su svariati subbietti, nè più nè meno che se ragionato
avessero nel pieno lume dell’intelletto. Ad alcuni di loro le fattezze
del volto sembravano anche più rischiarate ed aperte; ad altri la
fosca taciturnità cedeva il posto ad una sconnessa loquacità, la
quale accennava per altro ad un ritorno a più miti sensi; era insomma
nell’aria della rinata primavera qualche cosa che dolcemente ricercava
le fibre di quegl’infelici, nei quali sembrava smuovere le antiche
affezioni dell’animo.
E lo stesso avveniva per Federico Lennois, la cui demenza era caduta
in una profonda ipocondria. Egli mostravasi docile e obbediente a
tutto ciò che si volea da lui; mangiava poco ma compostamente; dormiva
con calma; e, se la ciera allucinata e qualche strana proposizione
non avessero testificato tuttavia la sua insania, si sarebbe potuto
credere alla perfetta guarigione della sua mente. Ei più non vedeva Ugo
Ferraretti in tutte le pallide sembianze; più non mettea spaventevoli
strida alla vista o al nome del ferro; più non si ostinava a rimaner
digiuno per tema di avvelenamento. I medici dello Stabilimento, i quali
erano obbligati a dare all’autorità periodiche relazioni sullo stato
di mente del condannato Federico Lennois, scriveano già esser vicina la
costui guarigione.
Ci affrettiamo a far conoscere a’ nostri lettori che sir Eduardo Horms,
riconosciuto innocente o almeno giustificato sulla morte di Giustino
Victor, non aveva avuta altra condanna che quella di abbandonare tra
un mese il suolo della Francia. Quest’anima nobile e generosa avea
spronato la famiglia Victor e Luigia Aldinelli a presentare al re una
supplica, affinchè la pena, cui era stato condannato lo sciagurato
giovine Lennois, fosse stata scemata o commutata, nel caso che avesse
riacquistata la ragione. Una tal petizione, presentata da coloro
medesimi che avevano portato querela contro il Lennois, mosse vieppiù
la clemenza del monarca, e la pena de’ ferri fu commutata in quella del
perpetuo esiglio dal regno.
Allorchè la grazia sovrana fu letta a Federico, costui non diè segno
alcuno d’intelligenza. Non ostante le speranze che i medici faceano
concepire della sua prossima guarigione, ci era da scommettere che
il perpetuo esilio non avesse a tradursi in una perpetua permanenza a
Bicètre.
Due altri mesi all’incirca passarono senza novità veruna nello stato
del Lennois, tranne che un giorno gli venne offerto alla vista un
visitatore, che avrebbe dovuto fare su lui una qualche impressione,
ma che ciò non pertanto non parve esser da lui riconosciuto. Questi
era Maurizio Barkley, il quale, poscia che aveva adempiuto al suo
debito di salvare un innocente amico ed ismascherare il delitto, era
tornato a quella consuetudine dell’animo suo dolcissimo, affettuoso
e perdonevole, ed oggi avrebbe voluto, a costo del proprio sangue,
riaccendere il lume della mente di Federico, il cui miserevole stato
gli moveva il cuore a pietà. E questa sua visita non era stata la
prima; ma spesse volte egli era andato a chieder contezza del matto, ed
aveva interrogato i medici, offrendo la sua borsa ai custodi, affinchè
fossero stati inverso il misero infermo prodighi d’ogni maniera
d’assistenza e di riguardi.
Maurizio aveva visitato benanche parecchie volte la famiglia d’Orbeil,
la quale, benchè un anno all’incirca fosse passato dalla morte di
Giustino, non sapea ritrovare altra consolazione, che nel ragionar di
lui con quei pochi amici che traevano a vederla, fra i quali qual degno
posto occupasse il Barkley non diremo: egli era l’uomo che si faceva
amare da tutti per le carissime doti del cuore, e per quel culto onde
venerava e serviva l’amicizia. Maurizio amava soprattutto e con molta
particolarità il giovine Augusto, il quale si era mostrato sì caldo e
appassionato amico di Giustino Victor.
Il mese di giugno volgeva al suo termine, quando accadde a Bicètre lo
strano avvenimento cui abbiamo accennato nel precedente capitolo, e che
ci accingiamo a narrare.
Il manicomio di Bicètre, siccome abbiam detto, è esclusivamente
destinato agli uomini, come quello della Salpètriere alle donne:
debbesi non per tanto far notare che all’ospizio di Bicètre, per
particolari raccomandazioni o per altri motivi di eccezioni, si suole
eziandio dar ricetto a qualche povera demente. Segregate dal corpo
dell’edificio, havvi alcune stanze riserbate a queste eccezioni in
favore del debil sesso; e queste stanze riescono colle loro finestre,
guardate da inferriate, sovra il giardino dove i dementi sogliono
trarre a passeggiare. Situate ad una certa altezza, queste finestre
ricevono tutte le benigne e soavi esalazioni del sottostante giardino.
Un giorno, Federico Lennois era uscito pria degli altri suoi compagni,
a passeggiar ne’ viali: egli era solo. Una dolce serenità era sparsa
sulle sue sembianze, ridotte ora così pallide e smunte da non poterle
più riconoscere: la pena con che Dio avea fulminata quella esistenza
aveva in qualche modo rischiarata la fronte di quell’uomo, e ne avea
cancellata la macchia onde il delitto l’aveva bruttata. Federico si
accostava ogni giorno vieppiù alla sua guarigione.
Egli adunque stavasene tranquillamente passeggiando nel giardino,
allorchè, levati per avventura gli occhi dal suolo, ove pel consueto
li tenea conficcati, ebbe veduta, ad una delle stanze delle folli, una
donna che si era avviticchiata a’ ferri della finestra, e che parea
guardar lui con somma attenzione. La luce del sole che tramontava
rischiarava interamente le fattezze di lei.
Non sì tosto Federico ebbe scorta quella demente, mise un altissimo
grido, e si diede precipitosamente a fuggire, compreso da spavento
grandissimo. Rientrato nella sua cella, egli tremava tutto come colpito
da convulsione nervosa, ed era andato a rincantucciarsi dietro il
suo letticciuolo, dal quale sito nessuna persuasione potè trarlo. I
custodi e i medici non sapeano a che attribuire questo strano fenomeno;
gli domandarono se alcuno oggetto avesse veduto che gli avea desto
spavento, e Federico, senza rispondere, digrignava i denti, dava segni
di paura, più si stringea ed afferrava a’ ferri del letto, ed il suo
sguardo esterrefatto esprimeva un invincibile terrore.
Più non fu possibile d’indurlo a passeggiar nel giardino. Ma, a capo
di qualche settimana, ad uno dei primi medici dell’ospizio venne un
pensiero. Egli era certo che Federico avea veduto nel giardino qualche
oggetto che gli avea fatto paura, o che gli avea ridestato una molto
dolorosa rimembranza. «Il regno delle rimembranze è il supremo rimedio
della follia, avea detto tra sè l’uomo della scienza: ei fa d’uopo
richiamarlo nella mente degl’infermi; adopriamoci adunque a discoprire
quale è stato l’oggetto che ha prodotto sì terribile impressione
sull’animo del Lennois, e ripresentiamolo ai suoi sguardi, nella
speranza di oprare su lui una crisi salutare.»
Condotto da questo acconcio e filosofico ragionamento, il medico non
istette un gran pezzo a sospettare che forse una delle donne rinchiuse
nelle attigue stanze, le cui finestre riescono sul giardino, avesse
cagionata nel Lennois quella forte impressione di spavento. Bisognava
indovinare qual si era di esse; il che nemmanco gli riuscì gran fatto
difficile. Imperciocchè in quelle stanze non erano che solo tre donne,
una delle quali era ammalata a letto con dolori alla gamba da non
permetterle di muoversi e recarsi alla finestra; laonde una delle altre
due esser dovea quella che ei Ricercava. Egli fece dapprima presentare
agli sguardi di Federico la più giovine delle due; ma sembrò che costei
non producesse nessuna impressione sul demente, il quale guardolla
con indifferenza, e senza fare alcun segno di compiacimento o di
dispiacere.
Ma qual differenza allorchè l’altra gli fu offerta alla vista!
Avviticchiato a’ ferri del suo letto, Federico mettea tali strida che
l’ospizio intero erane assordato, e cercava di nascondere il volto
nelle materasse, quasi per non farsi riconoscere da quella donna. La
quale, benchè non avesse ancora raggiunta l’età del dechinamento, chè
non le si poteano dare più di un quarantacinque anni, portava non per
tanto su tutta la persona le ruine dello sfacelo morale. Questa donna
avea dovuto esser bella sopra modo; ciò si scorgea facilmente alla
dilicata regolarità delle fattezze del volto, alla incomparabil forma
e al colore degli occhi, alle chiome lunghissime, che ora in pieno
disordine le cascavano giù pel collo e per le spalle.
Quando questa donna si vide alla presenza di Federico Lennois, rimase
dapprima immobile nel mezzo della stanza: uno straordinario eccitamento
lampeggiava ne’ suoi occhi; ella guardava il giovin demente, e si
cacciava ambo le mani su per la fronte e tra i capelli, come se una
dolorosa sensazione vi fosse di repente scoppiata; le grida di colui
pareano ridestarle un molesto passato, che ella si affaticava di
ritrovare tra le macerie della sua ragione.
Parecchi medici dell’ospizio erano testimoni di questa scena, da cui
si riprometteano salutari effetti per entrambi gl’insani. Era chiaro
che quella donna e quel giovine si erano dovuti conoscere, e che tra
loro ci era stata per lo addietro una di quelle aderenze le quali non
di leggieri vengon poste in oblio. Il medico che avea pensato a tale
esperimento non istimò limitarsi a questo saggio: volle fare un altro
tentativo.
— Federico Lennois, riconoscete voi questa donna? chiesegli ad alta
voce.
Come tosto questo nome ebbe colpito l’orecchio della pazza, un
sussulto la colse, e mise un grido, come se fosse stata ferita nel
capo; si gittò a dietro le spalle i capelli che le eran tornati sulla
fronte; gli occhi sembravano sghizzarle fuori dalle orbite; una vampa
ardentissima le accendea la faccia.
— Federico Lennois! — ella mormorava digrignando i denti — Federico
Lennois! Oh! oh! Mio figlio!
E un fragoroso scroscio di risa, seguito da strani gesti d’allegrezza
accompagnava quel nome che ella pronunziava di frequente, dicendo
sempre con un sentimento d’incredibile ironia la parola: Mio figlio!
Federico intanto, cogli occhi stravolti da un irrefrenabile spavento,
guardava... Zenaide, la madre sua! Un tremor convulsivo l’aveva
assalito; un sudor di morte bagnava la sua fronte.
La Zenaide rideva a colpetti: dicea cose che non si comprendeano; si
avvicinò al disgraziato giovine, accovacciato sempre dietro al suo
letticciuolo; colle due mani gli afferrò la faccia, e ripetea sempre:
— Mio figlio!... mio figlio!...
E rideva a sganascio. Poscia cessò di botto da ogni ilarità; il suo
viso diventò serio, conturbato, ed ella mormorò:
— Al Castello... a Auteuil... Augusto, Augusto...
Questo nome che sembrò ella avesse cercato nel proprio capo, e ora avea
ritrovato, operò un’altra crisi singolare.
Zenaide si strappò i capelli, si lacerò le vesti, e ruppe in un pianto
così dirotto, che i medici ne trassero buon augurio per la sua ragione.
Era ormai tempo di allontanarla dalla stanza di Federico Lennois. Il
medico si avanzò verso di lei.
Ella il ragguardò con occhio in cui splendeva un raggio d’intelligenza.
— Non vi chiamate voi Luigi Reynold?
— Per lo appunto, rispose il medico sorpreso che la matta conoscesse il
suo nome.
— E non foste voi, ripigliava colei dopo alcuni momenti di silenzio
e di lagrime, non foste voi che assisteste al parto doloroso della
Viscontessa d’Orbeil al Castello di Auteuil?
— Io propriamente, rispondeva il medico con batticuore che mai così
forte avea provato in sua vita.
Zenaide cadde in ginocchi in mezzo alla camera: i suoi begli occhi
nuotanti in un mar di lagrime erano volti al cielo.
— Oh.. io non sono più folle!.. Dio, Dio mio... che sogno orribile è
quello che ho fatto! Oh, conservami, gran Dio, conservami la ragione
pochi momenti almeno, pochi momenti, affinchè io possa rendere a
questo infelice (e indicò Federico) ciò che gli ho tolto... Pochi altri
istanti di vita e di ragione. E tu, figlio mio, perdonami, perdonami...
Dio lo comanda... Egli rischiara la mia mente pria ch’io spiri, ad
oggetto ch’io sveli il mio esecrato delitto, per cui la sua Divina
Giustizia mi ha fulminata nello intelletto...
Non sappiam dire con quanta maraviglia gli astanti udivano le parole
della Zenaide; nessuno ardiva interromperla. Ella proseguì come
ispirata:
— Luigi Reynold, e voi, signori che siete in questa stanza, uditemi
uditemi, attentamente... Federico Lennois, l’infelice demente che là
vedete, la sventurata vittima della mia feroce crudeltà, non è figlio
mio: egli è sibbene Augusto d’Orbeil, figliuolo del visconte d’Orbeil!
E, veggendo che gli astanti la riguardavano ancora come forsennata,
ed estimavano le sue parole figlie della follia, ella soggiunse
solennemente:
— No, credetemi; in questo momento io non sono matta; ne chiamo in
testimonio Dio che mi ascolta, ed al cui cospetto sento che tra poco
dovrò comparire; uditemi e.. prestate fede alle mie parole... Io era
divorata dall’ambizione e dall’avidità delle ricchezze! Sognava pel
pargoletto mio figlio un avvenire ricolmo di tutt’i piaceri dell’umana
vita... Da un mese io mi era sgravata, quando un mattino fui chiamata
al Castello d’Orbeil; la famiglia era nel disordine e nello scompiglio
del dolore; il visconte era fuggito; un parto prematuro e doloroso,
conseguenza dello spavento, avea minacciata la vita della madre e
del figlio... il quale, pallido e smunto, mi venne gittato tra le
braccia, affinchè io il nutrissi col mio latte e allevassi... Nel
recarmelo a casa, un orrendo pensiero attraversò la mia mente... ed
il posi ad effetto. L’innocente mio bambino riposava nella sua culla;
era così bello! Egli era figlio del Conte di Sierra Blonda, di un
gran signore che mi avea sedotta, e poscia abbandonata... Io volli
che l’astuzia desse a mio figlio ciò che la fortuna gli toglieva.
Quando la Viscontessa, rimessa alquanto dalla sua grave malattia, mi
fece dire ch’io mi fossi recata al castello col bambino, avendo ella
immenso desiderio di abbracciare il frutto delle sue visceri, io tolsi
dalla cuna il figliuol mio, e lo presentai alla viscontessa, dandole a
credere che quel bambino fosse il suo, e ciò affinchè mio figlio avesse
ereditato le ricchezze e i titoli della famiglia d’Orbeil. Ella non
avea giammai per l’addietro veduto il proprio figlio, nè alcuno del
castello ebbe mai pensiero dell’inganno. Soltanto voi, Luigi Reynold,
voi solo potevate discoprire in sul principio il mio tradimento, però
chè il figlio della Viscontessa portò nascendo un segno troppo visibile
in sulla schiena; segno che l’età non cancellò giammai, e che oggi
forse dovrà servire quale potente testimonio della verità de’ miei
detti... Luigi Reynold, vi ricordate che il bambino Augusto d’Orbeil
portò dal seno materno una larga macchia nera sul dorso? Ebbene...
ecco lì Augusto d’Orbeil... ecco il figlio della Viscontessa... Andate,
denudate le sue spalle; e Dio mi fulmini se ho mentito.
Luigi Reynold e tutti gli astanti si affrettarono a trarre verso
l’infelice Lennois; gli posero a nudo le spalle, e un grido di
sorpresa sfuggì dalle labbra di tutti nel vedere su quella schiena un
grande scudo nero!! Federico era caduto in una specie di stupefazione
accompagnata da febbre violenta.
IV.
IL VISCONTE D’ORBEIL
Dalla inaspettata rivelazione di Zenaide risultava che il figliuolo
del Visconte, Augusto d’Orbeil, era il vero Federico Lennois, figlio di
Zenaide.
I medici dell’ospizio di Bicètre, riuniti in consesso, aveano
riconosciuto e attestato che la Zenaide non era più demente, e che
però la rivelazione di lei, sorretta e convalidata dalla testimonianza
di Luigi Reynold, uomo di gran merito e probità, aveasi a tenere come
vera, tanto più che, essendosi la Zenaide gravemente infermata, avea
chiesto spontaneamente di deporre la sua rivelazione a’ piedi di un
ministro della Chiesa.
Fu compilato su questo singolare avvenimento un processo verbale,
firmato da Luigi Reynold e da tutti gli altri medici del manicomio;
le autorità s’impossessarono del fatto per sottoporlo ad un regolare
procedimento giudiziario.
Lasciamo al presente per alcun poco il manicomio di Bicètre, e
trasportiamoci a Auteuil, dove la famiglia d’Orbeil era tornata col
ritornar della bella stagione.
Una copia del processo-verbale sulla rivelazione di Zenaide fu mandata
al Visconte d’Orbeil. Chi potrà dipingere la sorpresa e il dolore
del nobil uomo nel sapere che quegli il quale avea goduto i dritti
di amatissimo figlio, l’erede del titolo e delle dovizie della casa
d’Orbeil, il rampollo di uno de’ più nobili stipiti francesi, non era
altri che un bastardello, cui un tradimento inaudito avea messo al
luogo del vero figlio ed erede? Chi potrà esprimere lo sdegno infinito
da cui fu preso il Visconte nel sapere che il vero suo figliuolo,
bruttato da infamanti accuse, giacea miseramente privo di senno in uno
ospizio di pazzi, da cui non sarebbe uscito che per patire la condanna
del perpetuo esilio dalla Francia?
Nel leggere quella carta che gittava per sempre nel fango il cognome
d’Orbeil, il Visconte, colpito in sulle prime di stupefazione, fu indi
assalito da un tal disperato dolore, che caduto sovra una sedia, e
cacciatosi le mani tra i lunghi capelli, stette come percosso dalla
folgore: la scritta funesta era caduta sul pavimento. La Viscontessa,
la quale era venuta nelle camere di suo marito, ed avea veduto il
costui profondo dolore senza potere ottener da lui risposta veruna,
raccolse la carta che ella vide sul suolo, vi gittò gli occhi
avidamente, e spinse al cielo un grido, che parve le fosse uscito dal
cuore che si fendeva.
Sembrava che que’ due non avessero dapprima prestato fede alla
tremenda rivelazione che strappava dalle loro braccia un dilettissimo
figliuolo, condannandolo alla miseria, all’abbandono, e a portare
un nome disonorato. Ma, a seconda che la Viscontessa si richiamava
a mente l’estrema tenerezza della Zenaide per quel bambino che era
in fatti il vero figlio di costei, e le crudeltà inaudite che questa
perfida femmina esercitava sulla infelice creatura con tanta infamia
tolta all’amore della vera sua madre; quando la moglie del Visconte
si ricordava delle frequenti visite che la Zenaide faceva al castello
e del come sembrava afflittissima quando il piccolo Augusto non vi
era; quando insomma, la gentildonna riandava col pensiero su le più
indifferenti azioni di quella ribalda che sì crudelmente l’aveva
ingannata, più non poteva dubitare della verità di quella tarda
rivelazione che piombava sulla famiglia d’Orbeil per distruggerla.
_Le parole del giovine Visconte aveano distrutto la felicità e l’onore
di qualche povera e onesta famiglia._
E le parole di una povera inferma chiusa nell’ospizio di Bicètre
distruggeano di botto la felicità d’una famiglia ricca, nobile e
possente!
Passati i primi impeti del dolore e dello sdegno, il Visconte e la
moglie s’interrogarono su quel che avessero a fare pel misero Augusto
il quale perdeva tutto in un punto! Un affetto nutrito tenerissimamente
per lo spazio di ventiquattr’anni non può cessare in un momento, e per
una cagione estranea alla persona che n’è l’oggetto. Augusto, benchè
figlio della perfida Zenaide, era sempre innocente agli occhi del
Visconte e della moglie, i quali sentivano sempre per lui la stessa
paterna tenerezza. Ma oggi un altro veniva a prendere il suo posto! Un
altro, che un giudizio criminale avea condannato all’infamia; che tutta
la Francia avea maledetto, perchè egli avea ingannata la Francia intera
usurpando una gloria che ad altri era dovuta; un altro che aveva fatto
morire Giustino Victor, il caro fidanzato della sventurata loro figlia
Isalina!
Ma pur quest’altro era il vero loro figliuolo! La natura e le leggi
peroravano la sua causa. Il dare all’uno ciò che spettava all’altro
sarebbe stata la più ingiusta estorsione, non consentita nè da Dio nè
dagli uomini, ed avrebbe compito il misfatto di Zenaide.
Che fare? Che risolvere? A qual partito appigliarsi? Eppure tra poche
ore, fra qualche minuto forse, l’orrenda rivelazione sarebbe pervenuta
agli orecchi dell’infelice Augusto!
Il Visconte d’Orbeil passeggiava nella sua camera tenendosi tra le mani
il capo, da cui sentiva quasi volar via la ragione. Improvvisamente
egli si ferma nel mezzo della stanza, colpito da un pensiero; si fa
dappresso alla scrivania, dà di mano al campanello.
— A me Augusto, dice ad un cameriere che se gli presenta alla soglia
della stanza.
E si ripone a passeggiare agitatissimo. Sua moglie non sa quale
determinazione egli abbia presa.
Augusto si mostra agli sguardi de’ suoi genitori: il suo volto, benchè
tuttavia malinconico, è sereno e quasi sorridente. Ma tosto egli si
avvede dell’estrema agitazione del padre e del dolore in cui sembra
immersa la cara genitrice.
Il Visconte intanto è corso all’uscio della stanza e l’ha chiuso a
chiave; poscia, in sembiante più tranquillo, è ritornato presso la
scrivania, ha tolto nelle mani la carta funesta, e, porgendola con mano
tremante al giovine:
— Leggete, Augusto, gli dice, e abbiate coraggio.