Abbiam dettò che l’inferno pareva arridere a’ disegni del Lennois; ed

in fatti, la difficoltà di trovare il modo onde ingannar gli occhi di

Giustino e di sir Eduardo lo avrebbe forse fatto desistere; almeno per

qualche tempo, dal suo proposito, quando una strana casualità si offrì

a vincere ogni malagevolezza.

Essendo andato Federico una sera al teatro delle _Variétés_, pochi

giorni innanzi del 7 luglio, fu estremamente sorpreso di scorgere

in una delle attrici la Maddalena Bonnefille, che egli non avea

più riveduta da sette anni, e da quel dì che abbandonò il servigio

dell’Inglese. Ella era ancor giovane e bella, però che non potea contar

più di un trentaquattro anni; era riuscita una attrice di molto merito;

e la sua bellezza, rialzata e strebbiata dall’acconciatura teatrale,

non mancava di attrarle i sospiri dei leoni di Parigi e di qualche

vecchio conquistatore di ballerine.

Nella mente di Federico lampeggiò un pensiero che poteva esser fecondo

del più felice risultamento, in quanto al disegno che egli avea

formato.

Il domani, verso le dieci antimeridiane, ora molto mattutina per

una donna di teatro, Federico si faceva annunziare in casa della

Bonnefille.

Contro la sua aspettativa, egli fu ricevuto in un modo che lo sorprese.

Maddalena corse, in veste da camera, ad abbracciare l’antico suo

amante; il prese per mano, il menò nel salotto, e, al tutto dimentica

dell’offesa che avea ricevuta dal giovine Ducastel, fu verso lui

prodiga di tante dimostrazioni di amicizia e di affetto, che Federico,

dovè, a suo dispetto, convenire che talvolta la generosità si annida

nelle più corrotte nature. Di leggieri s’intende che Federico usò ogni

artificio di simulazione per farsi credere un’altra volta innamorato

di lei; promisele e protestò un attaccamento a tutta prova, e finì

col richiederle un testimonio di amicizia in una delicata faccenda. La

Bonnefille dichiarò ch’ella era avventurata di potergli essere utile

a qualche cosa; che avesse fatto assegnamento su lei per qualunque

emergenza, sendo ella disposta a provargli l’amor suo per via di ogni

sacrificio. Allora Federico le significò quel che si voleva da lei, e

dissele esser d’uopo che ella rappresentasse una parte in una privata

commedia che egli intendeva di fare. Trattavasi nè più nè meno, che

d’uno scherzo di quel genere che i Francesi chiamano _mistifications_:

le avrebbe dato spicciolata relazione di una donna di cui ella doveva

imitare perfettamente la vestitura e la voce; giacchè, per felice

combinazione, la statura era la stessa. Le avrebbe indicato il sito e

il giorno in cui ella dovea rappresentar questa parte.

Maddalena accettò con piacere un tale incarico, e tanto più volentieri

ch’ella seppe in seguito trattarsi di un convenio amoroso a mezza luce,

dov’ella sarebbe forse riuscita a illudere perfettamente la vista e

l’udito del giovine amante. Tuttavolta, un vago timore le si apprese

all’animo, quando seppe che c’era per lo mezzo un marito geloso, a cui

precisamente il malo scherzo era da farsi e che dovea creder lei sua

moglie. Federico rassicurolla su queste apprensioni, dicendole che ei

sarebbe stato presente alla commedia non visto che da lei; e che le

avrebbe, con segni concertati avanti, rivelato il momento, in cui ella

doveva abbandonare il campo, e sottrarsi con pronta fuga allo sdegno

del nuovo Otello. Ordinata questa astuzia, la quale avea presentato

non piccola difficoltà, restava a trovare il sito, ovvero la casa in

cui la trista commedia dovea rappresentarsi. Ma ciò non poteva generare

un serio imbarazzo, giacchè è noto esser Parigi una città comodissima

per ogni maniera di garbugli amorosi; imperciocchè vi sono quartieri

che offrono case, dove la morale soffre frequenti naufragi; però, dopo

qualche giorno di ricerche, riuscì al Lennois di trovare nella strada

D... una casa sfittata; e questa, visitata da lui e trovata comodissima

al suo intento, ei destinava a teatro della prava impresa.

Il 7 luglio, giorno designato alla vendetta del Lennois, era spuntato.

Un messo partiva all’alba per Auteuil, presentatore dell’apocrifa

lettera di Lucia Horms a Giustino Victor: mentre un’altra lettera,

anonima, era consegnata a Eduardo Horms a Parigi, nel momento che

questi usciva dallo albergo _des Princes_, per sue faccende.

La trama infernale ebbe, siccome è conto ai nostri lettori, la sua

piena riuscita. Il nobile e appassionato sir Eduardo, involontario

istrumento e vittima anch’egli della perfidia del francese Lennois,

si recava, con la morte nell’animo, alla maledetta casa di convenio,

dove volea con gli occhi propri accertarsi del temuto vero, e lavare

nel sangue dell’adultero la macchia che si faceva al suo onore. Tutto

era stato diabolicamente ordinato in guisa dal ribaldo Lennois, che non

pure il virtuoso Scozzese, acciecato di gelosia, ma lo stesso Giustino

fu tratto in inganno dalla simulata voce, dal portamento e dalle vesti

della scaltra commediante, la quale spinse a tal segno la simulazione,

che imitò finanche la dilicata riserbatezza e il nobil pudore di una

donna onesta, ma traviata dalla passione e dai pretesi mali trattamenti

del marito.

Un’orrenda tragedia avveniva. L’offeso marito facea rintronar l’aere di

quella casa con lo scoppio d’una pistola, e Giustino Victor cadea col

petto squarciato, vittima miseranda degli alti decreti di Dio.

E qui ritorniamo ad osservare che tutte le volte che un colpo

impensato e terribile annienta a sera un’esistenza che nel mattino

era sfolgorante di vita, di giovinezza e di felicità, è mestieri

riconoscere in questo fatto una di quelle tremende lezioni, con cui

l’Onnipotente punisce quelle colpe che sfuggono alle leggi degli

uomini.

Non sì tosto l’ombra del marito si prostese all’uscio della camera

dov’eran Giustino e la creduta Lucia, la commediante, già istrutta di

quello che aveva a fare, messo un gran grido fuggiva nel momento in che

si udiva lo scoppio dell’arma a fuoco.

Federico era stato occulto testimone dell’accaduto. Un riso feroce avea

contratto le sue labbra, allorchè avea visto disteso in sul suolo il

misero Giustino; e, nel momento in cui questi era per esalar gli ultimi

aneliti, facea risuonare agli orecchi di lui le parole: _Oggi è il 7

luglio, Giustino Victor; ricordati di Federico Lennois, del monello

d’Auteuil_.

Una delle tre funeste passioni che dominavano il cuore di Federico

era appagata, la vendetta: due altre rimanevano, del pari orrende e

dannose, l’invidia e l’ambizione. Vedremo più tardi a che menavanlo

queste turpitudini dell’anima sua, e fin dove Iddio segnava il termine

alle nequizie di lui.

È mestieri intanto rivolgersi allo sventurato sir Eduardo, il quale,

nel piacere indicibile che avea provato riabbracciando la moglie

innocente, avea per poco dimendicato che un sangue del pari innocente

era stato versato dalla sua mano, e che la giustizia degli uomini

avrebbe dimandato conto ed espiazione dell’omicidio.

Era chiaro che Eduardo era stato ingannato; ma chi era l’autore

della funesta commedia che era costata il sangue d’un uomo? Ecco ciò

che imbrogliava la ragione del misero, e facea delirar per dolore

quell’anima candida e virtuosa. Ei sapeva di non aver nemici di sorta,

e che nel breve tempo da che era di belnuovo a Parigi, poche aderenze

avea contratte; siccome era sicuro di non essersi attirata la nimistà

di alcuno la prima volta che egli avea visitata questa capitale. Come

spiegar dunque un fatto che non avea alcuna ragione plausibile, e

che pareva uno scherzo crudele del destino? Egli rileggeva la lettera

anonima che gli era stata consegnata; la facea leggere a sua moglie,

la quale raccapricciò d’orrore, si stemperò in amarissime lagrime,

pensando al vituperio che si volea gittar sul suo onore. Non potremmo

esprimer con parole adequate lo spavento misto di dolore onde fu presa

la nobil donna al racconto minuto che fecele il marito di quanto eragli

occorso. Ciò che più confondea le menti di entrambi era il pensare

chi fosse quella donna che tanto bene avea simulato per arte o per

mera casualità le vestimenta e la voce di lei Mistress Horms: nessuna

congettura potea reggere, nessuna supposizione; c’era da perdere il

senno. Un lampo tuttavia rischiarò la mente di Lucia; i biechi sguardi

di Federico Lennois, le sue significative maniere, l’aria di tristizia

che lo accompagnava; tutto ciò ritornava alla memoria di lei e le

metteva nell’animo un vaghissimo sospetto, ch’ella non si arrischiava

di aprire al consorte; giacchè ella stessa non sapea rendersi conto

d’una nefandezza senza motivi di un odio senza ragione tranne che,

pensava tra sè fremendo, quegli, per mala ventura innamoratosi di lei,

non avesse avuto l’animo di porre ad un pericolo di morte il marito, o

indurlo ad un atto di separazione, che avrebbe agevolata la via al malo

intento di esso Lennois. Queste erano impertanto semplici supposizioni,

ed anche tali da non doverci dar peso e comunicarle al marito. La

notte passò in veglia crudele. In sull’alba, un ordine di arresto era

scagliato contro sir Eduardo Horms, scozzese, dimorante da pochi giorni

a Parigi, uccisore del nobil giovinetto Giustino Victor, uffiziale

della Real Marina di sua Maestà il Re Carlo X, uno dei prodi della

spedizione di Morea.

Fu forza obbedire alla legge. Sir Eduardo si staccò con nobile

rassegnazione e con coraggio dalla sventurata Lucia, e fu tradotto

innanzi alle Autorità competenti per essere interrogato sul funesto

accaduto.

Si comprende facilmente che lo stesso Federico aveva fatto denunziare

il delitto alla giustizia.

Tutta Parigi fu commossa al domani dal miserevole caso. L’avvenimento

era in diversi modi raccontato e spiegato nei crocchi e dai giornali;

e un giorno intero trascorse in comenti, in chiose e interpetrazioni

sull’assassinio della strada D... Il giorno vegnente, tutto era

dimenticato: e il nome di Giustino Victor non si ritrovava più che

sulle labbra de’ suoi inconsolabili amici.

La notizia di questa morte miseranda era corsa a Auteuil con la

rapidità del baleno. Lasciamo all’immaginazione de’ nostri lettori la

dipintura del dolore d’Isalina d’Orbeil e di tutta la sua famiglia. Per

qualche giorno la giovinetta fu creduta morta.

Dagli occhi di Augusto eran cadute lagrime abbondanti di angoscia

disperata, perciocchè qual fratello egli amava il Victor.

Il nero disegno del Lennois era al tutto compiuto. Tre famiglie, da lui

abborrite, erano immerse nel lutto e nel dolore.

Egli si accingeva intanto a raccogliere i frutti del suo tradimento di

Pisa: il giorno dell’apertura della Grande Esposizione si avvicinava.

II.

IL SALONE DEL 1829

Ogni anno Parigi invita i suoi abitanti ad ammirare le opere di pittura

e di scultura, le quali sono credute degne di essere presentate agli

sguardi d’una colta nazione. Ogni anno il giurì decreta il premio al

migliore de’ lavori esposti, e distribuisce gran numero di medaglie

a’ più valorosi concorrenti. Per tre mesi consecutivi il pubblico

parigino accorre in folla, sia nelle Gallerie del Louvre, dove per lo

passato si tenea l’esposizione, sia nel Conservatorio, alla sala de’

_Minuti-Piaceri_, sia al palazzo delle Tuillerie, sia al palazzo Reale.

I parigini accorrono sempre in folla dovunque li chiama un novello

spettacolo, di qualunque maniera si sia; e per essi è indifferente lo

assistere così ad una di quelle scene che si chiamano _sommosse_, come

trarre ad una pubblica mostra di belle arti.

L’annuale Esposizione è dunque pe’ Parigini uno spettacolo come ogni

altro, un divertimento come qualunque altro, un motivo per aggrumolarsi

in un luogo e far folla e rumore, per vedere ed essere veduti, per

avere di che discorrere par qualche giornata.

Ma queste pubbliche esposizioni, comecchè incuoranti gli artisti e

feconde di belle opere, quantunque commendevoli sotto ogni aspetto e

onorevoli per lo Stato, che schiude il campo a nobil gara d’ingegni,

non potranno giammai far nascere sul suolo della Francia quella

scintilla divina che crea i Raffaelli, i Michelangeli, i Tiziani.

Le sublimi arti della pittura e della scultura non si innalzano che

coll’innalzamento dell’anima sul plasticismo della creta. Quanto più il

pensiero dell’artista si sublima e sorvola alla terra, tanto più il suo

concepimento è ispirato, e l’opera sua è immortale.

La Fede innalza l’anima e crea il genio.

La storia e i misteri della religione di Cristo aprono il campo alla

vasta ispirazione, e fanno scaturire dall’argilla tesori di celesti

bellezze che sfidano il soffio onnipossente dei secoli.

Gli artisti italiani sono grandi e immortali perchè ispirati.

Iddio ha benedetto e fecondato di genii le terre della penisola. Ma che

diremo della Francia? Essa non ebbe mai sommi artisti ed opere di arte

veramente grandi e immortali.

I soggetti storici profani, le imitazioni mitologiche, le dipinture

erotiche non innalzarono giammai un nome al di sopra della mezzanità.

Tutto ciò che tende a corrompere la morale e i costumi non vive che una

vita efimera; imperocchè dal fondo dell’umana coscienza si leva sempre

un grido di riprovazione e di biasimo su tutto ciò che non è conforme

a’ dettami della eterna legge di virtù.

Un vasto ingegno del nostro secolo, cosmopolita più che francese, il

signor di Chateaubriand imprendeva in ampie proporzioni nel suo Genio

del Cristianesimo a far rilevare la superiorità degli autori e artisti

cristiani su i profani. Il libro del signor di Chateaubriand è un

monumento onorevole innalzato alle bellezze della poesia cristiana,

in un tempo in cui la tirannide sacerdotale e gli eccessi della corte

papale aveano scrollata e fatta cader la fede da’ cuori. D’altra parte,

l’Enciclopedia e le empie sette dell’ateismo beffardo aveano preteso

dimostrare la sterilità del dogma cristiano e la sua impossanza a

fecondare il genio. Ciò fu solennemente smentito, dapprima dal ragionar

matematico del gran Pascal, cui Voltaire avea regalato il nome di

_pazzo sublime_, non potendogli contrastare la elevatezza della mente,

e quindi dal signor Chateaubriand, il quale trasportò nel secolo

decimonono, purificate dalla luce cristiana, le forme antiche e la

poesia di Omero.

È indubitato che l’arte e la poesia profana mancano di una delle più

grandi bellezze, di cui son ricche l’arte e la poesia cristiane, quella

cioè dell’ineffabile incanto che spargon sull’anima i pensieri della

sua immortale natura, d’una vita migliore dopo il passeggiero esilio

in questa valle di lagrime, d’una Provvidenza che regge con eque mani

le sorti degli uomini. Il vago dell’infinito predomina nella poesia

cristiana: la mente è sollevata dalle basse regioni del fango della

terra: l’uomo chiamato ad alti e nobili destini, sembra sdegnare tutto

ciò che lo assimila al bruto. La sventura e la morte stessa sorridono

e si cingono il capo di rose imperiture. Non vi ha che la religione

cristiana la quale sparga un incanto fin sul sepolcro.

Il filosofo di Ferney scrisse mille volumi; e una sola volta egli fu

sublime, quando accattò un subietto di tragedia a quella religione,

che egli avea schernita. La _Zaira_ di Voltaire è la più grande

confutazione delle opere di questo autore.

Le grandi bellezze de’ nostri poeti, le opere immortali de’ pittori e

degli scultori italiani, i poemi che hanno illustrato la letteratura

tedesca e slava, van debitori al genio e alle credenze della nostra

religione, feconda madre e ispiratrice di tutte le fonti del vero e del

bello.

Il genio artistico è soltanto italiano e cristiano.

Le gallerie del Louvre si aprivano, il 15 luglio, alla grande

Esposizione di belle arti. Il così detto Salone del 1829, siccome

suolsi dimandare l’annuale Esposizione, fu uno dei più splendidi e

ricchi di opere di pregio. I più abili e rinomati dipintori e scultori

francesi mandarono al Louvre i prodotti di lunghi mesi di studi e di

meditazioni. Ogni genere vi facea sua mostra: ma il paesaggio la vincea

sulla figura istorica.

Non faremo una minuta disamina dei lavori che erano esposti nelle

sale del Museo: tardo e superfluo ciò sarebbe, dappoichè nei giornali

di quel tempo si parlò a lungo di questa Esposizione, il cui grido

(esempio raro) valicò le Alpi e si fece udire in Italia. Gli è vero

che il Salone del 1829 non menò questo rumore che per un quadro, La

_Preghiera_ (opera di genio italiano) e pe’ fatti singolari che questo

quadro fe’ nascere, i quali verremo esponendo nella nostra presente

narrazione. Ciò non di meno, il riverbero di quella gran luce, la quale

venne soffusa dal sublime concepimento del Ferraretti, miseramente

spogliato dell’opera sua, rischiarò parecchi altri corpi opachi, i

quali, senza quello, sarebbero rimasti nelle più dense tenebre. Come

sarebbero eziandio rimasti ottenebrati i creduti capilavori nascosti

dalla fittizia muraglia che li copre in tempo di esposizione. Bensì, la

figura istorica e fantastica fu interamente ecclissata e scombuiata;

e a mala pena vien ricordato il quadro della _Morte di un Monaco_

del pittore Adolfo P..... il quale lavoro avrebbe forse richiamata

l’attenzione del pubblico parigino, se la _Preghiera_ non avesse

esaurito le sorgenti dell’universale ammirazione.

E questo è, a nostro credere, il più grande elogio che far si possa, in

questa occasione, a’ Parigini: l’aver saputo estimare al suo vero punto

di altezza un’opera italiana. È vero che essi credevanla francese,

credendola prodotta dal pennello del Ducastel.

Non sì tosto furono schiuse le porte delle Gallerie del Museo

artistico, una folla stragrande vi si precipitava, fermandosi poco alle

prime tele e stivando fino alla soffocazione quella dov’era la tela

rappresentante, la _Preghiera_. Già la voce di questo capolavoro era

corsa in Parigi, precedentemente all’apertura dell’Esposizione: e tutti

i cultori e dilettanti di pittura erano venuti ad ammirare l’opera del

giovine artista, il cui nome era già sulle labbra di tutti.

Il Giurì avea fatto situare il quadro del Ducastel nelle più favorevoli

condizioni di spazio e di luce. Tutte le altre tele di soggetti storici

che erano nella medesima sala pareano fulminate dalla grandezza e

sublimità del concepimento della _Preghiera_.

Un grido d’irrefrenabile ammirazione scappava dall’anima di tutti

i riguardanti, non appena i loro occhi si portavano sulla singolar

dipintura. E poscia era un susurro che non terminava mai, un mormorio

di elogi infiniti che eran trovati sempre inferiori al merito del

lavoro, il quale veniva esaminato con iscrupolosa attenzione in

tutte le sue minute bellezze. La lingua francese, tanto ampollosa e

esagerata nei suoi avverbi ed aggiunti, si trovava povera e meschina

nello esaltare quell’opera maravigliosa. La Francia non avea veduto

giammai un simile prodigio della arte: era la prima volta che il genio

riempiva di luce inusitata le Gallerie del Louvre.... Quel quadro era

un’emanazione dell’essenza purissima dell’anima prigioniera della vita,

era una rivelazione della possanza della Fede a circondare una creatura

di raggi immortali, e a torle dalla fronte tutto ciò che vi pone di

scuro e di tristo l’umana fralezza.

Durante i primi giorni dell’Esposizione ci fu bisogno della forza

armata per impedire che un disordine accadesse per l’immensa quantità

di gente che fluiva da tutt’i quartieri di Parigi per la curiosità di

vedere il già famoso dipinto. Quelli che erano una volta entrati, non

volevano più uscire, incantati e rapiti in cielo dalle bellezze del

quadro, e, anche volendo, non potevano tornar fuori, essendo stretti

e pigiati in tutt’i versi. Intanto l’impazienza vincea quelli che

aspettavano di fuora, i quali bruciavano dal desiderio di trovarsi al

cospetto della magnifica tela.

I forestieri, ed in particolar modo gl’Italiani che erano a Parigi,

mandavano già in tutta fretta ai loro rispettivi paesi la notizia

del capolavoro di cui la Francia andava superba; e i fogli di tutta

Europa consegnavano il nome di Ferdinando Ducastel alla venerazione dei

contemporanei e dei posteri.

Tutta Parigi era ripiena di quel nome. Nei caffè, nei teatri, nelle

case private, alla Corte, non si parlava che di Ferdinando Ducastel: e

da tutti si chiedea con premura chi fosse costui, dove avesse studiato,

quali le sue aderenze; se avesse fatto altri lavori, ed esposto altri

quadri negli anni scorsi.

In un baleno si seppe che il quadro _la Preghiera_ era venduto allo

scozzese Eduardo Horms, uccisore del giovine uffiziale Giustino Victor,

avvenimento che pochi giorni addietro avea desto tanto rumore a Parigi.

Il prezzo del quadro era portato alle stelle. Chi asseriva essere

stato venduto per un magnifico feudo di Edimburgo, chi per un castello

baronale con parco e poderi d’immensa estensione, e chi pel prezzo di

un milione di lire sterline.

Il nome di Ferdinando Ducastel diventò alla moda: estimavasi felice

chi poteva avvicinar questo artista, parlargli, stringergli la mano.

L’albergo Mirabeau era giorno e sera assediato da visitatori.

Un’altra delle detestabili passioni del Lennois era appagata! Egli

otteneva quel trionfo e quel grido ch’erano stati sempre nei sogni

della sua vita.

Due mesi all’incirca erano passati dacchè il quadro _la Preghiera_ era

esposto nei lunghi corridoi del Louvre, quando una mattina, una donna,

giovine e bella, tutta vestita a bruno, restava lunghe ore al cospetto

della tela del Ducastel, senza avvedersi di essere fatta segno alla

universale attenzione: È impossibile rendere l’espressione delle sue

sembianze: la sorpresa e il dolore si leggeano su quella bianchissima

faccia.

Ella era rimasta gran tempo immobile dinanzi al quadro, immersa nei

suoi pensieri. Urtata, stretta, sospinta dalla gente che traeva sempre

in gran folla ad ammirare il gran dipinto, parea che niente avvertisse,

e che il movimento che si faceva intorno a lei non colpisse i suoi

sensi.

Questa donna si partìa poscia dal Louvre in gran fretta: sembrava

uscita di senno: nei suoi begli occhi lampeggiava un’estrema

risoluzione. Ella fermossi alla Piazza del Carrousel, e fece un passo

come se avesse voluto ritornare indietro; ma questo pensiero durò un

istante: attraversò correndo le Tuillerie, e, arrivata alla porta del

Giardino, fe’ ristare una carrozza da nolo, vi si gittò dentro, e disse

al cocchiere:

— Albergo _des Princes_.

III.

SOSPETTI

Mentre il nome di Ferdinando Ducastel menava tanto rumore a Parigi e

fuora; mentre il trionfo, i plausi e la gloria gli sollevavano il cuore

per troppa felicità, le tre famiglie che egli aveva immerse nel dolore

e nel lutto rimanevano tuttavia sconsolate e misere. Riserbandoci di

occuparci in appresso della famiglia di Orbeil a Auteuil, gittiamo uno

sguardo all’Albergo _des Princes_ dove abbiam lasciata la sventurata

Lucia, piangente sulla sorte del marito.

È il dopo pranzo di un giorno di settembre. La famiglia è raccolta in

quel salotto in cui la prima volta Federico Lennois fu presentato alla

moglie di sir Eduardo.

Ad un sofà, situato colla spalliera all’uscio del salotto, sono sedute

due giovani donne, sulle cui sembianze si legge il dolore di una

sventura scemata pertanto dal piacere di ritrovarsi assieme. Queste due

giovani donne sono Lucia Horms e Emma Barkley di Gonzalvo.

Costei è tutta vestita a lutto per la morte del padre. L’abito nero

rialza vieppiù la bianchezza abbagliante della sua carnagione: la

sua veste, di un tessuto di estremo lusso, è ricoperta di punte

d’Inghilterra, i suoi capelli le caggiono ancora in ricciaie di fulgido

ebano sulle spalle e sembrano mal sopportare un piccolo cappello a

larghi nastri ondati. La sua maravigliosa bellezza sembra accresciuta

in grazia di un leggier pallore che le copre il viso.

Niente di più bello a riguardarsi che queste due giovani amiche. La

più leggiadra pagina di un albo artistico sarebbe stata quella in

cui fossero state riprodotte quelle due persone, le quali alla beltà

naturale congiungeano tutto ciò che la eleganza e la ricchezza del

vestimento possono aggiungere alle attrattive di una donna.

Federico Lennois · 第 16 / 22 段