abilità; io non sono nato sotto questo cielo, non sono Italiano! Eppure
io sento che farei tutto per acquistarmi un nome, per uscire dalla
insopportabile oscurità a cui mi danna la mia nascita; tutto farei
per udir mormorare il mio nome quando passo per le strade, per essere
anch’io additato nelle riunioni e nei pubblici spettacoli. Oh felici,
mille volte felici, coloro che sanno crearsi un nome!
Una delle corde più vive del cuor di Federico era stata mossa, e il suo
linguaggio questa volta era la genuina espressione del suo pensiero;
tranne che l’invidia si avea posta la maschera del desiderio di gloria.
Era l’ignobile mosca che vuole imitare il volo della farfalla.
La conversazione fu novellamente interrotta dalle riflessioni a cui
ciascuno di quei due si abbandonò.
— La vostra _Vergine Assunta_ è magnifica riprese Lennois, ci è dello
Zingaro in questa tavoletta: che soavità di colorito! che studio di
prospettiva! Ho veduto qualche cosa di simile al vostro lavoro nel
Museo di Napoli: era una dipintura del Solario, che egli facea, se ben
ricordo, per la chiesa di S. Pietro ad Aram di quella città.
— Oh, per carità, signor Ducastel!... La vostra amicizia per me vi
trasporta... Paragonare le mie povere pitture a quelle dell’immortale
Solario!
— Io non vi adulo, Ferraretti; bensì vi dico schiettamente quello
che penso di voi... Ve l’ho detto, e ve lo ripeto: voi avete genio e
maniera tutta propria... Ma, perdinci, è una ora che sono qui, e non mi
avete ancora fatto ammirare del bello e del nuovo, soggiunse Federico,
gittando all’intorno della camera uno sguardo indagatore; io voglio
vedere qualche altro vostro lavoro, mio caro Ferraretti; questa tela
ricoperta da un panno.
Ugo fu scosso, si turbò, arrossì.
— Ah! questa tela... è un quadro, su cui lavoro da sei mesi: esso
è tutta la mia vita, tutta l’anima mia, tutto il mio amore; ma sono
appena a metà dell’opera.
— Ah questo certamente sarà un capolavoro, esclamò il Lennois, ed io
sarò felice di poterlo ammirare nel suo nascere.
È tempo di far notare ai nostri lettori che sin dal primo entrare
di Federico Lennois nello studio dell’artista italiano, avea quegli
balestrato uno sguardo sulla tela ricoperta, divorato dal desiderio
di vedere ciò che vi si contenesse: ma non avea creduto prudente e
discreto il richiederne a prima giunta il Ferraretti.
— Un capolavoro!... Oh, lo sarà lo spero.
Questo grido, scappato involontariamente dalla intuizione del genio,
fece allibir d’invidia il Francese.
— Su, su, togliete quel panno, disse questi mal contenendo l’amarissima
curiosità che il divorava, e si appressava al cavalletto per iscoprire
il quadro; ma Ugo il rattenne.
— Un momento, signor Ducastel, io sono pronto a soddisfare alla vostra
curiosità; ma debbo avvertirvi che è questa una gran prova di amicizia
che vi do... Nessun al mondo ha finoggi veduta quella tela.
— Ah! esclamò il Lennois, cui un pensiero d’inferno attraversò l’anima
nera; nessuno ha veduto il vostro quadro!
— Nessuno l’ha veduto, ed io ho le mie ragioni per nasconderlo per ora
ad ogni occhio mortale... Laonde giuratemi, signor Ducastel, che non
paleserete ad anima viva l’esistenza di questo quadro.
— Ve lo giuro sulla mia vita, rispose cupamente Federico.
Ugo sollevò il panno che copriva la tela...
Egli era pallido come per morte.
Invece il volto di Federico Lennois era divenuto una vampa di fuoco; i
suoi occhi erano ardentemente fissi in sulla tela: un pensiero intanto
gli annebbiava la vista:
— «Questo quadro sarà mio... Lavora, lavora, Ugo Ferraretti e, poi
muori... io raccoglierò il frutto delle tue fatiche. Tra pochi mesi
il mondo saprà che l’autore del quadro _la Preghiera_ è... Ferdinando
Ducastel.»
VIII.
IL DISEGNO DEL LENNOIS
Egli è mestieri che disveliamo qual si era lo scopo di Federico Lennois
nel trarre a visitare l’artista della _Casa di Satana_.
Federico era a Pisa da alquanti mesi; egli avea già percorso le
principali città d’Italia, non tanto, come egli diceva, per vaghezza di
studiare i capilavori di arte, di cui è sì ricca questa terra, quanto
pel bisogno incessante di distrazioni ch’ei sentiva, per isfuggire al
suo più mortale nemico, sè medesimo. Un’inquietudine perpetua seguitava
questo giovine in qualsivoglia paese. Diremo altrove qual si fu la
prima tempestosa giovinezza, e quali sciagure la colpirono.
A Pisa, siccome a Milano, a Roma, a Napoli, a Firenze, Federico prendea
contezza dei più rinomati artisti del paese, e andava a visitarli,
annunziandosi loro ammiratore: spesse volte facea delle compere per
ispecularvi sopra: tal’altra fiata si poneva per qualche tempo appresso
ad un pittore per meglio apprendere l’arte. Ma nè l’ammirazione, nè
l’interesse, nè la brama di apparare guidavano i passi di lui nelle
dimore degli artisti. Altra passione, assai differente, ve lo menava,
passione ignobile, rarissima appo gl’Italiani, L’INVIDIA.
Federico non era cattivo dipintore; egli avea studiato sotto abili
maestri, e qualche volta si potea dire che una scintilla di genio
era in lui; ma la mezzanità, morte delle arti e degli artisti, la
mezzanità, che genera la presunzione, la cattiveria e l’invidia, la
mezzanità era tutto il retaggio di Federico. Comechè si sforzasse
di dare alle sue tavolette energia, grazia e naturalezza, lo stento
e l’artificio vi trasparivano sempre. Era nelle sue figure qualche
cosa che a prima vista colpiva per vivacità di colorito, per risalto
de’ _primi piani_, per una certa originalità di concetto; ma quando
l’occhio del perito si riposava sul quadro, vi trovava tanti difetti
e sconcezze, quanti pregi e grazie vi si erano scorti in sul primo
riguardare. Niente del bello stile italiano, quantunque in Italia egli
avesse studiato: nulla della semplicità che è tutto il mistero del
genio.
Veggendo poco valutati i suoi lavori, a’ quali erano sempre messi
avanti anche i più mediocri di pittori italiani, arrovellavasi contro
di questi; e scagliava su le più orrende bestemmie e imprecazioni.
Col germe dell’odio grandemente sviluppato nel seno, simili giuste
preferenze non poteano che sempre più esasperare l’animo di lui e farvi
nascere le più crudeli passioni. Dapprima ei si ficcava negli studi
degli artisti per cercare di scoprire qualche segreto di cui valersi
per dar merito a’ suoi lavori. Destro, sottile, ipocrito, spiritoso,
insinuante, di bella e pulita corteccia, di linde maniere, egli
trovava facile e gradita accoglienza dappertutto, e si faceva un gran
numero di amici, i quali tutti ei tradiva, svelando all’uno i segreti
dell’altro, dicendo a questo un gran male di quello, e burlandosi di
tutti. Federico si studiava di screditare i più abili e rinomati, di
gittare l’ironia, lo scherno, la maldicenza, la calunnia sulle opere
più insigni; ed avrebbe voluto aver la possanza della distruzione, per
annientare in un sol momento tutti i prodotti del genio italiano.
Egli spendea danaro per corrompere i più accreditati giornali d’Italia:
faceva scrivere articoli virulenti contro le più lodate dipinture degli
artisti italiani: egli stesso non si facea scrupolo di farsi il proprio
elogiatore. Ma le lodi comprate non fruttano gloria, siccome la satira
calunniosa non può che per un momento offuscare il vero merito. Il
pubblico condanna le bugiarde voci de’ giornali, e dispensa l’encomio o
il biasimo nella bilancia della giustizia.
Dopo qualche mese della sua dimora in Pisa, Federico avea conosciuto
il suo degno compatriotta Giacomo Paillard. Ogni mattina quegli traeva
a casa di costui, e vi s’intrattenea alquante ore. Il Paillard era
informato di tutta la cronaca del paese; sapeva i fatti più segreti
delle famiglie, facea baratto di quadri con tutto il resto d’Italia.
Egli aveva alcune superficiali cognizioni di pittura, ma conosceva da
professore la storia sul merito, sull’autore, sulla data e sulla scuola
d’un quadro. Il Paillard ritoccava, ristaurava, impastava, imbrogliava,
vendea lucciole per lanterne; dava del nuovo per vecchio; improvvisava
celebrità; dava dei fratelli all’Urbinate, al Tiziano, al Coreggio;
prodigalizzava e toglieva il genio a suo pieno piacimento: facea di
tutto insomma per carpir quattrini dalle tasche de’ merlotti, siccome
soglion fare questi francesi che vengono a speculare in Italia.
Non potevano meglio riscontrarsi due arnesi della stampa di Federico
e del sig. Paillard: l’avarizia e l’invidia si erano abbracciate in un
solo intento, la morte del genio.
Federico avea veduti i quadri di Ugo Ferraretti ed era rimasto colpito
dalla straordinaria bellezza di que’ dipinti: erasi tosto informato del
loro autore, e la sua gioia fu grande quando seppe che il Ferraretti
vivea nella più squallida miseria. _L’Addolorata_, la _Vergine Assunta_
e la _Natività del Signore_ erano tre quadretti inapprezzabili: era
in essi qualche cosa del bel secolo di Leone X. Federico non potea
saziarsi di ammirare la finezza, il colorito, il partito di pieghe,
l’espressione e la soavità de’ volti. Benchè il rivendugliolo gli
avesse detto che que’ quadretti eran copie e ne avesse additato gli
originali, Federico trovava in quelli l’impronta del genio. Egli aveva
già veduto a Firenze l’originale della _Natività del Signore_: ed era
convinto che la copia del Ferraretti valea più del dipinto del Naldini.
Federico comprò i due quadri dal Paillard, ed avrebbe anche comprata
l’_Addolorata_, se questa non fosse stata già venduta, per contratto,
alla Casa Righetti di Livorno. Il Lennois avea il suo proponimento:
avvicinarsi al Ferraretti, cattivarsi l’amicizia col fare mostra
di generosità, e trar profitto dalla miseria di lui comprandone il
pennello. Federico volea far servire il Ferraretti come istrumento
della gloria, i quadri di Ugo avrebbero un giorno portato il nome di
Ducastel.
Federico non indugiò a mandare ad effetto il suo disegno, e noi
l’abbiamo veduto presentarsi alla _Casa di Satana_ e divenire in un
momento l’amico del Ferraretti, il quale non potea giammai supporre
quale anima si nascondesse sotto le avvenenti forme del Francese.
È facile il comprendere come esultasse il cuore del perfido Federico
nel vedere il quadro la _Preghiera_, e nell’udire dalla bocca del suo
autore che nissun occhio mortale aveva affisato quella dipintura.
Le ardenti parole pronunziate dal Ferraretti quando gli si parlò di
gloria davano chiaramente a divedere com’ei lavorasse dietro l’impulso
di questo fervidissimo desiderio: laonde era impossibile di ottenere da
lui, per qualsivoglia somma di danaro, la compra di quella creazione,
la quale non potea mancare di eccitare il più grande entusiasmo e di
procacciare al suo autore una gloria non peritura. Però Federico non
si fermò alla idea di comperarsi i dritti di autore; ma concepì il nero
disegno di rubare il quadro del Ferraretti, come prima questi vi avesse
dato le ultime pennellate. L’idea del furto congiungeasi naturalmente
all’idea della morte di Ugo, la quale, per la gracilissima salute di
lui, non parea mica distante.
Noi oseremo spingere il nostro sguardo nelle profonde latebre del cuor
di Federico per leggervi tutta la perversità che vi si ascondeva. Egli
aveva fatto il seguente crudelissimo disegno:
Non abbandonar mai Ugo Ferraretti e stargli d’accanto in tutti
i giorni, in sino a che avesse terminato il suo quadro. Vegliare
attentamente sulla sua salute: non fargli patir difetto di niente;
circondarlo di allettamenti fino al termine del quadro. Badare con ogni
circospezione a tener nascosto quel dipinto ad ogni anima viva, per
modo che, morto il Ferraretti, nissuno al mondo avesse potuto dire che
quel quadro era del giovine artista Pisano. Mostrarsi amico sviscerato
del Ferraretti per poter avere accesso in sua casa ad ogni ora del
giorno e della notte. Allontanare dalla _Casa di Satana_ qualunque
persona la quale, venuta in intrinsechezza, avesse potuto discoprire
l’esistenza del quadro, e finalmente, data l’ultima pennellata alla
grande opera, porre ad arte tutti i mezzi infernali per accelerare la
fine del giovin pittore senza commettere un aperto assassinio!
Era questo il diabolico proponimento del Lennois, e tutto sembrò
sorridere alle sue speranze; tutto corrispose fatalmente alla sua
aspettativa.
In poco tempo la più stretta intrinsechezza fu tra i due giovani
artisti. Federico non sapea dividersi da Ugo, e questi contava i
momenti quando l’amico non era al suo fianco. Federico si sedeva
da costa al Ferraretti allorchè costui lavorava al suo quadro; gli
preparava la tavolozza, gli approntava i pennelli, gli stemperava
i colori, gli riscaldava il caffè col latte, solita colezione del
giovinetto artista. E, quando questi avea dipinto per due o tre ore,
il Lennois facea chiudere il quadro in luogo riposto, e seco menava il
suo amico a spasso nella città, a pranzo in qualche elegante osteria
o in altri luoghi di diporto e di svagamento. Ugo sembrava più rimesso
in salute, e la piccola tosse che solea tormentarlo era sparita. Ma la
tristezza non era scemata in lui, alimentata da un amore infelice e da
sinistri presentimenti.
Ugo avea giurato a Luigia Aldinelli (che ne lo avea richiesto, per
ragioni che diremo in appresso) di non rivelare ad alcuno l’affetto
che avvinceva, nella massima purità, i loro cuori; epperò il giovinetto
si era sempre astenuto di aprire il suo animo all’amico e disvelargli
le angosce di un amore senza speranze. In ogni cinque o sei giorni,
Ugo diceva al Lennois ch’ei si recava in campagna per far visita a un
suo parente; e coloriva a tal modo le sue gite alla Cascina, dov’egli
attingeva novelle ispirazioni pel quadro sublime della _Preghiera_, e
dove ei beveva a gran sorsi il veleno di un amore tanto più infelice
quanto più puro e incontaminato. Le soavissime e care sembianze di
Luigia Aldinelli lasciavano la loro impronta incancellabile nella mente
del giovine artista, il quale riproducevale in tutta la loro purezza
sulla tela.
Ugo avea fatto un mistero a Luigia Aldinelli del quadro ch’ei stava
facendo, però che egli voleva, a suo tempo, procurarle una dolce
sorpresa. Era in quel quadro tutto il cuore dell’artista, colle
sue fervide speranze nel Cielo, col suo amore straziante, colle sue
solitarie passioni.
Circondando il malinconico giovinetto con tutti gli allettamenti della
vita Federico volea fargli prendere a poco a poco il gusto e l’abito
dei piaceri, per poterlo indi spingere ad ogni eccesso, quando giungeva
il tempo di spingerlo alla tomba. Era questo il pensiero del perfido
Lennois. Profittare della debil salute di Ugo Ferraretti per ammazzarlo
cogli stessi piaceri della vita.
Ugo si era dato con trasporto a questo nuovo genere di vita. Il
poveretto avea diciotto anni, avea sensibilità eccessiva, un cuore
amantissimo, ed aveva la fibra di un tisico, vale a dire estremamente
pieghevole agli accessi ed alle commozioni di ogni sorta. D’altra
parte, fino a quell’età, l’infelice non avea provato che le sole
torture della vita; è facile dunque immaginarsi con quale ardore ei si
lanciasse in quella nuova esistenza ricolma di tanti piaceri. Oltre a
ciò Ugo sentiva il bisogno di distrarsi dal pensiero di un amore che
gli rodeva lentamente il cuore. È noto eziandio che coloro i quali
portano nel loro petto il germe fatale della tisi, sono più facili
degli altri ad abbandonarsi a’ piaceri; quasi che un presentimento
segreto gli avverta che debbono affrettarsi a godere, essendo ben corta
la loro carriera.
Ed il giovane Ferraretti si abbandonava a’ piaceri della sua età,
e correva però al precipizio che gli schiudeva la perfida mano
dell’invido francese.
Il quadro la _Preghiera_ era pressochè finito; epperò la vita del suo
autore doveva eziandio accostarsi al suo termine!
IX.
IL CARNEVALE DI PISA
Era giunto il tempo di carnevale.
La bella strada di Lung’Arno si animava di cocchi ripieni di
mascherate, di canti e suoni popolari, di giocose brigate, di festevoli
compagnie. In ogni casa era un divertimento; i ricchi spendeano a
mano franca; i poveri vendeano o impegnavano le loro masserizie; le
donne si abbandonavano con gioia alla danza, gli uomini anche più seri
faceano mille follie. Tutti insomma dimenticavano le cure, le faccende,
i pensieri e si davan tempone, non conoscendo altro dovere che il
divagamento, altra legge che il piacere.
La vita umana è così breve! il piacere così raro! la ragione così
fiacca! le passioni così prepotenti! Vi è tanta seduzione negli occhi
delle donne, ne’ bicchieri di sciampagna, negli accordi melodiosi d’una
musica inebbriante!
Durante tutto il carnevale, Federico aveva spinto l’amico Ferraretti a’
divertimenti di ogni sorta: la mattina al quadro; la sera all’osteria,
al giuoco; al ballo. In pochi giorni Federico avea renduto il giovine
Ugo esperto in ogni maniera di danza; e questi vi si abbandonava con
quell’ardore che a nulla riflette.
In mezzo al fascino de’ veglioni, Ugo avea per poco dimenticata la sua
Luigia: egli vedeva ogni sera tante belle donne, che gli sorrideano e
lanciavano occhiate da renderlo matto di amore! Egli non avea più, per
così dire, il tempo di pensare alla sua Luigia; tranne quando lavorava
al suo quadro, il quale, essendo quasi finito, non richiedea più che
qualche mezz’ora al giorno. Alcune volte, quando Ugo ritiravasi a
casa trafelato e stanco per lunga veglia, l’immagine di Luigia se gli
affacciava al pensiero e gli rimprocciava la sua dimenticanza, il suo
abbandono: spesso lo avvertiva di starsi in guardia contro le insidiose
suggestioni dell’amico... Ma il sonno, che si abbatteva immediatamente
su quella spossata organizzazione, cancellava la cara immagine, e
ne riproduceva di meno pure e modeste alla febbrile fantasia del
Ferraretti.
Nel porsi a letto, Ugo sentiva ogni sera un calore febbrile, il quale
era succeduto da brividi irresistibili d’intenso freddo. Una smania
indicibile, un affannoso eccitamento il tormentavano e il faceano
balzare sulle materasse: il sonno era pieno di larve: eran vaghe e
scinte donne che trescavano; giovinotti che lo invitavano al piacere;
era una confusione di colori, di luce, di fiori, di suoni; un turbine
incessante nel quale ei si avvolgea senza tregua e fino a che cadea
spossato e infranto.
Da queste notti ambasciose Ugo si alzava a stento: tutte le membra
gli dolevano; il capo gli pesava come se fosse stato ripieno di gran
massa di piombo; le braccia gli cascavano inerte, e le ginocchia si
ricusavano al movimento.
Un’apatia invincibile s’impadroniva di lui, per modo che non avea la
forza neanche di vestirsi. Qualche volta ei rimaneva mezzo vestito e
seduto sulla sponda del letto per due o tre ore, senza poter muoversi
e senza sentirsi forte abbastanza da levarsi e vestirsi: rimaneva
immobile in quella positura, fino a tanto che arrivava l’amico Lennois.
Allora il volto di Ugo si animava; una certa vita si appalesava in lui;
l’immagine dei piaceri della veglia davagli forza a sopportar la fatica
de’ piaceri che lo aspettavano la sera.
Veggendo il Ferraretti a tal segno prostrato di forze, Federico
sentivane contento, però che si avvicinava il tempo in cui doveva
estinguersi la vita di Ugo. Il carnevale non doveva finire prima che
questi fosse finito.
Era l’ultima domenica di carnevale. La neve scendeva a lenti fiocchi
sulla terra e si ammonticchiava sulle alture delle case. Ugo Ferraretti
si alzò ben tardi: la sua faccia era così bianca che sembrava un
riverbero del letto di neve ond’eran ricoperte le campagne circostanti
alla _Casa di Satana_. Egli non avea potuto chiuder l’occhio in tutto
il corso della notte precedente; chè le larve de’ suoi estinti fratelli
e quella della madre di fresco trapassata aveano popolata la diserta
sua camera da letto. Oltre a ciò, una civetta era venuta a posarsi
sulla ringhiera del balcone e non avea cessato di fare udire il suo
funebre canto, quasi che avesse sentito colà il fetore d’un morto.
Ugo avea desiderato con ansia la luce del giorno, e, quando questa
ebbe fugate le tenebre, la pesantezza dell’aria esterna e la densa
nebbia che avviluppava le strade facevano ancora durar la notte. Ma in
sull’alba Ugo si addormentò; e il suo sonno durò fino alle undici; fu
un sonno febbrile visitato da spaventevoli fantasmi.
Alzatosi, Ugo die’ le ultime pennellate al suo quadro la _Preghiera_.
E non sì tosto fu compiuto questo sublime lavoro, la campana della
Torre pendente annunziò esser giunto il giorno a metà del suo corso, e
chiamava i fedeli all’ultima Messa che si celebrava nella Cattedrale.
Ugo voleva assistere al divin Sacrificio, ma la forza gli mancava; le
ginocchia piegavansi sotto di lui; e, al di fuora la neve copriva di
candide stelle le regioni dell’aria.
Federico neanche giungeva, e Ugo si sentiva infelice senza il suo
amico: la solitudine era per lui oggimai la miseria, la febbre, le
larve di morte, la tisi; il canto della civetta gli rintronava tuttavia
nelle orecchie.
E stette così fino a sera... Quando la luce si perdè nel cielo, essa
rinacque più viva e rossa nelle case e nelle strade, le quali rifulsero
di mille falò, di mille fiaccole e fanaletti, di mille nicchi accesi in
sulle ringhiere dei balconi e sulle soglie sporgenti delle finestre.
Carnevale spasseggiava sulle vie di Pisa, e il suo lungo mormorio
arrivava sino agli orecchi di Ugo Ferraretti... Allora una specie
di rabbia nervosa afferrò l’infelice artista: egli avrebbe voluto
slanciarsi nel mezzo della folla festante, mischiar le sue grida a
quelle dell’ebbra gioventù che berlingava ne’ baccanali del carnevale:
avrebbe voluto satollarsi di piaceri fino a morire nell’ebbrezza:
avrebbe voluto immergersi fino alla gola nella più sbrigliata
intemperanza, per non trovarsi più a faccia a faccia coi proprii
pensieri, cogli orribil pensieri di un tisico.
Disperate lagrime solcavano le guance di Ugo; lagrime di debolezza, di
delirio... Pochi mesi fa, quel caro giovine avrebbe con indifferenza e
forse con disprezzo e pietà gittati gli occhi su quelle lontane scene
di sollazzi e di piaceri, ed avrebbe trovato nella religione quella
felicità che ora ei dimandava alle larve ingannatrici del mondo. Ma
pochi mesi fa, il Francese non avea calpestata la soglia di quella
casa!
Mezz’ora all’incirca era stato Ugo Ferraretti inchiodato a’ cristalli
del suo balcone, quando il campanello dell’uscio di scale suonò
stridulamente. Ugo fece un balzo sopra se stesso e corse ad aprire.
Era il suo amico Ducastel, il quale sfoggiava per lusso ed eleganza di
vestimento.
— Il quadro? dimandò questi nell’entrare, perciocchè vedendo sì mal
ridotto il misero giovine, temè non fosse morto innanzi di dare le
ultime pennellate al quadro.
— Finito, interamente finito, rispose Ugo, e si affrettava ad accendere
un lume ad olio.
Il volto di Federico si rischiarò, e dal suo petto si sprigionò un gran
sospiro.
— Io vi aspettava con impazienza, Ferdinando, disse Ugo, mentre il
Lennois gittava gli avidi occhi sulla tela: era inquieto, però che in
tutta questa giornata io non vi ho veduto.
— La gran neve che è venuta giù... e poi, questo benedetto carnevale
uccide il tempo... visite, amici, inviti... Ma tu hai una cera
terribile questa sera!... Andiamo su, a divertirci, voglio menarti al
ballo in maschera di Clorinda Valdelli, la cantante.
— Ah! Clorinda Valdelli! davvero! Voi mi portate in sua casa!
— Sì, sì, le ho parlato di te; ella brama di conoscerti, e sono
arcisicuro che sarai ben accetto.
— Andremo in maschera?
— Certo; ho lasciato laggiù nella carrozza due dominò uno rosso e
l’altro nero; il primo per te, il secondo per me.
— Vi sarà molta gente?
— Un diluvio di belle donne; la più brillante gioventù di Pisa;
affogheremo nello sciampagna, e ti dico in confidenza che noi saremo
della _partie carrèe_.[4]
— Che significa?
— Lo saprai... Dimmi un poco, hai dormito abbastanza la scorsa notte?
— Niente; la tosse mi ha impedito... Ho avuto una notte orribile... ho
sofferto... assai... assai...
— Tanto meglio!... voglio dire, tanto peggio; perchè stanotte non
si dormirà; il giorno ci sorprenderà dalla Valdelli; ma vestiti,
su, fa presto; voglio presentarti a lei prima che giunga la folla
degl’invitati e degli adoratori.