E la donna, tutta spaurata, non badando a quelle parole, si rintasò

gli orecchi colle mani per non udire lo strepito del tuono, quasi, che

quel turamento dell’organo sensorio dovesse servirle di parafulmine; e

accomandossi a Santa Barbara.

Scoppiò il tuono, e di tal fatta, che pareva avesse l’intera città

subissata.

— Mille perdoni, signora Carlotta, è in casa il signor Paillard?

— Mio marito?... Ah! siete voi, signor Ferraretti, con questo

tempaccio!... Favorisca; noi siamo a pranzo; senza cerimonie... Che ci

porta questa sera? Del suo, non è vero? Bravo giovinotto; si fa quel

che si può, non è così?... Ma entri pure: qui tira vento.

Ugo era già entrato nella stanza dove pranzavano i coniugi Paillard.

Giacomo si soffiò il naso, solo membro nudo che apparisse della

sua pelosa figura, e si strinse nelle spalle, vedendosi dinanzi il

miserello, cui avea già visto altre volte in sua casa.

Ugo sembrava lo sfumo d’una forma umana, egli era pallidissimo,

inzuppato ben bene e tremante a verghe pel freddo e per l’umido:

portava calzoni i quali, essendo stati manomessi tre anni addietro,

erano divenuti sì corti, che a mala pena passavano le ginocchia; e

aveva addosso una specie di abito grigio, abbottonato fino al collo,

intorno al quale attortigliavasi un cencio di cravatta.

— Scusi, sig. Giacomo, se la incomodo a quest’ora...

— Anzi!!.. è un piacere!.. metta il cappello su quel tavolo e si

segga... Che comando ha da darmi?

Ugo restò col cappello in mano, ed aprì la bocca senza mettere alcun

suono. Fu questo un movimento involontario dei muscoli, come se

egli avesse voluto ingoiare un bel boccone, che in quel momento il

rivenditore tenea sospeso in su la punta della forchetta. E il tapino

inghiottì invece una piena di lagrime, che gli montava agli occhi,

stringendogli la gola.

Giacomo era uno di quegli uomini che in tutto il corso del giorno

si affaticano, sudano, si ammazzano per le loro faccende; ma, quando

sonosi posti al lavoro dei denti, non vogliono essere sturbati neanche

dal ronzio d’una mosca. Or si consideri con che buona voglia potea

vedersi innanzi quello stordito col cappello in mano, come chi dimanda

l’elemosina.

— E così? chiedeva il rivendugliolo di malissimo umore.

— Avrei questo quadretto, si affrettò a dire il giovinetto, il cui viso

era divenuto una fiamma di vergogna.

— Capiti in brutto momento, giovinotto mio, disse quell’ebreo, per

isgomentare le speranze di lucro del venditore; questi maledetti

tempi che corrono fan chiuder bottega; non si compra neanche per un

centesimo; le arti vanno giù in modo da far piangere le pietre...

Miseria... e poi miseria!... Ho venduto l’altro giorno un Pietro di

Cortona per un pugno di fave, come suol dirsi... Ma che volete? Non si

posson tener le tele ad impolverarsi nei fondachi; bisogna cacciarle;

altrimenti le s’intarlano come panni... Insomma, vediamo la vostra

merce, bel fanciullo.

Ugo pose il quadretto nelle mani di lui, e fu come se si avesse

strappato dai visceri del petto il proprio cuore.

Nel torre tra le sue mani il quadretto per esaminarlo, Giacomo avea

messo un caldo sospirone impregnato di non so quanti profumi di cucina.

Ad Ugo le guance si erano intanto colorate per poco: ma tosto subentrò

un lividore di morte, quando il miserello vide la faccia di Giacomo

contorcersi in tante smorfie, che era proprio una grazia da bertuccia.

— Lo sapea ben io che trattavasi di qualche madonnetta... Se almeno

fosse l’Addolorata di Guido Reni!! E che cosa ho da farne io di

cotesta vostra meschinità? Roba da sacrestia... Ora si domandano

quadri a soggetti, quadri per salotti... Mi duole che per questa io

non posso servirti; è cosa che non fa per me... Potete vedere da altri

_negozianti_.

Il giovinetto non parlò molto, non pregò, non pianse, ma si passò la

mano sulla fronte, e zitto zitto spelossi per la rabbia e per dolore

un trucioletto di capelli: si cacciò indi il quadretto sotto l’ascella,

e si partia, quando Giacomo il richiamò pregandolo di farglielo meglio

osservare.

— Orsù, la mi lasci pure questo quadretto, disse il francese

rivendugliolo, gittandolo sopra un cassettone senza più riguardarlo;

il terrò per non perdere la sua buona grazia... perchè mi dorrebbe

assaissimo che fosse qui venuta inutilmente con questa stretta di

pioggia... Eccole dieci soldi.

— Dieci soldi! sciamò il giovinetto atterrato dallo avvilimento; oh

madre! madre mia!

— E l’assicuro che glielo fo per amicizia: un altro non avrebbe

ottenuto tanto da me; ma io fo stima del suo ingegno e dei suoi lavori;

e mi sta veramente a cuore di non perdere la sua _pratica_.

Questo terribile gallicismo compì l’opera di carità del signor

Paillard, il quale, tratto dai baratri dei suoi tasconi due o tre

grosse monete di rame, le mettea gravemente nelle mani del giovine

artista, il quale, abbrancolle con una stretta convulsiva di nervi.

Ugo si trovava in tanta prostrazione di animo ed in tanto bisogno di

danaro, che non pur quel quadretto, ma per meno di dieci soldi avrebbe

sibbene venduta la vita, tutto!

Quel quadretto dell’Addolorata fu poco tempo appresso venduto alla casa

Righetti di Livorno per la somma di lire 500.

IV.

IL CAMPOSANTO DI PISA

La _Torre pendente_, la Cattedrale ed il Camposanto sono i tre edificii

che richiamano la curiosità dei viaggiatori, che visitano la celebre

città del Conte Ugolino contro la quale con tanta stizza fulminava

le sue imprecazioni il gran poeta ghibellino. Ed in vero, questi tre

edifizii; per magnificenza di costruzione, per importanza di storiche

memorie, pel gran numero di preziosi monumenti d’arte, sono a giusto

titolo da porsi tra i più considerabili delle città della penisola, e

non è maraviglia se in ogni stagion dell’anno un numeroso concorso di

visitatori vengono a tributare un saluto e un omaggio a quei luoghi e a

quei marmi.

Ma, sopra tutto, grandioso e solenne è il Camposanto, ove riposano

le ossa dei Pisani. Se quello di Napoli è più bello per l’amenità

del sito e per isvariata magnificenza di mausolei, quello di Pisa

ha un carattere più maestoso e più grave, ed ispira più tristezza e

raccoglimento. La sua forma è un gran quadrato, circuito da portici,

e rivestito di marmo alla faccia esterna ed interna. Antichi e

pregevolissimi quadri adornano tutto il sacro recinto, tra i quali le

sei classiche dipinture del Giotto, rappresentanti la storia di Giobbe.

Avvi eziandio il quadro del _Giudizio finale_, tratto da Orgagna:

allato di questo quadro è dipinta la morte dell’uomo e lo stato a

che riducesi il suo corpo divenuto cadavere. Veggonsi perfettamente

effigiate tre tombe dischiuse, in una delle quali è un corpo che

incomincia a corrompersi; nell’altra, un corpo già quasi interamente

spoglio di carni; e nella terza, uno scheletro. Queste dipinture

allogate presso al luogo dello sfacimento dell’organismo umano

producono un’impressione profonda e terribile.

Tra i più notevoli mausolei di questo Camposanto osservasi la tomba

del giureconsulto Decio, ornata di bassorilievi e arabeschi, lavorati

secondo il gusto antico; quello di Matteo Curzio, filosofo e medico,

opera di Artolfo Lorenzi, ottimo allievo della scuola di Michelangelo,

ed altro con epitaffi ed iscrizioni del tempo in cui la città di Pisa

governavasi a repubblica.

Tre modeste croci sovra tre fosse, poste a pochi passi di distanza

l’una dall’altra, indicano l’ultimo asilo di Luigi Ferraretti e dei

suoi figliuoli. Tre cerchi di mortelle assiepano le tre fosse. Alle due

punte delle sbarre trasversali delle croci sono le iniziali dei nomi

degli estinti. Queste iniziali rappresentano tre ricordanze tenerissime

e tre mucchi di ceneri. Quasi una volta al mese, Ugo visitava questo

recinto di morte, per deporre tre sorti di rose su quelle tre fosse.

Ed ogni volta che i suoi passi avvicinavansi a quella muta città dei

defunti, il giovinetto era preso da tale batticuore che non potea

respirare. Ma, piuttosto che aggravare la sua tristezza, queste visite

periodiche al Camposanto versavano un’arcana dolcezza sull’anima

sua: la morte perdeva in qualche modo, agli occhi di lui, l’orrore

della sua solitudine, però che, quando a Dio piacesse di chiamare al

cielo lo spirito immortale, il suo corpo avrebbe avuto anch’esso una

croce, simbolo della clemenza di Dio verso l’uomo, simbolo di pace, di

carità e di amore. Le fresche e odorose aurette del cielo, la pura e

serena luce del sole rischiaravano quei filari di fosse, ognuna delle

quali avea forse al di là di que’ portici un rimpianto carissimo,

un desiderio perenne e inconsolabile, una vita di reminiscenze, e un

mondo di affetti nel cuore di qualche superstite. La dolce serenità

di quel campo di ossami parlava all’anima un linguaggio misterioso, e

le rivelava, al di là dell’azzurra volta del cielo, la immarcescibile

corona dei Giusti e la felicità senza fine.

Talvolta la luce del giorno, abbattendosi su quelle tombe, sorprendeva

il giovinetto artista nelle sue malinconiche meditazioni. La luna

si alzava dietro un ceppo di mausolei, come la pallida faccia d’una

vergine estinta, e covriva colla sua antica luce quei sarcofaghi di

marmo bianco e nero. Allora i cipressi prendeano figure fantastiche e

rassembravano alle ombre dei morti ritti su i loro sepolcri. E, quando

la sera si avanzava, il maestoso campanile torreggiava nel cielo, come

un sublime pensiero di religione che nascesse da quegli avelli.

Nudrito fin da fanciullo nella lettura delle Sacre Pagine, Ugo avea

sulle labbra e nel cuore le racconsolanti parole dei sacri salmi dei

morti, che egli mormorava a suffragio delle anime dei suoi, i quali dai

loro sepolcri pareano dirgli: _Figlio, fratello, prega pe’ tuoi cari:

partiti, ma non estinti siamo_.

È indicibile la soavità che piovea sull’anima di Ugo, dopo aver

recitate fervide preci su le fosse de’ suoi. Le lagrime abbondanti

che gli scorreano dalle ciglia erano rugiada dolcissima al suo cuore.

Egli pensava con estrema tenerezza alla cara madre sua, che un giorno

sarebbe forse venuta a piangere e a pregare su la tomba di lui; il suo

amore gli creava questa dolcissima illusione; imperochè egli era ben

sicuro di morire pria di lei. Ei ricoglieva un fiore nato il mattino

su la fossa del padre, il baciava bagnandolo di lagrime, e caramente

il conservava per recarlo alla mamma che lo aspettava. Quel fiore,

comecchè sbucciato su la terra dei morti; dava olezzi del cielo,

siccome le speranze che nascono da’ sepolcri.

Ugo ripeteva i bei versi di un giovine poeta napolitano, rapito nella

età di anni 21 all’amore, all’amicizia, alla gloria[3]:

«Dolce alle scompagnate alme è la pace

De’ patrii cimiteri,

E quando l’armonia del giorno tace

Co’ torbidi pensieri,

E quando vien da una chiesa lontana

Un lamentar di salmi o di campana.

«È dolce, dove un nero arbor su i morti

La molle ombra protende,

E dove annunziar sinistre sorti

La civetta s’intende,

Con lagrime educar rose leggiadre

Sopra una fossa, e dir: qui dorme il padre!

«E allor che su la pigra aura notturna

Voce non vola o canto,

Alla madre reddir, che taciturna

Al focolare accanto

Pensa de’ corsi tempi, e offrirle un fiore

Ricolto nel giardino del dolore.»

V.

AMORE

La madre di Ugo morì qualche mese dopo la trista vendita del quadretto

l’Addolorata. Risparmiamo ai nostri lettori le scene strazianti che

precedettero e seguitarono la morte della virtuosa donna. Chiunque ebbe

la sventura di perdere, ancor giovine, una madre adorata, la quale era

tutto il bene ch’ei possedea sulla terra, comprenderà questo dolore

infinito, questo perpetuo lutto della vita. Ugo non soccombette a tanto

strazio del cuore, perocchè tuttora non erano compiti i disegni della

Provvidenza su lui.

Il giovinetto rimase solo in questo mondo tutto ciò che egli aveva

amato non vivea più che nelle sue rimembranze: i nomi degli esseri

a lui così cari non erano più pronunziati che nelle sue preci; la

più desolante solitudine il circondava, e nelle deserte camere della

sua casa più non risuonava la dolce voce di quella donna che tanto

lo amava! Nessuno veniva il mattino ad aggiustargli i lunghi capelli

sulla pallida fronte, mentre egli era intento a’ suoi lavori; nessuno

avea più per lui quelle piccole e minute cure di ogni momento, che

sono la viva e la perpetua testimonianza di una abnegazione intera,

disinteressata, caldissima, immensa come l’amore che la produce;

nessuno preparavagli più l’umile zuppa, condita da quel sorriso

materno, gioia di paradiso in sulla terra; nessuno più la sera gli

rifaceva il letticciuolo, o il mattino l’abballinava sulle assi.

L’abbandono, il silenzio, la morte regnavano in quella casetta, dove

pocanzi erano l’amor più vivo, la voce più tenera, la vita più attiva.

Oh l’amor di madre è una felicità che supera tutte le altre! Beato,

mille volte beato chi ha ancora la madre sua! Iddio è con lui.

Ugo Ferraretti non fu più veduto per le vie di Pisa per oltre un anno;

forse ei più non usciva dalla Casa di Satana, dove non sapeasi ciò che

facesse in tutta la giornata. I curiosi, gli sfaccendati, i maldicenti

sentivansi rodere le budelle per fiutare qualche cosa dei fatti di

lui; ma altro non avevano potuto traudire, se non che il giovine

vivea tranquillamente tra i suoi lavori, da cui ricacciava il vitto

giornaliero.

Ma tutti si erano ingannati. Qualche tempo dopo la morte della madre,

Ugo usciva ogni dì prima che aggiornasse, e non tornava a casa che

nel fitto della sera, e talvolta della notte. Noi non sapremmo dire

dov’egli andasse e in che spendesse le intere giornate. Certo si è

che a vederlo egli mettea compassione, tanto era smagrato e diafano.

Ciò nulla di meno una certa straordinaria vivacità era negli occhi

suoi: più non sembrava così avvilito e prostrato di forze, e sulla sua

bianchissima faccia si mostrava a quando a quando una vampa di fuoco

che pareva incendiarla.

Era la stagione estiva, e Pisa si spopolava di abitanti, de’ quali

i benestanti si ritiravano a Livorno, a Firenze, nelle montagne o a’

bagni pubblici, a qualche miglio dalla città. Ne’ calori dell’està,

l’aria di Pisa diventa malsana, e la maggior parte de’ forestieri che

non vi sono avvezzi vi periscono.

Ugo si ritirava la sera stanco morto, e si gittava sul suo letticciuolo

qualche volta non rifatto dal giorno precedente, dove indarno egli

invocava il balsamo del sonno: tutta la notte ei si dimenava in sulle

ardenti materasse, or pregando, or piangendo, or tossendo. In sull’alba

il sonno gli scendea sulle pupille come il bacio d’un fratello o d’una

madre; ma, poco di poi che aveva attinto nel sonno un’ombra di forza,

ei si rigettava dal letto, vestivasi in fretta, e usciva, dirigendo

i suoi passi verso quella parte della campagna di Pisa che mena alla

Cascina.

Per più di due ore Ugo camminava per vie tramezzate da paludi formate

dagli straripamenti di Arno: i suoi piedi affondavano continuamente

nella bolletta e nella melma. A capo di due ore all’incirca di cammino,

la strada si facea meno malagevole: ma subitamente ritornavano le

difficoltà e l’asprezza del cammino, soprattutto in un gran bosco di

sugheri e di querce, in cui non era strada del tutto, e di cui gran

parte era inondata. Questa foresta coperta d’alberi difendeva almeno

dagli ardenti raggi del sole; e quivi, all’ombra di qualche gran mirto,

Ugo riposavasi alquanto per riprender lena e giungere alla meta di cui

tutt’i giorni ei si dirigeva.

Noi non ardiremo seguitarlo fin dove egli fermava i suoi passi, e ci

terremo contenti nel dire che questa sua giornaliera peregrinazione

durò per molto tempo. Ma, sopravvenuta la stagione del freddo e delle

piogge, Ugo mise qualche intervallo alle sue gite alla Cascina dove

andava soltanto nelle giornate di sereno.

Una gran trasformazione erasi operata nell’animo del giovine artista,

della quale era ben difficile indovinar la cagione. Ugo era sempre

distratto, come se un sol pensiero gli stesse in mente: egli era

sempre malinconico; ma qualche volta una gioia sovrumana parea che

sfolgorasse sul suo sembiante; e talvolta una crudele disperazione

parea che gli acciuffasse il cervello ed il gittasse in balia de’ più

sinistri proponimenti. Spesso, allorchè, affranto dalla stanchezza, ei

tornava in sulla sera alla _Casa di Satana_, Ugo si abbandonava sul suo

letticciuolo e disfogava in un mare di lagrime l’acerbo dolore che gli

premea sul cuore! Oh come erano orribili quei momenti di solitudine

pel misero giovine! Nissuna amica voce il confortava, nissuna mano

gli tergea le copiose lagrime. Allora lo sventurato artista cadeva in

ginocchio alla sponda del letto; alzava al cielo gli occhi nuotanti

in lagrime e pregava.., pregava... pregava l’Addolorata Vergine, e a

lei confidava ad alta voce i segreti dell’animo suo, a Lei si apriva

interamente come ad una tenerissima e cara madre.

E la preghiera ridonava all’animo suo la serenità, la fiducia, la

speranza. Una mano soprannaturale parea che scendesse a rasciugare le

ciglia di lui: una voce misteriosa parea che facesse udirgli parole

che gli arrecavano una consolazione grandissima. Dopo aver pregato con

tutto il fervore della fede e della speranza, Ugo rimaneva immobile

in ginocchio, alla sponda del letto, cogli occhi sempre rivolti al

cielo, e colle mani congiunte in atto della più divota umiltà. Una

mezz’ora passava in questa soavissima elevazione dello spirito, in

questa misteriosa e sublime espansione di un cuor trafitto, che attinge

sollievo e forza da Dio e dalla più diletta ed Immacolata Creatura di

Dio.

E quando serenatosi l’animo e confidente, Ugo si cacciava sotto la

coperta per ritrovare il balsamo del sonno, che è al corpo ciò che la

prece è all’anima, egli pensava:

La preghiera non è forse il più gran dono del cielo? Non è

l’espressione naturale dei nostri bisogni, delle nostre miserie, de’

nostri patimenti?

Non prega forse ad ogni momento l’intero creato che ne circonda? Le

mille voci di pianto, che partono dai luoghi di dolori e di miserie,

non sono preghiere rivolte a Colui che volle esser chiamato NOSTRO

PADRE?

E la natura inanimata non prega ella forse nel suo misterioso

linguaggio? Gl’indistinti mormorii che si esalano dal seno delle

convalli, lo stormir dei fogliami, l’armonia delle acque, il fremito

destato dall’aleggiar de’ venti; e il solenne rombo del tuono, lo

squassar delle antiche foreste, i ruggiti dell’Oceano, e il milione

di voci degli animali tutti, che sono in sulla terra; non è questa una

continua preghiera, un concerto di lodi all’Altissimo pel gran miracolo

di conservazione che si opera ogni dì, e nel tempo stesso l’attestato

più schietto della debolezza di tutti gli esseri e di tutte le cose

create, le quali rientrerebbero nel nulla, senza il perpetuo amore che

le sostiene?

La luce che rischiara il creato, e gli Astri innumerevoli che a notte

rivelano la Gloria di Dio, non volgono incessanti preghiere all’Essere

che col suo braccio possente e invisibile li tien sospesi tra due

abissi, ove si perde l’umana ragione?

Il tempo che disperde e accumula i secoli, siccome il vento disperde

e accumula i granelli di sabbia, non è forse la tacita e perpetua

preghiera della Creazione?

E l’uomo, questa creta portentosa, che da un punto impercettibile del

creato scruta le profondità de’ cieli, e segna il corso degli astri,

l’uomo, quest’essere assetato di felicità, questo tipo del grande e del

misero, non ha egli d’uopo di pregare ad ogni istante della vita sua?

Le nostre pupille non sono fatte per guardare in cielo?

Le umane passioni non sono forse il più ardente linguaggio della

preghiera?

Oh misero, mille volte misero chi mai non prega! Quando le passioni, il

mondo, la vita gli sfuggono, che farà egli?

Questi pensieri si aggiravano nel capo del caro giovinetto, innanzi

ch’ei chiudesse gli occhi al sonno.

Gli amantissimi nomi del padre, della madre e de’ fratelli si

mischiavano sempre nelle sue litanie e nelle sue orazioni alla Vergine

Addolorata.

Ma, da qualche tempo, un altro nome, un altro carissimo nome veniva

ad ogni istante sulle labbra di Ugo Ferraretti; e questo nome mettea

nel cuor di lui una dolcezza febbrile, gli dava sussulti di gioia e di

angoscia inenarrabili, e popolava ormai l’avvenire del giovine artista

di larve adorate, di seducenti immagini che gli scottavano la fronte.

Quel nome era in oggi l’ultimo che mormoravano le sue labbra, prima che

il sonno facesse succedere nell’animo di lui un altro mondo ideale a

quello della realtà.

Quel nome era ormai per Ugo Ferraretti la vita, la felicità la gloria.

Quel nome era di una fanciulla bellissima per quanto sventurata.

LUIGIA ALDINELLI.

Eccoci ormai sulle orme di un segreto importantissimo che gitta una

gran luce sulla nostra istoria.

Luigia Aldinelli è un nome che abbiam lasciato nelle tristi memorie del

Baronetto Edmondo Brighton: ella è una de’ cinque personaggi che, nati

frutti della colpa in diversi lontani paesi, un pensiero di riparazione

congiungea sulla medesima lista. Il delitto gli avea generati in

cinque luoghi diversi; il rimorso ne riuniva i nomi e gli affidava

all’amicizia e alla virtù.

Oggi noi ritroviamo il nome di Luigia Aldinelli sulle labbra d’uno

sventurato giovine artista, suo compatriotta.

Dove, quando, come Ugo Ferraretti avea conosciuta Luigia Aldinelli?

Perchè sventurata questa giovinetta?

Per ora noi sappiamo, imperocchè tuttora è avvolta nel mistero la

storia di questa figliuola naturale del Conte di Sierra Blonda. Ma ben

possiamo asserire che non mai due anime più belle e più pure furono

unite da più pura fiamma di amore. Il cielo, che avea tolto a Ugo

Ferraretti l’intera famiglia, compensava largamente questa perdita,

concedendogli una corrispondenza di affetti tenerissimi e tali da

riempir pienamente il vuoto profondo del cuore dell’orfano infelice.

Ugo Ferraretti amava dunque Luigia Aldinelli, e n’era riamato con tal

passione, che egli non avrebbe giammai potuto sperare ne’ sogni delle

sue notti febbrili.

Era felice l’amore di queste due innocenti creature? Felice sì nella

sua piena ed intemerata corrispondenza; ma una funesta necessità

costringeva i due amanti a non far trasparire i loro sentimenti: onde

segretamente si amavano.

Iddio solo potea rompere l’ostacolo di ferro che si frapponeva alla

loro felicità.

E la preghiera soltanto, la preghiera costante e fervida, poteva

ottenere dall’Altissimo una tal grazia.

In sul cominciar dell’autunno Ugo più non andò tutt’i giorni alla

Cascina, dove sappiamo al presente quale oggetto l’attirasse.

Ne’ dì che non traeva alla campagna, Ugo rimaneva chiuso nella camera.

Egli meditava un lavoro, un quadro, il cui sublime concetto disposavasi

alla più cara sua passione sulla terra.

Un mese intero Ugo stette a meditare sul suo quadro e a pregare.

La Religione, la Gloria e l’Amore moveano il genio dell’artista e davan

la febbre alla sua fantasia.

E un bel mattino, Ugo Ferraretti segnava i primi tratti del quadro

rappresentante:

LA PREGHIERA.

VI.

L’ISPIRAZIONE

L’ispirazione è un sublime dono che l’Ente Supremo concede ai figli

dell’uomo. Essa è come un raggio della divina possanza, una scintilla

di quel fuoco che dà la vita al nulla, che caccia la luce dalle

tenebre, le forme dal caos.

L’ispirazione pone il suggello dell’immortalità alle opere che essa

anima: il Tempo annienta le generazioni, polverizza le foreste,

dissecca i mari: e l’opera dell’ispirazione rimane incrollabile

e salda. A guisa della luce del sole, che nulla perde giammai nel

passaggio de’ secoli, l’opera ispirata non invecchia giammai.

L’ispirazione non ha niente di comune colla materia che ne circonda:

Essa non si rivela che ne’ suoi mirabili effetti, il mondo l’ammira,

ma non la comprende, e spesso la scambia colla follia. A simiglianza

dei grandi agenti di natura, la cui intima essenza sfugge all’umana

ragione, essa non si lascia indovinare neppur dall’ente privilegiato a

cui si abbandona. Il Genio stesso non sa che cosa è l’ispirazione, che

lo anima.

Federico Lennois · 第 8 / 22 段