A contar da quel giorno, il cane, cui Federico avea dato nome di

Astolfo, diventò siffattamente l’amico dello sventurato fanciullo, che

questi non ebbe più in certo modo a temere gli strazii che la madre gli

facea soffrire. Zenaide era più istizzita dacchè vedeva il figliuol suo

spalleggiato dalla bestia, la quale supplivagli di quell’amore, di cui

ella avealo defraudato. Non poche volte, la perfida tentò di uccidere

il maledetto Astolfo, ma questo parea protetto dal cielo, e scampò alle

insidie che tendeagli la malvagità di quella donna, la quale, quanto

più sentivasi accrescere i trasporti di amore pel suo figliuol di

latte, già fatto grande, altrettanto sentiva ringagliardirsi l’odio per

Federico, cui, per altro, ella non aveva il coraggio di uccidere d’un

colpo.

Ben presto, a questo nemico possente e incredibile si aggiunsero due

altri non meno congiurati a danno dal monello, Augusto d’Orbeil e

Giustino Victor.

La fiamma del rossore, dello sdegno e dell’odio incendiava il volto

di Augusto, quando gli si diceva che egli era fratello di latte del

guitto monello di Auteuil, del figlio di mamma Zenaide. Augusto

sentivasi grandemente umiliato da questo confronto, e colpì una

mattina la guancia d’un suo domestico per avergli detto, per casualità,

quell’amara parola.

Tutte le volte che il nobil giovinetto si avveniva in Federico Lennois,

non facea passar l’occasione di mostrargli il suo profondo disprezzo;

anzi, sovente andava cercando l’opportunità di far cadere su quel

poverino lo sfregio e l’insulto.

E in questo egli avea per complice fedele il fanciullo Giustino, il

quale veniva a passar nel castello le vacanze di collegio.

Spesse volte i due giovanetti amici con altri fanciulli compagni di

collegio di Giustino Victor traevano appositamente alla volta della

casipola di Federico, per prendersi lo spasso di sbeffeggiare ed

insultare questo infelice. Con una codardia indegna in un giovinetto,

Augusto valendosi dell’ascendente grandissimo che esercitava sull’anima

di Zenaide, comandava a costei di applicare al figliuolo una leggiera

_lezione di educazione_; com’egli dicea per celia... Allora la perfida,

per far piacere al suo caro figliuol di latte, correva addosso a

Federico, e, con un ramo d’albero secco, davagli su e giù pel corpo,

insin a tanto che la nobil comitiva di fanciulli era sazia di ridere.

Alcuna volta riusciva al misero Federico di gittarsi in un fosso, per

sottrarsi a queste brutali e proditorie violenze; ma in questo caso ei

correva il rischio di rimanere in quel fosso per lunghe ore, aspettando

che qualche contadino, il quale si fosse trovato a passar di là,

avesselo aiutato a risalire sul terreno.

Menzionammo altrove alcuni dei fatti relativi a quest’odio che il

figlio del Visconte e il fanciullo Victor aveano spiegato contro

il così detto monello di Auteuil. Dicemmo come un dì la frusta del

giovinetto d’Orbeil, tagliò la faccia del Lennois, però che questi non

era stato in tempo a scostarsi al passare di quello a cavallo; e come,

in altro dì, la parola _ladro_ era uscita dalle labbra di Giustino

Victor, e aveva ferito il cuore più che l’orecchio del disgraziato ma

onesto figliuol di Zenaide; e da ultimo, accennammo l’inaudita perfidia

del Victor e l’immenso dolore del Lennois, quando colui diè morte al

carissimo cane che era tutta la vita e lo amore di Federico.

Le battiture, il freddo, la fame, gli strazi corporali di ogni sorta

eran da estimarsi un niente a paragone del dolore che provò l’infelice

nel veder sotto i suoi occhi il tenerissimo Astolfo battuto a morte

da Giustino Victor. E Federico non potea correre in aiuto del suo

amico, perciocchè la madre lo avea ligato all’albero di martirio!

Oh... Federico da fanciullo divenne uomo in quel momento. L’immensità

del dolore avea fatto sparire la fanciullezza! Per la prima volta,

un’orrenda bestemmia era corsa sulle sue labbra: egli avea maledetto

l’uman genere; erasi vergognato di essere uomo; e il suo cuore formava

il giuramento di vendetta...

Questo tristo avvenimento accadeva il dì 7 luglio dell’anno 1815.

E, quattordici anni dopo, il dì 7 luglio 1829, Giustino Victor,

mortalmente ferito da Eduardo Horms, CADEVA VITTIMA DELLA GIUSTIZIA DI

DIO.

Se l’uomo nel corso di sua vita facesse attenzione a certe maravigliose

coincidenze di date, riconoscerebbe sempre più l’opera della Divina

Giustizia in quegli avvenimenti che soglionsi credere figli del caso.

Federico guardò per lunga pezza con occhi asciutti e come idiota il

cadavere del suo Astolfo; i grandi dolori annientano ogni senso di

vitalità e inaridiscono le sorgenti delle lagrime; appunto come le

grandi bufere lasciano le campagne in uno stato di stordimento e di

stupefazione.

Quella comitiva di nobili fanciulli, non così tosto videro morto il

fido compagno di Federico, sciolsero questo disgraziato dal fusto

dell’albero, affinchè si fosse a suo bell’agio abbandonato alla

tenerezza verso il cane.

E, scioltolo, e veduta la sua faccia stupida e selvaggia, come se non

avesse compreso niente di quanto era avvenuto, si diedero a ridere

a sganascio, e poi, a pigliarlo, a voltarlo e rivoltarlo in tutt’i

versi, a fargli un mondo di sberleffi sul muso; e, da ultimo, poi che

se l’ebbero rimandato dall’uno all’altro, come una palla di zimbello,

gli dettero una spinta e il fecero cader bocconi sul corpo dell’animale

disteso in sul terreno.

Gli occhi della bestia erano aperti in tutta la loro ampiezza, per

effetto del supplizio a cui l’aveano sottoposto que’ piccoli manigoldi:

quegli occhi pareano affisar Federico con angosciosa espressione, come

se avessero voluto dirgli: «Non duolmi della mia morte e del dolore che

mi han fatto soffrire; ma soltanto mi accuora di doverti abbandonare e

lasciare alla balia de’ tuoi inesorabili nemici. Dio possa aiutarti e

confortarti!»

Nel cadere sull’estinto animale, Federico era uscito dallo stato

di stupefazione in cui lo avea gittato l’atrocità del dolore: egli

aveva abbracciato quel gelido mucchio di carni; e questa volta faceva

piovervi sopra un fiume di lagrime: e anch’egli guardava negli occhi

immobili del suo amico, e parea comprendere il loro muto linguaggio.

Non sappiam dire quanto tempo quel misero fanciullo rimase a piangere

e a singhiozzare amaramente sulle spoglie del suo Astolfo, la cui voce

più non risuonava armoniosa e cara agli orecchi di lui.

Che cosa è l’esistenza di un cane pel comune degli uomini? La sua

vita non ha più importanza che il passaggio di un’ombra attraverso

lo sguardo; e la sua morte non è avvertita dagl’immondi insetti

che divoreranno la sua carogna gittata in mezzo alla strada. Eppure

l’esistenza di quel cane Astolfo era stata la gioia di quell’esistenza

di fanciullo, e la sua morte operava una di quelle crisi che decidono

del destino di un uomo. Dal dì della morte del cane, Federico rinnegò

ogni buon sentimento nell’anima, e fermò freddamente di essere un

malvagio ed un nemico spietato della razza umana, appo la quale, ne’

suoi dieci anni di vita, egli non avea trovato un sol raggio di amore e

di carità.

Con grandissimo dolore ei fa d’uopo convenire che la maggior parte

degli uomini cattivi e nemici della società non sarebbero stati tali

senza un concorso di funeste emergenze che farebbero giurare sulla

esistenza del destino se non si conoscesse che, nel mirabile magistero

del mondo morale, il male è un elemento indispensabile per la grandezza

dell’umana natura, però che è desso quello che rialza agli occhi

di Dio l’uomo giusto e virtuoso. Nonpertanto è cosa che richiama la

attenzione del pensatore il considerare come un’infinità di circostanze

si accumulino intorno ad un uomo per renderlo malvagio: la natura e

la società par che si mettano di concerto per fargli rinnegare ogni

principio di virtù. Centomila soccombono; un solo trionfa: questo uno è

un eroe, un santo.

E questo concorso di circostanze appunto aveva costretto il disgraziato

Lennois nell’aurora della sua vita. Qual maraviglia s’ei riuscì cotanto

scellerato? Da altra parte, è nostra opinione che l’uom cattivo è

talvolta una vittima dall’alto indicata ad espiazione di antichi falli

di famiglia; però che è scritto nelle sacre pagine che Iddio punisce

ne’ più tardi nepoti i delitti di violenze e d’ingiurie all’altrui

stima ed onore. La maldicenza è il vizio più comune e universale della

presente società, e massime in Francia, dove il così detto _spirito di

conversazione_ altro non è che una sottile e perpetua guerra all’altrui

nome.

Per una parola di offesa all’onore altrui Iddio PERSEGUITA LE INTERE

FAMIGLIE.

E le sventure onde fu colpita la prima giovinezza di Federico non

furono forse che espiazione di vecchie colpe di questo genere.

Dopo essere stato qualche ora a piangere e a gemere sulla

compassionevole sorte del cane, Federico scavò profondamente il

terreno a poca distanza dal covile ov’egli solea giacere, e seppellì

quelle spoglie a piè di un alto frassino. Con cura estrema e con somma

amorevolezza ricompose il terreno sul cadavere di Astolfo, come se

lo avesse ricoperto di morbida coltre; ne raggiustò la superficie, e

v’incastrò solidamente una pietra, sulla quale incise col ferro queste

stolte ed empie parole:

«Qui riposa il solo essere che mi ha amato, e il solo che io ho amato

ed amerò sulla terra: il mio cane Astolfo. Giuro sulla mia ragione

odio irreconciliabile all’uman genere, e giuro di adoperarmi in tutta

la mia vita a fargli del male. Giuro ancora sulle ceneri del mio amico

di spargere il sangue del suo crudele uccisore. Oggi 7 luglio 1815.

Federico Lennois».

Poco altro tempo il figliuol di Zenaide rimase colla madre sua, dopo

la morte di Astolfo. Una inaudita crudeltà di lei spinse il giovinetto,

già stanco di sofferenze, a fuggire da quel luogo di dolori.

Un giorno la Zenaide era appostata, secondo il solito, alla siepe del

parco, aspettando il momento in cui fosse passato il suo caro Augusto

in compagnia di Giustino Victor. Volle il caso che Federico si trovasse

in sulla via la quale doveva esser battuta dal figlio del Visconte;

eglino eran vicini ad incontrarsi. Alla vista dei suoi implacabili

nemici, ed in particolar modo di Giustino che gli aveva morto il cane,

Federico sentì accendersi di una fiamma di sdegno prepotente. Senza

pensare a quel che si facesse, abbrancò da terra il manico di una

zappa, e con una benda di furore in su gli occhi, si scagliava contro

Giustino: e già era in sul punto di fulminarlo con quel formidabile

istrumento, quando la Zenaide, credendo che il figliuolo si avventasse

contro Augusto, gittò un alto grido di spavento; saltò come scoiattolo

su per la siepe ed il fossato che la circuiva, e piombò su Federico

appunto nell’istante in cui gli avversari erano a pochi passi di

distanza. La Zenaide afferrò pei capelli il disgraziato giovinetto,

e, strascinandoselo quasi bocconi per terra, lo menò sino alla sua

casupola. Qui cominciò la più pietosa tragedia. Quella fiera stizzita,

dopo aver chiuso tutti gli usci del suo abituro, ritornò ad afferrar

pei capelli quel miserello, lo sbattè al suolo, e ivi, balzata in piedi

sul corpo di lui, sfogò la sua ferocia di tigre insino a tanto che

Federico non gridò più. Il sangue uscivagli in copia dalla bocca!

Questo immanissimo fatto pose il colmo alle sofferenze di Federico:

egli era stanco di essere vittima di tanta barbarie.

Fin dal momento che Giustino aveagli detto quelle amare parole da noi

menzionate nella prima parte di questo racconto: «Ohè, figlio di mala

donna, non rubare le fragole di questo podere, chè te le farem vomitare

col sangue», Federico avea messo da banda ogni scrupolosità in quanto

ad usurpazione della roba altrui, e si era dato a rubare tutto ciò che

gli veniva fatto, non risparmiando la stessa Zenaide, a cui sovente

involava qualche coserella (però che molto ricca e avara ella era);

la quale, discoperto alcune volte il furto, regalavagli un buon numero

di busse e di gastighi di ogni maniera. Laonde, fermato in cuor suo di

postergare i luoghi testimonii dei suoi martirii, studiò il modo onde

rubare una buona somma di denaro alla perfida madre. Parecchi giorni

si adoperò in tale tentativo; e vennegli fatto di scoprire il sito dove

colei tenea nascosto del denaro.

Il cimento era terribile, e il rischio mortale. A dispetto di ogni

paura il colpo fu tentato e coronato di lieta riuscita, perciocchè

in una notte un pesante sacchetto di danaro fu involato dal destro

fanciullo.

Alla dimane Federico, senz’altra provvisione che il suo sacchetto,

abbandonava Auteuil, mettendosi tra i piedi la via di Parigi.

Ma qual fu la sua dolorosa sorpresa nello schiudere il sacchetto che

conteneva il suo tesoro, e trovarlo zeppo di monete di rame!

III.

LA PRIMA SERA A PARIGI

Quel sacchetto di rame era sempre qualche cosa di meglio che il puro

niente, e forse quel denaro era bastante per un paio di mesi.

Giunto in un luogo rimoto, Federico si sedè sovra una grossa pietra di

campo: e si pose a numerare i suoi pezzi di rame.

La somma ascendeva a centoventi franchi e cinquanta centesimi.

Era sempre una fortuna pel povero monello di Auteuil.

Nessun accidente era venuto a turbare il pedestre cammino di Federico

fino a Parigi. Solamente l’estremo caldo della giornata (che era in

su lo scorcio di luglio) avea gittato in uno sfinimento di forze il

giovinetto, cui le tante sevizie fattegli soffrire dalla madre aveano

già guasta e mal ridotta la salute.

Ciò nulla di meno, noi non tenteremo di dipingere la felicità di

Federico nel vedersi libero dai materni furori e padrone di sè

medesimo. Egli respirava con gioia l’aria aperta dei campi; non era

abbastanza contento di spaziar lo sguardo intorno a sè, sicuro di

non aver più a temere la vista della sua tiranna od a rincontrare la

comitiva del castello di Auteuil.

Durante il suo lento viaggio, egli si era fermato non poche volte, sia

per riposarsi e prender lena a proseguire il lungo cammino, sia per

rifocillare lo stomaco, cui la barbara Zenaide aveva assuefatto ad una

involontaria dieta, insopportabile a quella età di attività organica e

di sviluppo; sia per la natural curiosità che dovevano eccitare in un

fanciullo, il quale non si era mosso giammai dal villaggio nativo, la

varietà delle amene campestri vedute che circondano la Capitale della

Francia.

Strani pensieri e un mondo di visioni passavano pel capo del

garzoncello in quel suo solitario viaggio. Poche altre ore, ed egli

entrava nella città, di cui nella sua infanzia aveva inteso a parlare

come di una regione incantata, dimora di fate e di genii, ed alla porta

di ingresso della quale, la Felicità, coronata di fiori, accoglieva

e abbracciava i novelli arrivati, ammettendoli alle delizie dei suoi

dolcissimi arcani.

Parigi, la bella, la ricca, la splendida, la bianca, la nitida,

l’aurea, la serica, la cara Parigi, la città del lusso, delle gioie,

dei divertimenti, dell’obblio dei mali, stava per offerire tra poco

agli attoniti sguardi del fanciullo le sue centomila maraviglie: i

filari dei suoi eleganti e ben costruiti palagi, asili del piacere,

del lusso e delle civili maniere; le sue strade, i suoi selciati

marciapiedi, i _boulevards_, specchio di nettezza, formicolari del più

giocondo popolo del mondo: le sue piazze di cui ciascheduna racchiude

un monumento di storica solennità, i suoi tanti teatri sempre zeppi e

affollati da tutte le classi della società; i suoi diciannove ponti,

ligamenti che congiungono le diverse membra di quel corpo pieno di vita

e rigoglioso d’esuberante salute; le brune acque della Senna, arterie

turgide di quella mole di organizzazione architettonica di vari secoli

e che sembra l’opera di un _fiat_ istantaneo.

E già, verso il declinar del giorno, Parigi incominciò a far udire

agli orecchi di Federico il suo gran mormorio confuso e indistinto,

lontano riverbero di centomila cocchi che serpeggiano tra le sue

strade, mischiando un popolo di cavalli nella immensa varietà dei loro

indifferenti padroni.

È uno spettacolo bizzarro e curioso quello che si osserva nelle strade

principali delle primarie capitali di Europa. Una popolazione di

nobili e generosi animali strascina sul dorso una infinità di macchine

morbidamente imbottite in cui si dondolano un gran numero di esseri

umani i quali spesso non hanno altro merito tranne quello che lor

deriva dai cavalli che li strascinano. Per una parte delle popolazioni

di queste capitali, il moto non ci sarebbe senza i cavalli.

I primi rumori di Parigi colpivano appena le orecchie di Federico, e

i primi lumi delle sue stelle di gas si mostravano già nel lontano

orizzonte agli occhi di lui, quando egli, che sentivasi battere

fortemente il cuore per violente commozioni che gli cagionava l’aspetto

della gran città, si mischiò alla folla dei bevitori che sedevano a

diversi crocchi presso una bettola di campagna. Era di lunedì, giornata

che forma continuazione e appendice della domenica per gli operai di

Parigi, i quali traggono in gran folla alle barriere, e si danno, in

quelle attigue osterie, ad un rombazzo senza fine nè freno. Federico si

sedè anch’egli sovra una panca; fecesi arrecare del pane, del formaggio

e del vino, e via via, mangiando, e rimirando da lungi la sospirata

capitale, ravvolgea nel suo capo i seguenti pensieri, che la malvagità

gli ispirava. La malizia non è forse luce pericolosa?

«Che cosa farò colà? Povero fanciullo di dieci anni, di fiacca salute,

senza un parente, un amico, un conoscente, e nella piena ignoranza

di tutto? Strana e tremenda posizione! Ma che dico mai, nella piena

ignoranza di tutto! Non ho io ricevuta la più valevole ed efficace

lezione che può un uomo ricevere entrando nel commercio sociale, la

sventura? Che bisogno ho io di saper leggere e scrivere per guardarmi

dal mio più feroce nemico, l’uomo? Oh quanto ho imparato nei miei

dieci anni di vita! Quanto mi hanno insegnato le mie sofferenze!...

Checchè avverrà di me, il terribile mio giuramento emmi ognora presente

all’animo... Ogni passo, ogni parola, ogni pensiero sarà volto al

male di questo nemico che mi affianca e che si dice mio simile... Ho

inteso parecchie volte a parlare di una forza superiore che colpisce il

misfatto, che schiude le prigioni a’ perversi, che condanna nel capo

gli omicidi, ma... io saprò ridermi di questa forza... L’ipocrisia,

l’astuzia, la durezza di cuore, la falsa amicizia, il sorriso traditore

non uccidono forse, senza che le leggi possano colpirli?.. Ed io saprò

sfuggire ai rigor delle leggi: l’ipocrisia sarà il mio pugnale e il mio

usbergo.»

Povero insensato fanciullo! Egli non pensava che l’ipocrisia non può

sfuggire all’occhio sempre vigile di chi, dall’alto de’ cieli, scruta

i cuori nelle più scure loro latebre! Ma nissuno avea fatto risuonare

all’orecchio di lui quella parola che schiude all’anima un mondo mille

volte migliore di quello in cui vive materialmente il corpo: quella

parola che annienta i sofismi dell’empietà e sperde i mali calcoli del

malvagio: nissuno avea susurrato all’animo di quel fanciullo il solenne

e immenso NOME DI DIO! È vero che qualche volta, quando il miserello,

accovacciato nel suo covile e non potendo abbandonar gli occhi al

sonno, vedea, tra le sconnessure del suo pagliaio, rilucere le auree

stelle del firmamento, e partire da alcune di esse una luce sì bella,

come uno sguardo di pietà sul derelitto da tutti gli esseri, ei sentiva

che lassù nel cielo era la protezione a’ deboli, il conforto de’

sofferenti. Ma simiglianti salutari pensieri si perdeano poscia nella

fitta notte della sua ignoranza; e l’idea della Divinità era per lui

così vaga e confusa come l’idea di morte pe’ bambini di tre o quattro

anni.

Le tenebre erano già cadute sulla città dominante; ma gli ultimi

riverberi del sole coprivano d’un manto di porpora la collina Rercy,

e il giorno durava ancora su i bastioni esterni che sono a fianco e

fuori del muro di cinta di Parigi. Federico Lennois si avanzava verso

la capitale, facendo strani comenti e chiose a’ pensieri che abbiamo

accennati.

Veggendo il flusso e riflusso della gente su i pubblici passeggi

esterni, Federico incominciò a sospettar di ladri. Egli aveva sotto

al braccio il suo sacchetto di monete, e questo poteva adescare al

furto; perciocchè era probabile che si estimasse un sacchetto di monete

d’argento. A seconda che si facea bruno nell’aria, più si accresceva la

paura di Federico; così che andava guardingo e sospettoso, scansando i

crocchi di gente, e tenendosi sempre ad una certa distanza dalle facce

dubbiose.

Moltissimi infatti il guardavano con certi occhiacci minacciosi pel

piccolo tesoro ch’ei portava. Federico cominciava a temer seriamente:

avrebbe volentieri nascosto in qualche parte la sua pesante fortuna:

ma dove? Neppure un palmo della terra ch’ei calpestava gli apparteneva;

tutto gli era straniero e ignoto.

Era già sera avanzata quando egli entrava in Parigi.

L’estremo caldo cacciava gran parte della popolazione fuori delle case.

Avendo camminato senz’alcuna guida o direzione, il garzoncello era

entrato nella gran città dalla parte del sud-est. L’aspetto delle vie

tortuose, sporche e meschine de’ sobborghi S. Marcello e S. Ettore,

rendute anche più tetre per l’elevatezza delle case, non era tale da

pareggiar l’altezza e la magnificenza delle immagini che si era formata

il monello di Auteuil. Le strade peraltro erano piene di gente, benchè

non ancora Federico si fosse inoltrato nel seno della capitale, nelle

strade frequentate delle alte classi, su i _boulevards_, abbaglianti

per mille magazzini.

Tratto da stupore, da curiosità, da vaghezza naturale, il fanciullo

Lennois camminava sempre attraverso quella infilzata di stradelle,

ristando ad ogni passo, levando il naso in aria; e tenendo sempre

stretto in mano il pesante sacchetto pel quale sentiva addolorate le

braccia e i polsi. Per mala ventura egli avea preso quel cammino che

mena agli accessi meridionali dell’Hotel-Dieu.

Federico avea camminato per molte ore senza che gli fosse accaduto

nulla di sinistro. Duravano la folla e il movimento... Ma a poco a poco

la gente si diradava; qualche rara bottega era aperta; il rumore delle

carrozze diventava rarissimo. Pienamente rassicurato su i suoi timori

di ladri, Federico non vi pensava più, nè badava a’ moltissimi che si

fermavano mentr’ei passava, e davano uno sguardo d’amore al sacchetto.

Federico si trovava nel centro dell’isola della città, quartieri

di operai e di giornalieri di bassa mano. Qui egli cominciò un poco

a pensare a quello che si avesse a fare, e al come, al dove passar

la notte... Non era prudente l’andare a locanda, dove facilmente la

fanciullesca sua età e il benedetto sacchetto avrebbero potuto indurre

alcuno a rubarlo; bisognava intanto passar la notte in qualche parte

sicura e comoda. A chi rivolgersi? A chi dimandare?

Mentre ei stava pensando a tali cose, si sentì afferrare per la goletta

della camicia da una mano ossuta e vigorosa; era un guardia municipale.

— Dove porti cotesto sacchetto, ladroncello? gli chiese questi con modi

per niente gentili,

— È roba mia, signor uffiziale.

— È roba tua!! Oh sì davvero, signor milionario, ciò si vede soltanto a

guardare i vostri abiti!

Federico non aveva mai pensato che, portando per vestimento un paio di

calzoni laceri e di colore interamente perduto, e un cencio di camicia

di antico servigio, era ben fondato il sospetto che il denaro ch’ei

portava non gli appartenesse. Assorto nell’idea di esser rubato, non

avea giammai sospettato che avrebbe potuto egli stesso esser preso

per ladro; il che forse era peggio. Nè il meschino, sopraffatto e

sbalordito in quel momento, ebbe abbastanza giudizio di rispondere

ch’ei recava a qualcuno quel danaro.

— Generale, vi giuro che questo denaro è mio, soggiungeva il poveretto

alzando i titoli al guardia municipale per lusingarne la vanità e

cattivarsene la benevolenza.

Un poderoso e bene assestato scapezzone fu la risposta del _Generale_,

il quale, senza tampoco brigarsi di aggiungere un’altra sola parola al

già detto, tenendo sempre stretta nel pugno la goletta del monello, gli

fece svoltar cammino, e il menò al più vicino posto di guardia.

Prima che si fosse proceduto alle debite interrogazioni sul fanciullo,

si aprì il sacchetto per esaminare il contenuto: poscia venne tolto

dalla vista del piccolo arrestato.

— Chi sei tu, furfantello? dimandò un uomo di aspetto autorevole.

— Io mi chiamo Federico Lennois.

— Tu dici che quel sacchetto _era tuo_?

— Mio, illustrissimo signore.

— E dove il portavi a quest’ora?

Era ben difficile rispondere su due piedi a quest’ardua e inaspettata

domanda; però Federico si smarrì alquanto e titubò a rispondere.

Federico Lennois · 第 13 / 22 段