Quell’articolo della _France artistique_ fu riprodotto da quasi

tutti gli altri giornali, e da quelli stessi che maggiormente eransi

allargati in sulle lodi del Ducastel. La efimera gloria di questo

artista e la sua vergognosa caduta formavano il subbietto di tutte

le conversazioni. Si dicea tra le altre cose, esser falsa la voce

della morte del giovin pittore di Pisa, Ugo Ferraretti; esser costui

ricomparso a Parigi, mascherato da _débardeur_ al ballo dell’_Opéra_;

essersi fatto invitare a cena dallo stesso Ducastel, nel mezzo della

quale essersi tolto il mascherino ed aver mostrato il suo volto

all’artista francese, il quale non avea dovuto al certo provar gran

piacere in questo riconoscimento. Diceasi che Ugo Ferraretti erasi

recato all’albergo Mirabeau per rinnovare le sue _proteste di amicizia_

al ladro di quadri. Erano insomma tali e tante le voci e le ciarle che

sopra questa singolare avventura buccinavansi in Parigi, che, secondo

il solito, moltissima favola vi si innestava; e la verità era soffocata

da un diluvio di commenti e di variazioni senza fine.

Intanto, il governo, fatto arrestare il Ducastel, benchè ammalato,

procedeva alla disamina di un fatto sì grave; mentre dall’altra parte,

il processo sulla morte di Giustino Victor si ricominciava alle Corti

con alacrità, e il Lennois era chiamato a comparire in questo novello

giudizio; ma lo stato della sua mente non permetteva ch’ei si fosse

presentato a’ tribunali, tanto più che, essendo disparsa la febbre, la

ragione non gli era tornata.

E col fatto, questi colpi non eran tali da fargli rimanere a sesto

il cervello; imputato di due accuse infamanti, arrestato e chiamato

a comparire in un doppio giudizio, Federico Lennois non si sentiva

neanche la forza di difendersi. Egli era nella certezza che Ugo

Ferraretti era ancora vivo, e questo fatto terribile e inesplicabile

confondea la sua ragione a tal segno da metterla all’uscio della

pazzia.

Accrescea lo scompiglio della sua mente il pensiero del come si fosse

potuto discoprire la sua trama su Giustino Victor. Una sola persona era

stata complice di questo delitto, Maddalena Bonnefille, la quale non

era a Parigi da oltre quattro mesi, essendosi recata col resto della

Compagnia in altra città della Francia. Oltre a ciò, perchè tradirlo?

In che modo i tribunali aveano potuto venire a conoscenza dell’antica

inimicizia che era tra lui Lennois e il Victor?

Certo si è che Federico si vedea _repente precipitato_ all’imo della

sventura e della ignominia! Il suo volto più non era riconoscibile;

una pallidezza di morte era sulle sue sembianze abbattute; i suoi occhi

scolorati e foschi esprimeano l’incipiente follia.

Nessuno amico era più al suo fianco. Tutti erano spariti giustificando

l’unica sentenza del Saggio. Il genere umano, al quale egli avea

_giurato odio eterno e irreconciliabile_, l’abbandonava e lo lasciava a

faccia a faccia colla sua coscienza.

Era scorso qualche mese dacchè Federico Lennois rimanea confinato nella

sua prigione, non potendo presentarsi in giudizio per lo stato della

sua salute e per la poca connessione che si scorgea nelle sue idee;

allorchè un mattino, però che fu trovato un po’ meglio dai medici,

ei venne obbligato a comparire alla sbarra dei rei al cospetto della

riunita corte Criminale.

Una folla stragrande, ivi attirata dalla singolarità del fatto e dal

nome del Ducastel, ormai celebre per l’originalità dei suoi misfatti,

ingombrava la sala; e alle tribune destinate al Corpo diplomatico

si vedeano moltissime dame cospicue, tra le quali Emma Barkley di

Gonzalvo.

Un lungo mormorio annunziò la comparsa dell’accusato.

Egli avea l’aspetto di un cadavere, e non era possibile riconoscere in

lui quel giovine che un mese fa, colmo di vita e di gloria, era oggetto

di ammirazione e di invidia.

Il suo sguardo era rimasto ostinatamente conficcato al suolo; e

soltanto per rispondere ad una interpellazione del Presidente, egli

levò gli occhi, e li balestrò attorno a lui.

Sulla medesima scranna ov’egli sedeva, un altro uomo era seduto, le cui

sembianze troppo gli eran note.

Questi era Eduardo Horms; il volto del giovine scozzese era smagrato e

pallido; ma la nobile rassegnazione della virtù si leggea nel composto

raccoglimento del suo sguardo.

Incominciò la discussione sulla morte di Giustino Victor.

Federico rimase stupefatto nel sentir leggere l’atto di accusa, disteso

con una sagacia da sbalordire.

Un uomo si alzò a deporre contro di lui.

Era questi di oltre a quarant’anni: una lunga barba tra il biondo e il

bianco gli copriva due terzi del volto; era vestito alla maniera degli

operai di Parigi, con una di quelle vesti che si domandano _blouses_:

alto, complesso, di fattezze maschie e vigorose.

Quando il Presidente lo ebbe chiamato per nome, il cuore di Federico

Lennois fece un balzo come se avesse voluto scoppiare.

Quel nome era di Paolo Dumourier.

Un’orrenda confusione era nel cervello dello sciagurato Lennois: le

idee e le rimembranze vi si sbaragliavano come l’arena mossa dal vento.

Egli più non capiva ciò che si diceva dal Presidente e dall’accusatore.

Federico Lennois si credea soggiogato da un sogno crudele.

Maurizio Barkley aveva incontrato nelle strade di Parigi Paolo

Dumourier, uscito di carcere per aver compito i suoi anni di pena, ed

avea riconosciuto in lui il carcerato, che lo aiutò a scoprire le orme

di Federico Lennois. Non fu difficile a Maurizio di farsi riconoscere

e d’indurre il Dumourier a venire a dichiarare in tribunale tutto ciò

che il Lennois gli disse riguardo a Giustino Victor, non meno che sulla

brama immoderata che quegli si avea di rendersi celebre in qualsivoglia

maniera. Il Dumourier fece dapprima qualche opposizione, la quale

subitamente venne ovviata da generosa ricompensa promessagli da

Maurizio, il quale gli avea detto quelle deposizioni esser necessarie

per salvare un innocente e restituirlo alla libertà.

La deposizione del Dumourier fu semplice e genuina; ma un grido di

sorpresa si levò nella sala, quando si udì che il Ferdinando Ducastel,

accusato d’omicidio e di falsità, e nel tempo stesso quegli che avea

ripiena la Francia un mese fa col grido della sua fama usurpata, non

era altri che un tal Federico Lennois, quattordici anni fa chiuso in

carcere come ladruncolo, e scappato per via di travestimento dalla

prigione.

Questa rivelazione gettò una luce grandissima su tutte le accuse onde

veniva accagionato il Ducastel; i sospetti divenivano certezza, le

supposizioni realtà. La lettera anonima scritta a Eduardo Horms, e per

la quale questi avea creduta infedele sua moglie, fu trovata dello

stesso carattere di Federico Lennois, il quale, per una di quelle

cecità di cui Dio si serve per confondere i rei, non avea pensato

di fare scrivere quella lettera da altra mano. L’antica nimistà tra

Giustino Victor e lui fu comprovata, non solamente dalle sue stesse

dichiarazioni fatte a Dumourier, ma da due possenti testimoni,

ritrovati dalla sagacia di Maurizio Barkley, vale a dire da Augusto

d’Orbeil, che Federico a sua sorpresa vide nel numero degli accusatori,

e da una copia del giuramento da lui Lennois segnato sulla tomba

del suo cane, e col quale il monello d’Auteuil giurava di spargere

il sangue dell’uccisore del suo cane Astolfo, che fu per lo appunto

Giustino Victor.

Semplice e naturale era stata l’induzione per la quale Maurizio

Barkley, secondo le confessioni da Federico fatte a Dumourier, era

andato a ricercare ad Auteuil questa incontrastabile prova della trama

del Lennois. Quel giuramento, che noi ponemmo sotto gli occhi dei

nostri lettori nella terza parte di questo racconto, era malamente

scritto e zeppo di mende ortografiche, dappoichè, sebbene, come

dicemmo, Federico apprendesse a leggere e a scrivere da Maddalena

Bonnefille, quando era al servizio dell’Inglese, dobbiam peraltro

far osservare che ei già quasi da sè solo avea imparato a Auteuil ad

accozzar le lettere in modo da potere formare una scritta qualunque.

Schiacciato dal peso delle accuse, Federico non avea risposto una sola

parola in difesa, e pareva compiutamente straniero a quel processo che

gittava sul suo capo l’infamia e la minaccia di morte.

A questo giudizio vituperante si congiungeva quello del quadro.

Luigia Aldinelli si presentò innanzi ai giudici, terribile accusatrice

del Lennois, e vendicatrice del giovine italiano Ugo Ferraretti. Ignara

dell’idioma francese, ella si fe’ intendere per via d’interprete, e

narrò la trista istoria de’ suoi amori col giovine artista, e i costui

lavori; e disse come questi desse opera ad un quadro, su cui facea

passare le medesime sembianze di lei e lo stesso vestimento. Dichiarò

che il Federico Lennois non l’avea giammai veduta, e che però non gli

era possibile il ritrarla sulla tela. Da ultimo narrò l’astuzia di

cui si era servita al ballo dell’_Opéra_, il terrore del Lennois e le

parole che questi pronunziava durante il delirio, da cui fu preso per

effetto di quella scena rappresentata in casa del ristoratore Very.

Molti altri testimoni vennero a confermare ciò che l’Aldinelli diceva

riguardo alle parole del Lennois, quando era colto dal delirio, le

quali tutte confermarono il suo delitto.

Parlò da ultimo Eduardo Horms, e, dopo aver difeso la propria causa

con l’energia che dà la persuasione del vero, disse come, essendosi

recato a Pisa per ritrovare nel Federico Lennois un fratello, questi

gli avea mostrato il quadro la _Preghiera_, vendendoglielo per la somma

di cento mila franchi, di cui la metà avea già ricevuta. Non tralasciò

di far notare a’ giudici le precauzioni onde quel quadro era conservato

dal Lennois, e che attestavano la paura con cui si conserva una cosa

rubata.

Straordinaria singolarità offriva in questo processo la presenza di tre

figli di uno stesso padre, separati per sì opposte condizioni, e di cui

due erano sì forti e terribili accusatori dell’altro.

Una condanna di galera a vita colpiva Federico Lennois nel momento

in cui Dio il fulminava in quei mezzi medesimi di cui questi si era

servito per oprare il male.

Uno scroscio di risa d’idiota accolse la lettura della terribil

condanna.

Federico Lennois era demente!

Egli avea giurato _sulla sua ragione_ odio irreconciliabile all’uman

genere, E LA SUA RAGIONE FU SCHIACCIATA.

II.

IL MANICOMIO DI BICETRE

L’inatteso discoprimento del vero essere che si nascondea sotto il

nome di Ferdinando Ducastel; lo strepitoso giudizio sul quadro la

_Preghiera_, e quello su la morte del giovine uffiziale Giustino

Victor; la condanna fulminata contro l’autore del doppio tradimento;

e da ultimo la demenza che avea colpito il Ducastel, formavano ampio

soggetto di ragionamenti nella capitale della Francia, mentre, dopo

esatta verifica della follia, il Lennois era stato trasportato al

Manicomio di Bicètre.

È noto che, prima del regno di Luigi Filippo, l’ospizio di Bicètre

era quello che raccoglieva, oltre i dementi, i condannati di ogni

maniera. Oggi sembra che l’ospizio di Charenton sia più specialmente

destinato a ricettare i condannati, innanzi di trarre a patire la pena

loro inflitta. Tuttavia Bicètre è stimato il miglior manicomio per

gli uomini, siccome la Salpetrière per le donne: salubrità di aria,

di spazio, esimii professori addetti alla cura de’ maniaci, e ottimo

trattamento rendono questi luoghi fecondissimi di felici risultati a

pro dei miseri sofferenti.

Pochi giorni addietro Federico, ora forsennato, avea riuniti in sè

tutti gli elementi della felicità: giovinezza, salute, dovizie e

gloria; ciò non pertanto, siffatti elementi appoggiati sulla colpa,

eran rovinati con un sol soffio di Dio, e l’uomo che li possedea, fatto

segno primamente all’invidia di tutti, or più non era che un misero

oggetto di pietà. Forse il Lennois condannato ai ferri non avrebbe

desta quella commiserazione che destava il Lennois pazzo; perciocchè le

sventure che vengono dal cielo soglion muovere l’altrui compassione più

di quelle che son prodotte dagli uomini.

A qual genere di follia apparteneva la sua? Noi cercheremo di darne

una rapida e precisa idea. Lo stato di fiaccamento nervoso a cui lo

avea ridotto l’ultima infermità sofferta, l’avvicendarsi di tante

impensate accuse, il veder quasi risorti gli estinti che si levavano

per lacerargli la coscienza e per ismascherare i suoi delitti alla

Giustizia; la certezza d’una irreparabile ruina e di una vergogna

incancellabile; tutto ciò avea cagionato quello sconcerto d’idee, il

quale si era venuto accrescendo poco a poco, ed avea preso l’aspetto

ed il carattere di follia, nel momento in cui la sentenza venia letta e

che il condannava alla catena de’ galeotti.

Lo scroscio di risa che era scoppiato sulle labbra del Lennois quando

il Cancelliere ebbe posto fine alla lettura della sentenza, avea fatto

fremere e raccapricciare gli astanti.

E quello scroscio di risa non si era estinto che dopo un bel

pezzo; egli rideva ancora, quasi di un riso di convulsione, quando,

ammanettato, era messo in una carrozza e trasportato provvisoriamente

all’ospizio dei folli.

Molte accurate disamine furono fatte dalle autorità per accertarsi che

il Lennois non avesse usato un’astuzia per sottrarsi alla pena cui era

condannato; e queste disamine, eseguite dai più abili professori della

Facoltà di Parigi, avevano comprovato la realtà del fatto, dichiarando

che positiva era la demenza del condannato, ma che essa non apparteneva

a quella specie che dir si può incurabile: essere però suscettivo di

guarigione il caso del Lennois. Questo avea determinato le Autorità

a mandarlo all’ospizio di Bicètre, affinchè, guarito, avesse potuto

scontar la pena, inflittagli dalle leggi.

Il Manicomio di Bicètre dir si può uno dei migliori ospizii di folli

che vanti l’Europa. E qui ci è forza di riconoscere il progresso che

la scienza ha fatto in talune sue branche sul suolo della Francia, ed

in particolare la scienza medica. La facoltà di Parigi e l’Accademia

delle scienze hanno dato pressocchè in tutti gli anni insigni nomi

che l’Europa ha rispettato, e i quali lustro hanno accresciuto al lor

paese e molto lume alla scienza. Epperò gli stabilimenti sottoposti

alla intelligenza ed alla filantropia di uomini dotti e filosofi,

van commendati pe’ lieti risultamenti che vi si ottengono: ed in

ispecialità i Manicomii, i quali, più che in ogni altra parte di

Europa, si riempiono ogni anno di vittime infelici, sia di eccessi

di passioni, sia d’immoderata ambizione, sia di abuso di piaceri, sia

di disillusioni politiche, rendono in pari tempo bella testimonianza

delle cure e delle sollecitudini con che son assistiti i dementi, di

cui gran numero vengono restituiti, nel pieno uso delle loro facoltà

intellettuali, alle riconoscenti famiglie. Abbiam detto che in Francia,

più che in ogni altra parte di Europa, grande è il numero dei dementi.

Uno degli spettacoli più tristi ed avvilienti si è senza alcun dubbio

quello delle misere creature _che han perduto lo ben dell’intelletto_;

è questo uno degli argomenti più validi e atti a dimostrare l’umana

fralezza e miseria: l’essere intelligente, che ragiona, che analizza,

che comprende ed ama, che si ricorda e spera, che si spazia col

pensiero nelle astruse regioni del calcolo astronomico, e che discopre

i più riposti segreti di natura; l’ente sublime, perfezione del creato,

immagine di Dio; eccolo messo a livello del bruto, eccolo caduto al di

sotto di quegli animali su cui dianzi imperava col divino raggio della

ragione. Il capo de’ dementi è come se fosse di continuo sottoposto

all’impero de’ sogni, i quali non si aggirano che sovra sensazioni e

non mai sovra idee: l’idea del tempo non è più ne’ dementi; siccome

avviene ne’ sogni; qualche volta neanche l’idea del luogo. Ei parla

senza intendere il significato delle proprie parole; ode sulle altrui

labbra la lingua nativa e non la comprende, come se fosse uno straniero

idioma; ei riguarda e più non riconosce quelle persone che poco prima,

quando egli era ancora sano di mente, gli facean battere il cuore per

piacere ed amore: le care ed ineffabili parole di _sposo, padre, figlio

e fratello_, parole che eran tutta una vita di tenerezza, una storia

di dolcissimi affetti, ora più non risuonano agli orecchi di lui che

come suoni vuoti di sentimento. La sua vita non ha più nè passato nè

avvenire; il sogno delle reminiscenze, sì caro all’anima, è finito! Ei

più non ritroverà nella schiacciata memoria i giorni soavissimi della

giovinezza, le immagini di quelle persone che gittavano nei suo cuore

fiumi di amore: tutto, tutto è finito; il passato non è più per lui

che uno sconcerto, un caos orribile; è l’immagine di una casa ricca di

suppellettili e per dove è passato l’incendio: non vi è più che ceneri

e tenebre.

L’insano non ha più avvenire: egli più non conta gli anni, le stagioni,

i mesi, i giorni, le ore: a simiglianza di un lugubre sonno, la sua

vita trascorre avvertita soltanto da una molesta sensazione al cervello

e da un fuoco interno che gli serpeggia pe’ nervi. Solo, sempre solo,

il demente non aspetta nessuno, nè è aspettato da alcuno; non pur la

ragione questo misero ha perduto, ma il cuore eziandio con tutte le sue

care affezioni di famiglia e di amici: la stessa voce dei figliuoli,

che fa scuotere anche il cuor d’un cadavere, non tocca più quel muscolo

cavo e inerte: il tenero padre, lo sposo amantissimo, il figlio

affettuoso, lo sviscerato fratello, più non è che un bruto. La sua

forza fisica si sviluppa, però che il morale è schiacciato: i muscoli

guadagnano quello che perdono i nervi, l’animale acquista ciò che

l’uomo abbandona. Gli è però che sovente la mazza del custode, il letto

di forza, il bagno di sorpresa, la camicia di ferro, debbono inceppare

l’esagerazione della forza muscolare che minaccia irrompere e scoppiare

come ardente caldaia.

L’incessante avvicendarsi di prosperi e lagrimevoli casi, l’eccesso

delle passioni, favorito da un’ardenza di temperamento, la mancanza

del sentimento religioso nelle grandi sventure, il veder ruinata l’una

dopo l’altra tutte le speranze di avvenire, la perdita di qualche

troppo cara persona, la vergognosa caduta dalla stima de’ concittadini,

un’amara ingiustizia sofferta, e tante altre innumerevoli cagioni

possono determinare lo stato dell’insania più o meno intenso, più o

meno capace di guarigione. La specie umana offre sì perpetuo contrasto

di gioie e di dolori; l’avvenire si burla in tante guise della sorte

degli uomini, che non sempre la loro ragione può resistere a’ colpi

impensati: talvolta essa combatte con coraggio e con vittoria contro un

improvviso assalto di mali, e poi soccombe alla durata di questi.

Abbiam detto che la demenza di Federico Lennois non era stata trovata

incurabile, perciocchè sono da estimarsi generalmente incurabili

quelle infermità in cui un organo è leso in modo da non poter più

adempiere al suo particolare officio vitale. Ora, uno de’ pregiudizii

più funesti all’umanità, osserva il profondo Pinel[10], e che è forse

la deplorevole cagione dello stato di abbandono in cui vengon lasciati

quasi dappertutto i dementi, è il risguardarsi il loro male come

incurabile, e di riferirlo ad una lesione organica nel cervello o in

qualche altra parte del capo.

«Io posso assicurare, soggiugne lo stesso autore, che nel più gran

numero di fatti che ho raccolti sulla mania delirante divenuta

incurabile e terminata da altra funesta malattia, tutt’i risultati

dell’apertura dei cadaveri, comparati a’ sintomi che si sono

manifestati, provano che questa alienazione ha in generale un carattere

puramente nervoso, e non è l’effetto di nessun vizio organico della

sostanza del cervello. Anzi, tutto annunzia in questi alienati un

forte eccitamento nervoso, un nuovo sviluppo di energia vitale; la loro

continua agitazione, le loro grida talvolta furibonde, la loro tendenza

ad atti violenti, le loro veglie ostinate, lo sguardo animato, la loro

petulanza, le loro vive risposte, un certo sentimento di superiorità

nelle loro forze e nelle loro facoltà morali, dal che nasce un ordine

novello d’idee indipendenti dalle impressioni de’ sensi, nuove emozioni

senza nessuna cagione positiva, ed ogni specie d’illusioni e di

prestigi».

La follia di Federico apparteneva a questa specie che vien detta

puramente nervosa: egli ebbe nei primi giorni non pochi momenti di

furore, i quali eran seguiti da una tristezza e da una immobilità

spaventevole. Alcune volte egli si ostinava tenacemente a non prender

cibo veruno di qualunque maniera, la qual cosa non fa che esasperare

e prolungare gli accessi di mania: altre volte si gittava con avidità

sul pasto e il divorava con tanta fretta che ad ogni boccone correa

pericolo di strozzarsi. Era pertanto più frequente il caso in cui

Federico rifiutasse con forza incredibile ogni maniera di alimenti.

Questa ripugnanza era forse fondata sul sospetto che volessero

avvelenarlo. Egli chiudeva ermeticamente la bocca, serrava i denti,

e rendea vani tutti gli sforzi che si facevano per introdurre nel

suo stomaco qualche sostanza alimentare. Ciò non pertanto, raramente

finiva una giornata, senza che egli avesse mangiata la minestra della

sera[11].

Tra le altre singolarità di questa mania era quella che il Lennois

spingeva gridi altissimi ogni qual volta sentiva pronunziar la parola

_ferro_, sia che questa parola avesse analogia col cognome Ferraretti,

di cui l’immagine rediviva tanto lo avea perseguitato, sia che egli

ricordasse la pena infamante, alla quale era stato condannato. I

medici dell’Ospizio che conoscevano la sua storia, avean proibita

l’applicazione assurda e pericolosa della catena, e si erano limitati

a prescrivere per Federico il semplice corpetto di forza nei momenti

dell’effervescenza del suo furore. La sola vista della catena destava

tanta rabbia in quel misero che la sua vita ne era minacciata, per un

colpo di apoplessia.

Tristo in vero era il caso di questo sciagurato; pel quale non si sapea

se dovesse desiderarsi la guarigione o la continuazione della follia;

imperocchè la prima il consegnava alla pena cui era stato condannato.

Pazzo o galeotto; ecco il terribil dilemma a cui lo avevano ridotto le

sue tristizie!

Oh se coloro i quali avean veduto un mese prima questo giovine

in tutto lo splendore dell’umana felicità, lo avessero riguardato

nella sua cella di Bicètre! Qual tremenda lezione per quelli che si

coricano sulle rose dei piaceri comperati a prezzo d’ingiustizia, di

tradimenti e di sangue! Collo sguardo fosco, bieco ed incerto, co’

capelli scompigliati, colla barba incolta e rozza, Federico si aggirava

nella sua cella, come una belva nella stia, or parlando tra sè a voce

bassa, or camminando, o fermandosi a vicenda, or mettendo alte grida

di spavento e rincantucciandosi in uno spigolo della sua stanzetta.

Gli abiti della demenza coprivano le sue membra; il capo era sempre

piegato sul petto, le labbra semiaperte, le mani penzoloni, le ciglia

aggrottate. La sua fisonomia era seria, ma non di quella serietà figlia

del pensiero; sibbene di quella immobilità d’idiota. Federico Lennois,

che era stato oggetto di ammirazione e di curiosità, ora era anche

oggetto di curiosità, ma quale differenza! Prima, egli era additato

come un figlio prediletto del genio, ed ora come uno strano fenomeno di

umana miseria; prima egli era contemplato come un uomo raro, oggi come

una rara belva.

Molte persone erano andate a visitarlo durante la sua trista infermità:

non diremo che queste visite fossero dettate da premura di amicizia,

da ricordo affettuoso, o da altra nobile e generosa cagione. Federico

Lennois non aveva più amici; la curiosità, la semplice curiosità, mista

forse ad un segreto compiacimento, richiamava quella gente intorno alla

sua stia.

Era già passato un mese all’incirca ch’egli era a Bicètre, sottoposto

ad un regime di cura di cui si aspettavano i più felici risultati,

allorchè un avvenimento impensato sopraggiunse, il quale gittò l’intera

Parigi nello stupore, per uno dei più strani casi che fosse mai

avvenuto nella commedia della umana vita.

III.

LO SPERIMENTO

La cella dove era stato messo il Lennois era l’ultima di una lunga

seguela di camerelle. Un gran terrazzo, da cui si scendea in uno

spazioso giardino molto dilettoso, si apriva in questa sua cella, e

serviva per que’ dementi i quali, venuti in più tranquillo stato,

aveano d’uopo, per prescrizione de’ medici, di respirare l’aria

fresca ed ossigenata degli alberi. Queste passeggiate, le quali non si

permetteano che in certe ore del giorno, erano spesso feconde di felici

risultamenti; imperocchè il moto regolare molto contribuisce a calmare

quella specie di agitazione nervosa che accompagna sempre lo stato

dell’insania.

Federico Lennois · 第 20 / 22 段