La domenica, quando ella si recava colla mamma alla chiesa, tutti
gli scapestratelli del villaggio e tutti i signorotti parigini,
che traevano a diporto in quelle amene campagne, avevano qualche
alloccheria a rivolgerle, cui ella rispondeva pressocchè sempre
regalando un sorrisetto a ciascheduno... Ella si vestiva sempre con
un’attillatura superiore al suo stato e alla sua nascita, perciò che
suo padre non era stato che un operaio dabbene ma povero, il quale
avea per lungo tempo servito, in qualità di scardassiere, in uno dei
lanificii di proprietà della famiglia di Orbeil... Zenaide, camminando
a fianco della mamma, non facea che voltarsi addietro ogni momento
per dare orecchio ai galanti che mai non mancavano di seguitarla...
La vanità e per essa la ingordigia del denaro dominavano nel cuore di
questa disgraziata fanciulla; ella sognava sempre uno stato che potesse
abilitarla a sfoggiar di abiti, una fortuna che le procurasse tutti gli
allettamenti della vita... Ella sdegnava di accomunarsi colle altre sue
compagne, alle quali si estimava superiore per la sua bellezza e per
gli sguardi signorili che questa le attirava. Zenaide avea disprezzato
i migliori matrimoni di giovani operai, perchè le sue mire erano più in
su... Egli è certo che la sua rara bellezza avrebbe potuto innalzarla;
ma il suo cuore non corrispondeva al suo volto; e il grido delle sue
male tendenze allontanava ogni buon proponimento.
I giovanotti di Parigi se le faceano d’attorno nel solo intento
di burlarsene: i regalucci piovevano, e Zenaide era sempre la più
scontenta figliuola del mondo; imperocchè quei piccoli presenti non
faceano che darle il gusto dell’ozio senza attutire la sua smodata
brama di danaro.
A diciotto anni, quando una donna possiede singolar bellezza, si crede
dispensata dal pensare a quelle cose che sole rimangono, quando i
diciotto anni e la bellezza saranno passati; e reputa inutili tutte
quelle doti morali, senza le quali la donna è debil canna che si
piega allo spirar di ogni vento, e si frange all’urto del più lieve
uragano. E Zenaide non poteva sfuggire agl’incessanti pericoli, in cui
la gittava la sua giovinezza, piena di tristi passioni e sgovernata di
freno morale.
La virtù della donna è più fragile del filo d’erba che cresce
sull’altezza di un colle esposto al tempestar dei venti... Uno sguardo,
una parola, e quella virtù non è più, e una vita d’innocenza è travolta
in una vita di rimorsi. Ma Dio pose a guardia di quella virtù uno scudo
di adamante, il pudore. Meschina di colei che gittò lungi da sè questo
usbergo, e che porse compiacente l’orecchio a’ melliflui detti della
seduzione!
Il Baronetto Edmondo Brighton, andando un giorno a caccia con parecchi
suoi amici nella _Pianura dell’Usignuolo_, presso Auteuil, vide la
bellissima Zenaide, e fu preso d’amore per questa fanciulla. L’amore
nel petto di quest’uomo era odio alla virtù dell’oggetto che egli
amava. Edmondo era straricco, e gittava il denaro con una facilità
incredibile.
La pioggia d’oro sorprese e ingannò la Danae novella. L’antico mito si
riproduceva in una casipola d’Auteuil!
Zenaide non fu veduta per molti mesi ne’ soliti luoghi dov’ella usava,
e poi la si vide con un puttino tra le braccia, un bambinello di un
mese, così leggiadro e gentile, che le vicine le diceano, in baciandolo
su e giù per tutto il volto, ch’ei rassembrava un figliuol di principe,
di duca o di altro nobil personaggio. E poi, queste medesime vicine che
aveano tante volte baciato e ribaciato il bambinello, e dette le più
care parole alla Zenaide, quando la sera raccoglievansi in crocchio,
teneano presso a poco questa conversazione:
— Margherita, sai tu donde sia piovuto alla Zenaide quella bella
creatura?
— Non farmi mo la stordita, Paolina; non ti ha ella detto che si è
maritata?
— È vero, ma che so! cotesto marito, io non l’ho mica veduto; e tu,
Margherita?
— Io neanche l’ho veduto... Dio ci guardi dal pensar male del prossimo;
ma è noto a tutto il paese che la Zenaide non è poi la più riservata
figliuola del mondo.
— Venirci ad imbeccare questa storiella di marito!... Per me, non ne
credo niente... E che nome ha cotesto marito di paglia?
— Ella dice che si chiama Francesco Lennois; che è un gran benestante
di campagna, e che, dopo averla sposata, l’ha menata non so dove, onde
noi non l’abbiam veduta per qualche tempo.. Che te ne pare, eh?
— Gesù e Maria!... che scandalo! Per me, mi guardi il cielo dal pensar
male del prossimo; ma voglio mettere su il più bel paio di orecchini
che tengo, per sostener che quel bambino...
— Avrà la buona ventura, se è vero quel che dicono, che i bastardelli
hanno la miglior sorte in questo mondaccio.
Tali cose buccinavansi tra quelle donne, e di questo passo trottava la
conversazione con isvariate annotazioni, chiose e comenti non del tutto
conformi a’ precetti della cristiana carità.
La Zenaide intanto avea dato giù a vista, ed il suo volto, per lo
addietro vera miniatura leggiadrissima, ora si rassomigliava piuttosto
ad una di quelle immagini che veggonsi per istrada e che la pioggia e
il tempo hanno tutte scolorate e impallidite.
Ella avea presentato alla gente del paese, in qualità di marito,
un certo Francesco Lennois, uomo di circa cinquant’anni, e che alla
pronunzia sembrava un Avergnese.
Non sapremmo dire chi fosse questi e che parte rappresentasse nella
trista e vergognosa commedia. Si tiri un velo di carità su gli errori
delle passioni, e si guardi alle funeste conseguenze cui mena l’obblio
de’ più sacri doveri.
Pochissimo tempo dopo la nascita di quel bambinello, cui si era dato
il nome di Federico Lennois, un gravissimo avvenimento arrecò sventura
nel Castello d’Orbeil. Un arresto politico venne fulminato contro il
Visconte: fu un prodigio la sua salvezza. Sotto un abile travestimento,
egli era pervenuto a raggiungere la frontiera della Svizzera, per
involarsi alla persecuzione del nuovo governo francese. Frattanto, il
giorno dopo della fuga di lui, la Viscontessa, che era stata presa da
spavento grandissimo per la vita del consorte, fu assalita da dolori di
un parto prematuro, e, tra convulsioni che minacciarono di ucciderla,
mise al mondo una creatura, alla quale fu imposto il nome di Augusto.
La Viscontessa rimase per oltre un mese in uno stato che fece temere
pe’ suoi giorni. Il difficile e intempestivo parto avea necessitato
la mano del chirurgo: la vita del figlioletto e della madre fu salva
dall’abilità dell’uomo dell’arte.
Il bambinello, tratto a stento dal seno materno, non potea ricevere i
primi succhi vitali dalla stessa genitrice, pericolosamente inferma;
era mestieri d’una balia... Si sapeva al Castello d’Orbeil che la
figliuola dello scardassiere, Zenaide, si era sgravata di fresco: fu
però mandata a chiamare e invitata a nutrire il fanciulletto Augusto.
Ella accettò subitamente la proposta, e il puttino le venne abbandonato
tra le braccia. Ella sel menò seco alla sua dimora, dov’era eziandio il
proprio figliuolo.
La prima parola che la Viscontessa pronunziò, dappoi che fu nello stato
di esprimere i suoi pensieri, fu il desiderio di vedere il pargoletto
suo figliuolo. Fu mandato a chiamar Zenaide col bambino; e costei, dopo
un’ora, era con questo al castello d’Orbeil.
La madre si stemperò in baci e in lagrime di tenerezza sul bianco
visino della creatura, su cui l’aria pura della campagna aveva operato
salutari effetti. E poscia il fanciullo fu riconsegnato alla nutrice,
che si affrettò di abbandonare il castello d’Orbeil. Si sarebbe detto
che Zenaide avesse fretta di togliere il figlio dalle braccia della
madre.
Quando la balia era tornata al Castello per presentare il bambino alla
Viscontessa, lasciava leggere sul suo volto un’agitazione e come un
sentimento di paura. Ma nissun badò a lei, e tanto meno la madre, che,
abbandonandosi alla sua tenerezza inverso quell’angiolo di figlio, era
tutta assorta nel piacere di abbracciare e baciare la carissima prole,
la quale poco mancò non le avesse costato la vita.
Passò qualche anno — La Zenaide veniva di tempo in tempo al Castello
d’Orbeil, e vi s’intrattenea per lo più parecchi giorni col fanciullo
Augusto, il quale crescea bello e gentile come un amoretto. La
Viscontessa non sapea saziarsi di accarezzarlo, di stringerselo al seno
e covrirlo di baci, e largamente ricompensava le cure onde Zenaide
circondava quella creaturina, prodigalizzandole, per così dire, gli
affetti d’una madre.
E nel fatto, non potea dirsi che i testimonii di amore che la nutrice
mostrava inverso il figliuolo del Visconte fossero dettati in lei dal
desiderio di lusingare l’amorevolezza della madre e di cattivarsene
le buone grazie, profondendo carezze e baci senza numero al piccol
pargoletto; imperciocchè bisognava veder la Zenaide quando era sola
nella sua abitazione co’ due bambini, di cui l’uno erale figlio e
l’altro figliuol di latte.
Torceremmo volentieri i nostri sguardi dallo spettacolo che ci
offriva quella donna snaturatissima, se non sentissimo il dovere di
non trascurare alcuni fatti che saranno di non poca importanza per la
nostra narrazione.
Zenaide viveva sola in una meschina casupola poco discosta dal sito
ove scorgemmo il platano della mendica. Dopo che la sciagurata fu
caduta ne’ lacci della seduzione del Baronetto Edmondo, la vecchia
madre aveala maledetta, e, separatasi da lei, era ita ad abitare in
quel tugurio, su cui il gran platano stendea l’ombra della sua vigorosa
vegetazione. La buona donna era tutto il giorno occupata a lavorare
in una delle fabbriche del castello per trarre innanzi la vita alla
meglio.
Zenaide adunque vivea sola co’ due bambini, entrambi sì belli e gentili
che i loro visini erano vere calamite di baci. Nati quasi ad un tempo,
essi parevano perfetti gemelli, se non che il bambino Augusto avea la
fibra più forte e valida del bambino Federico. Ma se poca differenza
era tra loro in quanto alle naturali fattezze, grandissima differenza,
una inconcepibile barbarie di donna, ponea tra le sorti di que’ due
innocenti.
Oh noi non comprendiamo come si possa far del male ad un bambino! Fa
d’uopo aver rinunziato alla natura di essere umano, per torturare
l’innocenza e la grazia, congiunte alla debolezza e all’impotenza
della difesa. Maledetti son da Dio i tiranni dell’infanzia: costoro
piangeranno a lagrime amare nella loro vecchiezza, e non gusteranno
giammai la dolce consolazione di sentire i loro bianchi capelli
carezzati dalle vezzose manine di cari pargoli. Dio non concede la
soavità di un’amorosa corrispondenza filiale se non a coloro che ebbero
viscere di uomini per l’infanzia, e che le prepararono assistenza e
piaceri.
Zenaide era tutto amore e sollecitudine pel figlio della Viscontessa,
ed era tutto odio e tirannia pel proprio figlio! Con un’atrocità
senza esempio, ella lasciava piangere per fame acutissima il piccolo
Federico, giacente quasi nudo sul suolo smattonato e umido, mentre
nutriva il piccolo Augusto, tenendoselo ben caldo avviluppato nelle
proprie vestimenta. Qualche volta la scellerata spingea l’eccesso della
crudeltà fino a torsi entrambi i bambini nelle braccia; e allora, dava
a poppare al figliuolo di latte sotto gli occhi medesimi dell’affamato
figlioletto, che colle manine cercava di strappare Augusto dal seno
materno. E quando la perfida Zenaide si stancava di udire gli urli del
bambino, lo scagliava lungi da sè sul terreno, dove il meschinello
giacea per lunghe ore e finiva coll’addormentarsi con quel sorriso
ineffabile che è l’amore degli angeli nel cielo.
L’aspetto di un bambino addormentato ha qualche cosa che accheta le
tempestose passioni e parla all’animo un misterioso linguaggio di
dolcezza e di carità. Quella certa velleità di dispotismo che è insita
a ogni uomo si calma alla vista della più gran debolezza, e sottentra
un sentimento di protezione e di aiuto. Il pensare che un bambino
abbandonato per poco a sè stesso sarebbe l’essere più infelice e
morrebbe per ignoranza de’ pericoli e per mancanza di soccorsi, debbe
per necessità muover la pietà e l’affetto.
Ma la vista del suo Federico addormentato non facea che esasperare
la ferocia di sua madre, la quale si sdegnava quasi di trovare nelle
sembianze del fanciullino la serenità e l’obblio del dolore, congiunte
al celeste candore della innocenza.
Una sola volta al giorno, la Zenaide dava a poppare al figliuoletto,
mentre ad ogni ora del giorno e della notte porgeva il seno ad Augusto,
che però veniva grassotto e vermiglio come que’ putti che si pongono ai
canti di un apparato di festa.
La sera, il piccolo Augusto, sazio felice e soddisfatto, si
addormentava nello stesso morbido letto, ove dormiva la Zenaide; ed il
piccolo Federico, gittato in misera cesta, non potendo, per istimolo
di fame e per freddo, prender sonno, assordava l’aria co’ suoi gridi,
pei quali la perfida madre, per dormir placidamente, si determinava a
ligargli un fazzoletto alla bocca.
Ci piange il cuore a raccontare di simili atrocità senza esempio, e
che ripugnano all’umana natura; laonde più non diremo delle incessanti
sevizie onde veniva tormentata, nei primi albori della vita, quella
esistenza di uomo.
Il tempo ci schiarirà forse il mistero di questa incomprensibile
tirannia di madre, come anche ci mostrerà la soluzione del grande
assioma morale, nascosto in tutt’i fatti della vita: LA PUNIZIONE
ACCANTO ALLA COLPA.
II.
LA FANCIULLEZZA DI FEDERICO
Una vita che si annunziava con questi foschissimi albori non poteva
certamente essere la più lieta e felice; e i giorni che seguitarono
alla prima infanzia del Lennois non furono che conseguenti nella
sventura e nel pianto.
Il fanciullo Augusto, fatto grandetto, rientrò sotto il tetto paterno
e fra le braccia dell’affezionatissima sua genitrice. Egli era bello
assai di volto, ed era, siccome dicemmo altrove, una miniatura delle
sembianze inglesi; ma insin da quella tenerissima età dava manifesti
indizii di alterigia e di disprezzo per quelli che non aveano la
ventura di nascere in un serico letto.
La Zenaide, quando il figliuolo della Viscontessa fu rientrato nel
castello d’Orbeil, non faceva passare un sol giorno senza andare
a rivedere il fanciullo che ella aveva allattato con tanto amore.
Ella non volea giammai dipartirsi dal sito ov’era quell’angioletto
del suo cuore, il suo amatissimo piccolo Augusto: chiedeva in grazia
alla Viscontessa di permettere che ella guidasse ancora il fanciullo
nelle vaste camere del castello e tra i viali del parco; che nol
perdesse giammai di vista; che gli stesse tuttodì addosso cogli occhi
e coll’anima. «Imperciocchè, ella diceva, io l’amo tanto, questo
fanciullo, più che s’ei fosse figliuol mio, e non so partirmi da lui un
sol momento. Quand’io sto dall’altra parte del parco, il mio pensiero è
al castello d’Orbeil, e non riposo che quando ritorno qui dove è l’amor
mio, il mio piccolo Augusto, tanto caro e leggiadro, con quella faccia
di serafino, con quegli occhi di sultano!»
E via via così parlando, la Zenaide dicea tante cose, che erano una
maraviglia di amore a sentirla: e la Viscontessa era qualche volta
gelosa di queste eccessive dimostrazioni di affetto, avvegnacchè i suoi
sensi materni ne fosser lusingati a dismisura. Però ella non sapea
vietare all’affettuosa nutrice il giusto sfogo di una tenerezza che
suole apprendersi ai cuori di quelle donne che han dato ad un bambino
il primo alimento vitale. Se non che, la nobile moglie del Visconte
ammiravasi talora che la Zenaide, la quale si sfacea di affezione
pel suo figliuolo di latte, abbandonasse il proprio figliuoletto per
intiere giornate e non mai ne parlasse, e mai seco nol menasse al
castello, o in modo alcuno significasse sollecitudine e attaccamento
pel sangue proprio. Di questo la Viscontessa richiedeala sovente, ma
la Zenaide parea mal portasse inchieste simiglianti, alle quali dava
sempre vaghe risposte, or dicendo che il fanciullo Federico venia su
un pessimo furfantello, il quale non madreggiava per niente in quanto
al cuore; or certificando che il figliuoletto non pativa di alcuna
mancanza per l’assenza di lei, essendo accomandato a buone mani; or,
per ultimo, svoltava destramente il discorso e usciva di palo in frasca
con istorielle e ciance da nulla.
Ma, vuoi caso o tendenza naturale o altro motivo, il fanciullo Augusto,
a seconda che cresceva negli anni, addimostrava un disamore grandissimo
per la sua balia, e noia e disgusto per l’affezione di lei. E questo
disamore crebbe a modo, che, dispotizzando egli la madre sua, la quale
teneramente lo amava, ottenne da lei di non permettere più l’ingresso
nel castello a _mamma Zenaide_, essendo ormai indecoroso a un nobil
fanciullo il sentirsi stretto al seno di una villica.
È impossibile descrivere l’acerbità del dolore da cui fu presa la
Zenaide alla inaspettata nuova del divieto che le veniva inflitto per
ricompensa del suo amore. Poco mancò non ne morisse, perciò che tutta
l’anima sua erane straziata... Ella pianse a lagrime disperate; si
arruffò i capelli, si lacerò le vesti, e per isfogare la rabbia e il
dolore, corse... a battere e a tormentare il suo Federico!
Non ci è cosa che più squarci un cuor sensitivo ed ecciti sdegno
grandissimo, che l’udire le grida di dolore messe da un fanciullo
innocente sottoposto a barbare battiture. La pietà si muove nei petti
più feroci, e non vi ha chi non si slanci a togliere quell’innocente
dalle mani spietate che il torturano. Ma nella solitaria campagna
dove abitava la Zenaide col suo Federico, non era chi udir potesse
le alte strida che il miserello spingeva al cielo, allorchè la madre
il tempestava di colpi con un grosso randello, non il rilasciando se
non quando quell’infelice creatura si accasciava per isfinimento di
dolore. Quella disumana era diventata una tigre assetata del sangue
proprio; era qualche cosa d’orribile a vedersi!... Quanto più intenso
era l’amore di quella iena per Augusto d’Orbeil, tanto più crudele era
l’odio suo per Federico Lennois.
Chiediamo perdono a’ nostri lettori, se siamo costretti a porre
sotto i loro occhi uno spettacolo disgustante e pietoso a un tempo.
Oh come vorremmo, ne’ nostri racconti, evitare di avvenirci in
codeste situazioni che fan fremere i cuori ben temperati; ma, nello
svariatissimo dramma delle passioni che si agita sulla scena del
mondo, la virtù, per mala ventura, non è la felice protagonista; è la
scelleratezza quella che più tiene il campo dell’intrigo. Lo spettacolo
della umana degradazione ha i suoi effetti salutari come lo spettacolo
del più elevato innalzamento dell’anima per grandi e generose virtù.
Ricevuto il divieto di ripresentarsi al castello, la Zenaide, non potea
vivere senza rivedere di tempo in tempo il suo Augusto. Perdeva le
intere giornate, appiattata in una siepe che divideva il parco dalle
circostanti campagne, nella speranza che il fanciullo, nelle sue corse
ed emigrazioni, fosse passato per quel sito. Ma il più delle volte, era
tempo inutilmente sprecato; perciocchè Augusto prendeva col suo aio
altra direzione, sia che scorrazzasse per gli andirivieni del parco,
sia che uscisse a cavallo fuori di Auteuil.
Il dolore e la collera di Zenaide in questi casi superavano
qualsivoglia immaginazione. Ella ritornava, in sulla sera, alla sua
casipola, scapigliata come una furia: i suoi occhi schizzavan fuoco; le
sue labbra eran pregne di veleno.
Il primo oggetto che le si offriva alla vista era il suo Federico, il
quale tremava tutto nel vedere sulle sembianze della madre la ferocia
del dolore. E quest’oggetto non faceva che aizzare la collera di lei
a tal punto, che ella scagliavasi come demente sull’infelice creatura,
e, quando a questa non riusciva di sottrarsi a’ furori di quella belva,
era cosa da pianger di pietà, tante e sì forti erano le battiture che
piovevano sul miserello. Alcune volte la ribalda femmina, toltosi
dal capo scompigliato uno sdentato pettine di ferro, perseguiva il
meschinello in tutt’i versi; e, acchiappatolo, gli conficcava nelle
spalle o ne’ reni gli acuminati denti di quello strano supplizio. Altre
volte, cacciatosi quel miserello sotto i piedi, gli andava pestando il
corpicino, nè più nè meno che se fosse stato un cane o un gatto morto.
Egli è vero che il fanciullo fuggiva molto lungi, allorchè vedea
la mamma invasa dalle furie: la notte ei non ritornava sotto il
tetto dov’era la sua crudele nemica, e andavasene a dormire sotto un
pagliaio che venne poscia addimandato il covile del monello. Quivi il
freddo, la paura e la fame torturavano a muta e talvolta tutt’insieme
lo sventurato, il quale piangea, piangea di un pianto che avrebbe
scosso i fusti degli alberi. Nissuno, nissun vivente, nissun essere
umano veniva a sollevare quel povero fanciullo dalle incomprensibili
crudeltà della genitrice; nissuno gittava uno sguardo di compassione su
quell’innocente che soffriva per una di quelle imperscrutabili ragioni
che rimangono ascose nella infinita saggezza della Giustizia Divina.
Iddio solo udiva il pianto e i gemiti dell’infelice, e Dio mandava una
consolazione su quel dolore, una gioia su quell’esistenza, un amico a
quel derelitto.
In una notte placida e serena, Federico erasi addormentato sulla
stoppia del suo covile. Egli avea pianto lungo tempo innanzi di
comporre gli occhi al sonno... La stanchezza del dolore lo avea tolto
momentaneamente alla sofferenza.... Durante il sonno, ei provava
indistintamente una sensazione dolcissima di calore che gli scorrea
con tutta soavità per le vene, come se una mano pietosa gli avesse
ricoperto il corpo con un grosso panno di lana... Federico sentiva una
voluttà che mai non avea gustata nel breve periodo di sua vita, giacchè
egli avea dormito sempre in sulla nuda terra o sulla paglia, senza
altra coperta che la logora travatura della stanza materna o l’aperto
e stellato palco dei cieli... Egli era questa volta così felice nel
suo sonno che dormì per lunghe ore, e insino a tanto che i raggi del
sol nascente vennero a colpirgli la fronte. Qual fu la sorpresa del
fanciullo, allorchè, nello schiudere le palpebre, si vide disteso
in sul corpo un bel cane, di razza inglese, il quale avea gli occhi
drizzati verso di lui con tal guardatura, che era ripiena delle più
tenere dimostrazioni di affetto!
Federico non potè astenersi dal gittar le braccia attorno al collo
del cane e stringerselo al petto, come avrebbe fatto con un caro
fratello! Oh come battea di contentezza il cuore di quel fanciullo!
Come le lagrime gli sgocciolavano per le guance!... Eppure, in mezzo
alla sua gioia, Federico aveva un palpito di timore, che quel cane
non fosse appartenuto a qualche vicino abitante del contado, e che
però gli venisse tostamente strappato dalle braccia... Onde non si
saziava di premerselo al seno, di coprirlo di baci, d’accarezzarne la
bionda schiena; e il cane parea sì contento di quella corrispondenza
di affetti, da non cessare un momento di agitar la coda in segno di
soddisfazione; e guardava sempre negli occhi di Federico con una sì
lampante significazione di amore, che meglio non avrebbe saputo un
innamorato guardar l’amante.
Il fanciullo temea giustamente che la madre, veggendolo protetto e
amato da quella cara bestia, non gliela avesse rapita o uccisa o in
altra maniera fatta sparire; però tornando quella mattina con gran
batticuore alla casa della mamma, ei tenea sempre l’occhio sul suo
amico, quasi che avesse da lui implorato di non abbandonarlo giammai e
di proteggerlo dal materno furore. A pochi passi dalla temuta dimora,
il miserello gittò un altissimo grido nel veder la mamma che venivagli
incontro con baleni di sdegno nelle feroci pupille.
Federico fu, come altre volte lo era stato parimente, ligato a un
ginepro e ivi abbandonato dalla spietatissima donna, la quale solea
lasciarlo in quel martirio per ventiquattro ore; dopo il quale tempo
davagli un boccon di cibo, così per farlo sopravvivere ai tormenti,
e per riserbarlo ad altri castighi e vessazioni. Ma questa volta
il tapinello non rimase lungo tempo ligato al tronco dell’albero,
imperciocchè il cane, con mirabile esempio di fedeltà e di amicizia,
tanto si adoperò co’ denti, che pervenne a spezzar la fune e a
sciogliere il fanciullo dai barbari ceppi.
Mentre il cane faceva l’estremo di sua possa per islegar Federico,
questi piangea di tenerezza; e, quando si vide libero, saltò addosso
a quell’impareggiabile amico, e gli disse tante cose e gli dette tanti
baci, e si stemperò in tanti affetti che poco mancò non ne svenisse.