segreti della Creazione; scruta gli abissi del cuor umano; sorprende
il magistero del Bello e ne disvela le maraviglie alle attonite
moltitudini; anima il marmo, la tela, la carta; strascina al suo carro
di trionfo le ricchezze e gli onori che essa disprezza e calpesta;
sorride alla Gloria, sua figlia; comanda l’Entusiasmo, lo provoca,
lo spande; nobilita i suoi stessi adoratori, e guarda baldanzosa
attraverso i secoli, siccome al solo campo degno di Lei.
L’ispirazione, immenso dono che Iddio fa a qualche anima, uccide
il corpo ove quest’anima risiede: quanto più essa vola verso il
cielo, donde emana, tanto più il corpo si disfà e tende alla terra,
donde provviene; quanto è più ardente il pensiero, tanto è più
freddo e pallido il volto; quanto più vigoroso è il concepimento,
tanto più debole è l’organizzazione della creta; quanto più feconda
è la scintilla del genio, tanto più il corpo invecchia e il capo
incanutisce.
L’ispirazione, nemica del tempo e dello spazio, spegne ben presto la
vita che ne è l’espressione più naturale e sensibile.
Più che altrove, l’ispirazione discende sulle anime italiane. Il sole
che allieta e feconda la bella penisola fa sbocciare in gran copia i
fiori del genio come i fiori de’ prati, ma quelli non marcescibili come
questi.
Ogni zolla di questa terra d’Italia è un ricordo glorioso pei suoi
figli, le sue stesse ruine sono un semenzaio di genii. La poesia, la
pittura, la scultura, la musica, queste vergini sorelle che fanno sì
lieta l’umana vita e infiorano le tombe, si ebbero lor culla su questa
terra incantata.
E Dio benedisse e ricompensò la virtù di Ugo Ferraretti, accordandogli
la purissima fiamma dell’ispirazione.
Non tenteremo di descrivere le peculiari bellezze che il pennello
del Ferraretti facea nascere sulla tela. Bisognerebbe che facessimo
assistere i nostri lettori ad ogni seduta del giovin dipintore, e,
ancorchè ciò facessimo, non sapremmo far loro minutamente osservare
o ammirare il portento che ogni tratto di pennello creava: il genio
ha i suoi misteri, che egli stesso talvolta non comprende; la mano
esegue ciò che la ispirazione le detta, e i dettami di questa non
sono traducibili in nessuna lingua dell’uomo. Bisognerebbe far passare
negli animi de’ nostri lettori i sentimenti medesimi che agitavano di
perplessa gioia l’anima del Ferraretti ad ogni sfumo che si disegnava
sulla tela, quasi tocca da magica bacchetta.
Il quadro rappresentava l’interno d’una camera, il cui fondo scuro,
alla maniera fiamminga, dava risalto grandissimo alla bianca figura
di donna che, colle mani congiunte e cogli occhi rivolti al cielo,
poggiava ambo le ginocchia al suolo, sostenendo appena il destro fianco
alla panchetta di un letticciuolo messo di scorcio. Tutto rivelava
la miseria e l’abbandono: quella donna avea sulle sue sembianze una
giovinezza di dolori: l’innocenza vi trasparia e con essa la fede
più viva: avea gli occhi e i capelli neri, d’una soavissima bellezza,
il volto allungato da’ patimenti dell’animo, ma pur sì bello che lo
sguardo vi si fissava con amore...
Una veste di mussolina d’un azzurro sbiadato copriva la leggiadra
persona; lo scollo alquanto basso lasciava nudo un collo di avorio e
la parte superiore del petto, mal difesa da una rozza pezzuola gittata
sulle spalle colla noncuranza propria di chi ha una gran pena nel
cuore.
— Questa lievissima offesa al pudore smoria nel sublime atteggiamento
che riportava i pensieri dei riguardanti ad una sfera superiore ad ogni
bassa passione.
Non è dicibile con quale arte e naturalezza era messo il fazzoletto
sulle spalle di quella fanciulla.
Si vedea che la pena e gli affanni, per cui ella pregava, le avean
fatto per un istante, solo per un istante, porre in obblio la natural
modestia; nel quale momento di obblio parea che si giovasse un’auretta
finissima che venia da una finestra dischiusa, e che iva sollevando il
leggiero lino.
Da quella finestra discoprivasi in distanza la Cattedrale di Pisa, come
per dare un’idea del luogo ove la scena accadeva.
Le pupille della fanciulla voltate al cielo lasciavano discoperta la
sclerotica degli occhi bianchissima e velata da una nebbia di pianto:
però il cielo, che quelle pupille cercavano, era disceso in esse,
tanta era la soavità che da quelle partiva, e che si diffondea su tutto
l’ambiente del quadro.
Le labbra semi aperte avean forse mormorato un nome assai caro, che
parea vibrasse ancora nella loro tremula oscillazione: la preghiera,
in fondo di quell’anima, rivelava l’amore; ed ella stessa, l’innocente
creatura, non sapea forse esprimersi altrimenti che col linguaggio
dell’amore.
Questa passione nella sua purità era scolpita in tutt’i tratti della
figura: e la Religione, interprete scusatrice appo Dio di tutte le
umane debolezze e miserie, le dava un carattere solenne e rispettabile.
Le mani congiunte in atto di rassegnazione, di umiltà, di speranza
erano di una perfezione inarrivabile e d’una morbidezza che vincea la
stessa natura: un anello, un semplice cerchietto d’oro, era al dito
anulare della mano destra: ricordo forse tenerissimo di una madre, di
una sorella o di altra persona.
Ma ciò che sovrammodo attestava il genio dell’artista era la massa
de’ capelli della giovinetta che pregava. Era in essi quel disordine
naturale a chi è preso da una prepotente passione: alcuni truccioletti
le veniano staccati sulla bella fronte, ombreggiandone il niveo
candore. La foltezza della scompigliata massa in sulla coppa del capo
rivelava l’ardenza malinconica di quella natura appassionata: que’
capelli erano così vivi, così naturali, che facea d’uopo del ministero
del tatto per assicurarsi che erano dipinti e non veri.
Tutta la scena era rischiarata dalla pura luce dell’alba, i cui rosei
colori si vedeano spuntare dalla dischiusa finestra. Questa luce
modesta investiva di scorcio le sembianze dell’inginocchiata: il resto
della camera era ancora soggetto a quelle mezze ombre che attestano le
tenebre della notte non del tutto cessata.
Oh perchè non possiamo ad una ad una particolareggiare le meravigliose
bellezze di questa dipintura! Perchè non possiamo mostrarla agli occhi
de’ nostri lettori nella sua sublime semplicità, nell’armonico suo
tutto!
Oh se avessimo il potere di cangiare questa fredda pagina nella stessa
tela, ov’ella nacque! Che cosa sono le imperfette e monche descrizioni
quando si tratta delle opere del genio? Che può il freddo narratore a
petto della realtà che lo abbaglia, e non gli lascia altro sentimento
tranne quello dell’ammirazione?
Il concepimento, il disegno, il colorito, le ombre, la espressione,
il dramma, tutto era grande in quel quadro, tutto additava un futuro
Tiziano nel giovinetto malaticcio che facea passar l’anima sua su
quella tela.
Quello che formava il pregio maggiore de’ lavori di Ugo Ferraresi, e
massimamente di questo della _Preghiera_ era la disposizione del fondo.
Abbozzando i suoi quadri, egli traea profitto, come Rubens, non pure
dall’abbozzo medesimo, ma eziandio da’ tuoni dell’impressione della
tela.
Ugo schivava eziandio l’abito che si hanno non pochi pittori di
dipingere interamente il nudo, per passar poscia alle vestimenta ed
agli accessorii. Con tal metodo non può giammai ottenersi un perfetto
accordo di parti, e l’effetto non ne risulta sì mirabile e limpido,
come quando il tutto è stato osservato attentamente insin dalle prime
pennellate dello abbozzo.
Ugo studiava in principal modo gli accidenti di luce, ai quali dava
quelle graduazioni spiccate e forti che distinsero il Caravaccio e il
Guido, e che han renduto sì pregevole la scuola fiamminga.
In quanto al colorito, Ugo sapea con tant’arte e genio distribuirlo,
che non gli si avrebbe potuto rimproverare una sola tinta superflua
o mal locata. Lo speziale dà i coloriti a tutti, dicea il Tiziano, ma
solo il buon pittore ne fa il colorito.
Ugo insomma dimandava all’arte di sforzarsi a vincere l’inopia
dei mezzi e la non cedevolezza della materia, egli sudava a gran
goccioloni, come sudano tutti gli artisti che traggono la vita da
un impasto di colori e danno alla tela tutte le passioni umane. Egli
possedea que’ pregi che gli assicuravano piena vittoria in quel certame
di opposti, qual’è il poter congiungere l’ardimento colla dolcezza, la
forza colla grazia, il grande col modesto.
Noi abbiam cercato di descrivere il quadro compiuto, però che non
avremmo potuto seguitarne la lenta esecuzione. Un anno intero fu speso
da Ugo Ferraresi a terminare il suo lavoro, durante il qual tempo molti
avvenimenti ebber luogo, che a mano a mano andremo narrando.
Ci affrettiam di dire intanto che il Ferraresi avea fatto passar sulla
tela le sembianze di Luigia Aldinelli, la cui immagine era scolpita
incancellabilmente nella fantasia di lui. Però, a seconda che quelle
adorate sembianze andavansi conformando, egli amava l’opera sua con
tal delirio che spesso ei dimandava a sè medesimo quale più amasse, se
l’originale o il ritratto. Rimanea le lunghe ore a contemplar le care
fattezze di quel viso, e talvolta non sapea resistere al desiderio di
baciar le labbra inanimate ma vive della sua dipintura.
Questo gran lavoro era tramezzato dalle frequenti gite, che il giovine
artista innamorato faceva alla Cascina.
Luigia Aldinelli non poteva mostrarsi al suo amante che di soppiatto;
ed egli era costretto a starsi per molte ore rincantucciato nello
spigolo di un muro, immobile, all’impiedi, esposto alle intemperie ed
a’ rigori della stagione.
Ciò non pertanto, una breve distanza li separava la quale permetteva
all’amante Ferraretti affissare i suoi sguardi su quella carissima
creatura. Oltre a ciò, la disposizione del sito era tale che il luogo
ove Ugo si ponea sovrastava alla casa di Luigia; così che costei, per
guardar l’artista e per parlargli, aveva sempre i suoi begli occhi
levati in alto.
Eppure le ore in cui que’ due si vedeano e s’intratteneano tra loro
erano le più belle: il freddo, la pioggia e il vento non erano neanche
avvertiti, ed eglino erano così felici, che il cielo avrebbe potuto
cadere sul loro capo senza che quasi se ne fossero addati.
L’anno che fu necessario ad Ugo Ferraretti per compire il suo quadro
fu per lui un anno di emozioni si vive, che lo avrebbero senza dubbio
spinto a morte, se gli avvenimenti che si succedettero non avessero
dato altro avviamento agli abiti della sua vita.
Eran circa sei mesi dacchè egli lavorava al suo quadro, quando una
mattina, il campanello della sua casa fu udito a suonare.
Era questa una straordinaria singolarità; che dovea grandemente
sorprendere il giovine artista; però che nessun amico egli aveva, e non
mai anima viva era ito a visitarlo nella _Casa di Satana_.
Egli rimase per qualche tempo in forse se veramente all’uscio di sua
casa il campanello si era fatto udire; ma tal sospensione di animo
presto si dileguò al risuonare che fece lo stridulo istrumento, il
quale erasi quasi arruginito per l’umidità di quella casa, e per l’ozio
perpetuo in cui giaceva.
Ugo si alzò, gittò un panno sulla tela per nascondere l’opera sua e
andò ad aprire.
Un giovine si presentò al suo aspetto, decentemente vestito:
Era Federico Lennois.
VII.
L’INVIDIA
— Siete voi l’artista Ugo Ferraretti? chiese Federico Lennois al
giovine con ispiccato accento straniero.
— Io son desso, rispose il giovinetto figgendo gli occhi sul
personaggio introdotto nello studio.
— Quanto piacere io provo nel conoscervi di persona! disse Federico;
ho veduto dal sig. Giacomo Palliard i vostri quadretti, che sono tante
gemme di arte; particolarmente la vostra _Addolorata_, che è stata
venduta per 500 lire alla casa Righetti di Livorno.
— 500 Lire! la mia _Addolorata_! O infamia!
— Dite benissimo, soggiunse Federico ingannandosi sulla significazione
di quella parola di dolore e di vituperio; quel quadretto vale al più
poco mille franchi.
— Eppure, signore, sapete quando mi fu dato dal signor Paillard per
quel quadro che era l’anima mia e che io ricomprerei col mio sangue?
— Ah, credo che non vi fu dato meno di cento cinquanta lire.
— Dieci soldi! signore; dieci soldi!
— Dieci soldi!! Possibile! Ma questa è una vera infamia, siccome
diceste; dieci soldi!
— Ecco, signor mio, la generosità e la coscienza che hanno i
Francesi! Ecco il disinteresse, la filantropia, l’amor dell’ingegno e
l’estimazione del merito, di cui eglino si vantano!
Federico si turbò, non perchè vulnerato nel suo sentimento nazionale,
ma perchè, sendo egli francese, era molto mal raccomandato nel cuor di
Ugo Ferraretti. Diremo più tardi qual si era lo scopo della sua visita
al giovine Ugo.
— Ma in somma, diss’egli lisciandosi la barba, perchè precipitaste a
tal modo il vostro quadro? Che bisogno ci era di venderlo per quella
meschinità di dieci soldi?
Ugo scolorò in volto siffattamente, che Federico sembrò spaventarsene;
e il ragguardò con moltissima attenzione non senza un sentimento di
secreto piacere.
— Voi mi domandate, signore, perchè precipitai a tal modo il mio
quadro? Che bisogno ci era di venderlo per quella meschinità di dieci
soldi? Perchè vi sono alcune emergenze nella vita in cui per un soldo
si darebbe anche la propria esistenza... Ah, signore, se voi sapeste
che cosa orribile è la miseria! Guardarsi allo intorno nel proprio
abituro sfornito di mobili, spingere il pensiero al di fuori e trovare
la solitudine più desolante; nessun parente, nessun amico, nessun
protettore: e, d’altra parte, udire i lenti gemiti d’una madre che
si muore nella totale inopia di mezzi... Mancar di tutto, tranne del
sentimento della propria dignità!... In questo stato io mi trovava,
signore, tutto era venduto: la lunga e penosa malattia della sventurata
madre mia assorbiva tutto il prodotto delle mie fatiche per varii mesi
io aveva dovuto pensare ogni giorno a procacciarmi il sostentamento del
giorno; lavorava dì e notte, mi sfiniva di forze, e ciò nonostante io
era così felice, allorchè mia madre prendeva la sua zuppa ben calda,
ben nutrita da ottima carne; io era così felice, quando ella mi volgeva
uno sguardo di amore e di riconoscenza!... Povera madre mia! Oh se io
potessi faticar come un cane, e nutrirmi con un sol tozzo di pane ogni
due giorni, per riacquistarti! Se potessi dormir sul nudo pavimento,
purchè io dormissi un’altra volta a fianco del tuo letticciuolo, o
madre mia!... Perduta, perduta, per sempre!
Le lagrime irrigavano il bianco volto del Ferraretti. Federico era
rimasto muto e impassibile a quella espansione di dolore...
Ugo ripigliò lentamente e con voce fiacchissima:
— Una sera, l’orribil sera: mia madre era infranta dalla sua
inesorabile malattia: la tisi, l’implacabile tisi, che non risparmia
le sue vittime, l’orribile tisi che rende scheletri gli ammalati,
lasciando loro tutto il vigor della mente per far loro guardar di
fronte la morte che si approssima; la tisi onde anch’io morrò, ne
son certo, e forse tra non molti anni la tisi facea le sue ultime
prove sull’infelice vivente scheletro di mia madre; una pozione, un
refrigerio era indicato per quella misera, ed io non aveva un sol
pezzo di rame, una sola di quelle infime monete, che pur bastano a
dare e a toglier la vita. Tutt’i miei lavori erano stati venduti a
quel carnefice di Paillard, però che nessun altro volea comprar quadri
moderni: non mi restava che il quadro dell’_Addolorata_, da me dipinto
con tanto amore, con divozione, con tanta fede: a quell’Immagine
benedetta io raccomandava ogni mattina e ogni sera la madre mia:
quella Madonnetta era la gioia nei miei dolori, la speranza nella
mia disperazione, il raggio di sole nella notte dei miei pensieri...
Ebbene, non avendo a chi rivolgermi, non sapendo su che cosa dar di
mano per ottenere una moneta senza chieder la limosina, gittai uno
sguardo sull’_Addolorata_, pregandola che avesse illuminata la mia
mente.... ed essa sembrò guardarmi in atto pietoso, e dirmi: Io ti
darò i mezzi onde soccorrer tua madre; va e vendi questa mia Immagine:
grande è il sacrificio, ma una madre lo chiede..... Stetti molto
tempo a contemplar quella figura; piansi dirottamente, però che mi
parea che strappando quel quadro dal muro, io ne strappassi il culto
dal mio cuore; stetti in forse lunga pezza; ma un sordo lagno di mia
madre e la tosse straziante mi decisero. Io staccai dalla parete la
sacra Immagine. Non saprei dirvi come diserta mi sembrò quella camera
spogliata di quel quadro! Parve che l’olio della lampada si disseccasse
in un momento, non essendo più destinato a rischiarare la benedetta
effigie della Madonna. Baciai le pallidissime gote della mia genitrice,
e, non ostante la dirotta pioggia che faceva e la distanza che mi
separava dal rivendugliolo francese, andai a vendere l’_Addolorata_ al
signor Paillard. Probabilmente la mia disperazione si leggea scritta
sulla mia fronte; onde quell’uomo senza cuore indovinò il bisogno
estremo di danaro in cui io mi trovava e cercò trar profitto dalla
mia sventura... Ecco, signore, la storia della vendita di quel quadro;
ecco in che modo un Francese apprezza e valuta l’ingegno, l’opera e la
fatica!... Su quel quadro ci erano più di dieci franchi di colori, ed
egli non mi pagò neppure il prezzo del cencio di tela su cui la sacra
Immagine era dipinta.
Una tosse violenta succedette a questo concitato parlare del giovine
artista italiano, il quale aveva appoggiato il braccio sulla traversa
del cavalletto e posata la fronte in sulla palma della mano in atto di
sfinimento e di dolore.
Federico, il quale era seduto affianco di Ugo, sovra una sedia
spagliata e rotta nelle traverse, misera gemella di quella su cui
era seduto il Ferraretti inchiodò i suoi occhi di piombo su le costui
sembianze, e un sinistro sorriso balenò sulle sue labbra.
Poco stante, il Lennois, poscia che il tossir di Ugo si fu alquanto
calmato, gli disse:
— Sventurato giovine, io sono tanto profondamente commosso della
vostra sorte, quanto ammiratore della vostra abilità. Troppo severo
è l’opinione in che avete i Francesi. Se uno di loro gittò nel fango
il vostro ingegno e abusò della vostra sventura, un altro si offre a
emendare tanta ingiustizia. Io ho comprato dal signor Paillard, due
vostri lavori, una _Vergine Assunta_ e una _Natività del Signore_, due
copiette inapprezzabili, ho dato al sig. Paillard due luigi, soltanto
per averli da lui, ma non intendea pagarne il loro prezzo che al loro
esimio autore; ed eccovi in questa borsa duecento franchi i quali
mi estimo avventurato di potere io medesimo offrire all’egregio Ugo
Ferraretti, la cui amicizia mi sarà anche più cara dei suoi quadri.
Ciò dicendo, egli ponea la borsa sulla traversa del cavalletto.
Ugo restò attonito: non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie:
gli parve un sogno tanta felicità. Era la prima volta ch’ei trovava
un nobil cuore, un amico! Ugo non potè rispondere che gittando un
diluvio di baci e di lagrime sulle mani di Federico, di cui si era
impossessato.
— Il vostro nome, signore, il vostro nome che io dovrò portar scolpito
nell’anima mia, chiedeva il Ferraretti tra i singhiozzi della gioia.
— Ferdinando Ducastel, pittore come voi, ma non del vostro ingegno e
della vostra terra, perocchè io sono francese:
— Ferdinando Ducastel! Francese! Oh perdono alle mie stolte parole,
perdono al dolore che me le dettava.
Ugo cadde nelle braccia del Lennois, il quale stampò sulla fronte di
lui un freddo bacio.
Era il bacio dell’Iscariota.
Cessata la commozione, Ugo rialzò la faccia rischiarata dalla gioia e
guardò con passione il suo giovine amico.
— L’emozione che io provo, signor Ducastel, è troppo grande perchè mi
dia l’agio di significarvi l’animo mio. Le lagrime di contentezza che
ho versato vi dicono abbastanza quanto io sono profondamente tocco
dalla vostra squisita delicatezza. Oh questo è certamente uno dei
più bei giorni della mia vita! Iddio ha benedetta la mia solitudine
accordandomi un amico...
— E dei più affettuosi, disse Federico abbassando gli occhi al suolo.
Passò qualche momento di silenzio.
— Anche voi dunque siete pittore, signor Ducastel? dimandò Ugo — e
avete avuta tanta indulgenza per le mie deboli cose?
— Sappiate meglio conoscere voi stesso, Ugo Ferraretti. Io non temo
d’ingannarmi asserendo che voi siete destinato a formar la gloria del
vostro paese. Sì, ne son sicuro; il vostro nome aggiungerà una bella
pagina alla storia delle arti italiane, e un giorno forse Pisa andrà
superba di aver dato i natali ad Ugo Ferraretti, siccome va superba di
esser la patria di Galileo Galilei.
Ugo volse al cielo i suoi occhi perduti nelle lagrime.
— Dio! Dio mio! Questo momento dolcissimo compensa tutte le sofferenze
della mia vita! Un artista, un Francese, dice che un giorno forse la
mia patria andrà superba di me! Oh se io potessi abbandonarmi a questa
lusinghiera speranza! La gloria! Ed io non ho che diciotto anni! Dio,
Dio mio, se la mia mente s’illude, se le sue parole son false, oh
non voler togliermi questa cara illusione che mi dà forza, coraggio
e vita. Io lavorerò con tutta l’espansione della mia giovinezza;
sfibrerò il mio cuore sulla tela; consumerò i miei giorni allo studio,
alla meditazione. Mi lascino pure nella miseria, se il mio nome dovrà
vivere dopo la mia morte, se un giorno Pisa dovrà additare la _Casa
di Satana_ come la dimora dell’artista Ugo Ferraretti. E che cosa ho a
farne io dei piaceri e delle ricchezze del mondo, se Dio mi concederà
l’ispirazione ed il genio! Questa febbre che mi scalda i polsi ogni
sera, sarebbe mai la febbre dell’arte! Oh Luigia, Luigia mia...
Ugo mise un piccol grido e si coprì il volto colle mani. Egli aveva
avuto uno di quei momenti di delirio a cui si abbandonano le anime
inconcepibili degli artisti.
Dopo alquanti momenti di silenzio, egli levò il capo avvampato, e disse
umilmente al Lennois:
— Perdonate, signor Ducastel, perdonate la stoltezza delle mie
parole.... I patimenti e la solitudine hanno così sfiaccata la mia
ragione, che talvolta esco in mattezze di cui hommi a vergognare.
A seconda che Ugo si lasciava rapire dai trasporti dell’anima, il volto
di Federico diventava livido come quello di un morto: il suo sguardo
pigliava una espressione di ferocia: e un amaro sogghigno contraeva il
suo labbro.
— Non vergognate di abbandonarvi a sì dolci pensieri, che sono pur
troppo i puri e veridici sentimenti dell’animo vostro. Indarno la
vostra eccessiva modestia combatte la bella speranza della gloria, di
cui si annunzia per voi così splendida aurora. Voi avete innanzi a voi
così lungo avvenire!...
Ci era qualche cosa di crudelmente derisorio in queste ultime parole
di Federico; ma la crudele ironia non potea comprendersi dall’anima
schietta e sublime del giovinetto italiano: ciò non pertanto quelle
parole gli parvero strane e d’una vaga significazione.
— Un lungo avvenire! ripetè lentamente il Ferraretti, come se avesse
cercata la soluzione di un arduo problema.
Il suo capo si chinò in atto di scoraggiamento, a guisa di un fiore su
cui passa un violento soffio di aquilone.
Quei due rimasero in silenzio per alcuni secondi.
— Ditemi, Ferraretti, riprese Federico, la vostra _Natività_ non è una
copia di quella di Giovan Battista Naldini, il cui originale è in S.
Maria Novella di Firenze?
— Sì, signor Ducastel: io ne trassi l’idea da un bozzo venutomi tra
mani alcuni anni fa: solamente credetti aggiungervi qualche cosa del
mio. Ben sapete che il Naldini, detto dal Vasari _pratico, perito e
fiero dipintore_, trascurava moltissimo gli accessorii, e sprecava lo
spazio della tavoletta in certe dappochezze che hanno in certo modo
oscurata la sua fama.
— In fatti osservò Federico, ho veduto a Firenze la sua
_Purificazione_, di cui si mena dai Fiorentini gran vanto; è una
miseria: vi sono in aria due angeli, di cui uno è senz’ali, sì che non
si sa come si regga in alto, e sembra un bambino che minacci di cadere.
— Voi avete molto viaggiato, signor Ducastel?
— Sono da parecchi anni in Italia a studiare su i capilavori del genio.
— Oh quanto amerei di vedere un vostro lavoro, signor Ducastel! Se
debbo giudicare da quel che sente l’animo mio nell’udirvi a parlare, io
dovrò dire di voi quello che la vostra generosa bontà si compiaceva dir
di me, vale a dire che la Francia un giorno andrà superba del vostro
nome.
A queste parole gli occhi di Federico scintillarono come due razzi
accesi, e la sua fisonomia, pel consueto fredda e impassibile,
s’irradiò d’una luce di entusiasmo e di passione.