— Il portava meco per ispenderlo qui, a Parigi, e per divertirmi un
poco.
Tutta la rispettabile udienza ruppe in uno scroscio di risa impossibile
a reprimere. Passò un cinque minuti innanzi che si fosse calmata
l’ilarità di quei signori. Il povero Federico non sapea più che
contegno assumere, e sperava che quel riso avesse fatto piegare a più
miti sentimenti coloro che egli estimava suoi giudici.
— Di dove sei tu?
— Sono di Auteuil, Illustrissimo.
— Che fa tuo padre?
— Non ne ho, Illustrissimo.
— E tua madre?
— Mia madre è la più ricca contadina di quel villaggio.
— Ed ella ti ha dato quel denaro per venire a divertirti a Parigi, non
è vero?
— La cosa è appunto siccome voi dite, signore Illustrissimo.
— Va benissimo; noi manderemo ad Auteuil per informarci del vero.
Intanto, tu resterai in buona compagnia stanotte, e potrai sollazzarti
a tuo bell’agio.
L’uomo che avea parlato fece un cenno, e Federico Lennois tornò ad
essere acchiappato per la goletta della camicia da due robuste guardie.
Si camminò per un buon tempo: si svoltarono molte strade e stradelle,
per insino a che si giunse ad uno spiazzato ampio e scuro, rischiarato
soltanto dalla limpida e stellata volta del cielo. Un vasto edificio
di sinistro aspetto terminava l’orizzonte di questa piazza. Qualche
fiacco lume vacillava nell’interno di quell’edificio che avea di strani
coltrinaggi alle finestre.
Il portone di questo brutto palagio era guardato da sentinelle, siccome
il vasto cortile, nel cui mezzo erano varie panchette su cui eran
seduti parecchi soldati.
Le due guardie menarono Federico nell’interno del cortile: fu chiamato
un uomo, ed indi un altro uomo, e indi un terzo il quale dimandò del
nome del garzoncello e lo scrisse sovra un gran libraccio ricoperto da
vecchissima carta pecora. Fatta quest’operazione, le due guardie che
aveano menato il piccolo Lennois a quel luogo, il consegnarono ad uno
grosso e paffuto, il quale non avea del militare che il solo berretto.
— Andiamo, speranza di capestro, disse quest’omaccio a Federico,
dandogli una spinta, _en avant, marche_.
Federico non sapea dove fosse e quel che si volesse da lui: fu spinto
a salire alquante branche di scale, a ciascuna delle quali era un
cancello e un custode.
— Alla camerata di _filosofia_[5], disse quell’uomo con un sorrisetto
tutto particolare, ad un altro di orribile grugno, il quale afferrò
pel braccio il nuovo arrivato, il menò per uno stretto corridoio, e,
datogli un urtone alle spalle, il fece entrare in un lungo stanzone,
dove erano assiepati un gran numero di lerci fanciulli e giovanetti.
Una sola lampada sospesa alla volta di questo camerone rischiarava le
più stupide e feroci sembianze di adolescenti.
Un _hourra_ di saluti osceni accolse il nuovo ospite.
Federico restò immobile allo stesso luogo dove lo avea spinto il suo
conduttore, nè sapeva ancora in che mondo si fosse.
IV.
UN AMICO
La trista persuasione di essere nelle carceri non tardò a gittare il
piccolo Lennois in uno stato d’abbattimento, di dolore e di rabbia
impotente. Egli non si era sottratto alle sevizie della donna che si
dicea sua madre che per cadere in una serie di sciagure forse maggiori:
non avea cercato la felicità del proprio dominio, che per perdere al
tutto ogni libertà; non era fuggito dalla crudele schiavitù di Auteuil
che per piombare in una prigione di Parigi!
Il primo periodo della sua vita era passato nelle lagrime della
più sventurata fanciullezza; e il secondo periodo incominciava con
un’aurora vie più fosca e minacciosa. L’odio, di cui egli si era
alimentato a Auteuil, ribolliva con accrescimento di calore nel suo
petto; imperciocchè pareagli che la più nera ingiustizia governasse
il mondo, e che il far del male al prossimo fosse la suprema legge
e l’unico scopo del consorzio civile. La sua mente era gittata in
un cosiffatto disordine di idee e in tale antagonismo di verità che
l’animo suo ne rimase affetto per tutta la vita.
Egli era restato come fulminato dalla sorpresa a tal termine che
il vocìo e il baccano che si fece attorno a lui nel suo entrare in
quello stanzone, gli susurravano all’orecchio come uno strano ronzìo;
guatava all’intorno con sembiante stupefatto; e nel suo capo stordito
correva una idea come se si fosse trovato sospinto improvvisamente
in quell’inferno, di cui aveva inteso a parlare nei giorni della sua
infanzia.
Gli urli, i fischi, gli sberleffi, gli urtoni pervennero finalmente a
trarlo da quello stato d’insensataggine in cui parea caduto. Sul bel
principio il fiochissimo lume che era in quel camerone non bastava agli
occhi del monello per fargli discernere bene le persone e gli oggetti
che stavangli attorno: ma a poco a poco le pupille si fecero a quella
scarsezza di luce insino a che tutto il quadro fiammingo si svelò agli
sguardi di lui. E non era al certo un quadro racconsolante che apre il
cuore e pone il sorriso in sulle labbra. Tutto all’incontro, ci era da
sentirsi venir la pelle di oca, da gelare il sangue fine agli accessi
del cuore, da sentirsi scombuiar l’animo come per morte.
Erano ivi alla rinfusa gittati su anguste asserelle di letti un mezzo
centinaio di omicciattoli da dieci a quindici anni, con certe facce,
con certi occhi che avresti giurato non appartenere a razza europea.
Vi erano di quelli, la cui capellatura increspata e ritrosa parea
volesse fuggire da un capo sconcio e privo d’intelletto; altri che
aveano i sopraccigli così malamente piegati in sulle orbite degli
occhi e così stretti in sulla glabella, da farli assimilare ad una
striscia nera incollata sul basso della fronte; alcuni fanciulli che
gittavano un puzzo insopportabile da tutta la loro persona, e che
facevano un’armonia strana e curiosa nel tirar su il moccio, il quale
minacciava di fluire a grondaie dalle pinne del naso; altri che non
aveano fronte di sorta alcuna, a tale che gli avresti presi per scimie;
altri che avean il capo conformato come quello del cane, del gatto
e d’altro animale men nobile e comune. Aggiungi a queste singolari
avvenenze certi discorsi che non gli avresti uditi in bocca ad uomini
usciti dalle galere; certi gesti che avrebbero superato la più erotica
fantasia. E questa generazione di adolescenti fu la prima società
nella quale si trovò lo sciagurato Federico Lennois, cui parea che un
incomprensibile destino spingesse al male e al delitto.
Federico era la faccia più signorile, l’intelligenza più limpida, la
coscienza men turpe che stesse in quell’assemblea di piccoli demoni:
onde è chiaro che egli dovesse essere il più infelice di tutti quei
bastardelli già imbestiati dal vizio e dalla fisica sofferenza.
Gittato nel mezzo di quella bolgia di Dante, senz’altra raccomandazione
che un calcio, Federico non indugiò a prendere un partito; perciocchè
egli avea una di quelle anime che non si lasciano facilmente
schiacciare dalla sventura, ma vi resistono con una certa voluttà
di coraggio, e finiscono col disprezzarla e non più sentirla...
Egli andava a porsi in un angolo di quel camerone, risoluto a tener
broncio alla sua sorte nimica: volgea di tempo in tempo una occhiata
di disprezzo profondo su i suoi compagni di prigione, e si sarebbe
fatto mozzar la lingua piuttosto che scambiare un motto con alcuno di
loro. Era qualche cosa in fondo all’anima sua, che gli dicea, non valer
quella mano di birbe idioti l’onore d’una sua parola: una superiorità,
di cui egli stesso non sapea rendersi ragione, gli facea una legge
di non accostarsi in modo alcuno con quei turpi rampolli del vizio
ignobile e strisciante, i quali non aveano nessun pensiero, nessuno
scopo, nessuna ambizione, e che facevano il male soltanto perchè nelle
loro vene correva un sangue infame.
Era pertanto impossibile che que’ piccoli manigoldi lo avessero
lasciato tranquillamente segregato nell’angolo scuro del camerone.
Parecchi seguitavano a burlarsi di lui, e maggiormente s’indispettivano
quanto meno colui sembrava far caso delle loro beffe: vari altri, più
insolenti, se gli buttavano addosso fingendo di ruzzar tra loro: e da
ultimo, non si pose più freno allo insulto, e apertamente si dichiarò
la guerra contro il novello _collegiale_. Federico era stanco di
sopportare quelle proditorie offese; la sua faccia divenne gialla per
rabbia e per sete di vendetta; balestrò un occhiata di sangue intorno
alla camera per trovare un arma qualunque; e, non veggendone alcuna, si
gittò come leone sull’asse d’un letto; imbrandì col taglio quell’arma
strana e terribile, e fece piovere colpi disperati sulle teste di
quanti gli vennero sotto. A molti il sangue solcava la fronte e le
guance.
I custodi lo afferrarono e lo trasportarono ad un’altra prigione più
trista, più scura, più umida: un antro di quattro palmi, in fondo al
quale giaceva un essere umano.
Era un uomo di circa trent’anni: pressocchè tutto il volto era coperto
da una barba così bionda che pendeva in rosso: la guardatura era torva
e sinistra, e le sopracciglia raggrottate, il capo abbassato sul petto:
la pallidezza estrema del volto addimostrava la tristezza dell’animo
e il decadimento del corpo. Ciò non di meno, era nelle fattezze di
quest’uomo, in ben considerandole, qualche cosa che parlava in suo
favore, e che non respingeva al tutto una simpatia di pietà.
Nell’entrar che fece il piccolo Federico in quello speco, quest’uomo
era gittato interamente all’ombra sovra un paglione; non dormiva,
nè era desto, perciocchè si trovava in quello stato d’indolenza
sonnacchiosa e di apatia brutale, in cui cadono sovente gli uomini che
non hanno niente più a sperare o a temere.
Quando la porta fu chiusa dietro il piccolo compagno che il caso
gli metteva a fianco, quell’uomo non si mosse dalla sua giacitura, e
soltanto fece udire un suono come d’un grugnito.
Passò qualche tempo prima che i due compagni di carcere si fossero
scambiata una parola. Ma non era possibile durar nei silenzio per lunga
pezza. Comechè molta distanza di età fosse tra loro, la necessità di
trovarsi congiunti in quel luogo di pena, l’istinto della società
che è in tutti gli uomini, il bisogno di udire la voce umana, che
è pure un gran bisogno, in ispezialità nella sventura, doveano alla
perfine avvicinare moralmente i due esseri che erano così stranamente
riuniti. D’altra parte, abbiam detto che l’aspetto del carcerato,
quantunque miserando e repulsivo a prima vista, non poteva mancare,
dietro un’attenta osservazione, d’ispirare un senso di fiducia; siccome
l’aspetto di Federico, il quale la crudel sorte della sua fanciullezza
e i maschi pensieri che nudriva avean fatto più grande della sua tenera
età, non poteva che eccitar la compassione e forse un sentimento di
riguardo, se si portava una critica attenzione alla gentilesca finezza
dei suoi lineamenti.
Egli avvenne però che, dopo un’oretta, i due compagni di prigione
si avean comunicato i loro nomi, ed erano divenuti, come dicesi,
intrinseci amici. Quell’uomo si chiamava Paolo Dumourier, di Parigi;
era accusato di falsità di firme: il suo caso era strano e curioso a un
tempo: così raccontollo al Lennois che attentamente l’udiva:
«Una sera, prese a dire Paolo Dumourier, io vagava tristamente in
uno di quegli spazi assai estesi al settentrione della riviera della
Grève: non mi era riuscito nessun affare durante tutto il giorno, sì
che io sentiva la rabbia del rubare; giacchè tu devi conoscere, bel
fanciullo, che è per noi una giornata nefasta quella in cui non ci
vien fatto di toglier la borsa a qualche merlotto. Non era da perdere
interamente la speranza di qualche bottino, perciocchè non era tardi,
e da poco le ombre della sera erano cadute su i quartieri di Parigi...
Infatti, passando d’accosto a una bottega, scorsi un uomo ben vestito
e di aspetto onesto il quale facea delle compere, e poco di poi il
vidi porre le mani in tasca e cavarne un portafogli da cui trasse un
biglietto di banco, e il consegnò al mercante che gli avea venduto
alcune mercanziuole di qualche pregio... Arrivai a intravedere che quel
biglietto di banco era compagno di altri molti parimente contenuti
in quel portafogli, e sentii battermi il cuore al pensiero della
bella ed onorevole impresa che la sorte mi offriva. Quel signore, che
all’aspetto e alla vestitura parea forestiero, poscia ch’ebbe pagato
le sue compere, partissi celeramente insaccando il portafogli in uno
de’ tasconi di fianco del suo lungo soprabito bigio. Egli prese la via
Pelletier, ed io gli tenni dietro, studiando il modo d’impadronirmi
di quel prezioso taccuino. Camminammo lunga pezza e passammo per vari
quartieri; io nol perdetti giammai di vista.
«Giugnemmo al teatro dell’_Ambigu-Comique_: l’amico si fermò al posto
dello spaccio de’ biglietti. Un felice pensiero mi surse in mente.
Ratto come il baleno, mi accostai anch’io, e vidi ch’egli aveva preso
un biglietto di platea: io aveva in tasca alcuni franchi; li gittai
tosto sulla tavola dello spaccio, e dimandai pur io un biglietto di
platea.
«Non abbandonai un istante il mio forestiero; me gli posi appresso,
e fui avventurato a segno da potermi sedere a fianco di lui e
propriamente alla sua dritta, dov’egli aveva insaccato il portafogli.
Una metà del colpo era fatto, giacchè il resto non dipendeva che
dalla destrezza della mia mano, della quale io era più che sicuro.
In effetti, non passò un terzo d’ora, ed il sospirato portafogli era
venuto ad alloggiare in una delle tasche de’ miei calzoni. Si comprende
benissimo ch’io mi affrettai di abbandonare il mio posto e il teatro.
«Non sì tosto in istrada, accelerai il passo, infilzai una infinità
di strade, e dopo una mezz’ora io era ben lungi dal teatro della mia
illustre impresa.
«Arrivato alla mia momentanea abitazione sul _baluardo_ che si estende
a guisa di riviera, lungo il lato occidentale del fossato della
Bastiglia, la prima cosa ch’io feci fu di aprire il portafogli per
conoscere a che somma ascendessero le polizzette che vi si conteneano.
Erano nove biglietti, ciascuno della somma di mille franchi al latore
sulla Banca di Parigi. Io era dunque possessore di novemila franchi!
Io mi sentiva bruciar le tempia e ribaltare il cuore dal piacere...
Era il più bel colpo che avessi mai fatto nella mia carriera di ladro!
Feci quella notte un sonno dolcissimo, e, allo svegliarmi in sulla
dimane, formai mille proponimenti per l’avvenire. Io avea conservato
un poco di danaro contante in fondo d’una specie di cantina; pensai
cambiare un paio di quei biglietti per ammucchiare un po’ di oro e
conservarlo assiem coll’altro... Io non portava nè la barba nè i baffi,
stimai però, pria di tutto, esser conveniente trasformare alquanto
le mie sembianze per non essere riconosciuto, nel caso lontanissimo
che mi fossi avvenuto nel forestiero della scorsa sera: mi applicai
però sulle labbra un paio di basettoni posticci, ed uscii in cerca
di novelle avventure. Ma, per la contentezza, quella mattina io
voleva generosamente refocillare il mio stomaco, e mi recai al primo
ristoratore del _Boulevard Mont-martre_; comandai le più squisite
delicatezze di pesci e di vini; mi detti un’aria di milord, mangiai
come un Inglese, e bevetti come un Tedesco. Finita la mia colazione,
cacciai, con alquanta circospezione, il mio portafogli; ne cavai una di
quelle gioie di polizze, e la posi nelle mani del garzone, dicendogli
che mi avesse dato il resto in oro, tenendosi la giusta estimazione
dell’aggio di questo metallo. Tutti gli astanti mi squadravano con
moltissima attenzione; la qual cosa io sopportava con mala voglia,
ed aspettava con impazienza che il garzone mi avesse arrecato i miei
luigi, per isvignarmela prestamente: perocchè mi sembrava in tutte le
facce, che io vedeva, di riconoscere quella del forestiero, cui aveva
involato i novemila franchi.
«Il mio vestimento non corrispondeva alla splendidezza ond’io avea
pagato il mio scotto: epperò questa visibile contraddizione poteva
generar qualche sospetto; ma la fredda compostezza della mia fisonomia,
l’aria singolare che mi davano i miei novemila franchi, allontanavano
presto le occhiate de’ curiosi, o se alcuno continuava a ragguardarmi,
era con quella specie di rispettosa ammirazione con la quale si
sogliono guardare gli uomini ricchi.
«Era più d’un quarto d’ora ch’io aspettava il mio denaro; e il garzone
non tornava: feci chiamare il padrone del luogo: e questi mi disse che
il garzone era ito dal più vicino cambista per ridurre la polizza in
contanti; e che però avessi avuto la bontà di aspettare altro poco, non
potendo quegli di molto indugiare. Mi accorsi peraltro che, quest’uomo,
mentre diceami ciò, aveva in sul labbro un certo sorrisetto beffardo
che non mi andò a sangue e che mi dette una vaga apprensione, la quale
pur troppo doveva essere giustificata.
«Non aspettai un gran tempo, e vidi entrare nella stanza, dov’io era
seduto fumando e facendo tranquillamente il mio chilo, il garzone; ma
egli non era solo: venivangli appresso un ispettore di polizia e due
gendarmi, i quali m’intimarono di seguitarli.
«Mi si legarono le mani, si rovistarono le mie tasche; il taccuino e
quant’altro aveva addosso mi fu tolto; venni gittato in una carrozza
seduto tra i due gendarmi e coll’ispettore di fronte. Arrivammo a
non so qual luogo di giustizia: subii un interrogatorio; peraltro io
era sorpreso di non vedere il volto del forestiero, ch’io immaginai
mi avessi, per una funesta casualità, riconosciuto e denunziato
all’autorità. Ma qual fu la estrema mia maraviglia nel sentirmi
accusato di falsità! Que’ biglietti sulla Banca di Parigi eran falsi!
Protestai la mia innocenza. Confessai di esser ladro ma non falsario;
raccontai fil per filo e genuinamente il furto che io avea fatto al
creduto forestiero, il quale era il vero falsario, o almeno quegli che
potea dar contezza della falsità. Non fui creduto e, siccome io non
potetti rispondere alle diverse interrogazioni che mi vennero fatte,
risguardanti la pretesa falsità di che io era accagionato niente meno
che contro lo Stato, imperocchè erano polizze sulla Banca di Parigi
quelle che erano falsate, fui gittato in questa prigione dove sto da
oltre sei mesi, senza sapere quale sarà il mio destino. E così, bel
ragazzo, tu vedi in che modo singolare io sono stato punito la prima
volta che in realtà non ho rubato niente (perchè quelle carte non
aveano un valor positivo e legittimo) mentre da tanti anni che rubo
ho saputo sempre ingannare l’autorità. Sarebbe mai vero che Dio NON
PERMETTE GIAMMAI SULLA TERRA L’IMPUNITÀ DEL DELITTO?»
Questo che avea raccontato Paolo Dumourier sembrò fare una profonda
impressione sul piccolo Federico, e massime l’ultima osservazione che
era sfuggita dalla coscienza di quel ladro. Il rimanente della notte fu
speso in gran parte nella più confidenziale conversazione; e Federico
si credè in dovere di narrare anch’egli il successo pel quale si
trovava in prigione.
Paolo Dumourier, benchè esercitasse il vergognoso mestiero di ladro, e
benchè cresciuto senza verun principio di onore, non avea però l’animo
interamente corrotto e malvagio: era in fondo del suo cuore qualche
cosa che il facea battere per coloro che soffrono per ingiustizia o
per mera altrui crudeltà. Quest’uomo, che rubava freddamente la borsa
al suo vicino, si sarebbe forse spinto nel fuoco per salvar qualche
innocente senza pensiero di guadagno e di mercede. Vi sono alcuni
misteri nell’anima dell’uomo che tutta l’umana scienza non basta a
spiegare. Talvolta, per trovare un eroe, non è necessario il cercarlo
tra gli uomini elevati dalla religione, dalla nascita, dall’educazione
o dalla scienza: basterebbe scendere nelle più abbiette regioni
della società, ed anche in quei luoghi di pena che la Giustizia umana
dischiude all’usurpazione, alla violenza, all’assassinio.
I martirii narrati da Federico, le sevizie incredibili alle quali
assoggettavalo sua madre; la beffarda crudeltà dei giovanotti del
castello di Orbeil; la barbarie della morte del cane Astolfo, e, da
ultimo, il suo imprigionamento, aveano mosso a pietà il cuore del
Dumourier, il quale francamente avea significato i suoi sentimenti
pietosi al garzoncello Lennois, manifestandogli nel medesimo tempo una
sincera affezione.
Federico dunque trovava un amico là dove giammai non avrebbe potuto
sperarlo. A tal modo la Provvidenza confonde la stolta ragione umana e
i suoi mali argomenti. L’uomo si spigne con frenetica ardenza verso un
bene da lunghi anni sospirato, l’abbraccia con islanci di matta gioia;
e subitamente dal seno di quel creduto bene scaturisce il disinganno,
il disgusto, e non poche volte la sventura. Un altro, pel converso,
cade nella voragine di ogni male, credesi giunto all’imo della sciagura
e della miseria; niente potrebbe farlo più infelice; ed ecco, sorge da
quella voragine un raggio di luce che allieta l’animo, una speranza
che addormenta il dolore, una contentezza incredibile che disarma la
disperazione, che volge la bestemmia in dolce rendimento di grazie,
e che opera una di quelle salutari trasformazioni onde si redime
un’anima.
Parecchi mesi passarono senza che alcuna novità fosse venuta a
interrompere la monotonia della prigione. Paolo Dumourier avea giurato
a Federico Lennois un’amicizia a tutta prova; ma questi, mostrandosi
grato all’amico, non avea, nella singolar tenacità dell’animo suo,
posto in obblio lo stolto giuramento che gli faceva un dovere di odiare
gli uomini.
Eppure, Dumourier lo amava davvero, lo amava senza pensieri secondarii,
lo amava perchè leggeva sulla fronte del fanciullo un’anima non comune,
e perchè il povero Dumourier era stato sempre solo, poi ch’ebbe perduto
un fratello dell’età di Federico. Il ladro accresceva il piatto del
fanciullo, aggiugnendovi un poco del proprio; il facea dormire il
più comodamente che fosse possibile, e mostravagli tanti testimoni di
affezione, che Federico ne era tocco e felice, e si abbandonava qualche
volta al piacere sovrumano di amare un uomo intelligente e sensitivo.
Benchè non di frequente avvenisse, pur tuttavia Federico apriva il suo
cuore a Paolo Dumourier, e nelle lunghe notti invernali, palesavagli
i suoi sogni infantili, i pensieri che spesso il visitavano; e questi
pensieri erano sì alti e sì belli ch’ei sentivasi battere il cuore e
non sapea donde gli venissero. Diceagli come ei sarebbe stato felice di
essere, per esempio, una celebrità di qualsivoglia maniera; com’egli
sentivasi nato per qualche cosa di non comune e prosaico, e come un
segreto presentimento avvertivalo che un giorno egli avrebbe riempiuta
la Francia col suo nome.
Dumourier sorrideva a queste parole del giovinetto, e tanto più se
gli affezionava quanto più scorgeva in lui elevatezza di aspirazioni e
nobiltà di animo.
Un giorno, Dumourier, abbracciato Federico Lennois, gli disse di botto:
— Ebbene, mio piccolo grand’uomo, sai a che cosa ho pensato?
— A che cosa?
— A salvarti.
— Come! a salvarmi!
— Sì, a farti libero, a farti fuggire da questo carcere. Ho combattuto
qualche mese con siffatto proposito; perchè, dicoti il vero, mi piange
il cuore al pensiero di perderti e di non rivederti forse mai più;
ma mi son detto che l’amicizia non debb’essere egoista, e che non
bisogna, per soddisfare al proprio cuore, astenersi dal rendere un gran
servigio. Chi sa! forse ci rivedremo, forse no; il domani è scuro come
questo antro maledetto nel quale hannoci sepolti, scordandosi al tutto
di noi. IL DOMANI È SEMPRE QUEL CHE NOI MENO IMMAGINIAMO.
Federico ascoltava con somma attenzione questo straordinario linguaggio
del ladro, e sentivasi pulsare il cuore per sentimenti di riconoscenza
e di amore.
— Voi dunque potreste farmi uscire da questa prigione? chiedeva al
Dumourier spalancando due occhi pieni e rotondi, perciocchè il suo
volto, per la estrema sottigliezza in cui era venuto, era tutt’occhi.
— Ben lo potrei, rispose il ladro con un sorriso di amorevolezza, che
andò a colpire il fondo del cuore del garzoncello.
— E in che modo? dimandò questi.