sulla cui morbida spalliera era disteso un uomo di circa trentaquattro
anni. Una lunga barba gli rivestiva la mascella inferiore rafforzando
la nobile e maschia serietà del bruno suo volto. Egli era vestito
alla foggia inglese, ed anche tutto a nero: i suoi occhi, che avevano
una forza straordinaria di sguardo e una espressione di profondo
sentimento, erano fissi su Lucia Horms.
Quest’uomo era l’_esquire_ Maurizio Barkley.
Più lungi da questi tre personaggi, era un crocchio di donne e di
fanciulli, Marietta e i suoi fratelli erano bellamente intrattenuti da
alcune signore fiorentine che erano nello stesso albergo _des Princes_.
Marietta, supponendo che Maurizio, Emma e Lucia avessero a parlare
di cose importanti e segrete relative allo sventurato Eduardo, avea,
sotto un pretesto, allontanato le signore forestiere, ed avea fatto il
sacrificio della propria premura e curiosità di sentire quello che si
diceva da quei tre.
S’immagini dunque ognuno su quali spine dovesse stare la vispa
fanciulla, sendo costretta a far compagnia a quelle dame, mentre il suo
pensiero era tutto ai ragionamenti a bassa voce che si teneano dalla
sorella e dai due amici.
Innanzi tutto, fa d’uopo osservare che Maurizio e sua moglie si
trovavano a Parigi da qualche mese, e quando le gallerie del Louvre
erano già state aperte alla esposizione di arti belle. Non diremo dello
smisurato dolore da cui furono compresi quei due nobili e generosi
animi alla trista nuova dell’accaduto del 7 luglio, di cui Lucia avea
scritto loro, e che gli aveva indotti a recarsi a Parigi, affin di
mitigare l’acerbità del duolo di lei, e di cooperarsi al discoprimento
dell’autore della lettera anonima, per cui il misero Eduardo era stato
menato a bruttarsi di sangue, e trovavasi al presente segregato dalla
cara famiglia.
— È strano! esclamava Maurizio, affissando al suolo lo sguardo con
leggiero inarcamento di ciglia, e in sembiante di gran concentrazione
mentale. È strano, ma è pur tal cosa da rafforzare i nostri sospetti.
La malvagità umana scava profondamente nelle tenebre le sue male opere,
e cova i più neri disegni. Da quanto voi mi dite, mistress Horms, e da
quanto io mi accingo a dirvi, avremo forse da poggiare solidamente le
nostre congetture, e potremo forse arrivare a discoprire un attentato
dei più infernali. Indarno il perverso annoda le sue fila nel buio e
nel mistero; la Giustizia, che veglia dall’alto a punire le colpe, fa
lampeggiare alcuni fatti particolari che menano in sul cammino del
vero. Quel che mi avete accennato, o Lucia, sulla prima visita del
Lennois in questo albergo mi ha aperta la mente... Ascoltatemi bene.
Maurizio trasse la sua poltrona più dappresso al sofà, su cui eran
sedute le due dame, e si chinò verso di loro, quasi per far velo del
suo corpo alle sue parole, a fin di non esser udito dal crocchio di
donne e di fanciulli poco discosto. La curiosità e la brama di scoprire
qualche cosa che avesse potuto salvare Eduardo si leggeano sulle belle
sembianze di Lucia e di Emma.
Marietta era su i carboni ardenti; non sapea che contegno prendere;
bruciavala una voglia grandissima di andare a sentire quel che si
diceva da Maurizio; era distratta, alienata, di pessimo umore; e, se
non fosse stata trattenuta dal pensiero di dispiacere alla sorella,
avrebbe piantato lì le vicine di albergo, i fratelli e la noiosa
conversazione, e sarebbe andata a sedersi in terzo sul sofà che
l’attirava. Ella dava gli occhi alle dame presso cui era seduta, e gli
orecchi spingeva, appuntava dalla banda del sofà, per carpire almeno
un brano di quei parlari, che le importavano molto più di tutte le
frivolezze le quali formavano il subbietto dei discorsi del crocchio in
cui si trovava.
— Quando io fui incaricato, diceva Maurizio, dal mio signore il Conte
di Sierra Blonda a pormi sulle tracce del suo figliuol naturale
Federico Lennois, cominciai, come dovete supporre, le mie visite
dal sito ove questi era nato in povera culla: trassi però a Auteuil,
fornito di tutte quelle indicazioni, datemi dal Conte, e che doveano
servirmi a ritrovare il giovinetto. Quando io giunsi ad Auteuil, la
madre di Federico non vi era più, nè si sapea di lei altro, tranne che
la era sparita da quel circondario, dopo la morte della vecchia sua
madre che l’avea maledetta. Nulla si sapea del giovinetto Lennois, e,
per quante ricerche avessi fatte, non mi era riuscito di conoscere,
se non che da vari anni egli era fuggito una notte dal tetto materno,
menando seco un sacchetto di denaro che apparteneva alla madre. Questi
indizi erano un niente per farmi rinvenire le orme del figliuolo del
Conte; però pensai di fare una visita al Castello d’Orbeil, sapendo
che la Zenaide era stata la nutrice del bambino Augusto d’Orbeil,
figlio del Visconte. La famiglia d’Orbeil era a Parigi, perocchè essa
non dimorava a Auteuil che nel tempo della bella stagione; ed allora
eravamo nel mese di marzo. Ciò nondimeno la mia gita al castello non
fu infruttuosa; dappoichè dalla gente ivi rimasta seppi che il monello
Federico Lennois, fratello di latte del signorino Augusto d’Orbeil,
era stato arrestato a Parigi come ladro e menato in una prigione di
quella città. Ciò era quanto mi bisognava: non posi tempo in mezzo:
animato dal piacere di compiere la mia dilicata incombenza, e di
rendere più lieve il peso dei rimorsi al mio signore, volai di botto
a Parigi, trassi a tutte le prigioni, dimandai di Federico Lennois,
e, dopo non pochi stenti e indagini, giunsi a sapere che il nominato
Lennois era fuggito dalla prigione dopo alquanti mesi, mercè un abile
travestimento, e mercè l’aiuto di un suo compagno di carcere, cui si
era accresciuta la durata della pena per una simile cooperazione ad
isventare il castigo della giustizia.
Mi venne un pensiero; chiesi di parlare a questo delinquente; gittai
dell’oro e tosto fui introdotto nella specie di tomba ove giacea questo
sciagurato a nome Paolo Dumourier. È incredibile l’ostinazione che
costui pose per molto tempo nel non voler rispondermi: le più larghe
promesse e le offerte più generose non valevano a fargli rompere un
silenzio che distruggea tutte le mie speranze di riuscita. Benchè da
molti anni il Lennois fosse fuggito da quella prigione, quell’uomo
straordinario, temendo forse non saprei quali pericoli pel giovinetto
da lui salvato, si tenea chiuso nella sua taciturnità; sicchè io
disperava di piegarlo giammai al mio volere. Quel giorno e molti altri
appresso io spesi in visite infruttuose al Dumourier; il quale, per
altro, sebbene ostinato a tacersi su quanto concernevasi al Lennois,
parea non mi guardasse più col sospetto di prima e collo stesso grugno.
Credetti necessario rivelargli la mia incumbenza, tacendo sempre
il nome del Baronetto. Sembrò non dubitare di quanto io diceva; mi
diresse varie interrogazioni, come per iscandagliare l’animo mio; mi
affissava sempre con certi occhi che pareano volessero iscavare nel
fondo della mia coscienza; e, alla fine, un bel giorno, mi ebbi il
piacere di sentir da lui raccontata filo per filo la storia della fuga
del giovinetto. Allora egli non credè dover porre più limite alla sua
confidenza, e, stimandomi uomo sincero e leale, mi disse che Federico
Lennois avea tolto in appresso il nome di Ferdinando Ducastel; aver
saputo, da una lettera di lui, essere egli in Italia al servigio di un
nobile Inglese. Questi ragguagli erano più che bastanti per darmi nelle
mani il filo del laberinto; e col fatto, mercè di essi, io pervenni a
ritrovare in Roma il figlio del Conte nell’artista Ferdinando Ducastel,
che oggi ha ripiena la Francia col suo nome. Ma quello che ora serve
grandemente a noi, sono le confidenze che il giovinetto Lennois facea
nella carcere a Paolo Dumourier, e che questi mi comunicava fedelmente,
ispirato forse da Dio, il quale sa così bene far servire le azioni e
le parole degli uomini al compimento dei suoi imprescrutabili disegni.
Il Dumourier mi disse adunque che Federico Lennois gli avea rivelata
la storia de’ suoi primi anni passati a Auteuil, delle sue sofferenze
fanciullesche, de’ tormenti fattigli patire da una madre snaturata, e
della guerra dichiarata tra lui, Augusto d’Orbeil e Giustino Victor.
A questo nome Lucia mise un piccol grido di sorpresa: i suoi occhi
scintillarono; il cuore le batteva con estrema violenza. Maurizio parea
sempre concentrato nelle sue reminiscenze. Emma sembrava prendere viva
premura al discorso del marito, ed aveva appoggiato il suo braccio al
collo della diletta amica.
— Sì, me ne ricordo perfettamente; questi erano i nomi pronunziati da
Paolo Dumourier; i nomi de’ due nemici del fanciullo Lennois. Uditemi,
uditemi attentamente. Giustino Victor ammazzava un giorno per mera
libidine di odio verso il Lennois, il costui cane, sola creatura che
erasi mostrata con visceri umane verso quel misero fanciullo. Giustino
Victor ammazzava quella cara bestia nel momento in cui Federico, ligato
ad un albero, non potea sottrarlo a que’ barbari colpi. Il Lennois,
siccome egli stesso confessò a Dumourier, vergava sulla tomba del suo
cane un terribile giuramento di vendetta contro Giustino Victor.
Il volto di Lucia era divenuto ardente brace; il piacere di poter
salvare l’amato consorte e smascherare l’iniqua trama del Lennois, le
davano sussulti di gioia irrefrenabile.
— Basta, basta, esclamava ella, or tutto è chiaro; ben lo diceva il mio
cuore no, non m’inganno: Federico Lennois è il reo: le sue parole, le
sue occhiate, tutto conferma quello che ora voi avete palesato. E voi,
Maurizio, voi siete sempre il mio salvatore, l’amico che la Provvidenza
mi ha dato a conforto di tutte le mie sciagure. Io lo diceva alla
sorella: Scriveremo a Maurizio Barkley, ed egli salverà Eduardo,
salverà noi scoprirà il colpevole autore della lettera anonima diretta
a mio marito. Sì, io lo diceva che voi Maurizio, giungete sempre in
tempo nelle grandi sventure; non è vero, Marietta?
A questo nome la giovinetta balzò dal sito ove era, e, contentissima
di essere interpellata e tolta alla noia di una conversazione che la
teneva su gli spinai, volò presso la sorella maggiore, e si sedè al
fianco di Emma.
— Verissimo, ella rispose incontanente e senza sapere di che si
trattasse; che ci è sorella?
— Ci è, mia cara Marietta, che Eduardo è salvo.
— Salvo! gridò costei battendo le palme per un moto di gioia infantile.
E i suoi begli occhi si riempirono tostamente di lagrime; e più non
potè dir parola per la contentezza che l’affogava.
— Non ci abbandoniamo ancora alle nostre speranze, disse compostamente
Maurizio; è un barlume che forse ci menerà allo scoprimento del vero;
mi recherò a Auteuil; ho un’idea, ma niente è ancor certo, e Ducastel è
oggi l’occhio dritto della nazione francese e del governo.
— Ferdinando Ducastel è un infame impostore, un assassino della gloria
italiana, gridò una voce di donna che nissuno avea veduta starsi
all’impiedi presso al sofà.
Non diremo la sorpresa da cui furon colti tutti gli astanti.
— Luigia Aldinelli, sclamò Maurizio, e corse incontro a lei: io vi
aspettava qui, a Parigi; ma in quale stato!
In effetti: la misera giovine era sì bianca in volto e parea
soffrir tanto, che Emma, Lucia e Marietta se le strinsero attorno, e
circondaronla co’ segni della più sentita pietà.
Luigia Aldinelli era la donna che abbiam veduta restare immobile
innanzi al quadro del Ducastel, e gittarsi quindi in una carrozza per
trarre all’albergo _des Princes_.
Ella sapea che Maurizio Barkley era ivi.
IV.
IL CARNEVALE DI PARIGI
I tre mesi dell’Esposizione erano passati. Il dì 15 ottobre, le
gallerie del Louvre chiudevansi con gran dispiacere del pubblico
parigino, il quale parea non sazio ancora di ammirare ed estollere a
cielo, con ogni maniera di ovazioni, il dipinto di Ferdinando Ducastel.
S’intende già che il Giurì avea decretato il premio di seimila franchi
e la medaglia d’onore al quadro la _Preghiera_. È noto che il giurì
si compone di membri nominati a squittinio segreto dagli artisti che
espongono i loro lavori: a quelli aggiungesi dal governo un certo
numero di persone appartenenti all’amministrazione delle Belle Arti
e all’istituto. Il Giurì a tal modo composto decreta i premii a
maggioranza di voti. Per essere eletto membro del Giurì, fa d’uopo non
essere compreso nel novero de’ concorrenti; oltre a ciò, è necessario
o l’aver ottenuto qualcuno de’ premii delle passate esposizioni, o il
formar parte dell’Istituto.
Le altre secondarie ricompense di medaglie di prima, seconda e terza
classe furono accordate, pel salone del 1829, al bel quadro del Barone
Gérard, che rappresentava _la incoronazione del Re Carlo Decimo nella
Cattedrale di Reims_; al dipinto di Adolfo P..., rappresentante _la
morte di un monaco_; ad un _Combattimento navale_ del Vernet, e ad
un gran numero di paesaggi e dipinture di animali, nel quale genere i
Francesi si esercitano con preferenza.
Dietro un magnifico rapporto del direttore delle Belle Arti, il governo
accordò a Ferdinando Ducastel la croce del merito come a colui che si
aveva ottenuti gli onori del Salone del 1829.
Siccome suole intervenire allo sbucciare d’una inattesa celebrità;
le biografie del Ducastel col suo ritratto piovevano ne’ giornali
di Parigi. Tuttavolta queste biografie erano foggiate in gran parte
dal capo de’ giornalisti i quali creavano su lui romanzi più o meno
verosimiglianti. Leggevasi in quelle biografie come il Ducastel avesse
arricchito co’ suoi lavori i più famosi templi d’Italia, come il suo
nome si fosse già renduto celebre in mezzo a quei tanti valorosi di
cui l’Italia va superba; come avesse venduto per istraordinarie somme
altri suoi quadri, i quali, se non dello stesso altissimo merito della
_Preghiera_, erano parimente preziosi gioielli di arte da estimarsi
dagl’intenditori. Su i suoi natali o sulla sua fanciullezza, questi
giornali serbavano un discreto silenzio; perocchè il Ducastel non
gli avea ragguagliati su questo, per ragioni troppo facili ad esser
comprese.
Il compratore intanto del quadro, lo scozzese sir Eduardo Horms, era
tuttavia ritenuto sotto il processo dell’assassinio sulla persona di
Giustino Victor. La villeggiatura autunnale avea mandato nelle campagne
circostanti a Parigi i ministri della giustizia: si aspettava il mese
di novembre per la riapertura delle Corti.
Ferdinando Ducastel, ebbro di gloria, più non pensava alla vittima
della vendetta, e libava con sommo diletto tutti i piaceri che gli
procurava il suo nome. Pertanto, un giorno egli ebbe a fremere allorchè
videsi avanti Augusto d’Orbeil, cui a mala pena potè riconoscere, tanto
questi parea sopraffatto dal dolore per la perdita del suo amico.
Federico non vedea il figlio del Visconte che dal giorno in cui
questi e Giustino erano venuti a fargli visita all’albergo Mirabeau.
Non ostante l’assuefazione che egli aveva a dissimulare l’animo suo,
Federico non avea potuto nascondere un movimento di spavento alla
vista dell’amico di Victor; lo accolse però con alquanto freddezza,
e cercava sempre di addentrarsi nei pensieri di lui ed iscoprire se
avesse qualche sospetto sul vero autore della morte di Giustino. Ma
Augusto se gli mostrò come prima confidente e affezionato: le lagrime
gli scorreano in abbondanza dagli occhi udendo a parlare del diletto
infelice suo amico. Egli disse al Lennois che tutta la famiglia era
tornata a Parigi fin dal principio del mese d’ottobre; che Isalina sua
sorella era gravemente inferma per effetto dell’orrendo colpo che aveva
straziato il suo cuore; che il Visconte suo padre e la Viscontessa
sembravano inconsolabili; e che la voce di un amico, come lui Ducastel,
avrebbe potuto scemare l’intensità di quel dolore. Da ultimo, Augusto
gli disse che era soprammodo compiaciuto della fama e degli onori
che gli avea procacciati il quadro la _Preghiera_, e il pregava di
accettare le sue vive congratulazioni. Federico, rassicurato su i suoi
dubbi e sospetti, si abbandonò con più franchezza alle false proteste
di amicizia, e promise che sarebbe al più presto andato a riverire la
famiglia d’Orbeil.
Nissuna novità avvenne fino allo spirar di quell’anno 1829.
Giungeva intanto il tempo in cui Parigi, zeppa di forestieri e dei
suoi più prelibati abitanti di ritorno dalla villeggiatura, sembra
più che in ogni altra stagione dell’anno, compresa dal delirio
del divertimento. Dal dì delle strenne a quello delle Ceneri è una
continuazione di balli, di concerti, di mattinate musicali, di veglie;
di mascherate, di feste pubbliche e private, di berlingamenti d’ogni
maniera. Tutte le più serie faccende si differiscono a quaresima.
Gli uomini più gravi per età, per senno e per cariche si mettono nel
carro dei piaceri e si lasciano strascinare con faciltà e con garbo;
la contradanza invade il regno della politica e dei negozi. Insomma, in
fatto di divertimenti, Parigi non si fa pregar due volte.
Carnevale aveva annunziata la sua ricomparsa. Le _petites maitresses_,
le _grisettes_ e le _lorettes_ si accingevano a far valere il loro
impero. L’Opéra, la Renaissance, Mabil, Renelagh, Musard, Grignon,
Deffieux, Sévres, ed altri cento luoghi pubblici aprivano le loro sale
alla matta allegria.
In questo tempo dell’anno Parigi non conta poveri; tutti hanno da
spendere per divertirsi; il piacere mette a contribuzione volontaria il
milione di abitanti di questa capitale. Nel carnevale, Parigi non si
dà tanto pensiero di dettare le solite sue leggi a tutta Europa su le
giubbe e sulle cuffie; essa ne lascia la cura ai direttori di giornali
di mode, e non s’incarica neanche di far valere la sua supremazia... in
materia di pasticci.
Lo sciampagna, di cui la Francia va superba e con ragione (perciocchè è
una delle pochissime cose di cui può andar superba) inonda le mense dei
ricchi e non isdegna di mostrarsi in su quelle de’ modesti borghesi.
Carcerato a piccole frazioni, in milioni di bottiglie, esso rompe i
suoi ferrei ceppi, manda ai palchi delle stanze i suoi turaccioli, e
caccia fremendo la bianca sua spuma che vien raccolta con delizia dalle
labbra delle galanti parigine.
I balli pubblici si aprono alla brillante gioventù francese, che vi
accorre in isvariate fogge di travestimenti da maschere, a capo dei
quali signoreggia quello prediletto di tutte le prostitute di Parigi,
il _débardeur_[6].
Non sì tosto il clarinetto o il violoncello fanno udire le prime
battute delle quadriglie carnovalesche al Vauxball e al Prado, il
_débardeur_ si abbandona con frenesia alle tante mattezze che lo han
renduto sì celebre. La passione della danza è personificata da questo
tipo della maschera francese.
Tutti gli stabilimenti pubblici, dove si balla sotto l’ispezione di
un sergente di città, sono ingombri da tutti quei che non passano i
trent’anni. Due franchi non mancano a nessun parigino di venti anni.
A Parigi, un uomo che ha venti anni e una buona salute trova sempre i
mezzi di divertirsi; anzi la sua giocondità cresce a ragione inversa
del suo denaro. Possedere venti anni a Parigi è lo stesso che possedere
ventimila franchi di rendita: gli è vero che i primi, al contrario di
ogni altra proprietà, perdono di valore accrescendosi; ma nel momento
in cui si posseggono, la felicità non è men positiva e inebbriante di
quella che deriva per alcuni dal possedimento di grandi ricchezze.
Nel carnevale, i teatri di Parigi sono assiepati di gente a segno che
si vendono a carissimi prezzi i posti nelle quinte; sicchè veggonsi gli
uomini della più alta sfera respirare la stessa aria che respirano le
cantanti, i mimi, le ballerine e le _ratus_[7].
Sono più di centoquarantasette anni dacchè a Parigi si balla
pubblicamente; e ogni anno si è accresciuto il numero dei ballanti
e de’ luoghi dove si balla. Nell’anno 1830, a cui siam giunti colla
nostra narrazione, Parigi contava all’incirca duecento sale da ballo
dove si poteva essere ammesso, pagando.
Il giorno 2 febbraio 1716, per la prima volta il pubblico parigino fu
invitato al ballo dell’_Opéra_. Da quel giorno in poi Parigi ha ballato
ogni anno senza interruzione e ogni maniera di danza, da’ passi di
grazia a quelli di forza, dalla campestre contradanza[8] allo sfrenato
_cancan_.
La gran sala dell’_Opéra_ era affollatissima oltre l’usato nella
sera della penultima domenica di carnevale di quell’anno 1830. Le
fulgidissime lumiere gittavano torrenti di luce sulla folla che si
agitava nel turbine del piacere.
Era questo il ballo della _buona società_ parigina: banchieri, agenti
di cambio, ricchi proprietarii, leoni e leonesse, tigri, colombe e
_sorci_[9] pullulavano in quella sala assordata dai melodiosi concerti
dell’orchestra.
Non istaremo a descrivere la magnificenza, lo splendore ed il brio di
questo ballo pubblico: quelli dei nostri lettori che non sono stati
a Parigi in uno di questi incomparabili veglioni non se ne possono
giammai formare un’immagine corrispondente alla realtà. Diremo soltanto
che colui il quale venisse improvvisamente gittato nel mezzo di una
di queste sale nell’ora più allegra e rumorosa, crederebbe certamente
di essere il gioco di un sogno ingannatore; imperciocchè tutto ciò che
l’umana fantasia può crearsi di più seducente è tradotto alla lettera
e realizzato. I racconti delle fate, le maraviglie delle novelle
orientali, i delirii di un voluttuoso, le immagini che si affacciano al
cervello di un uomo assopito dall’_atchic_ turco, non potrebbero dare
un’idea del gran ballo in maschera dell’_Opéra_ a Parigi.
I Francesi ballano con grazia, con disinvoltura; e questo è
incontrastabile, ed in questo noi riconosciamo reverenti ed umili la
loro superiorità. Ma il più gran poeta epico è italiano, Dante; il
primo scultore e architetto in tutto il mondo è italiano, Michelangelo;
il più gran ristauratore delle scienze naturali è italiano, Galileo;
il più profondo politico de’ mezzi tempi è italiano, Macchiavelli;
il primo che abbia rischiarato colla filosofia la storia, è italiano,
Vico; quegli che scoprì un nuovo mondo è italiano, Colombo. Ma a qual
paese appartiene chi insegnò pel primo all’Europa il vero modo di
_valsare_?
In su la mezzanotte una gran folla verso l’uscio maggiore della sala
attestava l’entrare di qualche personaggio ragguardevole. In fatti,
l’uomo che da alcuni mesi era sulle labbra di tutt’i Parigini, il
già celebre artista Ferdinando Ducastel, era stato incontanente
riconosciuto sotto un ricchissimo travestimento orientale. Una schiera
di amici e di curiosi lo aveano circondato; un susurro accompagnava i
suoi passi attraverso la sala: egli era l’ammirazione degli uomini e il
sospiro delle donne.
Ducastel non lasciò verun divertimento che gli offriva l’allegra
serata. Circondato, corteggiato, festeggiato, ei nuotava nella felicità
e se ne saziava con una specie di avidità, quasi per vendicarsi
della nimica sorte che lo avea ricolmo di sventure nella sua prima
giovinezza.
Tra le maschere che attorniavano il Ducastel notavasi un _dèbardeur_
di una insolenza incredibile: questi facea sempre tutti gli sforzi
possibili e usava benanche di una certa violenza per istar sempre al
fianco dell’artista: urtava, premea, tirava gli altri pel braccio;
faceva insomma cose da matto per non perdere il suo posto allato al
Ducastel: era tollerato, perchè sotto al suo mascherino si vedeva
una bocca sì cara ed un mento così pallido e gentile, da non poter
appartenere se non ad una leggiadra donnina: e due occhi, neri come le
tenebre, lampeggiavano da’ due fori del mascherino.
Ferdinando Ducastel non poteva a lungo rimanere indifferente a questa
straordinaria premura e ostinazione del _dèbardeur_ a starglisi
allato. Allorchè, per l’ora avanzata della notte, si diradò alquanto
il cerchio de’ suoi amici, e che gli riusci d’involarsi a’ curiosi che
l’assediavano, prese per mano il _dèbardeur_ ed il menò in disparte.
Quella mano era di una morbidezza e di una bianchezza rarissima.
— Vuoi tu dirmi, mia bella, a che debbo attribuire il piacere di averti
sempre al mio fianco? chiese Federico al suo grazioso persecutore.