Augusto divora cogli occhi la scrittura; una pallidezza di morte

copre il suo viso, a seconda ch’ei legge, e non arriva alla fine, che,

sentendosi venir manco, si appoggia alla sponda della scrivania.....

Egli è fulminato!... non ha la forza di pronunziare una sola parola:

le sue pupille, le quali smarriscono la luce, si perdono nel suolo,

dov’ei vorrebbe si aprisse una fossa per inghiottirlo. La Viscontessa,

veggendo il giovine così pallido come vicino a morte, corre a

sollevarlo tra le sue braccia.

— Che mai faceste, Visconte!

Ed ella stende la mano al campanello per chiamar soccorso; ma suo

marito la ferma.

— Nessuno debbe qui entrare, signora, le dice: coraggio e fermezza.

Indi, rivolgendosi ad Augusto, che sembrava atterrato:

— Augusto, soggiunge, rialzate la vostra fronte; voi siete puro ed

innocente.... voi non dovete soffrir la pena di un altrui fallo.... voi

non porterete l’abborrito nome di Federico Lennois... Vostra madre..»

Il Visconte fu interrotto da un leggier picchio all’uscio della stanza.

— Chi è là? domandò con collera.

— Una lettera urgentissima, signor Visconte, rispose un cameriere.

Il nobile aprì l’uscio, afferrò la lettera dalle mani del servo, e

gittò gli occhi sulla soprascritta.

— Dall’Ospizio di Bicètre.

Il Visconte lesse rapidamente.

— No, non sarà mai, esclamò indi con uno scoppio di collera, il mio

perdono!... e domanda di riveder suo figlio per l’ultima volta.... No,

disgraziata, ella non ha più figlio! Ella mi rapiva il mio, ne faceva

un infame, disonorava il mio sangue! No... no... Aspetta.

E, come spinto da un soffio di fuoco, si accosta al tavolino, afferra

una penna, e sotto la lettera che gli era stata mandata da Luigi

Reynold, scrive queste parole:

«La disgraziata Zenaide non ha più figli... Io la perdono, ma ad un sol

patto: che muoia!

— Presto, si rechi questa risposta a Bicètre; ei grida.

E il messo partì in gran fretta.

La stupefazione di Augusto (con tal nome seguiteremo a chiamarlo)

avea dato luogo ad una commozione sì forte, che egli piangeva come un

bambino. E la Viscontessa, la quale più non ardiva di riabbracciare il

figlio di Zenaide, nascondeva il suo volto nel fazzoletto.

Il Visconte era di presente il più tranquillo dei tre; parea che

un pensiero, un proponimento gli desse coraggio, ed anche una tal

giocondità... Egli si era messo di bel nuovo a dare di lunghi passi

nella stanza: i suoi sguardi passavano con celerità concitata da

Augusto alla moglie e da questa a quello.

Dieci minuti all’incirca trascorsero nel più assoluto silenzio. Era

tanta la piena dei pensieri e degli affetti che si agitavano negli

animi di quei tre personaggi, che nessuno era atto a parlare.

IDDIO PUNIVA LA SUPERBIA D’AUGUSTO!

Egli cadeva ad un tratto dal suo seggio dorato e diveniva quello che

avea sempre formato il subbietto del suo scherno e del suo disprezzo:

_bastardo e povero!_

Di repente Augusto sembra compreso da un solenne pensiero; la sua

dignità fulminata, la generosa tenerezza del Visconte gli pongono

nell’animo il desiderio di emendare con la nobiltà dei sentimenti

l’abbiezione in cui è precipitato: ei cade in ginocchi ai piedi del

Visconte.

— Grazia, signore, grazia per la madre mia; ella si muore: fate che

io la rivegga per l’ultima volta, e che le rechi la consolazione del

vostro perdono.

Non aveva egli finito di pronunziare queste parole, che un altro messo

ansante e coperto di sudore, consegnava al Visconte un’altra lettera.

— Vostra madre più non è! disse costui dopo avere scorsa la lettera.

Zenaide è morta! Alzatevi, Augusto: ella avea più d’uopo del vostro

perdono che del mio; Ora Dio la perdoni!

Augusto, senza muoversi dalla sua giacitura, si era di bel nuovo

coperto il volto con ambo le mani; singhiozzava. Il Visconte fece un

passo verso di lui, il sollevò per le braccia e gli disse:

— Alzatevi, Augusto, alzatevi; più tardi penseremo al nome che dovete

portare, perciocchè quello di Federico Lennois rimarrà sepolto nel

manicomio di Bicètre; per ora io vi restituisco un titolo assai caro al

mio cuore, quello di mio figlio!

— Vostro figlio! esclamava Augusto come fuori di sè; vostro figlio, e

l’altro?

— Anche l’altro! Quello mel restituisce la natura, voi l’affetto. Voi

non sarete povero, poichè la dote di mia figlia è vostra.

— Che! esclamò stupefatta la Viscontessa, la dote di vostra figlia,

signore?

— Certo; non la si debbe forse all’uomo che le sarà marito?

— Ebbene? dimandò con ansietà la nobile donna.

— Ebbene, rispose il Visconte; ecco il marito d’Isalina.

E indicò Augusto, il quale restò qual trasognato.

— Egli l’amava qual tenero fratello; ora l’amerà quale amantissimo

sposo; non è vero, Augusto?

E ciò dicendo distese la mano al giovine, il quale vi si precipitò,

ricoprendola di baci e di lagrime, e senza poter proferir parola, che

la gioia gli troncava il respiro.

— Ma riflettete, dicea la Viscontessa, riflettete, signore, a quello

che fate; ei fa d’uopo, è vero, pensare a questo giovine che ancor ci è

caro; fa d’uopo provvedere al suo avvenire, è ben giusto; lo riterremo

presso di noi, quale altro nostro figlio; ma... riflettete, Visconte..

questo giovine è figlio della colpa, egli non ha un nome, e voi non

vorrete esporre Isalina ad arrossare.

Il Visconte sembrò scosso da questo pensiero: portò la mano destra

alla fronte, come se avesse cercata una soluzione alla difficoltà che

sorgeva, quando una voce si fe’ udire in quella stanza, la voce d’un

personaggio che nessuno dei tre avea veduto entrare, compresi com’erano

da tanti affetti, ed il quale era stato ascoltatore delle ultime parole

della Viscontessa.

— Questo giovine ha un nome onorato, signora; egli ha il mio nome: io

l’adotto, egli è mio figlio, ed il cognome d’Orbeil non si adonterà di

unirsi a quello di Barkley. La più affettuosa amicizia e sacri obblighi

mi ligavano al defunto suo padre, il Baronetto Edmondo Brighton, Conte

di Sierra Blonda.

Un grido di sorpresa e di gioia accolse la proposta dell’incomparabile

Maurizio Barkley, il quale si trovò tra le braccia del Visconte di

Orbeil, i cui occhi erano bagnati di lagrime di gioia.

RIEPILOGO

Un mese dopo la morte di Zenaide, scoppiava in Parigi la insurrezione

che contrassegnò le tre giornate del 27, 28 e 29 luglio 1830. Il regno

del _dritto divino_ cedeva il posto al regno della _volontà nazionale_,

e per non più rialzarsi.

In sulla sera del 29, una lettera fu spedita a Auteuil al Visconte

d’Orbeil. Questa lettera era così concepita:

«Sig. Visconte — Con immenso dolore vi fo sapere che il nominato

Federico Lennois, vostro disgraziato figliuolo, scappato questa

mane dall’Ospizio di Bicètre, nel momento che i rivoltosi hanno

aperte le porte del manicomio, per dar la libertà a qualche

condannato politico, è stato trovato estinto sotto la barriera del

quartiere s. Antonio. Una palla di moschetto l’ha colpito verso le

regioni del cuore».

Dopo aver letta questa lettera, il Visconte restò lungo tempo immobile

e pensoso: levò poscia gli occhi al cielo, e, con un sentimento di

tranquilla rassegnazione, mormorò tra sè il motto de’ legittimisti di

Francia:

— Dio lo vuole!

Il domani, il Visconte d’Orbeil, unitamente alla sua famiglia,

abbandonava il suolo della Francia.

Sir Eduardo Horms, colla sua famiglia, partiva per la sua terra nativa,

accompagnato da Maurizio Barkley e dalla costui moglie.

Il governo francese avea renduto a sir Eduardo il quadro la

_Preghiera_; ma questi, consigliato dagl’impulsi del suo animo nobile

e generoso, ne avea fatto dono a sua sorella Luigia Aldinelli, di cui

quel quadro era il ritratto, e qual retaggio d’amore dello sventurato

Ugo Ferraretti.

Qualche tempo è scorso dagli avvenimenti che abbiam raccontati.

Un giorno, la bella e famosa chiesa di S. Dionigi presso Parigi

era tutta vestita di brune gramaglie, siccome tutte le altre chiese

pertinenti al culto cattolico perciocchè era il giorno che, al dire di

un gran poeta italiano.

....... _al sol si scoloraro,_

_per la pietà del suo Fattore, i rai._

Era il Venerdì santo del 1831.

Molti fedeli eran raccolti in quella chiesa, all’ora del vespero,

cantavasi il _Miserere_ dello Zingarelli.

Tra le voci di donne era una, la quale non sappiam dire quanta soavità

si avesse: non era una donna che cantava, sì bene un angelo che

pregava.

Questa cantilena che trova i suoi accordi nelle ime latebre del cuore;

avea commossi fino alle lagrime i fedeli radunati in quel tempio, ed

in ispezialità avea prodotto una gran commozione nell’animo di una

signora, la quale al vestimento e al volto si appalesava ragguardevole

straniera.

Questa donna sembrava facesse violenza a sè medesima per rattenere

un impeto di lagrime che quel canto le suscitava: cogli occhi alzati

verso il Coro, e interamente compresi da stupore e da tenerezza, ella

cercava con avidità di raffigurare il volto dell’angelo che cantava; ma

la pochissima luce che arrivava su quella parte rimota della chiesa non

permetteva a lei lo scernere l’oggetto delle sue ricerche.

Quando il _Miserere_ fu finito, questa dama, che aveva dietro alla sua

sedia un domestico in ricca livrea, mandò questi a pregare da parte

sua la portinaia conversa, perchè le si desse il permesso di vedere la

monaca che avea cantato l’assolo del _Miserere_. Nessuna difficoltà

fu trovata a tale innocente dimanda. La nobil dama venne introdotta

nel sacro collegio delle religiose, e le fu presentata colei che tanta

commozione le avea prodotta.

L’incognita fu scossa dalla singolar bellezza della monaca, e

massimamente dall’aria di dolore onde pareano soffuse le sue sembianze.

Con grande effusione di cuore abbracciolla, e le dimandò in francese il

suo nome e la sua patria.

— Luigia Aldinelli, rispose la novizia.

— Luigia Aldinelli! esclamò con somma sorpresa l’incognita; e di qual

paese siete voi?

— Di Pisa, e orfana.

Una fiamma incendiò le sembianze della dama; un lampo di gioia brillò

nel suo sguardo.

— Luigia Aldinelli di Pisa! ella ripetè con voce tremante per

commozione; abbracciatemi, e riconoscete in me una sorella, la quale

ardentemente desiderava di conoscervi e stringervi al cuore.

— Una sorella! esclamò Luigia stupefatta.

— Sì, una sorella; le vostre virtù e le vostre sventure già mi erano

note; ma io ignorava che aveste preso il velo. Io viaggio da circa un

anno, e la meta che mi propongo è l’oriente. Son pochi giorni appena

che mi trovo a Parigi.

— Il vostro nome, sorella?

— Estrella Encinar, di Cadice, figliuola come voi del Conte di

Sierra Blonda, e sposa del marchese Alberto de Rinville, che vado a

raggiungere a Strasburgo.

Il volto della novizia si bagnò di lagrime, ed ella si abbandonò fra le

braccia della spagnola che amorosamente strinsela al seno.

Sospeso ad una parete della cella di suora Luigia vedeasi il quadro _la

Preghiera_.

Luigia, consacrandosi a Dio, avea seguita l’antica e cara propensione

dell’animo suo. Ora ella non vivea che per PREGARE.

INDICE

=Parte Prima=

I. _Auteuil_ Pag. 5

II. _Il ritorno del fidanzato_ » 12

III. _Il covile del monello_ » 19

IV. _Eduardo Horms_ » 25

V. _La lettera_ » 33

VI. _La compera_ » 38

VII. _Le due napolitane_ » 44

VIII. _Gelosia_ » 51

IX. _Il 7 Luglio_ » 56

=Parte Seconda=

I. _La casa di Satana_ » 62

II. _Ugo Ferraretti_ » 68

III. _Un rivendugliolo francese_ » 73

IV. _Il camposanto di Pisa_ » 77

V. _Amore_ » 80

VI. _L’ispirazione_ » 85

VII. _L’invidia_ » 90

VIII. _Il disegno del Lennois_ » 96

IX. _Il carnevale di Pisa_ » 100

X. _Un’altra maschera_ » 107

=Parte Terza=

I. _I due bambini_ » 113

II. _La fanciullezza di Federico_ » 118

III. _La prima sera a Parigi_ » 126

IV. _Un amico_ » 132

V. _Federico pittore_ » 140

=Parte Quarta=

I. _Dilucidazioni_ » 146

II. _Il salone del 1829_ » 151

III. _Sospetti_ » 155

IV. _Il carnevale di Parigi_ » 160

V. _Luigia Aldinelli_ » 167

VI. _Smascheramento_ » 174

=Parte Quinta=

I. _Et sic repente praecipitas me_ » 180

II. _Il manicomio di Bicètre_ » 186

III. _Lo sperimento_ » 191

IV. _Il visconte di Orbeil_ » 198

_Riepilogo_ » 203

N. B. — Pag. 112 ultimo rigo leggersi Luigia e non Lucia.

NOTE:

[1] È questo un sogno che illude la mia ragione?

[2] Soprannome di scherno dato dai Francesi agl’Inglesi, e che vuol

dire _Giovanni toro_. Questi poi danno a quelli gli aggiuntivi di

_French dog_ cane francese e di _Jack frog_ Giovanni ranocchia.

[3] I seguenti versi sono del nostro sventurato S. C. Amato, morto nel

1837. Ci si perdoni l’anacronismo, a cui ci ha tratto il desiderio di

citare questa malinconica Poesia.

[4] Così chiamasi una partita di piacere in quattro persone di cui per

lo più due uomini e due donne.

[5] Si dicono _filous_ in francese i ladroncelli di strada; onde

l’epigramma di _filosofia_ applicato nelle carceri alla camerata dei

ladri.

[6] Specie di maschera, tutta francese, la quale rappresenta la foggia

di vestire di quei facchini che scaricano le legna dalle barche o

battelli.

[7] Diconsi «ratus» quell’ultima classe di figuranti in un balletto,

fanciulle da dieci a sedici anni, le quali rappresentano le parti di

zeffiri, di amorini, di silfidi e altre simili.

[8] L’etimologia della parola «Contradanza» par che sia dall’inglese

«Country-dance» (ballo di campagna).

[9] Sono chiamate «rats» (Sorci) le donne di teatro che ruinano qualche

merlotto.

[10] Traité médico-philosophique sur l’aliénation mentale.

[11] Il pranzo dei folli di Bicètre ha luogo ordinariamente al

mezzogiorno; e la sera, essi ricevono una zuppa accuratamente

preparata.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a

fine libro sono state riportate nel testo.

Federico Lennois · 第 22 / 22 段