Dopo mezz’ora, Federico Lennois presentava Ugo Ferraretti a Clorinda

Valdelli, cantante ricchissima e amica dei piaceri.

La Valdelli era una donna a trent’anni, assai bella, ma di costumi non

al tutto irreprensibili. La cronaca dei salotti non la risparmiava; e

sulle attinenze di costei correvano alcune voci le quali aveano molto

fondamento di verità, e non erano lusinghiere per la sua fama.

La società che la Valdelli ammetteva nelle sue sale non era certamente

la più scelta; il bel sesso che vi figurava apparteneva a quel genere

di donne che non fanno troppo sospirar gli amanti. Le scene fornivano

il lor contingente, erano mogli e sorelle di artisti, cantanti in

prospettiva, ballerine di passaggio o in permanenza; insomma vi

accorreva quella classe di donne, ottime per una festa di carnevale.

Ci era un profluvio di uomini: le maschere confondeano le condizioni;

ed era meglio così, imperciocchè queste non erano tutte alte e

onorevoli; la confusione e il pericolo vi dominavano, e la padrona di

casa non si mostrava molto scrupolosa in fatto di ricevimenti. Era da

scommettere che due terzi delle persone le quali si trovano nelle sue

sale non erano conosciute da lei. Questa noncuranza è comoda per chi

riceve e per chi è ricevuto: ma spesse volte bisogna esclamare in mezzo

al brio della festa: _Badate alle tasche_.

La festa era splendidissima, se si considera la quantità dei lumi,

lo sfoggio delle maschere e il gran numero di gente che ingombrava

il salotto da ballo. Nelle stanze attigue si giuocava, si fumava, si

beveva; e ciascuno trovava a soddisfare il proprio gusto.

Carnevale era nel suo seggio in quella casa: il divertimento era la

legge che vi dominava. Tutta la scioperata gioventù studentesca di

Pisa e dei dintorni era raccolta nelle sale della Valdelli, la quale

distribuiva a dritta e manca i tesori de’ suoi sorrisi. Ma al ballo

essa non volle per compagno che il giovine Ugo Ferraretti: ella stessa

si offrì a ballar con lui in tutta la serata. Si sarebbe detto che ella

avesse giurato di stancarlo a morte, perocchè volle provar con lui la

contradanza, il valser, la galoppa, il cancan.

Dalla Valdelli si ballò il _cancan_ francese, e nessuno ricusò di

ballarlo: lo sciampagna era in terzo tra le coppie.

La Valdelli era vestita alla polacca: la sua bella persona spiccava

sotto i vivaci colori di questo _costume_; e la sua folta capellatura

le cadea sulle spalle, uscendo dal grazioso berretto.

Dai suoi sguardi partivano scintille infiammate. Ugo si sentiva

scoppiare il petto.

Ogni sorta di maschera era ivi: ogni paese sembrava che fosse

rappresentato dal suo _costume_ particolare... Il vocio, il rumore, le

chiacchiere, gl’intrighi, la musica, la danza, la varietà dei colori e

delle fogge, la stranezza delle larve di cera; tutto ciò produceva un

effetto singolare e dava il capogiro, la vertigine, l’ebbrezza.

Ugo parea sostenuto in vita dalla forza del piacere. La Valdelli non

lo lasciava un solo istante, ella scambiava occhiate significative con

Federico Lennois: Ugo Ferraretti era la vittima designata. Egli doveva

morire sotto l’affanno di un valsero.

Un dominò nero, che aveva in testa un berretto di velluto con una larga

penna scarlatta, era sempre dappresso alla coppia di Ugo e di Clorinda

Valdelli. Questo dominò parea che non prendesse parte alcuna alle

comune letizie: esso affissava costantemente quella coppia, e sembrava

seguitar cogli occhi con perplessa ansietà i loro vorticosi movimenti

nel valsero, o voler carpire le loro parole nelle contradanze.

Una volta questo dominò si avvicinò al Ferraretti, e, nel momento in

cui la Valdelli era intenta a rispondere ad alcune maschere che le

avevano presentato dei confetti e dei fiori, sottovoce gli mormorò

nell’orecchio queste parole.

— Voi v’immergete in tutte le delizie del ballo; e la vostra Luigia

piange pel crudele abbandono in cui la lasciaste.

Ugo fu scosso, si voltò subitamente; afferrò il braccio di quel dominò,

ma questi giunse a distrigarsi, e disparve in mezzo alla folla.

Ugo rimase come colpito da un fulmine, ma fu strascinato al valsero

dalla sua inesorabile compagna: era giunto il momento del più gran

delirio. Quel dominò intanto non si lasciò più vedere.

Il valsero durò circa un terzo d’ora. Il colpo fatale era dato al

misero giovinetto: egli si sentiva affogare, e più non potea respirare.

Verso le tre dopo la mezzanotte, la Valdelli menò Ugo Ferraretti in un

salottino, dov’era imbandita una mensa con quattro posate.

Federico Lennois era seduto a fianco di una bionda giovinetta sorella

della Valdelli.

Clorinda invitò il Ferraretti a sedere al suo fianco. Le due coppie

erano l’una di prospetto all’altra.

Ogni maniera di squisitezze era su quella mensa, tra vaghi mazzolini di

fiori, nitidi cristalli e rilucenti doppieri di argento indorato.

Rinunziamo a dipingere la folle gaiezza del banchetto. L’ilarità

attuffava la ragione. Un residuo di modestia fu soffocato ne’ vapori

dell’ebbrezza.

Ugo si trovò la Valdelli nelle braccia. Egli sentivasi ardere e

divampare il petto.

Lo sciampagna fremea nei bicchieri, come il sangue nelle arterie di

quei quattro commensali.

Dieci bottiglie disparvero in un baleno. Ugo ne aveva bevuto tre egli

solo...

Le sue labbra erano lividissime.

La Valdelli cantava:

Allor che ne’ be’ vortici

D’un valse ei mi stringea,

E che il suo sguardo elettrico

Quest’anima accendea;

Rapita in ciel credeami

Nell’estasi d’amor.

Oh, suora mia quell’aere

Tutto spirava amore:

Stretta al suo seno e trepida,

Scoppiar sentiami il core.

Quell’ora sì incantevole

Oh se tornasse ancor!

Questi versi finirono di gittare lo scompiglio nelle menti.

Federico Lennois si alzò, colmò un gran bicchiere di poderoso vino, e

intuonò con voce stentorea il seguente brindisi:

Per passar lungamente e felici

Questo sogno che vita si appella,

Sempre a mensa restiam cogli amici;

Esultiam tra l’amore e il bicchier,

Viva il vino e Clorinda la bella,

Da noi lungi ogni tristo pensier!

E, dopo aver vuotato di un tratto il conico cristallo, e riempiutolo,

ripigliò:

Di letizia sia colmo ogni core,

Brilli il nappo qual vivida stella,

E lo sguardo sfavilli d’amore

D’ogni dama pel suo cavalier.

Viva il vino e Clorinda la bella.

Si disperda ogni tristo pensier!

Ugo Ferraretti fu obbligato dal Lennois e dalle donne a ripetere questo

brindisi; ma egli avea del tutto perduta la voce, si alzò barcollando;

fece uno sforzo violento per cantare... ma un orribile urto di tosse il

colse... e, invece delle parole di letizia, cacciò dalla bocca un rivo

di sangue!

Un grido straziante fu udito nella stanza contigua... Ma quel grido fu

perduto nel rumore della danza che si continuava ancora nel salone.

Ugo Ferraretti era ricascato sulla sua sedia, privo di sensi e bianco

come la salvietta, che stringea convulsivamente tra le mani.

Federico Lennois guardava con occhi asciutti l’infelice sua vittima; e

un sogghigno di trionfo balenava sulle sue labbra, mentre canticchiava

con beffarda ironia:

Viva il _rosso_ e Clorinda la bella;

Vada a monte ogni tristo pensier!

X.

UN’ALTRA MASCHERA

Ugo Ferraretti, dopo il terribile accidente da cui fu colpito a casa

Valdelli, era stato trasportato in casa sua più morto che vivo.

La Valdelli volea mandare un suo domestico per assistere lo sventurato

giovine, ma Federico Lennois pregolla di astenersene, perciocchè egli

avrebbe pensato a tutto ciò che era necessario pel disgraziato amico.

Nella mattina del lunedì Ugo parve più rimesso e tranquillo: qualche

cosa di soavemente sereno era nelle sue sembianze; e l’anima sua era

tutta staccata dalle mondane passioni, e rivolta al Cielo.

Egli non avea proferita nessuna parola; ma i suoi occhi eran fissi con

amore sul perfido amico, il quale non lo aveva neppur per un momento

abbandonato, temendo che alcuno entrasse nella camera dell’infermo e

discoprisse l’esistenza del quadro. Federico era seduto alla sponda del

letto di Ugo, e con ansia contava i momenti di quella vita, la cui fine

egli aveva sì barbaramente affrettato.

Verso il mezzo giorno, Ugo fe’ segno al suo amico che se gli fosse più

avvicinato, però che la sua voce era quasi perduta; accennò di voler

bere, e, dopo di aver rinfrescate le sue labbra con un sorso di acqua,

così parlò al Francese:

— Ferdinando... sta sera o... domani... io più non sarò...

— Speriamo, mio caro Ferraretti, interruppe il ribaldo con doppia

significazione; una di conforto al moribondo e l’altra per sè medesimo.

— Ora io più non ispero che congiungermi ai miei carissimi, soggiunse

Ugo; la vita... mi abbandona... tra qualche ora io forse non potrò

più parlare.... Ascoltami bene, amico mio.... Un’ultima.... grazia....

ti chiedo.... fa che il mio corpo riposi a fianco di quelli dei miei

genitori... e de’ miei fratelli... là nel nostro Camposanto, da me...

tante volte visitato, e dove le lagrime che io versava sulle fosse a

me care faceano forse sbucciarvi quei malinconici fiori... ch’io mi

piaceva di cogliere... e di recare alla mamma... Dì, Ferdinando, mi

darai questa ultima prova della tua amicizia?

— E ne dubiti? rispose il falso amico, fingendo di nettarsi una lagrima.

— Ed io voglio... mostrartene la mia gratitudine, ripigliò Ugo con

affannoso parlare... Quel quadro...

— Ebbene? esclamò con occhi infiammati il Lennois.

— Quel quadro... io l’affido a te... esso è tuo.

— Mio!!!

— Sì esso è tuo... è l’unico contrassegno di amicizia, ch’io possa

darti... Tu lo venderai; ma non qui... vendilo in qualche altro

paese d’Italia.... Vorrei che lo vendessi al Principe T... a Roma,

il quale vien generalmente riputato esimio protettore e conoscitore

di arti belle... Mi dice l’animo che quel quadro sarà... trovato

un capolavoro... che il mio nome sarà pronunziato con rispetto

dagl’Italiani... Oh perdona, perdona, mio Dio, se un pensiero di

vanagloria è in me in queste ore supreme... della mia vita... Ma è

questo il compenso che tu dai ai miei corti giorni, visitati da tanto

dolore, da tante privazioni, da tante sofferenze!

— Sì Ugo disse Federico prendendo con ipocrito viso di amicizia la

gelida mano dell’artista, il tuo quadro è un capolavoro... esso è

destinato a valicare i secoli portando il tuo nome sulle ali della

fama... Possa tu vivere ancora lunghi anni! ma se al dolore di perderti

mi riserba il cielo, sii sicuro che in tutti gli istanti della mia

vita mi adoprerò a far noti il tuo genio e le tue sventure... Sì Ugo,

illustre artista tu sei, e il tuo quadro la _Preghiera_ empirà del tuo

nome il mondo civile... abbiti piena e sincera la mia ammirazione...

Ma spetta a tutti quelli che han mente e cuore il lodar te degnamente:

spetta a’ posteri, delle cui lodi tu ancor vivo godi gran parte col

pensiero. Ugo Ferraretti, tu devi e con ragione superbire dell’opera

tua...

Strascinato dall’entusiasmo d’una perfetta simulazione, il Lennois

riprese come chiaroveggente nel futuro:

— Vedi.... vedi... quella schiera infinita di ammiratori che si

accalcano intorno alla tua tela e se ne partono plaudenti col cuore e

colle labbra... Odi quel concerto di elogi che si ripetono di giorno

in giorno, di anno in anno, di secolo in secolo... Vedi quella turba di

mezzani pittori ed anco di non pochi abili, che si affrettano a copiare

la tua magnifica dipintura, degna di aver posto accanto alle tavolette

del Caracci, dello Zingaro, del Guido. Oh, le immagini ch’io presento

al tuo pensiero, Ugo Ferraretti, non son mica esagerate fantasie di

una troppo condiscendente e affettuosa amicizia; no, il quadro ch’io

ti fo non è caricato, ed è forse dammeno del vero... Ugo Ferraretti qui

alla sponda del tuo letto, in quest’ora solenne, nel silenzio di questa

camera, io ti proclamo un genio immortale, e bacio questa mano che

creava quel prodigio dell’arte.

È incredibile come questa serpe sapesse imitare la colomba, e come il

suo linguaggio si vestisse di tutt’i tuoni dello schietto entusiasmo

figlio della più cordiale amicizia. Non trascuriam poi di dire che era,

d’altra parte, convintissimo dell’alto valore e de’ meriti singolari

del quadro di Ugo.

— Basta, basta, mormorava con voce appena sensibile il tradito

italiano, basta... non più... la gioia mi soffoca... Iddio mi ha fatto

la grazia di farmi terminare il mio lavoro... Oh se io potessi rivedere

per l’ultima volta...

— Chi mai? dimandò il Francese raggrottando le ciglia.

— Quella giovinetta che prega... Tra poco forse pregherà per me! Ed

io l’ho abbandonata, posta in obblio!... Oh se io potessi rivederla un

solo istante, io morrei, contento!

Federico non poteva comprendere il senso arcano di queste parole, e le

reputò dettate da un cominciamento di delirio.

— Sì, Ugo, diletto amico, quella donna pregherà... pregherà sempre.....

pregherà per farti ottenere quella gloria nel cielo che già ti sei

conquistata in sulla terra; e con quella pregheranno tutti gli uomini

che leggeranno le pagine crudeli della tua biografia... Oh, quando

l’Italia e il mondo sapranno che un genio moriva nella più squallida

miseria: che un Francese gli mitigava il più scellerato abbandono;

quando si saprà che in una strada solitaria di Pisa, in una casa

maledetta, l’autore della _Preghiera_ esalava gli aneliti estremi,

senza che un sol Pisano fosse venuto a confortare gli ultimi momenti,

il mondo ripeterà con Dante Allighieri:

_Ahi, Pisa vituperio delle genti_...

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

_Non dovei tu i figliuoli porre a tal croce_.

— No Ferdinando... Iddio benedica il mio paese, com’io lo benedico,

interruppe il moribondo. Non più, non più parole di vendette e di

odio... Un figliuolo non dee giammai svillaneggiare la madre sua, e,

quali che sieno i torti di questa non debbe giammai nel petto di quello

venir manco l’amore e la gratitudine. Maledetto è da Dio chi svilisce

e maledice la terra nativa. Sono cinque secoli che Pisa piange per

l’amaro verso del fiorentino Allighieri.. Il Redentor degli uomini

comanda il perdono: bellissima e santa legge che allarga il cuore e lo

fa degno di ricevere il divino perdono... Si, mio Dio, Dio d’infinita

misericordia, perdona le follie cui mi sono abbandonato e che mi hanno

accelerata la morte... Perdonami siccome io perdono col cuore a tutti

quelli che hanno fatto del male, e specialmente al francese... Giacomo

Paillard.

Federico si avea sentito ribalzare il cuore a queste ultime parole,

come se Ugo avesse detto: _e specialmente al francese Ferdinando

Ducastel_.

Il francese Federico Lennois, nato a Auteuil, uccideva abbracciando la

sua vittima e facendoglisi credere sviscerato amico; appunto come il

francese Daniele de’ Rimini, nato a Baionna, assassinava il Conte di

Sierra Blonda riconfermandogli un affetto caldissimo a tutta pruova.

Per rimuovere il malanimo contro i Pisani che le calunnie del Lennois

han potuto far nascere ne’ nostri lettori, ci diamo premura di dire che

allo spuntar del giorno del lunedì e in tutto il corso della giornata

come anche il domani, non pochi tra conoscenti del Ferraretti e altri

della festa della sera precedente, si erano presentati ad informarsi

della salute del giovine pittore e a far profferte larghissime di

servigi e di assistenza; ma Federico avea, con isvariati pretesti,

allontanate le officiose persone, per rimaner solo appo il letto del

moribondo, a fine di non far nascere ostacoli al compimento del suo

divisamento infernale.

Ugo era caduto nell’abbattimento: le parole che avea proferito gli

aveano fatto crescere l’affanno, in tanto che ora si sentiva affogare:

volle essere posto a sedere in mezzo al letto, e Federico il sollevò

adagiandone la schiena debolissima a un batuffolo di guanciali.

Sembraci superfluo il dire che Federico, dal dì che si era fatto

intrinseco del giovine artista non risparmiava danaro e per

procacciargli sollazzi e piaceri, arma di cui lo scellerato si era

servito per cacciarlo alla tomba, e per rifornirlo di que’ comodi che

rendono piacevole la vita, e di tutto ciò di cui il meschino sembrava

patir difetto. Egli spendeva di buonissima voglia il suo denaro, però

che sapea che, alla morte dalla sua vittima, i quattrini gli sarebbero

rientrati in saccoccia con larga mano di guadagni per la vendita del

quadro.

A capo di alcuni minuti, Ugo ricercò novellamente la mano del Lennois e

gli disse con estrema lentezza:

— Ferdinando... dal ricavato della vendita del mio quadro... tu....

mi farai la grazia... di pagare quattro mesi di pigione al padrone di

questa casa... Non voglio che... la memoria di me venga macchiata in

qualsivoglia modo... Me lo prometti?

— Lo giuro, mio carissimo, vivi tranquillo!

— Morrò tranquillo! mormorò il misero.

E più non parlò insino a sera.

Come prima si fe’ bruno nell’aria, cominciò a farsi udire

indistintamente il rumor delle mascherate per le vie; il brighella,

il dottore, l’arlecchino e il pulcinella francese andavano per le

strade buffonando, e cantando, e dicendo lepidezze più o meno argute,

e facendo tanta baldoria da parer demonii e peggio. A seconda che

passavano per una strada, una folla di sfaccendati, di lerci, di

monelli, di donne del popolo traevano dietro a loro, menando a tondo

tutti quelli che incontravano, di tal maniera che qualche baruffa non

mancava di rendere più vivace il divertimento.

Questa mascherata avea percorso rapidamente parecchie vie e stradelle

e ronchi, fermandosi or qui or là, a tenore dello spasso che si

promettea, quando un uomo di mezzo alla folla gridò:

— Alla Casa di Satana.

— Sì, sì, alla Casa di Satana.

E tutti accolsero con grandi urli e fischi questa proposta, e si

diedero a correre, come il turbine mosso dal vento, verso la strada

dove era quella casa.

— Che cosa è questo rumore? dimandò Ugo colpito dal gran frastuono che

si facea sotto la sua abitazione.

— È una mascherata, rispose Lennois.

— Ah! una mascherata... mi ricordo... un festino, non è vero?... un

banchetto... O mio Dio, mio Dio! il tuo perdono!...

Il rumore cresceva a dismisura, era un concerto di voci altissime, di

canti spropositati e osceni, di grida stonate.

— Saliamo sulla casa maledetta, gridò un arlecchino.

— All’assalto di Satana, gridarono parecchi altri.

E tutti si avviarono a salire sull’abitazione.

Si picchiò all’uscio da scala a colpi di mazze e di randelli. Federico

fu spaventato, ma, non si perdendo d’animo, andò a dischiudere la

porta.

— Alto là, signori, non vi inoltrate... qui, in casa, è un moribondo.

Cessarono di repente il fragore e le grida.

— Un moribondo! esclamò una voce, vogliamo vederlo.

— Non posso permettervi l’ingresso; la vostra presenza, le fogge de’

vostri abiti, le strane maschere che coprono i vostri volti, potrebbero

distogliere i suoi pensieri e farli deviare dal cammino del cielo, al

quale in questo momento debbono esser drizzati.

— Lasciamo dunque che muoia in pace, disse un brighella; andiamo,

amici; questo luogo non fa per noi, puzza di cimitero.

— Andare a scegliere la _Casa di Satana_ per morirvi dentro, osservò un

pagliaccio; che razza d’idea!

E tutti se le svignarono quatto quatto per le scale, timorosi di

far strepito. Tanto è vero che la morte incute rispetto anche a’ più

baldanzosi e sfrenati.

Il martedì, ultimo giorno di Carnevale, era anche l’ultimo della vita

dello sventurato giovine Ugo Ferraretti.

Federico Lennois non l’aveva abbandonato nella notte del lunedì...

Vinto dalla stanchezza e dalle veglie, ei si era abbandonato sovra una

scrinata poltrona, dove il sonno l’avea colto.

Quando si destò verso l’alba del martedì, Ugo aveva una insolita fiamma

negli occhi.

Dio, Dio, ti ringrazio, mormorava più col pensiero che colle labbra,

l’ho veduta, l’ho veduta! questa grazia mi è stata concessa! ora sì che

muoio contento: niente altro ho a desiderare.

Federico non poteva udir queste parole che il moribondo pronunziava con

voce sì debole da non colpir neanche i propri orecchi... Veggendolo

muovere le labbra, il Francese suppose che quegli fosse preso dal

delirio, e procurò di richiamargli le idee ad uno stato più naturale.

Ugo non parlò più; ma sulle sue sembianze era sparsa una soavità che di

rado si osserva su i volti de’ vicini a trapassare.

Verso le vent’ora all’italiana, Ugo proferì distintamente questa parola;

— Un sacerdote.

Lo scellerato Federico finse di non averla intesa: il ribaldo temea

che un ministero di Dio discoprisse il quadro, sia per proprie

osservazioni, sia per la stessa rivelazione dell’infermo.

Ugo ripetè parecchie volte con ansia quella parola; ma Federico si

mostrò distratto, occupato.

Il moribondo congiunse le mani, rivolse le pupille al cielo, e si pose

a pregar colla mente.

Le ventiquattro ore suonavano al gran Campanile, quando Ugo Ferraretti

fece uno sforzo, come se avesse voluto alzarsi dal letto; guardò

attorno alla camera con occhi spalancati; mise un gran sospiro... o

singulto; e voltò le spalle a Federico Lennois, il quale, per vincer la

noia di quelle lunghe ore, leggeva sbadatamente un romanzo francese.

Dopo un paio d’ore di assoluto silenzio, Federico trasse alla volta del

letto dell’infermo, il chiamò per nome, le scosse,.. indi mise un grido

di gioia feroce. UGO FERRARETTI ERA MORTO!!

Il domani, giorno delle ceneri, il corpo del Ferraretti era disteso nel

suo medesimo letto di dolori, senz’altro apparato funebre che quattro

candele messe a’ quattro angoli del letto.

Nessun vivente era in quella casa abbandonata.

Federico Lennois era sparito nella notte portando seco il quadro la

_Preghiera_.

Poche ore prima che i becchini fossero venuti per trasportare il

cadavere al suo asilo, una donna era entrata in quelle stanze dov’era

il morto.

Questa donna, giovane e bella, portava sul suo volto l’impronta della

disperazione.

Ella avea tra le mani parecchi oggetti, qualche cosa come un vasetto

ripieno di cera liquefatta ed altro recipiente con gesso.

Ella si accostò al cadavere, lo covrì di baci e di lagrime; indi

applicò una forma di gesso sul volto dell’estinto, e vi gittò la cera.

LA MASCHERA di Ugo Ferraretti era fatta: il suo volto era riprodotto!

Quella donna guardò lungo tempo le bianche sembianze del cadavere;

pianse a lagrime dirotte; s’inginocchiò alla sponda del letto e pregò.

Era ella in quel momento il quadro vivo della PREGHIERA.

Era Luigia Aldinelli.

_Parte Terza_

I.

I DUE BAMBINI

Prima che riprendiamo la nostra narrazione al punto dove la lasciammo

alla fine della prima parte, cioè, alla morte del giovin francese

Giustino Victor, e pria che proseguiamo a raccontare le tristizie del

Lennois, è mestieri che facciam conoscere ai nostri lettori qual si fu

la prima giovinezza di questo malvagio, e quali sventure ad un tempo e

turpitudini l’accompagnarono.

Lasciamo alquanto avvolta nel mistero la storia della sua nascita.

Solamente dir dobbiamo che la natura sembrò aver posto il marchio della

sua riprovazione su questo fanciullo, sulla cui schiena era una larga

macchia nera, la quale vi restò incancellata; anzi vennesi rabbuiando

sempre più a guisa di nero scudo.

Federico era figlio della colpa. La dimora del Baronetto Edmondo

Brighton a Parigi, e propriamente nelle vicinanze di Auteuil,

non poteva esser feconda che degli stessi errori, i quali avevano

contrassegnata la sua permanenza a Cadice, a Siviglia, a Bajona, a

Glascovia e a Pisa.

Federico Lennois · 第 11 / 22 段