voce simulata e in purissimo idioma e accento italiano.
Federico fece un atto di sorpresa, e cercò di riconoscere le sembianze
dell’incognita sotto il mascherino.
— Tu non sei francese? dimandò con turbamento e in buon toscano.
— No, io sono italiano, rispose il _dèbardeur_.
— Tu vorresti darmi a credere di essere un uomo, come se la leggiadria
della tua persona non ti tradisse. E dimmi, dove mi hai conosciuto per
la prima volta?
— Laggiù, in Italia, disse la maschera.
Federico affissava gli occhi con estrema curiosità su quella parte del
volto del _dèbardeur_, la quale era discoperta; ma quella porzione del
viso non gli ricordava nessuna antica fisonomia.
— Quanti anni ha che mi conosci?
— Sono circa tre anni.
Questo breve dialogo fu interrotto dalla folla che venia su a gran
flutti. Gli amici di Ducastel lo aveano ritrovato, e questa volta a
forza lo strascinavan seco loro. Egli ebbe appena il tempo di dire al
_dèbardeur_,
— Alle cinque in punto da Very; verrai?
— Immancabilmente.
E si perdettero entrambi in mezzo alle maschere.
Alle cinque, in fatti, il _dèbardeur_ si fece trovare alla porta
d’ingresso del rinomato trattore Very.
Federico era solo: ei si cacciò il braccio della misteriosa maschera
sotto al suo, e chiese a uno de’ garzoni del luogo:
— _Un cabinet particulier._
Entrambi furono introdotti in uno di quegli stanzini, dove tanti
oltraggi riceve il pudore, e dove un garzone non può entrare senza
esser chiamato dalla discreta corda del rispettivo campanello.
Una tavola con due posate era imbandita.
Il _dèbardeur_ era stanco a morte, ma non avea appetito.
Federico mangiò per due.
Il mascherino era sempre sulla faccia del misterioso compagno di cena.
A dispetto delle istanze e delle preghiere del Lennois, quegli non avea
voluto smascherarsi. Poche parole si erano scambiate tra loro durante
la cena.
Federico si versava frequentemente da bere lo sciampagna e il Reno,
e offrivane alla sua bella italiana, la quale sfiorava col labbro i
bicchieri.
In sul finir del banchetto, Federico avvinacciato si alzò.
— Or voglio assolutamente conoscere chi tu sei, egli disse, e
contemplare tutto il tuo leggiadro visino. È inutile ogni tua
resistenza, o bella italiana; giù la maschera!
E la sua mano si portava verso il volto del _débardeur_ per
istrappargli il mascherino; ma questi si alzò, afferrò il braccio del
Lennois, e pacatamente gli disse:
— Un momento, signore, un sol momento, e il vostro desiderio sarà
appagato.
— E che si ha da attendere, vezzosa pallidetta? dicea barcollante il
Lennois cercando di svincolarsi per chiudere nelle sue braccia la bella
incognita e strapparle il mascherino.
— Ditemi prima: non avevate, voi in Italia nessun amico?
— Che cosa vuoi ch’io mi ricordi ora, rispondeva l’ebbro Lennois. A
quest’ora, con tanto sciampagna in testa, e col riverbero dei tuoi
occhi che m’incendiano il cuore?
— Non vi ricordate di nessun amico a cui foste ligato per parecchi mesi?
— Al diavolo tu e gli amici! Faresti meglio a dirmi qualche parola di
amore, o il più amabile dei _débardeurs_! E ti ostini sempre a non
farmi vedere il tuo volto d’angelo, su cui ardo di stampare i miei
baci?
— Or ora farò il tuo volere.... Versami da bere; versami del _rosso_,
che voglio fare un brindisi alla tua salute e alla tua gloria, illustre
artista!
— Ben pensato; sì, fammi un brindisi... e poi...
Con mano vacillante per l’ebbrezza versò del _bordeaux_ nel bicchiere
del _débardeur_, e versò da bere anche per sè.
L’incognito alzò il bicchiero, con ferma voce intuonò questo brindisi
già noto a’ nostri lettori:
Per passar lungamente e felici
Questo sogno che vita si appella,
Sempre a mensa restiam cogli amici,
Esultiam tra l’amore e il bicchier.
Viva il vino e Clorinda la bella;
Da noi lungi ogni tristo pensier!
È impossibile a rendere l’espressione del volto di Federico a seconda
che colui pronunziava questi versi. La ebbrezza sembrò sparire in un
momento: ei diventò pallido come un morto.
— Come sai tu questi versi? Dove gli hai uditi? chiedeagli con voce
soffocata.
— Dalla Valdelli, a Pisa! ti ricordi? rispondeva impassibile la
maschera.
— Dalla Valdelli; a Pisa! ripeteva Federico, tu dunque mi conoscesti
in casa della Valdelli? Ah? indovino, tu sei sua sorella, la cara
Giannina!
E la sua mano si levava di bel nuovo alla maschera del _dèbardeur_; ma
questi afferrò di bel nuovo e con forza quel braccio.
— No, io non sono sua sorella, come tu non sei l’autore del quadro la
_Preghiera_.
A simili parole il viso di Federico diventò come quello di un demente.
— Donna, uomo o demonio, chi sei tu? Parla, o ch’io...
L’incognito si tolse il mascherino e disse:
— Riconoscimi infame; io sono... Ugo Ferraretti!
Federico mise un grido straziante, e cadde sulla sedia come colpito
dalla folgore.
Intanto il _dèbardeur_ canticchiava lentamente:
Viva il _rosso_ e Clorinda la bella;
Vada a monte ogni tristo pensier!
V.
LUIGIA ALDINELLI
Il _débardeur_ altri non era che Luigia Aldinelli.
Pria che spieghiamo un tal mistero a’ nostri lettori, sentiamo
il dovere di rischiarare alcuni particolari della vita di questa
giovinetta, la quale occupa di presente un posto così importante nella
nostra narrazione.
Luigia Aldinelli, siccome è noto a’ nostri lettori, era figlia naturale
del Baronetto Edmondo Brighton. Non è nostro intendimento il tesser
la storia di quest’altra seduzione, dappoichè abbiam già raccontato
altri traviamenti di questo genere, e ne abbiam vedute le molte
funeste conseguenze. È mestieri tuttavolta, per la chiarezza del nostro
racconto, far conoscere in che modo la sventura travagliò fin da’ primi
anni la vita di Luigia, e come su lei sembrava che il cielo avesse
voluto far cadere la espiazione della colpa de’ suoi genitori. E questo
non è mica raro nel mezzo degli uomini; e non pochi fatti della storia
umana ne confermano in questa verità, che spesso hanno i figliuoli a
patire le pene meritate da’ falli dei padri.
L’origine della famiglia Aldinelli rimonta agli sventurati tempi
delle civili discordie dei Guelfi e Ghibellini. Nota è la storia di
Antonio Bandinelli in Firenze, barbaro guelfo, il quale perseguitava
con odio inflessibile il nominato Lanucci non pur per ispirito di
parte politica, ma per altre particolari ragioni, cui per brevità
tralasciamo di menzionare. Costretto a difendere la propria vita contro
un impensato assalto del Bandinelli, il Lanucci era rifuggiato a Pisa,
dopo aver lasciato immerso nel proprio sangue il suo avversario. Ma il
guelfo non era morto; e un giorno il Lanucci si vide fulminato da una
sentenza di bando e di confisca di tutti i suoi beni. Non potendo più
rientrare nella sua patria, Firenze, il Lanucci continuò a starsene
a Pisa, presso un suo affezionato amico per nome Belfiore, il quale
aveagli offerto la propria casa ad asilo di sicurezza. Una breve sala
divideva le camere da letto dei due amici. Una notte un fioco gemito
partì dalla stanza ove dormiva il Belfiore. Il Lanucci accorre, ed
oh spettacolo d’orrore! un pugnale era conficcato nel seno dello
sventurato: pochi istanti ei visse e non ebbe nè il tempo nè la forza
di rivelare il suo assassino. Il Lanucci, compreso da pietà e da dolore
senza fine, cadde sulle spoglie esanimi del diletto amico, e quivi
rimase lungo tempo privo di sensi. Trovato sul cadavere dell’estinto,
egli ne vien creduto l’assassino, e menato in carcere, non ostante
le più alte proteste d’innocenza. Un processo s’istituisce contro di
lui; la sua disperazione vien creduta un’astuzia per farsi credere
innocente; tutto ciò ch’ei dice non distrugge le prove del supposto
delitto. Una condanna di morte è pronunziata sul suo capo. Rassegnato
a’ voleri del cielo, lo sventurato Lanucci si prepara all’estremo
supplizio. Suona l’ora di morte: egli avanza con maestà verso il palco
di esecuzione; la scure è per troncar la sua vita, quando un alto
mormorio e grida di letizia fermano il colpo fatale. Un corriere è
giunto da Firenze a briglia sciolta: l’assassino di Belfiore è stato
scoperto: egli era uno scellerato emissario del Baldinelli il quale,
essendosi, di soppiatto e col favor delle tenebre, introdotto nella
dimora della sua vittima, avea scambiato le stanze, e, cacciatosi
in quella in cui dormiva il Belfiore, aveva immerso un pugnale nel
petto di costui, credendo immergerlo in quello del Lanucci. Lo stesso
Bandinelli avea confessato il delitto e dichiarata l’innocenza dei suo
avversario.
Da quel tempo in poi esecrato fu in tutta la toscana il nome de’
Bandinelli, i quali, per quest’odio che un tal nome attirava loro
addosso, si videro costretti alla più deplorabile miseria; ed uno di
essi, per isfuggire alla sorte comune, ritiratosi in un villaggio sulle
sponde dell’Arno, aveva cambiato il suo nome in quello di Aldinelli,
togliendo e sostituendo alcune lettere.
E questa fu l’origine della novella famiglia toscana, ultimo rampollo
della quale era Luigia. Sua madre fu vittima del più sleale tradimento
fattole dal milionario Conte di Sierra Blonda. Una funesta casualità
avea fatto incontrare Stefania Aldinelli col ricco Inglese. Bella
sovra modo, ella gli avea ispirato una di quelle passioni le quali ne’
cuori depravati fruttano le più nefande opere. Ahi! perchè la virtù
deve esser tante volte posta al cimento dalla luce dell’oro! perchè
questo metallo ha tanta possanza di rendere ribelli ad ogni legge ad
ogni dovere i cuori meglio formati! Il Conte avea giurato di sposar
Stefania; ma un tal giuramento non servì che a compiere la seduzione
obbrobriosa sulla sventurata e onesta donzella.
Poco tempo dopo del segreto nascimento di Luigia, Stefania maritossi
con un Ridolfi di Firenze, e die’ alla luce un altro figlio, il quale
ebbesi nome Carlo. Il marito di Stefania morì alcuni anni dopo la
nascita di questo fanciullo. La madre amava di pari amore entrambi
i suoi figlioli; ma non così il fratello amava la Luigia, cui egli
opprimea co’ più rozzi mali trattamenti. Non ostante la viva tenerezza
materna, che le facea scudo, Luigia vivea la più sventurata fanciulla
del mondo, in conseguenza di quest’odio fraterno che pesava su lei,
e che ogni dì vieppiù si accresceva, a seconda che la ragione e le
passioni di Carlo si sviluppavano.
Venne a porre il colmo alla sventura di Luigia la morte di sua madre
Stefania. Strazianti di tenerezza furono gli addio di queste due donne
che tanto si amavano: Addolorava le ultime ore di quella vita di madre
il pensiero che la diletta figliuola sarebbe rimasta quindi innanzi
sotto il potere dello snaturato fratello, il quale dameno di una
schiava trattavala. Il perfido Ridolfi promise alla moribonda genitrice
di avere per la sorella sensi più umani: ma il suo cuore smentiva
ciò che il suo labbro pronunziava, e l’avvenire giustificò le giuste
materne apprensioni. Innanzi di spirare, l’amantissima madre donava
alla figlia un prezioso anello, antica ed unica eredità della famiglia
Bandinelli, trasmessa da padre in figlio; e le soggiunse di non mai
dipartirsi da quell’anello, il quale rappresentava in terra il legame
che dovea ricongiungerle in cielo. Luigia il baciò mille volte e sel
pose al dito per non più separarsene. I nostri lettori han già veduto
questo anello al dito della figura inginocchiata dipinta nel quadro del
Ferraretti.
Luigia restò sola col fratello, il quale possedeva alla Cascina, poco
discosto da Pisa, alcuni poderi lasciatigli dal padre. Non avendo alcun
negozio che l’obbligasse a rimanersene a Pisa, egli volle ritirarsi
alla Cascina, e seco menò la disgraziata Luigia, alla quale ingiunse di
lavorare per procacciarsi il pane; che egli intendeva darle solamente
il tetto sotto cui dormiva; ma che, in quanto alle altre necessità
della vita, ella dovea provvedersene colle proprie fatiche.
La fanciulla si pose al duro stato cui dannavala il cielo. Umile,
dolce, rassegnata, ella non proferì giammai una parola di sdegno
contro il suo tiranno, e accettò con cristiana virtù la croce che le
veniva imposta. A Pisa, per natural talento, e quando ancor vivea
la madre, ella solea prendere sommo diletto a formare immaginette
di cera, le quali spesso riuscivano sì gentili e perfette, che sua
madre ne iva superba; e le amiche e le vicine pregavanla sovente di
regalar loro qualcuna di queste fatture della Luigia; al che costei,
dolce e amorevole quanto fosse mai fanciulla al mondo, prestavasi con
buonissima voglia, e porgeva a dritta e a manca tutto ciò che le venia
richiesto.
E via via lavorando sempre per diletto, ella giunse a tal perfezione di
artista, che molte cospicue donne pisane la fecero pregare di voler far
loro il piacere di ornare i loro salotti con qualcuna delle sue belle
immaginette; e queste commissioni non finiron per qualche tempo, e con
esse di bei regalucci che rendevano la sua sorte alquanto meno trista.
Or di questa sua virtù l’onesta fanciulla si valse per lucrarsi il pane
che il sordido fratello le dinegava. Ella lavorava alla Cascina le sue
immaginette di cera, le quali eran poscia vendute a Pisa, a Livorno,
a Firenze, ed in altre città della Toscana. Nè del prodotto delle sue
fatiche ella era padrona; imperciocchè suo fratello mettea le mani
sul denaro che le proveniva, sotto il pretesto che egli spendea di bei
quattrini per alimentarla e vestirla. Con tutto questo, non cessavano
i disumani trattamenti verso di lei: anzi, quando più ella mostravasi
buona, ubbidiente, rassegnata, tanto più il Ridolfi la caricava di
asprezze tali, che peggiori non ne avrebbe sofferte una schiava in una
delle piantagioni dell’America meridionale.
Luigia era venuta a quella età, in cui la donna non ha d’uopo soltanto
di esser nutrita e ricoperta di panni; bensì sente un bisogno nel
cuore, il quale, ove rimanga non soddisfatto, sparge un velo di
malinconia sull’anima, intristisce la vita e rendela quasi importabile;
massimamente quando nella prima età le dolcezze d’un affetto materno
sono state all’improvviso tronche dalla mano di morte. Luigia videsi
abbandonata nella più tetra solitudine del cuore; e però a Dio si
volse quell’anima candida, e, spesse volte, nelle sue notti lagrimose,
sognò la ineffabile quiete del chiostro. Ed un bel dì ebbe il coraggio
di aprire l’animo suo al fratello, e rivelargli la tendenza ch’ella
sentivasi per la vita monastica. Si crederà impossibile che a questa
semplice manifestazione di un sì pio desiderio, il ribaldo avesse
risposto portando la scellerata sua mano sulla guancia della misera, e
soggiungendole che, se una altra volta simigliante idea le fosse venuta
nel capo, ed ella avesse ardito palesarla, egli avrebbela sottoposta
a così severo castigo da farnela pentire per sempre e da cacciarle
dal capo la voglia di prendere il velo. Si capisce che non era mica
avversione al chiostro che spingeva il Ridolfi a mostrare tanta
asprezza alla sorella, ma sì bene l’interesse e la brama di non perdere
il considerabile profitto che traeva dalle fatiche di lei. La Luigia
intanto, comechè sofferente e misera, cresceva sì bella che il suo viso
rassembrava a quello di una madonnetta, e di quelle che han renduto sì
celebre il pennello del Leonardo da Vinci. Le sue sembianze pallide e
fine, i suoi occhi neri a forma di mandorle, la folta massa dei suoi
capelli di ebano le davano tanta poesia; che al vederla si sarebbe
detto esser nata quella donna per ispirare le più grandi passioni.
Un avvenimento sopraggiunse, il quale, invece di rendere meno trista
e dura la sorte di Luigia, non fece che accrescerne i triboli e
la schiavitù. Questo avvenimento fu la venuta di Maurizio Barkley
a Pisa, apportatore del tardo frutto del pentimento del Baronetto
Brighton. Il Barkley ignorava in quali mani stesse la sventurata
figliuola di Stefania Aldinelli; epperò si rivolse primamente al
Ridolfi per aver contezza di lei. S’immagini ognuno il contento che
dovè provare quell’ingordo al sentire che indi innanzi l’Aldinelli
non era più povera, e nel vedersi tra mani una polizza di duemila
scudi. Essendo Luigia minore di età, il Ridolfi amministrar doveva
ciò che le apparteneva: egli adunque firmò le ricevute e incassò il
denaro. Maurizio vide l’Aldinelli; e il costei dolcissimo aspetto il
commosse; chiese al fratello minuta relazione della vita di lei; e
questi improvvisò un tenor di vita come giammai non fu goduto da donna
nel mondo. Ciò non di meno, l’aria di mestizia che copriva le sembianze
della fanciulla smentiva le bugiarde parole del Ridolfi, e Maurizio non
istette lungo tempo ad accorgersi che l’Aldinelli soffocava nella più
umile rassegnazione i più crudeli trattamenti.
Ed ora più che mai la tapinella non potea neanche sognare la vita
del chiostro: imperocchè sapeva che il fratello aveva ora più che mai
interesse a ritenerla presso di sè, a cagione della nuova fortuna che
le era sopraggiunta, e di cui ella non godea che poco o niente.
Carlo Ridolfi non tanto temea le tendenze di lei a chiudersi in un
convento, quanto un matrimonio che avrebbela per sempre tolta alla
sua tutela, ed avrebbe fatto passare ad altri i begli scudi che una
incognita e misteriosa mano non mancava di mandarle ogni mese. Laonde
non è a dire con qual severità egli guardassela, e come le proibisse di
cacciare il piede fuori delle mura della casa, per tema che la bellezza
di lei non avesse attirata l’attenzione di qualcuno e lo avesse indotto
a sposarla.
Un marito, come vogliasi brutale e geloso, non avrebbe usate maggiori
violenze e crudeltà sulla persona della moglie, di quelle che usava il
Ridolfi in sulla infelice sua sorella uterina. Ogni dì era lo scoppio
d’un insano furore, che veniva cagionato da’ sospetti di lui; e ogni dì
crescevano le contumelie, le sofferenze, i rigori a tal termine che la
vita della meschina ivasi rendendo insoffribile; quando, a sopraccarico
di sventure, un giorno il fratello le dichiarò di averle trovato un
marito, e che si fosse apprestata ad accogliere le _dolci_ catene del
matrimonio. Questo marito che il Ridolfi le proponeva altri non era
che un suo compagno di dissolutezze, ruinato da debiti, e con cui il
Ridolfi, volendo assicurar per sempre i suoi vantaggi sull’assegnamento
della sorella, avea patteggiato di dividerne gli scudi mensuali.
Luigia si armò del più gran coraggio, e solennemente significò che
sarebbe morta piuttosto anzi di accondiscendere a così fatta unione.
Ingiurie, violenze, battiture furono la natural conseguenza di questo
suo ardimento, per cui maggiormente si ribadirono le catene della sua
schiavitù.
Oh! la trista condizione, a cui la società pone la donna! Il servaggio
è tutto ciò che le si concede sotto sembiante di protezione! Le leggi,
fatte dagli uomini, non hanno occhi per le domestiche tirannie; e
la donna, questo essere così caro, capace di tanto amore e di tanti
nobili e ignoti sacrifici, non è spesse volte che la più misera delle
creature, senza ricevere neanche il premio di un compianto.
I tesori di sensibilità che erano sepolti nel cuor di Luigia erano
serbati a spendersi in un amore nobilissimo e puro. Spesso Iddio
riunisce sulla terra la sventura e il genio, e Luigia rappresentava la
prima, come Ugo Ferraretti il secondo.
Alcun tempo dopo la morte della madre del Ferraretti, Ugo si piaceva a
vagare nelle più solitarie campagne, ove il traeva natural vaghezza di
malinconici pensieri, e quel rincrescimento di ogni umano consorzio,
il quale suol tener dietro alle grandi pene del cuore. E gli intervenne
però che, avendo un bel dì protratta la sua passeggiata insino a poche
miglia da Pisa, trovossi in quella parte della campagna che si domanda
la Cascina. Vinto dalla stanchezza, egli si era seduto sovra una specie
di collina rivestita della più fresca vegetazione, quando, volgendo
a caso gli occhi attorno a sè, ebbe veduta non molto lungi, in sul
terrazzo di una sottoposta casina, una fanciulla, la cui pallidezza,
congiunta a beltà singolare, fecegli battere il cuore a tal modo, che
mai per lo addietro non avea provato. Ed allorchè l’Aldinelli, chè
era dessa per lo appunto la fanciulla, ebbe levati gli occhi, quasi
chiamata da misteriosa voce, Ugo Ferraretti restò compreso di sommo
piacere e maraviglia dall’angelica espressione di quello sguardo, il
quale era tutta una storia di virtù e di pianto. La sventura riunisce
presto i cuori e forma quelle prepotenti passioni, cui niuna forza
basta a distruggere.
Da quel dì Luigia ed Ugo si amarono, e segretamente sel confessarono:
le loro notti furono visitate da immagini di paradiso; i loro giorni
non furono contati che dalle ore in cui si vedeano. Luigia sapeva, con
quell’astuzia che dà l’amore, ingannare la vigilanza del suo tiranno:
pertanto alcune volte ella era costretta a nascondersi agli occhi del
suo diletto, ovvero a mostrarglisi a traverso il breve spiraglio d’una
maniera di carcere, sottoposto al rialto su cui veniva il Ferraretti a
passar le lunghe ore, le quali eran per lui rapidissimi istanti. Ben si
comprende che un tale amore, nutrito soltanto dalla simpatia di quelle
anime, dovea restare nelle più fitte tenebre; ed ecco perchè la Luigia
aveva richiesto al suo innamorato di non palesare ad anima viva la loro
corrispondenza, per tema che la voce non fosse arrivata agli orecchi
del Ridolfi, e avesse costui distrutto per loro ogni speranza di più
rivedersi.
Ugo, come altrove dicemmo, non avea detto giammai parola a Luigia
del quadro cui lavorava, e che era il più schietto ritratto delle
adorate sembianze di lei. E mai nol mostrò a nissuno, temendo che il
segreto del loro amore venisse discoperto, a grande offesa della pace
dell’Aldinelli.
Vittima del disegno infernale di Federico Lennois, il Ferraretti,
immerso con lui in ogni maniera di svagamenti e di piaceri, aveva,
se non dimenticata, abbandonata la sua Luigia, la quale quanto di
ciò dovesse soffrire, ben può immaginarsi. Supponendo da prima che
il giovine artista fosse travagliato da qualche malattia, aspettava
con impazienza angosciosa alcuna novella di lui; ma non tardò
ad assicurarsi che, ben lungi dall’esser confinato a letto, egli
scorrazzava per la città, in cerca di biscazze, di osterie e di altri
simiglianti luoghi di dissipazioni: seppe altresì che a compagno di
divertimenti egli aveva un tal Ferdinando Ducastel, anche pittore e
francese.
Luigia Aldinelli avea subornata una di lui fantesca, la quale in ogni
due giorni rendevale conto di quanto operava il Ferraretti; ed una
sera, ella veniva informata che, vestiti da maschere, i due compagni
traevano alla festa della Valdelli, la cui pessima riputazione
fece raccapricciare il cuore dell’onesta donzella. Il dolore e la
disperazione le dettarono un proposito ardito, e di cui non son capaci
che le donne le quali amano profondamente. Verso le quattr’ore della
notte, ella avea fatto sembiante di dormire per illudere la vigilanza
del suo Argo, si gitta dal letto, si veste in fretta, e al buio
perfetto esce dalla sua casa, corre attraverso i campi, giunge a Pisa
un po’ prima della mezza notte, si provvede dell’abito di un dominò, e
si caccia in mezzo alla folla che ingombrava le sale della Valdelli.
Il suo cuore fu lacerato dalla gelosia veggendo il suo amante non
dipartirsi un momento dal fianco di quella donna. Un quarto d’ora di
valzer ballò il Ferraretti con la bella cantante, e quell’ora fu un
ora d’inferno per la misera Luigia. Ella vide poscia entrar la coppia
nel salotto dov’era imbandita la cena; e, gittatasi sovra un sofà il
quale aderiva con la spalliera ad un coltrinaggio del salotto, udiva
ogni cosa e vedeva tutto ciò che ivi accadeva. Ella fu testimone
della orribile crisi sopravvenuta al suo amante, e i nostri lettori
ricorderanno il grido straziante che fu messo da lei nel momento che il
Ferraretti soccombeva all’eccesso dell’eccitamento del valzer.
È noto il rimanente di quello che operò l’Aldinelli alla morte del suo
amante. La maschera di cera che ella traeva dal volto del cadavere,
a ricordo del più sventurato amore, dovea servirle a strumento di
vendetta contro il perfido Lennois. I nostri lettori avranno compreso
che sotto il mascherino del _débardeur_ era la maschera di Ugo
Ferraretti, da cui era interamente coperto il volto dell’Aldinelli.