Ridolfi, e stanca di mali trattamenti e di violenze, ella si era
sottratta dalla casa del fratello, ed era venuta a Parigi, ove sperava
trovare in Maurizio Barkley consiglio e protezione.
Diremo ciò che ella fece a Parigi, e la ragione per cui, veduto il
quadro all’Esposizione del Louvre, e riconosciute le sue sembianze
nella creduta opera del Ducastel, ella non avesse indugiato a far
palese la nera falsità di cui si era renduto colpevole l’artista
francese.
VI.
SMASCHERAMENTO
Abbiamo detto che dopo la morte di Ugo Ferraretti, Luigia si era
sottratta alla tirannide del fratello. Ella era fuggita nel colmo
della notte, provveduta di una piccola somma che per ispecial favore il
Ridolfi le avea conceduta sulla parte dell’eredità del Baronetto: ella
erasene andata dapprima a Pisa in casa di una tenerissima amica di sua
madre, la quale approvò la condotta di lei; chè troppo conte le erano
le crudeltà del sordido fratello, e le promise di serbare il più gran
segreto sulla permanenza di lei in sua casa.
E qualche tempo Luigia rimase in sicurtà appo questa amica, lamentando
un dolore, cui lo stesso tempo non potea mitigare. Ella passava gran
parte della giornata a lavorare; ma di notte non dormiva, chè dava
sfogo all’affanno che le pesava sul cuore; e bagnava i suoi guanciali
con disperate lagrime, e abbracciava nei trasporti del suo delirio
l’immagine del suo estinto Ferraretti. Qualche volta, ella si metteva
a sedere nel mezzo del letto, tenendo tra le mani la maschera del suo
diletto, sulla quale venivano a cadere i morti raggi della notturna
lampada.
Questo ella non facea di giorno, perciocchè avea promesso all’amica di
non abbandonarsi alle crudeli angosce di rimembranze sterili e funeste.
Tuttavia, quando si alzava il mattino, le profonde occhiaie scavate
sulle gote e l’estremo pallore del volto rivelavano abbastanza in che
modo avesse passata la notte; di che la tenera amica rimproveravala con
uno di quegli sguardi più eloquenti di qualunque discorso.
Luigia amava Ugo Ferraretti con quell’amore che tanto più è vivo
ed intenso, quanto meno nutrito da speranze. La morte del giovine
artista lungi dallo spegnere questa fiamma, l’avea alimentata col
fuoco della disperazione. Un solo era ormai il desiderio di questa
misera giovinetta: ricongiungersi, morendo, al suo caro. Qualunque
ragionamento che le si faceva per indurla a dismettere la tristezza che
l’opprimea, le riusciva molesto e fastidioso; dappoichè ella sentiva
che non era nelle sue facoltà lo strapparsi dal cuore una passione
in cui avea riposta la sua vita; nè potea persuadersi a dimenticare
l’estinto Ferraretti, però che ella dicea lui non esser morto, ma
sibbene partito per una regione, a cui tra poco ella stessa andarne
dovea: dicea di amare, non il corpo, ma l’anima di Ugo, la quale,
sendo immortale, non era soggetta ad estinguersi e consumarsi; sapeva
insomma trovare di tali argomenti ed arzigogoli da pascersi di lugubri
fantasime sino a caderne inferma, e sino alla minaccia di follia.
Non passarono molti mesi dalla sua dimora in Pisa, che discoperto venne
da Carlo Ridolfi il suo asilo: questa novella arrecò dolore grandissimo
all’amica di Luigia, la quale comprendeva ormai la necessità di
doversi dividere dalla cara e sventurata giovinetta, che a tal modo
sarebbe rimasta abbandonata in balìa del suo dolore, ovvero restituita
novellamente in potere del dispotico fratello.
Una mattina, due ceffi di uomini, nell’un de’ quali riconobbesi
Carlo Ridolfi, e nell’altro colui che doveva impalmar la Luigia,
si presentarono a casa della costei amica, chiedendo con maniere
rozze e bestiali, lor venisse renduta quelle donna, a cui dettero
epiteti infamanti e osceni. Soggiunsero che se di buona voglia la
non si fosse renduta loro, avrebbero, per via della autorità e delle
leggi, costretta la consegna di lei. La amica di Luigia, con coraggio
superiore al suo sesso, rispose che non avrebbe giammai acconsentito
a consegnar nelle loro mani l’onesta fanciulla, figliuola della più
diletta amica ch’ella s’avesse, e che, se le leggi e l’autorità glielo
avessero comandato, avrebbela tosto restituita a chi di dritto;
facendo pertanto conoscere a tutti le sevizie, le estorsioni e i
mali trattamenti di ogni maniera, ond’egli, il Ridolfi, opprimeva la
sventurata donzella. Non sappiamo se furon queste ultime o altre le
ragioni che indussero que’ due ceffi a desistere per un momento da
ogni violenza; certo si è che, bufonchiando tra i denti vituperevoli
parole e forse alcune bestemmie, si partiano di malissima voglia, e in
sembiante di chi mediti estremi propositi.
La Luigia intanto, la quale tutta tremante e spaurata avea udito,
a traverso di un muro soprammattone, il colloquio della sua amica
con que’ due ribaldi, e che si era veduta libera, almen pel momento,
dalla violenza di coloro, pregò subitamente la dolcissima amica di
volerle permettere che si allontanasse da quella casa, in cui non potea
rimanersi in sicurtà. Alla qual persuasione, comecchè a contraggenio,
dovette affarsi la buona donna, e, dandole ogni ragione di consigli, di
raccomandazioni e di aiuti, si separò da lei, sul cui capo genuflessa
implorò la benedizione di Dio.
Luigia Aldinelli trasse a Livorno, dove era stata raccomandata, in
qualità di esimia lavoratrice d’immaginette, ad un vecchio ed onesto
scarpellino di questa città. Da due oggetti l’Aldinelli non si era mai
divisa, dall’anello di sua madre e dalla maschera di Ugo Ferraretti,
la quale era per lei tutto ciò che può attaccare una donna alla
vita, perocchè su quella parlante immagine affisava la miserella
per lunghe ore gli sguardi, e vi beveva un dolcissimo tossico, e vi
si confortava con le più ardenti speranze di essergli congiunta nel
cielo. Ma parea che un fato incomprensibile si piacesse a perseguitar
questa misera; giacchè una lettera della sua amica da Pisa avvertivala
che suo fratello, nella massima rabbia di vendetta, accingevasi a
venire a Livorno per istrapparla alla quiete; se non alla felicità
della presente sua dimora. La Luigia era stanca di tali persecuzioni;
e, volendo porsi a salvamento da ogni ulteriore violenza, pensò di
scrivere al solo amico che ella si avesse nel mondo, Maurizio Barkley.
Aspettando la costui risposta dall’Inghilterra, si era intanto ritirata
in un sobborgo di Livorno, rimoto e solitario, ove menava miserissima
vita, o dove con ansia aspettava che l’operaio scultore livornese, a
cui era stata raccomandata, le avesse fatto ricapitare la sospirata
lettera del Barkley. La quale non tardò ad arrivarle; perciocchè
Maurizio giammai non mettea tempo in mezzo nel venire a soccorso de’
sofferenti e de’ miseri. In quella risposta, ripiena delle più calde
dimostrazioni di amicizia, Maurizio le facea sapere che, per un funesto
avvenimento accaduto al fratello di lei, Sir Eduardo Horms, egli dovea
recarsi immantinente a Parigi; epperò le ingiungeva di non frapporre
alcun indugio ad imbarcarsi sul primo vapore diretto a Marsiglia, e
trarre a dirittura alla capitale della Francia; dove egli si sarebbe
trovato immancabilmente all’Albergo _des Princes_, strada _Richelieu_.
Il generoso e nobile Maurizio avea messo nella sua lettera una cambiale
a vista sovra un banchiere di Livorno, per la somma di mille franchi.
Le lagrime della riconoscenza irrigarono le pallide gote di Luigia;
ed ella volse al cielo i suoi begli occhi in atto del più fervido
ringraziamento. — E si partia tosto da Livorno, dopo avere scritto
una tenerissima lettera di addio alla sua amica di Pisa, e dopo aver
ringraziato lo scultore di Livorno per le cure ed assistenza prestatele
durante la sua permanenza in questa città.
Luigia Aldinelli giungeva in Parigi verso il mezzo del mese di
settembre dell’anno 1829, vale a dire, due mesi all’incirca dacchè le
gallerie del Louvre si erano aperte all’esposizione di quell’anno.
Smontata appena dalla diligenza, ella si era fatta condurre all’albergo
_des Princes_ per chiedere di Maurizio Barkley, ma le venne detto che
questi era uscito fin dalla prima ora del mattino, e non si sapea a
che ora fosse di ritorno. Luigia, straniera ed ignorante di tutto e di
tutti in quella vasta capitale, non sapendo che cosa farsi di quelle
lunghe ore che la dividevano dal momento in cui avrebbe riveduto
l’amico Barkley, si era fatta condurre in carrozza a passeggiare pei
_Boulevards_. Arrivata presso le Tuilleries, vide una gran folla che
pareva trarre verso un luogo, quasi mossa dalla curiosità di qualche
spettacolo; però ne chiese, come meglio potè al cocchiere, il quale
disse che quella folla traeva ai corridori del Louvre aperti alla
pubblica mostra di Belle Arti.
Per cercare una distrazione ed una occupazione Luigia si condusse
appresso agli altri in quelle sale, e vide che tutti sembravano
convergere verso un sol punto, dove forse era esposto il quadro del
più gran merito. Ben s’intende che la curiosità, spinse l’Aldinelli
ad immischiarsi in quella folla, e trarre assiem con gli altri nella
gallerie in cui era esposto il quadro la _Preghiera_.
Non tenteremo di dipingere l’immensa sorpresa da cui fu colta la
giovinetta nel portare i suoi sguardi su quella tela nella quale
parea palpitare l’anima ed il genio del Ferraretti. Ella non prestava
credito agli occhi suoi, tenendo come illusione della fantasia quel
dipinto; le sue proprie sembianze eran quelle ivi ritratte; quello il
suo vestimento; l’anima sua quella che si vedea negli occhi rivolti al
cielo; quello in fine l’anello che splendea al dito dell’inginocchiata:
non ci eran dubbi! Quel ritratto era il suo, e l’autore di quel
ritratto altri non poteva essere che Ugo Ferraretti, il suo amante.
Però ella gittò incontanente gli occhi sul nome posto a piè del quadro;
e la sua meraviglia ed il suo dolore furon smisurati nel leggere un
nome francese a vece del vero italiano. Quel nome erale noto: esso
era quello dell’amico dell’estinto Ferraretti, di colui che gli aveva
forse accelerata la morte coll’immergerlo nelle più pericolose orgie.
Il lampo della verità balenò alla mente di lei quando le ricorse al
pensiero averle il suo amante parecchie volte accennato vagamente che
ei stava sopra un lavoro di qualche lena; e questo era certamente
il quadro che ora colpiva gli occhi suoi; e questo, senza dubbio
alcuno, era stato involato dal perfido francese, dopo la morte dello
sventurato giovine artista italiano. Una simile infamia metteva un
incendio nell’anima di lei, sicchè ella non sapea staccare i suoi
sguardi da quella tela; e la sua faccia, or bianca come per morte,
or soffusa di rossore, esprimeva a vicenda la sorpresa, il dolore,
la rabbia e una certa commozione di piacere. E cosiffattamente era
ella tutta sospesa col pensiero e cogli affetti in sul quel quadro,
che punto non si avvide della straordinaria ammirazione di cui ella
stessa era divenuta l’oggetto, in simil guisa che tutti gli astanti
compresi da stupore, guardavan lei ed il quadro, ed eran vivamente
colpiti dalla strana rassomiglianza tra essa e l’immagine dipinta. Nè
badò al mormorio che le si facea dattorno e che vieppiù si prolungava,
richiamando sempre l’attenzione degli spettatori e de’ nuovi arrivati.
E poscia che qualche ora fu rimasta al cospetto della creduta tela
del Ducastel, Luigia si partì dal Louvre in gran fretta; un pensiero
le saettava il cervello: smascherar subitamente tanta infamia e tanta
impostura, e restituire alla memoria del Ferraretti gli onori che un
ladro esimio involavagli. Arrivata alla piazza Carrousel, ella voleva
ritornare indietro per andare a cancellare pubblicamente l’infame
nome del Ducastel sotto quella tela, e restituirvi quello di Ugo
Ferraretti a cui si apparteneva; ma si trattenne temendo di non ruinare
per imprudenza lo smascheramento dell’impostore. Fra pochi istanti
ella dovea riveder Maurizio Barkley; onde fermò di parlarne a costui
e prender di concerto le risoluzioni su ciò che si avesse a fare.
Gittatasi però novellamente in carrozza, ella era tornata all’albergo
_des Princes_, dove venne introdotta nell’appartamento di Lucia Horms,
nel momento in cui Maurizio Barkley, Emma, Lucia e Marietta erano in
conversazione intorno alla sorte di sir Eduardo Horms.
Ella era giunta, inosservata da que’ quattro, nel punto in cui Maurizio
aveva sulle labbra il nome di Ferdinando Ducastel, chiamandolo
_l’occhio diritto della nazione francese e del governo_. I nostri
lettori ricorderanno che Luigia avea gridato queste parole:
— Ferdinando Ducastel è un infame impostore, un assassino della gloria
italiana!
Luigia Aldinelli fu accolta come sorella da que’ cuori sì nobili
e affezionati: la più gran simpatia nacque subitamente tra quelle
donne e la sventurata sorella di sir Eduardo. Lucia abbracciò con
estrema tenerezza la cara cognata, delle cui sventure Maurizio le avea
parlato. Un diluvio d’interrogazioni fu rivolto a Luigia: nel modo più
succinto ella dovette compendiare il tristo racconto della sua vita,
che rischiarò il mistero di quelle parole che ella aveva proferite
mostrandosi in quel crocchio di famiglia.
Grandissimo fu lo stupore di tutti nel sentire la novella infamia
del Ducastel e la storia del giovine artista pisano Ugo Ferraretti. I
sospetti dell’Aldinelli apparvero come evidente certezza agli occhi
di Maurizio Barkley, però che questi si ricordava delle confidenze
fattegli dal ladro Dumourier e rammentava avergli costui rivelato
quanto il Ducastel raccontava su l’ardente sete di gloria che il
tormentava, e per ottener la quale avrebbe commesso anche un delitto.
Non c’era dubbio: Ducastel era il ladro del quadro del Ferraretti,
siccome era il vero autore della morte di Giustino Victor! Per una
delicatezza che Lucia ed Emma seppero apprezzare, Maurizio non avea
voluto manifestare a Luigia che il creduto Ferdinando Ducastel era il
fratello di lei, Federico Lennois. Questa rivelazione avrebbe forse
potuto mettere nell’animo generoso dell’Aldinelli qualche scrupolo
nocivo allo smascheramento delle turpitudini di cui si era bruttato il
Lennois.
Lungamente si ragionò intorno al modo di ottenere il desiato
smascheramento, dapprima del furto del quadro, e indi della trama
commessa a danno del giovine Victor, e per la quale sir Eduardo era
privo di libertà e minacciato da grave processo criminale. Bisognava
anzi tutto trovar modo onde i sospetti fossero addivenuti realtà. Dopo
non pochi ragionari, fu convenuto di prendersi del tempo per aspettare
dalle circostanze qualche novella prova dei delitti del Ducastel, e
sorvegliare intanto i passi e la condotta di costui.
Luigia avea confessato di conservar la maschera del cadavere
dell’infelice artista di Pisa. Questa confessione ispirò a Maurizio
Barkley il disegno dell’inganno che i nostri lettori hanno veduto
operarsi dall’Aldinelli al ballo dell’_Opéra_.
Il risultato di quella scena avea pienamente confermato i sospetti
di Luigia e de’ suoi amici. Or più non trattavasi che svelare in modo
nobile e dignitoso la verità, e colpire della meritata infamia l’autore
di sì nera usurpazione.
Una mattina, due giorni dopo della scena nello _stanzino particolare_
di Very, tutta Parigi accorreva a leggere ne’ caffè e nei gabinetti di
lettura un articolo della _France Artistique_ così concepito:
«Nel momento in cui tutta la Francia si rallegra di salutare in uno
dei suoi figli un emulo delle più colossali riputazioni artistiche:
nel momento che tutta Parigi si contende l’onore di stringer la mano a
Ferdinando Ducastel, cui il Giurì ha decretato il premio del _Salone_
di quest’anno, una grave rivelazione ci vien fatta da persona, il
cui carattere ci vieta revocarla in dubbio. Ci piange il cuore nel
segnar queste righe, ma ci sentiamo nel dovere di parlare, prima che
ne parlino i giornali italiani e gettino su noi la riprovazione e lo
scherno.
«Si cessi dignitosamente dal profondere ovazioni ed incensi a
Ferdinando Ducastel. _L’autore del quadro_ LA PREGHIERA _non è
Ferdinando Ducastel, ma sibbene un giovine artista italiano, morto
l’anno scorso, per nome Ugo Ferraretti_. Le prove incontrastabili di
questa usurpazione saranno date a’ Tribunali competenti dalle persone
che vi hanno interesse».
Mentre con grandissimo stupore e sdegno si leggea questo inatteso
articolo della _France Artistique_, giornale di somma riputazione,
si seppe che il Ducastel era gravemente infermo, e che, poche notti
addietro, venia trasportato quasi morto al suo domicilio, essendo stato
soprappreso da un colpo improvviso in una delle stanze segrete del
_trattore_ Very.
_Parte Quinta_
I.
ET SIC REPENTE PRAECIPITAS ME
Richiamiamo i pensieri de’ nostri lettori a meditar con noi pochi
momenti su i terribili versetti delle Sacre Carte. Vuota e sterile
è ogni narrazione, quando nessuna utilità ne deriva allo spirito, al
cuore, alla ragione.
Noi detestiamo le futili novelle, che altro scopo non si propongono
all’infuora di quello di un semplice passatempo. La vita umana è così
breve! Il tempo così prezioso!
La pagina che fa ritornare la mente sulle eterne verità della
morale non sarà discara, neanche a coloro i quali sono meno avvezzi
a meditare. Una segreta e inesplicabile dolcezza è ascosa in quei
pensieri che ci ricordano il nulla della vita, l’immancabile punizione
della colpa, e la costante verificazione di que’ detti registrati nel
Libro della Sapienza.
Che che ne dica l’empio, lo scettico, il mondano, l’anima sente
alcune volte un bisogno d’innalzarsi sopra tutte le miserie di ogni
maniera che la circondano, l’inceppano e la sviliscono: nobilissima
immagine dell’Infinito che la creò, essa avvedesi pure che infinite
sono le aspirazioni che l’agitano incessantemente e le danno quello
stato d’increscimento, di noia, di tristezza, il quale è il più gran
testimonio della sua momentanea soggezione all’argilla ond’è rivestita.
Una delle ragioni per cui il malvagio vive in piena sicurezza
dell’impunità, si è perchè egli non comprende in che modo l’occhio di
Dio vede tutto _et non intelligit quoniam omnia videt oculus illius_.
Egli o nol comprende, o nol crede, o giammai non vi ha pensato, o non
il ricorda, o giammai non gli fu detto; imperocchè, se innanzi agli
occhi della mente egli avesse un tal pensiero o non farebbe il male,
o si fermerebbe in mezzo del perverso cammino, o si pentirebbe con
salutare ritorno alla virtù. Ma, per trista ventura, egli interviene
il più delle volte che le passioni, per la violenza dei loro eccessi,
offuschino in tal guisa il lume dell’intelletto, che questo travede le
più lucenti verità, e più non ritrova quegli eterni ammaestramenti che
rendono l’uomo avveduto sulle conseguenze del mal’operare.
Parimente comune e pernicioso si è ne’ malvagi il credere che
Dio non si ricordi de’ loro delitti. Eglino esclamano nel loro
cuore: Le tenebre mi circondano; le pareti mi coprono; nessuno mi
vede; di chi avrei sospetto? L’Altissimo non si ricorderà de’ miei
delitti. _Tenebrae circumdant me, et parietes cooperiunt me, et
nemo circumspicit me; quem vereor? delictorum meorum non memorabitur
Altissimus._
Noi non sapremmo a bastanza richiamare l’attenzione dei nostri lettori
sopra alcune verità morali, la cui profonda convinzione allontanerebbe
o almeno scemerebbe il numero delle colpe, e massime di quelle che
vengono commesse nelle tenebre e nel mistero. In tutte le nostre
narrazioni abbiam cercato dimostrare come le medesime fila onde l’empio
tesse la sua rete di misfatti, sono quelle appunto di cui si vale
l’Altissimo per confonderlo, umiliarlo e punirlo. Abbiam detto, e
mai non cesseremo dal ripetere, che L’IMPUNITÀ SULLA TERRA NON È PER
NESSUNO.
A queste considerazioni veniam tratti nel presentare il nostro
protagonista Federico Lennois in tutt’altro stato di quello in cui
sinora lo abbiam veduto.
Come fugace ed efimera è la felicità del perverso! Come un niente la
distrugge! Il mattino egli leva alto il capo e borioso; una turba
di parassiti adulatori il circonda, applaude alle sue parole, lo
invita a satollarsi di piaceri; il sorriso, la festa e il tripudio lo
accompagnano dappertutto: la sanità, la giovinezza, la gioia brillano
ne’ suoi sguardi: egli è il padrone e il despota della società; le
donne strisciano umili ai suol piedi; diresti che egli abbia in pugno
l’avvenire, e che sfidi la più inesorabile delle leggi di natura, la
morte. Vedete a vespero questa bella esistenza: l’elce orgogliosa è
caduta al suolo schiantata da impetuoso rovaio: il superbo padrone non
è che il più umile dei suoi schiavi, l’altiero dominator dei cuori non
ha più intorno a sè una voce che il racconsoli: la giustizia di Dio
è passata sul suo capo! _Vidi impium superexaltatum..... Transivi, et
ecce non erat!_
La notte stessa in cui Federico Lennois fu trasportato all’albergo
Mirabeau quasi privo di vita, una febbre, accompagnata da forte delirio
lo avea colto, minacciandolo di una letale malattia di cervello. Non
gli mancarono aiuti ed assistenza di ogni maniera: perocchè egli era
ancora, per tutta Parigi, il Ferdinando Ducastel, il benemerito e
acclamato autore del quadro la _Preghiera_. Anzi, non sì tosto si fu
sparsa, al dì vegnente, la novella del sinistro accidente onde era
stato colpito il giovine artista, reduce dal ballo dell’_Opéra_, una
immensa folla fu veduta assiepare il cortile del portone dell’albergo
Mirabeau; chè universale era il dolore che si provava da quasi tutti
i Parigini nell’udire il Ducastel sì improvvisamente e gravemente
ammalato. Nissuno sapeva ancora la fine dell’avventura del _débardeur_;
imperciocchè Luigia Aldinelli, la quale aveva fatto accompagnare il
Ducastel alla sua casa, non avea rivelato ad alcuno il segreto che
uccideva quel ribaldo.
Intanto, in tutto il rimanente della notte, e in quasi tutta la
giornata del domani, Federico, siccome abbiam detto, fu in preda del
delirio, durante il quale dicea cose sì strane e maravigliose che tutti
gli astanti ne eran sorpresi e addolorati. Egli non facea che nominar
sempre Ugo Ferraretti, di cui l’immagine parea perseguitarlo.
Alcune volte egli si poneva a sedere in mezzo al letto; girava intorno
alla camera lo sguardo smarrito e demente; i capelli gli si sollevavano
sul capo; e gridava si togliesse a viva forza dal suo cospetto Ugo
Ferraretti e Giustino Victor; e si ricopriva il volto con ambo le mani
per sottrarsi alla vista di quelle due larve implacabili.
Coloro tra i suoi amici, i quali erano stati testimoni di questo
inesplicabile delirio, e che poscia lessero l’articolo della
_France artistique_, ebbero pienamente a convincersi della verità di
quell’articolo, il quale, siccome i nostri lettori avran compreso, era
stato l’opera di Maurizio Barkley e di Luigia Aldinelli.
In un baleno Ferdinando Ducastel era caduto dal seggio di gloria su
cui con tanta albagia si era seduto, usurpandolo al modesto italiano.
Parigi disama colla stessa facilità onde ama. Ducastel era gittato nel
fango, e non potea dire come Tolomeo agli Ateniesi, i quali ne aveano
atterrate le statue: «Voi non potete atterrare le virtù per cui quelle
statue mi furono erette».