— Non occorre dirti tutto quello a cui ho pensato. Soltanto voglio

farti una semplice interrogazione: Mi amerai tu un poco quando io ti

avrò renduto alla libertà?

Federico si fe’ rosso come brace e mormorò sotto voce:

— Cercherò di provarvi un giorno la mia riconoscenza.

— Ascoltami bene. Hai tu veduto il figliuolo del nostro carceriere?

Hai tu osservato ch’ei ti rassomiglia a capello, per la statura e pel

volto, tranne che quel fanciullo ha una faccia stupida e selvaggia,

mentre la tua è nobile ed intelligente? Spesse volte suo padre lo mena

da noi ed il fa restare qui qualche tempo. È certamente il cielo che ha

fatto questo prodigio di rassomiglianza per salvar te, e per fare che

io nobiliti la mia vita con una bella azione. Avvenga che può, ecco il

proponimento che ho formato. La prima volta che quel fanciullo tornerà

da noi e resterà qui, ti spoglierai in un attimo dei miseri cenci che

ti coprono, mentre io svestirò il fanciullo de’ suoi panni. Tu te ne

vestirai al più presto, e uscirai fuori della prigione, imitando la

voce e l’andatura del figlio del carceriere. Tu hai senno ed abilità;

saprai con destrezza raggiungere la porta maggiore ed illudere i

custodi, i quali sono da molto tempo avvezzi a veder entrare ed uscire

questo fanciullo. Una volta che sarai fuori di questo carcere, non

indugiare ad abbandonare Parigi. Ho pensato anche ad un poco di denaro

che ti sarà necessario ne’ primi giorni della tua fuga. Non sì tosto

sarai libero, ti recherai al _Boulevard_... numero 13 bis: entrerai nel

fondo di una specie di cantina posta alla dritta di un angusto cortile;

scenderai alcuni gradini, e in una fossetta, solidamente ricoperta da

una pietra, troverai qualche centinaio di franchi in oro che io solea

conservare per le inattese emergenze. Hai ben capito?

Federico restò trasognato e stupefatto; affisava con istupore

grandissimo quell’uomo straordinario, credendo che il detto da lui

fosse un’amara burla; ma le sembianze del ladro eran questa volta gravi

e solenni, e sulla sua fronte pallidissima raggiava la contentezza di

una nobile azione.

— E che ne sarà di voi? dimandò Federico. La giustizia non vi chiederà

conto della mia sparizione?

— Non penso a questo. Ho tante volte meritato il gastigo per turpi

azioni, che ora son contento di meritarlo per una buona; e tante volte

ho trovato l’impunità alle mie colpe, che ora spero trovarla alle mie

virtù. Ad ogni modo, io sono risolutissimo di salvarti, e ci riuscirò,

purché mi secondi con destrezza e senza titubare.

La fortuna non poteva meglio favorire l’ardito proponimento del

Dumourier. Non passarono due o tre giorni; e l’occasione si presentò

mirabilmente propizia.

In pochi minuti il travestimento era operato. Dumourier avea ligata

la sua cravatta alla bocca del figliuolo del carceriere, e il tenea

fermo per le braccia; mentre Federico, vestito coi panni del fanciullo,

ingannava la vigilanza delle guardie, passava con gran disinvoltura per

tutti gli usci delle carceri, e riusciva a raggiungere sano e illeso il

sito indicatogli dal suo salvatore.

V.

FEDERICO PITTORE

Tutto accadde appuntino siccome era stato ne’ desiderii del Dumourier e

di Federico.

Con somma sorpresa mista di piacere costui ritrovò al sito indicato

il danaro, di cui il ladro gli facea dono; e in questo singolare

avvenimento la logica del piccolo Lennois era sconcertata: chè egli

non potea persuadersi come da un uomo che rubava per mestiero fossegli

stata fatta sì bella azione, senza veruna mira d’interesse. Se

Federico fosse stato più grandicello e più atto a ragionamenti sodi e

imparziali, avrebbe di leggieri riconosciuto il suo torto nel giudicare

troppo prestamente degli uomini e nel crederli tutti incapaci di

bene; ma egli era in quell’età in cui i giudizii son figli delle prime

impressioni; e queste avevano lasciato tale impronta d’odio nel cuore

del giovinetto, da non poter più cancellarsi per qualsivoglia salutare

effetto di virtù.

Federico si ritrovò nel medesimo stato in cui era quando giunse a

Parigi, colla sola differenza che la prima volta lacero e scalzo egli

aveva addosso un sacchetto di monete di rame, ed ora, vestito un poco

più decentemente, aveva nella tasca dei suoi calzoni una decina di

napoleoni, moneta al tutto nuova per lui. Aggiunger fa d’uopo che

cinque o sei mesi di prigionia aveano accresciuto cinque o sei anni

sulle spalle del fanciullo, per modo che egli aveva ormai l’aspetto di

un giovinetto a sedici anni: un’ombra di barba eragli già spuntata in

sul basso del volto.

Bisognava abbandonar Parigi al più presto, secondo il consiglio e

le raccomandazioni di Dumourier. La sua ulteriore permanenza nella

capitale poteva esporlo ad una seconda cattura, dalla quale non

avrebbe potuto facilmente liberarsi, e che avrebbegli precluso il

cammino ad ogni impresa, ad ogni ventura. Ma come abbandonar Parigi?

Dove dirigersi? Che via prendere? Federico fermò di affidare al caso

il pensiero della sua sorte futura. Spesse volte è questo il miglior

partito, cui un uomo si possa appigliare, e che non raramente è fecondo

di lieti successi.

Dumourier gli avea dato alcune indicazioni per isfuggire alle ricerche

della Giustizia, e gli avea consigliato cangiar tostamente di nome.

— Fatti chiamare, per esempio, Ferdinando Ducastel: questo è un nome

come gli altri, ed ha il vantaggio di non essere conosciuto che da noi

due.

— Ferdinando Ducastel! pensò Federico; ed è questo un nome inventato?

— Perfettamente inventato, soggiunse il ladro; possa questo nome

portarti la buona ventura!

— Ed io mi chiamerò Ferdinando Ducastel, esclamò il giovinetto; d’ora

in poi il maledetto nome di Federico Lennois rimarrà sepolto in questa

prigione.

— Grazie del buon augurio! avea detto il ladro ironicamente: spero

almeno che non rimanga sepolto con me.

Ecco in qual modo Federico era divenuto Ferdinando Ducastel; ed ecco

il perchè tanto gli premea che il suo primo nome non fosse trasparito a

Parigi, dove potea esporlo a pericoli ed a rischi.

Noi non vogliamo tener dietro passo a passo alla storia di questo

giovinetto, e ci terremo contenti di aver narrato le principali

avventure occorsegli nella prima sua età, e le quali abbiamo estimate

necessarie alla intelligenza e allo sviluppo del dramma che abbiam

preso a raccontare. Or non faremo che accennar di volo quelle cose che

servir debbono all’appicco della presente narrazione, per ritrovare il

nostro protagonista al punto in cui il lasciammo alla fine della prima

parte, vale a dire, al momento di aver compiuta la sua turpe vendetta

sull’infelice Giustino Victor.

A Federico non riuscì di abbandonar Parigi che dopo un quindici giorni

dalla sua fuga dalla carcere. Un Inglese lo tolse a’ suoi servigi, il

menò seco a Marsiglia, e di là imbarcollo per l’Italia.

Da questo tempo incominciò una vita novella pel Lennois. L’Inglese, suo

padrone, ricco e splendido, viaggiava da gran signore, e profondeva il

danaro a larga mano. Egli è facile intendere che Federico non si facea

scrupolo alcuno di rubare il Milord il meglio che fatto gli venisse:

il suo scopo era di accumular quattrini per crearsi una posizione

indipendente e scegliersi un’arte, un mestiero che più gli convenisse.

Nelle lunghe ore di ozio che spesso egli godeva, aveva imparato a

leggere e a scrivere: il suo maestro era stato una bella cameriera sua

compatriotta, la quale era benanche ai servigi del viaggiatore Inglese,

e che in breve tempo diede a Federico un corso compiuto di educazione.

Questa cameriera, vivace, destra, insinuante e facile ad abbandonarsi

alle tendenze del proprio gusto, avea fatto di quel fanciullo un

uomo, nella speranza di formarsene più tardi un marito. Con siffatto

proposito nell’animo, Maddalena Bonnefille (tal era il nome di questa

donna) dava mano ai furti del suo diletto Ferdinando, e lo spingea, con

ogni maniera di seduzione, ad innamorarsi di lei.

Ma tutt’altra idea era nell’animo del Lennois, il quale nudriva il più

profondo disprezzo per questa donna, e avea sempre scolpito nel cuore

il giuramento che avea fatto sulla tomba del suo cane.

Noi non faremo certamente il torto a’ nostri lettori di far loro

credere che Federico Lennois fosse un gran malvagio, solo per

serbar fede ad un giuramento inetto e fanciullesco. La costanza in

qualsivoglia cosa non è nel sangue francese. Federico era malvagio,

perchè tale lo avean fatto le circostanze della sua vita, la mancanza

di ogni educazione intellettuale e morale, e l’influenza d’una società

corrotta fin nelle visceri.

L’Inglese avea, come la maggior parte dei suoi compatriotti, un gran

gusto per le arti, e massimamente per la pittura. Egli spendea di belle

somme per quadri antichi e moderni; e la sua casa o albergo era sempre

assediato da artisti, da rivenduglioli e da altra gente barattiere di

tavolette, d’incisioni e di costumi. Federico si mischiava sempre in

cosiffatti negozi, e si faceva pagare i dritti di mezzano: alcune volte

comprava egli stesso qualche quadro di alcun pregio (però che egli avea

una straordinaria attitudine naturale alla pittura), e il rivendea,

pel doppio del valsente, al suo padrone. E questo continuo traffico

con dipintori, con negozianti di quadri e restauratori finì col porre

nell’animo di Federico la voglia di studiare l’arte. E vi si pose con

animo fermamente deliberato, con ardore, con desiderio di apparare

bene e presto. Al che inducevalo eziandio e spronavalo il suo medesimo

padrone, il quale, come vide i primi sforzi del suo valletto e la sua

grande bramosia di apprendere, il provvide di maestri, di disegni, di

lapis, di matitatoi e pennelli; e si compiaceva oltremodo de’ progressi

del giovinetto.

Federico avea ottime naturali disposizioni per ogni maniera di

disciplina. In tutto il tempo che egli stette al servigio dell’Inglese,

il quale molto lo amava ed avea per lui somma indulgenza, egli imparò

con facilità l’italiano e l’inglese. Fenomeno strano e singolare,

questo giovine offriva in sè la più curiosa contraddizione di gusti,

di tendenze, di passioni. Il suo cuore era corrotto e depravato:

nessun sentimento virtuoso e nobile il faceva battere, tranne quello

d’una sfrenata voglia di elevarsi e di far parlare di sè. Nudriva

nell’animo un pensiero costante di far rumore, di spandere il suo nome:

non sapeva il come nè con quali mezzi; ma era deciso di afferrare

la prima congiuntura. Pensava in sulle prime di gittarsi al teatro;

imperciocchè sentiva che sarebbe riuscito un buon artista drammatico;

la sua persona, la sua voce, l’arte di simulare che egli aveva appresa

alla perfezione, erano altrettante raccomandazioni per un attore: e

forse egli si sarebbe col fatto posto in sulle assi d’un proscenio,

se i lusinghieri elogi ond’erano accompagnati i suoi primi passi nella

pittura non avessero deviato i suoi pensieri dal teatro, ponendogli in

cuore la più viva speranza di gloria.

Maddalena intanto vedeva con estrema gioia gli avanzamenti del suo

amante nella pittura; udiva con giubilo le lodi onde veniva incorato,

e non rifiniva di spingerlo a sposarla; imperciocchè la scaltra

donna prevedea che crescendo Federico negli anni e nei meriti avrebbe

disdegnata una donna, già matura, e che non poteva neanche offrirgli

quello che forma la più grande attrattiva per un giovin cuore, la

novità del possedimento della donna che si ama. Maddalena Bonnefille

sperava nel sentimento di gratitudine ond’esser dovea preso il cuore

dell’amante.

Ma un bel dì la benda cadde dagli occhi della sciagurata! Federico,

il quale più non potea sopportarla, non seppe porre un freno al suo

disprezzo e alla sua avversione, e apertamente le disse che egli

non volea saperne di nozze; ch’era stanco di lei, e che se ella non

ponea fine alle vessazioni di amore con che lo tormentava, avrebbe

abbandonato il paese dove si trovavano. La Bonnefille pianse, si

disperò, si scaraffò i capelli, giurò di vendicarsi: una parola

trasse l’altra, ed avendo ella dato a Federico gli epiteti di ladro e

peggio, costui, salito in gran furia, le colpì la guancia e la caricò

d’ignominiosi epiteti.

Il giorno stesso la Bonnefille rivelò all’Inglese tutte le peccata

domestiche del Ducastel; e questi veniva ignominiosamente cacciato da

quella casa.

Un tal fatto era accaduto a Genova. Federico avea allora diciassette

anni ed avea fatto grandi progressi nella pittura: risolvette di

percorrere l’Italia a fin di studiare su i capilavori di cui è ricca

questa terra. Egli aveva accumulato un denaro bastante per qualche

anno. D’altra parte, ei cominciava oggimai a vendere le sue dipinture

ed a prezzi non del tutto scoraggianti.

Federico volea visitare, innanzi tutto, la sede della maggior gloria

artistica italiana, Roma, la città dei monumenti colossali; sperava

attinger colà maggiore ispirazione. Lunga permanenza ei fece a

Roma, essendovi rimasto per circa tre anni. A dispetto di tutt’i

suoi studi, egli non era riuscito che un mediocre pittore. Dicemmo

altrove i difetti della sua maniera, difetti i quali in verità non

erano riconoscibili che dall’occhio esperto di un valente artista;

imperciocchè Federico avea abilità (comune quasi a tutti gli artisti

francesi) di dare ai suoi lavori tali artificii che colpivano a prima

vista per elevatezza di stile, per vigoria di tinte e per risalto

dei primi piani. Ma questo orpello e questa vernice non potevano

che abbagliare per un momento; e tosto doveano i suoi quadri cadere

sviliti innanzi alla grandezza del genio italiano. Però gigante

sorgea nell’animo di Federico l’ignobil passione dell’invidia, nutrita

giorno per giorno dal rumore che menavano in presso che tutte le città

d’Italia i lavori di un Marsigli, di un Guerra, di un de Vivo, tra i

Napolitani, e di cento altri nomi che in quel tempo si contendeano il

primato dell’arte in Italia. A Roma, dove traggono i più eletti ingegni

artistici della penisola, il Lennois o il Ducastel trovava dunque un

pascolo quotidiano al tossico d’invidia che gli rodeva il cuore; e

quanto più ei vedeva riuscir vani ed infruttuosi i suoi lunghi sudori

stemperati sulla tela, quanto più trovava ribelli il cuore e la mano

allo impulso della volontà, perciocchè Dio non soffia l’alito del genio

ne’ cuori malvagi, tanto più egli si arrovellava contro sè medesimo, e

malediceva la sterilità dei suoi concepimenti, e la terra, formicolaio

di geni che egli calcava, e pensava talvolta di torsi una vita che

gli riusciva importabile. Nelle logge del Vaticano, in quelle gallerie

dove un Raffaello, un Michelangelo, un Giulio Romano respiravano ancora

nelle sublimi produzioni de’ loro pennelli, in quegli asili dove tutto

è grande, Federico si sentiva schiacciato, come il serpe dal piede

della Donna Immacolata.

Non potendo pareggiare il merito degli artisti suoi contemporanei,

egli erasi appigliato al facil partito di screditarli colla più bassa

calunnia. Finto, ipocrita e insinuante, ei visitava gli studii dei

pittori, stringeva a costoro la mano, lor si dichiarava ammiratore

entusiasta, chiedeva il permesso di vederli a lavorare, e sperticava

lodi infinite anche ai meno saliti in rinomanza. E non sì tosto si

partia da qualcuno di loro, ivane dicendo il più gran male del mondo,

affastellava bugie, inventava storielle, accagionavali di sfacciati

plagii, e improvvisava originali a quelle pretese copie. Non si facea

scrupolo di fare scrivere vilmente articoli di biasimo contro le più

colossali riputazioni: in somma, egli si dava, per uccidere la fama

degli altri, più gran fatica che per crearsi la propria.

Così stando le cose, e vivendo egli in Roma di malissimo animo da circa

tre anni, occorsegli un giorno un fatto singolare, che diede per poco

altra direzione ai suoi pensieri.

Egli era in sua casa un bel mattino, dando le ultime pennellate ad

un gran ritratto ad olio del cardinal L.... quando al suo sguardo si

offrì un forestiere che dimandollo se fosse lui il nominato Federico

Lennois. Lasciamo immaginare ai nostri lettori qual dovette essere la

sua sorpresa nel sentirsi interpellato, con un nome, che egli credea

sepolto nella prigione di Parigi. Impallidì siffattamente, che lo

straniero ne fu per poco inquieto, e dissegli che non si smarrisse

d’animo, perciocchè, lungi dallo avere ostili intenti contro lui,

amichevole era lo scopo della sua visita.

Avremo spiegato il tutto ai nostri lettori, quando avremo detto che

quello straniero era semplicemente Maurizio Barkley. Questi avea quella

stessa incombenza che aveva adempiuto verso Daniele de’ Rimini, Eduardo

Horms, e le altre due figliuole del Baronetto. Soltanto molti anni

di ricerche, lunghi stenti e una incredibile pertinacia di proposito,

aveano potuto menare il Barkley al discoprimento del Federico Lennois

sotto il fattizio nome di Ferdinando Ducastel. È inutile il soggiungere

che Maurizio era latore d’una somma di denaro per questo figlio del

Baronetto e di una promessa di assegnamento mensuale, siccome per gli

altri quattro fratelli.

Fin dalla sua infanzia, Federico sapea di non aver padre; e quando

il nome di bastardello, lanciatogli in faccia da Augusto d’Orbeil

e da Giustino Victor, veniva a colpire il suo orecchio, comechè ei

non ne intendesse perfettamente il significato, davagli pertanto

un’idea vergognosa relativa ai suoi natali. Più tardi, ei comprese

il tutto; soltanto ignorava il nome di colui che gli avea dato per

madre una tigre. Maurizio serbò come sempre, il segreto di Edmondo, e,

contentissimo di aver discoperto un’esistenza che tanto gli premea,

si allontanava dal giovine artista, per trarre dove il chiamavano i

rimorsi e i timori del suo padrone ed amico.

Federico si trovò gittato in un’altra sfera di pensieri. Egli che si

credea solo ed abbandonato da tutti gli esseri, rinveniva, quasi caduto

dal cielo, un protettore, e forse un padre, che gli mandava, forse da

lontane terre, danaro e promessa di aiuto e di assistenza. Un pensiero

volò per la mente di Federico Lennois, lo stesso che avea fatto battere

il cuore a Daniele de’ Rimini, un pensiero che gli facea correre

per le vene un fuoco e gli ponea ne’ polsi la febbre: egli era forse

nato nobile e ricco! E quando pensava alla Zenaide, la quale tenea

nascosto, egli n’era certo, qualche rotoletto di oro, si riconfermava

nel pensiero che suo padre esser doveva un alto personaggio. Ma come

e perchè questo tardo riconoscimento? perchè il paterno suo affetto

eragli nato dopo vent’anni? Ecco ciò che imbrogliava la testa del

Lennois, e ciò che egli sperava il tempo avrebbegli rischiarato.

Certo è che ormai egli era ricco, o almeno agiato a segno da non aver

più d’uopo del pennello per vivere; vedea lampeggiar nel futuro una

speranza di gloria o qualche cosa di simile che gli sorridea e davagli

sprone a gittarsi con fidanza in balìa della sua sorte.

Dopo non guari dalla visita di Maurizio, Federico abbandonava la città

di Roma e traeva a Napoli, dove spese qualche anno più negli svagamenti

e nell’ozio che negli studii. Tuttavolta ei non trascurava di coltivar

l’arte sua, e di malignare gli artisti che in quel tempo, vale a dire

negli anni 1825-29, in gran copia fiorivano in questa capitale, dove

le arti belle han trovato mai sempre di valenti ed operosi cultori,

comechè pochissima protezione nelle alte classi e nel governo. A

Napoli, Federico ebbe agio di ammirare gli stupendi lavori della

Scuola Napolitana, diffusi in quasi tutti i templi della metropoli, e

abbondanti sovrammodo in quello archivio di gloria domandato il Museo,

monumento che riverbera i suoi raggi di gloria sulla schiera de’ genii

immortali che ivi son raccolti.

Federico visitò in appresso la Toscana. Firenze, la bella città, la

patria dell’Allighieri, offrì all’invido sguardo del Francese i suoi

mille monumenti, che parlano al cuore e alla fantasia, e che danno a

questa città a giusto titolo il nome di sede della civiltà italiana.

Nella capitale della Toscana, Federico fu di bel nuovo visitato da

Maurizio Barkley, il quale gli arrecò l’ultima porzione del retaggio

paterno, e gli svelò il segreto della sua nascita, il nome del

genitore, e la notizia della costui morte a Manheim.

Da Firenze, Federico venne a Pisa. E qui ci fermiamo, avendo già, in

altri capitoli, discorso abbastanza di ciò che ei fece in questa città

d’Italia, la quale doveva essere per lui sorgente d’una efimera gloria,

comprata coi sudori e con la morte dello sventurato Ugo Ferraretti.

A Pisa egli ebbe la visita di Eduardo Horms. È noto ai nostri lettori

il risultato di questa visita, la quale finì col convegno datosi

scambievolmente a Parigi per l’anno susseguente.

Pria di chiuder questa parte del nostro racconto, è mestieri far notare

che dopo la morte del Ferraretti, Federico si era ritirato a Pisa, dove

tenea nascosto a tutti gli sguardi il frutto del suo tradimento, il

quadro la _Preghiera_.

_Parte Quarta_

I.

DILUCIDAZIONI

Andiam debitori verso i nostri lettori di parecchi rischiarimenti che

ci affrettiamo a dar loro, pria di riprendere le fila della nostra

narrazione.

In che modo Federico Lennois avea mandato ad effetto la sua truce

vendetta sullo sciagurato Giustino Victor? Chi era quella donna che

avea rappresentata la parte di Lucia Horms? Di chi era quella casa alla

strada D... numero 8?

Insin dal giorno in cui Federico ritrovò e riconobbe a Tolone (dove si

era recato per riscuotere il denaro della vendita d’un suo lavoro) il

giovin compagno di Augusto d’Orbeil, e che Giustino gli ebbe detto che

ritornava a Parigi per impalmare la sorella del suo amico, Federico

avea conceputo il nero proposito di vendicarsi dell’assassino del suo

cane, in quel medesimo giorno in cui quattordici anni fa il Victor

avealo ammazzato. Federico non avea dimenticato questo dì nefasto: egli

l’avea segnato col ferro in sulla pietra che chiudea la tomba del suo

fido compagno: egli avea maledetto il 7 luglio: ed ogni anno ritornava

a maledirlo, rinnovando nel suo cuore il terribile giuramento di

Auteuil.

Tutto parea favorire il suo tristo proponimento: l’incontro a Tolone

avvenuto alcuni mesi pria del 7 luglio; la facilità di aver nelle

mani ad ogni momento il giovine uffiziale di marina; il non essere

stato Federico riconosciuto nè da Giustino nè da alcuno della famiglia

d’Orbeil; l’amorevolezza ond’era trattato al castello; e da ultimo la

confidenza in cui egli era entrato col giovine fidanzato d’Isalina. Ma,

comechè egli avesse designato il 7 luglio a giorno di sua vendetta, non

avea pertanto trovato ancora il modo di eseguirla.

La prima volta che Federico vide Lucia Horms ebbe subitamente il

pensiero di farne strumento di tal vendetta, perciocchè i mali pensieri

nascono con faciltà negli animi de’ tristi. Avvicinar Giustino a Lucia

era facil cosa, e più facile eziandio il persuader quello ad eccitar la

gelosia dello Scozzese, marito di costei. I Francesi prendono sempre

sommo diletto a tormentare i mariti; e questo deriva dalla ragione

che presso di loro il matrimonio è considerato sotto un aspetto tanto

leggiero, che le infedeltà coniugali formano quasi sempre il soggetto

dei romanzi, de’ drammi, delle commedie e di quelle mostruosità che

si chiamano _vaudevilles_. Metter la fatua vanità d’un giovin francese

alla prova della gelosia d’un _bourreau_ (carnefice), siccome hanno la

gentilezza di nominare i mariti, significa invitarlo a nozze, dargli

uno spasso carissimo, farlo felice. Però Federico era sicuro del fatto

incitando il Victor a corteggiar Lucia.

L’inferno parea arridere alla vendetta del perfido Lennois. Avendo

stabilito in suo pensiero di preparar l’agguato a Giustino e a

Eduardo Horms (che egli detestava parimente perchè possessore del

segreto del suo nome, e perchè sperava frodargli il quadro, di cui

avea già ricevuto la metà del valsente), e, fermato il disegno delle

lettere apocrife, egli trovava una insormontabile difficoltà nel modo

d’ingannar Giustino e Eduardo sulla condiscendenza di Lucia. Come

Giustino non conosceva i caratteri della napolitana, era facile far

credere scritta da lei la lettera che ei gli avrebbe spedita a Auteuil:

siccome era agevole eccitare i gelosi sospetti di sir Eduardo, il

quale già ravvolgea per la mente foschi pensieri, mossi in lui dalle

svenevoli galanterie dell’uffiziale di marina.

Federico Lennois · 第 15 / 22 段