in fatti, la difficoltà di trovare il modo onde ingannar gli occhi di
Giustino e di sir Eduardo lo avrebbe forse fatto desistere; almeno per
qualche tempo, dal suo proposito, quando una strana casualità si offrì
a vincere ogni malagevolezza.
Essendo andato Federico una sera al teatro delle _Variétés_, pochi
giorni innanzi del 7 luglio, fu estremamente sorpreso di scorgere
in una delle attrici la Maddalena Bonnefille, che egli non avea
più riveduta da sette anni, e da quel dì che abbandonò il servigio
dell’Inglese. Ella era ancor giovane e bella, però che non potea contar
più di un trentaquattro anni; era riuscita una attrice di molto merito;
e la sua bellezza, rialzata e strebbiata dall’acconciatura teatrale,
non mancava di attrarle i sospiri dei leoni di Parigi e di qualche
vecchio conquistatore di ballerine.
Nella mente di Federico lampeggiò un pensiero che poteva esser fecondo
del più felice risultamento, in quanto al disegno che egli avea
formato.
Il domani, verso le dieci antimeridiane, ora molto mattutina per
una donna di teatro, Federico si faceva annunziare in casa della
Bonnefille.
Contro la sua aspettativa, egli fu ricevuto in un modo che lo sorprese.
Maddalena corse, in veste da camera, ad abbracciare l’antico suo
amante; il prese per mano, il menò nel salotto, e, al tutto dimentica
dell’offesa che avea ricevuta dal giovine Ducastel, fu verso lui
prodiga di tante dimostrazioni di amicizia e di affetto, che Federico,
dovè, a suo dispetto, convenire che talvolta la generosità si annida
nelle più corrotte nature. Di leggieri s’intende che Federico usò ogni
artificio di simulazione per farsi credere un’altra volta innamorato
di lei; promisele e protestò un attaccamento a tutta prova, e finì
col richiederle un testimonio di amicizia in una delicata faccenda. La
Bonnefille dichiarò ch’ella era avventurata di potergli essere utile
a qualche cosa; che avesse fatto assegnamento su lei per qualunque
emergenza, sendo ella disposta a provargli l’amor suo per via di ogni
sacrificio. Allora Federico le significò quel che si voleva da lei, e
dissele esser d’uopo che ella rappresentasse una parte in una privata
commedia che egli intendeva di fare. Trattavasi nè più nè meno, che
d’uno scherzo di quel genere che i Francesi chiamano _mistifications_:
le avrebbe dato spicciolata relazione di una donna di cui ella doveva
imitare perfettamente la vestitura e la voce; giacchè, per felice
combinazione, la statura era la stessa. Le avrebbe indicato il sito e
il giorno in cui ella dovea rappresentar questa parte.
Maddalena accettò con piacere un tale incarico, e tanto più volentieri
ch’ella seppe in seguito trattarsi di un convenio amoroso a mezza luce,
dov’ella sarebbe forse riuscita a illudere perfettamente la vista e
l’udito del giovine amante. Tuttavolta, un vago timore le si apprese
all’animo, quando seppe che c’era per lo mezzo un marito geloso, a cui
precisamente il malo scherzo era da farsi e che dovea creder lei sua
moglie. Federico rassicurolla su queste apprensioni, dicendole che ei
sarebbe stato presente alla commedia non visto che da lei; e che le
avrebbe, con segni concertati avanti, rivelato il momento, in cui ella
doveva abbandonare il campo, e sottrarsi con pronta fuga allo sdegno
del nuovo Otello. Ordinata questa astuzia, la quale avea presentato
non piccola difficoltà, restava a trovare il sito, ovvero la casa in
cui la trista commedia dovea rappresentarsi. Ma ciò non poteva generare
un serio imbarazzo, giacchè è noto esser Parigi una città comodissima
per ogni maniera di garbugli amorosi; imperciocchè vi sono quartieri
che offrono case, dove la morale soffre frequenti naufragi; però, dopo
qualche giorno di ricerche, riuscì al Lennois di trovare nella strada
D... una casa sfittata; e questa, visitata da lui e trovata comodissima
al suo intento, ei destinava a teatro della prava impresa.
Il 7 luglio, giorno designato alla vendetta del Lennois, era spuntato.
Un messo partiva all’alba per Auteuil, presentatore dell’apocrifa
lettera di Lucia Horms a Giustino Victor: mentre un’altra lettera,
anonima, era consegnata a Eduardo Horms a Parigi, nel momento che
questi usciva dallo albergo _des Princes_, per sue faccende.
La trama infernale ebbe, siccome è conto ai nostri lettori, la sua
piena riuscita. Il nobile e appassionato sir Eduardo, involontario
istrumento e vittima anch’egli della perfidia del francese Lennois,
si recava, con la morte nell’animo, alla maledetta casa di convenio,
dove volea con gli occhi propri accertarsi del temuto vero, e lavare
nel sangue dell’adultero la macchia che si faceva al suo onore. Tutto
era stato diabolicamente ordinato in guisa dal ribaldo Lennois, che non
pure il virtuoso Scozzese, acciecato di gelosia, ma lo stesso Giustino
fu tratto in inganno dalla simulata voce, dal portamento e dalle vesti
della scaltra commediante, la quale spinse a tal segno la simulazione,
che imitò finanche la dilicata riserbatezza e il nobil pudore di una
donna onesta, ma traviata dalla passione e dai pretesi mali trattamenti
del marito.
Un’orrenda tragedia avveniva. L’offeso marito facea rintronar l’aere di
quella casa con lo scoppio d’una pistola, e Giustino Victor cadea col
petto squarciato, vittima miseranda degli alti decreti di Dio.
E qui ritorniamo ad osservare che tutte le volte che un colpo
impensato e terribile annienta a sera un’esistenza che nel mattino
era sfolgorante di vita, di giovinezza e di felicità, è mestieri
riconoscere in questo fatto una di quelle tremende lezioni, con cui
l’Onnipotente punisce quelle colpe che sfuggono alle leggi degli
uomini.
Non sì tosto l’ombra del marito si prostese all’uscio della camera
dov’eran Giustino e la creduta Lucia, la commediante, già istrutta di
quello che aveva a fare, messo un gran grido fuggiva nel momento in che
si udiva lo scoppio dell’arma a fuoco.
Federico era stato occulto testimone dell’accaduto. Un riso feroce avea
contratto le sue labbra, allorchè avea visto disteso in sul suolo il
misero Giustino; e, nel momento in cui questi era per esalar gli ultimi
aneliti, facea risuonare agli orecchi di lui le parole: _Oggi è il 7
luglio, Giustino Victor; ricordati di Federico Lennois, del monello
d’Auteuil_.
Una delle tre funeste passioni che dominavano il cuore di Federico
era appagata, la vendetta: due altre rimanevano, del pari orrende e
dannose, l’invidia e l’ambizione. Vedremo più tardi a che menavanlo
queste turpitudini dell’anima sua, e fin dove Iddio segnava il termine
alle nequizie di lui.
È mestieri intanto rivolgersi allo sventurato sir Eduardo, il quale,
nel piacere indicibile che avea provato riabbracciando la moglie
innocente, avea per poco dimendicato che un sangue del pari innocente
era stato versato dalla sua mano, e che la giustizia degli uomini
avrebbe dimandato conto ed espiazione dell’omicidio.
Era chiaro che Eduardo era stato ingannato; ma chi era l’autore
della funesta commedia che era costata il sangue d’un uomo? Ecco ciò
che imbrogliava la ragione del misero, e facea delirar per dolore
quell’anima candida e virtuosa. Ei sapeva di non aver nemici di sorta,
e che nel breve tempo da che era di belnuovo a Parigi, poche aderenze
avea contratte; siccome era sicuro di non essersi attirata la nimistà
di alcuno la prima volta che egli avea visitata questa capitale. Come
spiegar dunque un fatto che non avea alcuna ragione plausibile, e
che pareva uno scherzo crudele del destino? Egli rileggeva la lettera
anonima che gli era stata consegnata; la facea leggere a sua moglie,
la quale raccapricciò d’orrore, si stemperò in amarissime lagrime,
pensando al vituperio che si volea gittar sul suo onore. Non potremmo
esprimer con parole adequate lo spavento misto di dolore onde fu presa
la nobil donna al racconto minuto che fecele il marito di quanto eragli
occorso. Ciò che più confondea le menti di entrambi era il pensare
chi fosse quella donna che tanto bene avea simulato per arte o per
mera casualità le vestimenta e la voce di lei Mistress Horms: nessuna
congettura potea reggere, nessuna supposizione; c’era da perdere il
senno. Un lampo tuttavia rischiarò la mente di Lucia; i biechi sguardi
di Federico Lennois, le sue significative maniere, l’aria di tristizia
che lo accompagnava; tutto ciò ritornava alla memoria di lei e le
metteva nell’animo un vaghissimo sospetto, ch’ella non si arrischiava
di aprire al consorte; giacchè ella stessa non sapea rendersi conto
d’una nefandezza senza motivi di un odio senza ragione tranne che,
pensava tra sè fremendo, quegli, per mala ventura innamoratosi di lei,
non avesse avuto l’animo di porre ad un pericolo di morte il marito, o
indurlo ad un atto di separazione, che avrebbe agevolata la via al malo
intento di esso Lennois. Queste erano impertanto semplici supposizioni,
ed anche tali da non doverci dar peso e comunicarle al marito. La
notte passò in veglia crudele. In sull’alba, un ordine di arresto era
scagliato contro sir Eduardo Horms, scozzese, dimorante da pochi giorni
a Parigi, uccisore del nobil giovinetto Giustino Victor, uffiziale
della Real Marina di sua Maestà il Re Carlo X, uno dei prodi della
spedizione di Morea.
Fu forza obbedire alla legge. Sir Eduardo si staccò con nobile
rassegnazione e con coraggio dalla sventurata Lucia, e fu tradotto
innanzi alle Autorità competenti per essere interrogato sul funesto
accaduto.
Si comprende facilmente che lo stesso Federico aveva fatto denunziare
il delitto alla giustizia.
Tutta Parigi fu commossa al domani dal miserevole caso. L’avvenimento
era in diversi modi raccontato e spiegato nei crocchi e dai giornali;
e un giorno intero trascorse in comenti, in chiose e interpetrazioni
sull’assassinio della strada D... Il giorno vegnente, tutto era
dimenticato: e il nome di Giustino Victor non si ritrovava più che
sulle labbra de’ suoi inconsolabili amici.
La notizia di questa morte miseranda era corsa a Auteuil con la
rapidità del baleno. Lasciamo all’immaginazione de’ nostri lettori la
dipintura del dolore d’Isalina d’Orbeil e di tutta la sua famiglia. Per
qualche giorno la giovinetta fu creduta morta.
Dagli occhi di Augusto eran cadute lagrime abbondanti di angoscia
disperata, perciocchè qual fratello egli amava il Victor.
Il nero disegno del Lennois era al tutto compiuto. Tre famiglie, da lui
abborrite, erano immerse nel lutto e nel dolore.
Egli si accingeva intanto a raccogliere i frutti del suo tradimento di
Pisa: il giorno dell’apertura della Grande Esposizione si avvicinava.
II.
IL SALONE DEL 1829
Ogni anno Parigi invita i suoi abitanti ad ammirare le opere di pittura
e di scultura, le quali sono credute degne di essere presentate agli
sguardi d’una colta nazione. Ogni anno il giurì decreta il premio al
migliore de’ lavori esposti, e distribuisce gran numero di medaglie
a’ più valorosi concorrenti. Per tre mesi consecutivi il pubblico
parigino accorre in folla, sia nelle Gallerie del Louvre, dove per lo
passato si tenea l’esposizione, sia nel Conservatorio, alla sala de’
_Minuti-Piaceri_, sia al palazzo delle Tuillerie, sia al palazzo Reale.
I parigini accorrono sempre in folla dovunque li chiama un novello
spettacolo, di qualunque maniera si sia; e per essi è indifferente lo
assistere così ad una di quelle scene che si chiamano _sommosse_, come
trarre ad una pubblica mostra di belle arti.
L’annuale Esposizione è dunque pe’ Parigini uno spettacolo come ogni
altro, un divertimento come qualunque altro, un motivo per aggrumolarsi
in un luogo e far folla e rumore, per vedere ed essere veduti, per
avere di che discorrere par qualche giornata.
Ma queste pubbliche esposizioni, comecchè incuoranti gli artisti e
feconde di belle opere, quantunque commendevoli sotto ogni aspetto e
onorevoli per lo Stato, che schiude il campo a nobil gara d’ingegni,
non potranno giammai far nascere sul suolo della Francia quella
scintilla divina che crea i Raffaelli, i Michelangeli, i Tiziani.
Le sublimi arti della pittura e della scultura non si innalzano che
coll’innalzamento dell’anima sul plasticismo della creta. Quanto più il
pensiero dell’artista si sublima e sorvola alla terra, tanto più il suo
concepimento è ispirato, e l’opera sua è immortale.
La Fede innalza l’anima e crea il genio.
La storia e i misteri della religione di Cristo aprono il campo alla
vasta ispirazione, e fanno scaturire dall’argilla tesori di celesti
bellezze che sfidano il soffio onnipossente dei secoli.
Gli artisti italiani sono grandi e immortali perchè ispirati.
Iddio ha benedetto e fecondato di genii le terre della penisola. Ma che
diremo della Francia? Essa non ebbe mai sommi artisti ed opere di arte
veramente grandi e immortali.
I soggetti storici profani, le imitazioni mitologiche, le dipinture
erotiche non innalzarono giammai un nome al di sopra della mezzanità.
Tutto ciò che tende a corrompere la morale e i costumi non vive che una
vita efimera; imperocchè dal fondo dell’umana coscienza si leva sempre
un grido di riprovazione e di biasimo su tutto ciò che non è conforme
a’ dettami della eterna legge di virtù.
Un vasto ingegno del nostro secolo, cosmopolita più che francese, il
signor di Chateaubriand imprendeva in ampie proporzioni nel suo Genio
del Cristianesimo a far rilevare la superiorità degli autori e artisti
cristiani su i profani. Il libro del signor di Chateaubriand è un
monumento onorevole innalzato alle bellezze della poesia cristiana,
in un tempo in cui la tirannide sacerdotale e gli eccessi della corte
papale aveano scrollata e fatta cader la fede da’ cuori. D’altra parte,
l’Enciclopedia e le empie sette dell’ateismo beffardo aveano preteso
dimostrare la sterilità del dogma cristiano e la sua impossanza a
fecondare il genio. Ciò fu solennemente smentito, dapprima dal ragionar
matematico del gran Pascal, cui Voltaire avea regalato il nome di
_pazzo sublime_, non potendogli contrastare la elevatezza della mente,
e quindi dal signor Chateaubriand, il quale trasportò nel secolo
decimonono, purificate dalla luce cristiana, le forme antiche e la
poesia di Omero.
È indubitato che l’arte e la poesia profana mancano di una delle più
grandi bellezze, di cui son ricche l’arte e la poesia cristiane, quella
cioè dell’ineffabile incanto che spargon sull’anima i pensieri della
sua immortale natura, d’una vita migliore dopo il passeggiero esilio
in questa valle di lagrime, d’una Provvidenza che regge con eque mani
le sorti degli uomini. Il vago dell’infinito predomina nella poesia
cristiana: la mente è sollevata dalle basse regioni del fango della
terra: l’uomo chiamato ad alti e nobili destini, sembra sdegnare tutto
ciò che lo assimila al bruto. La sventura e la morte stessa sorridono
e si cingono il capo di rose imperiture. Non vi ha che la religione
cristiana la quale sparga un incanto fin sul sepolcro.
Il filosofo di Ferney scrisse mille volumi; e una sola volta egli fu
sublime, quando accattò un subietto di tragedia a quella religione,
che egli avea schernita. La _Zaira_ di Voltaire è la più grande
confutazione delle opere di questo autore.
Le grandi bellezze de’ nostri poeti, le opere immortali de’ pittori e
degli scultori italiani, i poemi che hanno illustrato la letteratura
tedesca e slava, van debitori al genio e alle credenze della nostra
religione, feconda madre e ispiratrice di tutte le fonti del vero e del
bello.
Il genio artistico è soltanto italiano e cristiano.
Le gallerie del Louvre si aprivano, il 15 luglio, alla grande
Esposizione di belle arti. Il così detto Salone del 1829, siccome
suolsi dimandare l’annuale Esposizione, fu uno dei più splendidi e
ricchi di opere di pregio. I più abili e rinomati dipintori e scultori
francesi mandarono al Louvre i prodotti di lunghi mesi di studi e di
meditazioni. Ogni genere vi facea sua mostra: ma il paesaggio la vincea
sulla figura istorica.
Non faremo una minuta disamina dei lavori che erano esposti nelle
sale del Museo: tardo e superfluo ciò sarebbe, dappoichè nei giornali
di quel tempo si parlò a lungo di questa Esposizione, il cui grido
(esempio raro) valicò le Alpi e si fece udire in Italia. Gli è vero
che il Salone del 1829 non menò questo rumore che per un quadro, La
_Preghiera_ (opera di genio italiano) e pe’ fatti singolari che questo
quadro fe’ nascere, i quali verremo esponendo nella nostra presente
narrazione. Ciò non di meno, il riverbero di quella gran luce, la quale
venne soffusa dal sublime concepimento del Ferraretti, miseramente
spogliato dell’opera sua, rischiarò parecchi altri corpi opachi, i
quali, senza quello, sarebbero rimasti nelle più dense tenebre. Come
sarebbero eziandio rimasti ottenebrati i creduti capilavori nascosti
dalla fittizia muraglia che li copre in tempo di esposizione. Bensì, la
figura istorica e fantastica fu interamente ecclissata e scombuiata;
e a mala pena vien ricordato il quadro della _Morte di un Monaco_
del pittore Adolfo P..... il quale lavoro avrebbe forse richiamata
l’attenzione del pubblico parigino, se la _Preghiera_ non avesse
esaurito le sorgenti dell’universale ammirazione.
E questo è, a nostro credere, il più grande elogio che far si possa, in
questa occasione, a’ Parigini: l’aver saputo estimare al suo vero punto
di altezza un’opera italiana. È vero che essi credevanla francese,
credendola prodotta dal pennello del Ducastel.
Non sì tosto furono schiuse le porte delle Gallerie del Museo
artistico, una folla stragrande vi si precipitava, fermandosi poco alle
prime tele e stivando fino alla soffocazione quella dov’era la tela
rappresentante, la _Preghiera_. Già la voce di questo capolavoro era
corsa in Parigi, precedentemente all’apertura dell’Esposizione: e tutti
i cultori e dilettanti di pittura erano venuti ad ammirare l’opera del
giovine artista, il cui nome era già sulle labbra di tutti.
Il Giurì avea fatto situare il quadro del Ducastel nelle più favorevoli
condizioni di spazio e di luce. Tutte le altre tele di soggetti storici
che erano nella medesima sala pareano fulminate dalla grandezza e
sublimità del concepimento della _Preghiera_.
Un grido d’irrefrenabile ammirazione scappava dall’anima di tutti
i riguardanti, non appena i loro occhi si portavano sulla singolar
dipintura. E poscia era un susurro che non terminava mai, un mormorio
di elogi infiniti che eran trovati sempre inferiori al merito del
lavoro, il quale veniva esaminato con iscrupolosa attenzione in
tutte le sue minute bellezze. La lingua francese, tanto ampollosa e
esagerata nei suoi avverbi ed aggiunti, si trovava povera e meschina
nello esaltare quell’opera maravigliosa. La Francia non avea veduto
giammai un simile prodigio della arte: era la prima volta che il genio
riempiva di luce inusitata le Gallerie del Louvre.... Quel quadro era
un’emanazione dell’essenza purissima dell’anima prigioniera della vita,
era una rivelazione della possanza della Fede a circondare una creatura
di raggi immortali, e a torle dalla fronte tutto ciò che vi pone di
scuro e di tristo l’umana fralezza.
Durante i primi giorni dell’Esposizione ci fu bisogno della forza
armata per impedire che un disordine accadesse per l’immensa quantità
di gente che fluiva da tutt’i quartieri di Parigi per la curiosità di
vedere il già famoso dipinto. Quelli che erano una volta entrati, non
volevano più uscire, incantati e rapiti in cielo dalle bellezze del
quadro, e, anche volendo, non potevano tornar fuori, essendo stretti
e pigiati in tutt’i versi. Intanto l’impazienza vincea quelli che
aspettavano di fuora, i quali bruciavano dal desiderio di trovarsi al
cospetto della magnifica tela.
I forestieri, ed in particolar modo gl’Italiani che erano a Parigi,
mandavano già in tutta fretta ai loro rispettivi paesi la notizia
del capolavoro di cui la Francia andava superba; e i fogli di tutta
Europa consegnavano il nome di Ferdinando Ducastel alla venerazione dei
contemporanei e dei posteri.
Tutta Parigi era ripiena di quel nome. Nei caffè, nei teatri, nelle
case private, alla Corte, non si parlava che di Ferdinando Ducastel: e
da tutti si chiedea con premura chi fosse costui, dove avesse studiato,
quali le sue aderenze; se avesse fatto altri lavori, ed esposto altri
quadri negli anni scorsi.
In un baleno si seppe che il quadro _la Preghiera_ era venduto allo
scozzese Eduardo Horms, uccisore del giovine uffiziale Giustino Victor,
avvenimento che pochi giorni addietro avea desto tanto rumore a Parigi.
Il prezzo del quadro era portato alle stelle. Chi asseriva essere
stato venduto per un magnifico feudo di Edimburgo, chi per un castello
baronale con parco e poderi d’immensa estensione, e chi pel prezzo di
un milione di lire sterline.
Il nome di Ferdinando Ducastel diventò alla moda: estimavasi felice
chi poteva avvicinar questo artista, parlargli, stringergli la mano.
L’albergo Mirabeau era giorno e sera assediato da visitatori.
Un’altra delle detestabili passioni del Lennois era appagata! Egli
otteneva quel trionfo e quel grido ch’erano stati sempre nei sogni
della sua vita.
Due mesi all’incirca erano passati dacchè il quadro _la Preghiera_ era
esposto nei lunghi corridoi del Louvre, quando una mattina, una donna,
giovine e bella, tutta vestita a bruno, restava lunghe ore al cospetto
della tela del Ducastel, senza avvedersi di essere fatta segno alla
universale attenzione: È impossibile rendere l’espressione delle sue
sembianze: la sorpresa e il dolore si leggeano su quella bianchissima
faccia.
Ella era rimasta gran tempo immobile dinanzi al quadro, immersa nei
suoi pensieri. Urtata, stretta, sospinta dalla gente che traeva sempre
in gran folla ad ammirare il gran dipinto, parea che niente avvertisse,
e che il movimento che si faceva intorno a lei non colpisse i suoi
sensi.
Questa donna si partìa poscia dal Louvre in gran fretta: sembrava
uscita di senno: nei suoi begli occhi lampeggiava un’estrema
risoluzione. Ella fermossi alla Piazza del Carrousel, e fece un passo
come se avesse voluto ritornare indietro; ma questo pensiero durò un
istante: attraversò correndo le Tuillerie, e, arrivata alla porta del
Giardino, fe’ ristare una carrozza da nolo, vi si gittò dentro, e disse
al cocchiere:
— Albergo _des Princes_.
III.
SOSPETTI
Mentre il nome di Ferdinando Ducastel menava tanto rumore a Parigi e
fuora; mentre il trionfo, i plausi e la gloria gli sollevavano il cuore
per troppa felicità, le tre famiglie che egli aveva immerse nel dolore
e nel lutto rimanevano tuttavia sconsolate e misere. Riserbandoci di
occuparci in appresso della famiglia di Orbeil a Auteuil, gittiamo uno
sguardo all’Albergo _des Princes_ dove abbiam lasciata la sventurata
Lucia, piangente sulla sorte del marito.
È il dopo pranzo di un giorno di settembre. La famiglia è raccolta in
quel salotto in cui la prima volta Federico Lennois fu presentato alla
moglie di sir Eduardo.
Ad un sofà, situato colla spalliera all’uscio del salotto, sono sedute
due giovani donne, sulle cui sembianze si legge il dolore di una
sventura scemata pertanto dal piacere di ritrovarsi assieme. Queste due
giovani donne sono Lucia Horms e Emma Barkley di Gonzalvo.
Costei è tutta vestita a lutto per la morte del padre. L’abito nero
rialza vieppiù la bianchezza abbagliante della sua carnagione: la
sua veste, di un tessuto di estremo lusso, è ricoperta di punte
d’Inghilterra, i suoi capelli le caggiono ancora in ricciaie di fulgido
ebano sulle spalle e sembrano mal sopportare un piccolo cappello a
larghi nastri ondati. La sua maravigliosa bellezza sembra accresciuta
in grazia di un leggier pallore che le copre il viso.
Niente di più bello a riguardarsi che queste due giovani amiche. La
più leggiadra pagina di un albo artistico sarebbe stata quella in
cui fossero state riprodotte quelle due persone, le quali alla beltà
naturale congiungeano tutto ciò che la eleganza e la ricchezza del
vestimento possono aggiungere alle attrattive di una donna.