gravissimo stato in cui si trovava la sventurata donna, Ugo Ferraretti
avea chiesta per carità la _Casa di Satana_! e il proprietario glie
l’accordò con vero piacere fino al termine dell’anno, sperando che
a tal modo venisse dileguato il pregiudizio che regnava contro le
sue mura. Egli non si curò del male contagioso da cui la donna era
travagliata, ed avrebbe, crediamo, introdotti cento tisici colà, purchè
un essere umano fosse vivuto o morto in quella casa che da sì gran
tempo non vedeva abitanti.
Non diremo della spaventevole umidità che trasudava dalle pareti di
quella casa e dal palco a volta: era impossibile viver sano là entro,
anche con tutti gli agi della vita.
La camera dov’era l’ammalata non aveva altri mobili che il letticciuolo
su cui giaceva la misera sotto uno straccio di coperta, strettamente
rincalzata nelle materasse, un tavolino che adempiva a tutti gli
uffici, due sedie con parecchie traverse di meno, e lo scheletro di
poltrona, su la quale stavasi rannicchiato un gatto compagno antico e
fedele di quella miseria che agghiacciava il cuore. Sul tavolino, oltre
alla lucerna che serviva soltanto a render visibili le tenebre, erano
ancora due bicchieri di vetro contenenti pozioni per la inferma.
Era quello siccome abbiamo detto, il primo giorno in cui quella donna
e quel giovinetto abitavano nella _Casa di Satana_. Ugo non avea detto
niente alla mamma della nuova abitazione; sì che ella non sapea sotto
qual tetto fosse venuta. Il nolo di una carrozza per trasportarla quivi
era costato al povero fanciullo le più inaudite umiliazioni; ma egli
aveva sofferto tutto con amore, perciocchè trattavasi della sua cara
mamma, che egli amava tanto tanto.
Non diremo quante lagrime avea spremute dagli occhi di quel giovinetto
la malattia inesorabile della genitrice; non diremo quante notti
il miserello avea vegliato, lavorando accanto a lei, per poterle
procacciare al domani un po’ di cibo; la storia dei quindici anni della
vita di questo giovine si comprendeva di due sole parole: _amore e
sofferenza_.
Qualche giorno dopo che la sventurata vedova Ferraretti erasi messa a
letto, dov’era confinata da oltre due mesi, ella avea pianto in tutta
la giornata; e, quanto più il diletto ed amantissimo figliuolo facea di
confortarla, tanto più ella, stringendoselo al cuore con trasporti di
disperata tenerezza, piangeva a sciolte lagrime. E poi che mille volte
il fanciullo ebbele chiesta la ragione di quel pianto così dirotto, la
donna diceagli singhiozzando:
— O figliuolo mio! E non ho io ragione di stemperarmi in lagrime?
Ah! tu non sai che il mio male non può guarirsi senza un miracolo
di Dio o della Vergine Santa!.... Ti ricordi di Luigi e di Errico
tuoi, fratelli?.... Morti entrambi collo stesso male che ora mi sta
consumando. Oh se io fossi almeno morta prima di loro!.. E che farai tu
solo; figlio mio dopo la mia morte? Chi prenderà cura di te? E quando
penso che la mia malattia sarà forse lunga, e che tu devi ammazzarti
di fatica per così poco! Ma io non voglio che ti levi di bocca il
sostentamento per comprar farmachi per me e pagare il dottore che
viene a visitarmi... Credi che io non sappia che l’altro giorno non
hai mangiato altro che un pugno di castagne! Alla tua età, e con tanta
fatica che fai!
E qui la misera ricominciava a piangere, ed Ugo la baciava e ribaciava,
non sapendo trovare altro argomento di consolazione per lei.
E così passarono due mesi. La donna che, quando stava bene, non
risparmiava fatica veruna pel vitto e per la pigione, ora, ridotta a
letto, non potea più cooperare a provvedere ai bisogni della vita. Ugo
lucrava quel tanto che bastava ad uno scarso e malsano cibo: la pigione
di casa non fu più pagata, ed ecco come una mattina, dopo tre mesi, il
proprietario ordinò che sgombrassero la casa, ed avrebbe fatto vendere
i mobili se ve ne fossero stati.
Quella sera, il cielo di piombo pesava sulla terra, cui di tempo in
tempo inondava con istemperata pioggia: i lampi solcavano l’aere, a
guisa di serpi di fuoco, e il tuono rumoreggiava in mezzo alle nubi,
come la voce del leone nel deserto.
La donna si moriva sotto gli urti di una tosse secca e violenta:
un ansamento orribile troncavale il fiato e la vita: un ristoro, un
farmaco era necessario, e Ugo non aveva un soldo per comprarlo.
Il quadretto che rappresentava la Sacra Immagine dell’Addolorata era
opera sua; era tutto ciò che gli era rimasto delle sue fatiche.
Ugo vi fissò uno sguardo d’indicibile angoscia, corse alla parete, lo
staccò dall’arpione, sel pose sotto al braccio, e:
— Madre, io esco, le disse, vado a comprar qualche cosa.
Ed alzò la voce soffocata perchè sua madre udiva debolmente.
— Ah! figliuol mio, non lasciarmi sola!... io sto così male! Se io
morissi prima che tu torni... Io soffro tanto!
Ugo mormorò qualche cosa che parve alla madre una parola d’ira.
— Ah figlio... figlio.. mio... vedi io ho peccato e soffro; ma quella
Madre benedetta non avea peccato e pur soffria!
L’inferma aveva cogli occhi accennato il quadro della Madonna; ma non
si accorse che più non istava alla parete.
La voce della madre di Ugo era così debole, e il soffio del vento sì
forte che il giovinetto non udì le parole di lei. Intanto, egli si
gittava sul capo un logoro e vecchio cappello, baciava la mano della
madre, e, raccomandatala al Padre di tutti gl’infelici, usciva sotto
una stretta di pioggia che allagava la strada come un mare che si fosse
scaricato dal cielo.
Ugo Ferraretti si dirigeva alla casa del sig. Paillard, rivendugliolo
di quadri, una specie di ebreo, che abitava in una stradella accosto
alla piazza dei Cavalieri.
II.
UGO FERRARETTI
Prima di seguitare il Ferraretti dal rivenditore di quadri, è mestieri
che i nostri lettori facciano più stretta conoscenza con questo caro
giovinetto, la cui storia forma uno dei più importanti episodii della
nostra narrazione.
Ugo nacque in Pisa da Luigi Ferraretti, buon miniatore, espertissimo
nel dipingere agli acquerelli o sulla bambagina. La pittura era stata
la professione di questa famiglia: da padre in figlio se l’ebbero
trasmessa; e vuolsi che un Ferraretti avesse avuto l’onore di ritoccare
parecchi dei quadri della chiesa Cattedrale di Pisa, i quali formano
una gloria italiana e l’ammirazione degli stranieri. I nomi di un
Andrea del Sarto, di un Rosselli di Firenze, di un Ventura Salimbeni,
di un Passignani e di un Giovanni da Bologna rendono la Cattedrale di
Pisa uno dei più insigni monumenti artistici di cui si onori l’Italia.
Dicesi che il Ferraretti avesse restituito il prisco colorito alla
maggior parte delle belle dipinture che rappresentano la storia di san
Ranieri, protettore della città. Ad ogni modo, sia che fosse stato
il Ferraretti o altri quegli che ritoccò i quadri della storia di
san Ranieri, questa fatica fu lodata dagl’intenditori; e soltanto un
Francese, che scrisse nel 1765 una _descrizione istorica dell’Italia_,
si permise di dire che colui che avea restituito il loro primitivo
colorito a quei quadri fu _un maladroit qui les avait gatès_ (un
inesperto che gli avea guasti). Il cielo scansi gli artisti italiani
dai giudizi che i Francesi danno sulle opere loro!
Luigi Ferraretti, padre di Ugo, di debil salute, morì alla età di
quarant’anni, lasciando nella povertà la moglie e tre figliuoletti
maschi, dei quali Ugo era il più piccolo. La vedova di Luigi, giovine
ancora, amantissima dei suoi pargoletti, si consacrò interamente
a procacciar loro la sussistenza, esercitando a muta il mestiere
d’insaldatora e di cucitrice. Commoventissimo scambio di affetti era
tra la giovin madre e i tre fanciulli che l’amavano alla follia.
Comechè di età tenerissima, Luigi, il primogenito, comprese che
bisognava aiutar la mamma a portar il peso della famiglia, e, non
ostante il disvoler di lei, si pose nella bottega di uno scarpellino a
prestargli i minuti offici che può un fanciullo di nove in dieci anni.
E parimente venuto grandetto Errico, si mise appresso a un doratore e
per apprendere quest’arte, e per guadagnar qualche coserella da recare
alla mamma. Ugo soltanto aveva appalesato, fin dall’età infantile,
sviscerato amore all’arte di Raffaello. Quando ancora bambinello non
sapea reggersi e camminare, e correva nel cestino o nel carruccio per
l’angusto spazio della materna cameretta, rimaneva preso da singolare
contemplazione innanzi ai lavori del genitore; e, appresso, quando per
anco non arrivava coll’alto del capo a superare l’orlo di una tavola,
spendeva le ore e talvolta le intere giornate a trarre col gesso o
col carbone sul pavimento di grosse figure, le quali attestavano la
maravigliosa attitudine che quel fanciullo si aveva a dipingere.
Ma una così fatta straordinaria disposizione era in qualche modo
inceppata e costretta da un naturale sì malinconico e pauroso che il
gittava, a quella età sì bella e innocente, in accessi di tristezza
inconcepibile.
Avvi di tali fanciulli al mondo che non dànno quattro passi in tutto il
corso del giorno; che stanno sempre avviticchiati alla gonna materna, e
che, astretti la sera ad attraversare una stanza, si spiritano di paura
e non si arrischiano di guardare addietro, per tema che una figura col
cappuccio non corra addosso a loro per menarli seco, Dio sa dove. Ugo
era nel novero di questi fanciulli: gracile, smilzo, delicato, il suo
volto era sì bianco che in guardandolo si sarebbe detto una figura di
cera, e il suo corpo era sì debole che a due anni camminava ancora
colle falde o nel cestino. Ogni fiato di vento il facea tossire, ed
ogni urto di tosse il facea piangere. D’altra parte, la fantasia di
Ugo era così viva, e così sviluppata la sua intelligenza, che facea
spavento a coloro i quali sanno come di tristo presagio sia il precoce
sviluppo della mente.
Tre sventure consecutive fulminarono la disgraziata famiglia
Ferraretti: dapprima la morte del padre, e, a pochi anni d’intervallo,
quella di Luigi e di Errico, fratelli di Ugo, morti di consunzione.
Il germe fatale di questa malattia era nel seno della loro genitrice.
Inesplicabili decreti di Dio! Intere famiglie si distruggono,
lentamente strascinate alla tomba da questo male inesorabile, che
sembra prender diletto a colpire le sue vittime allorchè la vita
s’infiora di tutte le più belle illusioni. Ma Iddio, assoggettando,
per incomprensibili disegni, ad una inesorabil legge di morte tante
care e giovanili esistenze, dispensa larghi tesori d’intelligenza e
di sensibilità alle misere creature che, nascendo, portano nel seno il
serpe che dovrà roderle nella freschezza della vita. Un tisico è uomo a
dieci anni, vecchio a venti.
Questi tre colpi terribili, vibrati al cuore d’una moglie, d’una madre
svilupparono nel petto di lei i germi di quella malattia, per la quale
l’abbiamo veduta confinata nel letto delle sofferenze. Ugo era divenuto
il solo sostegno della famiglia. Fanciullo ancora, egli lavorava da
otto a dieci ore al giorno per non far difettare del bisognevole la
cara madre, la quale, per quanto lo sopportasse la mal andata salute,
dava solertemente opera a lucrare il sostentamento della vita.
Non sì tosto uscito della prima infanzia, Ugo erasi posto a studiare
appresso a suo padre, e, morto questi, appresso a un mediocre
figurista, non tanto valente pel pennello, quanto pel cuore; però che
grandissimo affetto aveva messo al garzoncello Ferraretti, e con ogni
sua possa facea di spianargli il cammino all’arte difficile che questi
sembrava amar cotanto.
Ugo studiava in ispezialità su quel gran maestro, che solo forma i
grandi artisti, la natura. Egli prediligeva i soggetti malinconici o
religiosi. Dotato d’una sensibilità eccessiva, colpiva subitamente la
vera espressione dei suoi soggetti, e sapea dare alle forme del volto
un carattere così delicato e così vero ad un tempo che le sue teste
erano altrettanti piccoli gioielli di arte. Tutto era precoce in questo
giovinetto, e tutto annunziava il genio immortale in un corpo fragile,
che ad ogni momento parea che volesse disfar la creta e morire.
A quindici anni, Ugo era già uomo; il suo petto ardeva di aspirazioni
sublimi; ma la fralezza del corpo e la miseria il gittavano spesso
nella più desolante ipocondria. Egli avea veduto morir di consunzione
due suoi fratelli, e questo pensiere era sempre presente al suo
spirito, come un avvertimento, un presagio, una minaccia. Spesso egli
abbandonava il pennello sul cavalletto, e si lasciava cader sulle
ginocchia le braccia e la tavolozza de’ colori, colpito da un pensiero
di scoraggiamento, e rimaneva una buona mezz’ora nella più grande
immobilità. Allora il suo bel capo si curvava sul petto; i suoi grandi
occhi neri si socchiudevano quasi assonnati e stanchi; e l’anima sua
sembrava staccarsi da quel corpo affranto e malaticcio per volare verso
una regione dove la creta più non istringe nei suoi lacci crudeli
l’essenza purissima del pensiero. Ma se per caso egli udiva la voce
della madre, o la vedea passare nello studio dov’egli lavorava, il
suo petto balzava di gioia, e si rimproverava di nutrire lugubri idee
quando la mamma non aveva più che lui per consolarla; e ripigliava con
alacrità l’interrotto lavoro, e le sue ciglia si bagnavano di lagrime
di amore per quell’essere che era tutta l’anima sua, tutta la sua
gioia sulla terra; ed egli era così contento e superbo di lavorare per
la mamma sua! Qualche volta Ugo non potea resistere alla tentazione
di andarla ad abbracciare, e, quando la madre stampava su la pallida
faccia di lui un tenerissimo bacio, il giovinetto era così lieto,
e così, direm quasi, rinato alla vita, che gli sembrava un delitto
l’abbandonarsi a malinconici pensieri e allo scoraggiamento quando
Iddio avea benedetto i suoi lavori santificandoli col più puro amor
filiale.
Ma questa riconciliazione con sè medesimo durava sì poco, che un
momento di poi ricascava il miserello nelle cupe idee di morte; si
alzava da’ suoi lavori, e andava a guardare il suo volto a un piccolo
specchio a viticci che era sovra uno degli stipiti della porta
d’ingresso del suo studio. Un quarto d’ora rimaneva il giovinetto a
contemplare la propria immagine nel cristallo. Ogni dì pareagli che si
fosse accresciuto il matto biancore delle sue gote e la fosca lividezza
delle labbra; ogni dì sembravagli che l’arco delle spalle prendesse
più vaste proporzioni, come se il suo corpo volesse impennar le ali
per isciogliere il volo verso il cielo. Egli guardava con un indicibile
sentimento di angoscia i suoi omeri ricurvi ed elevati sovra un petto
stretto e compresso; la concavità delle sue gote e le plumbee sue
labbra; e l’anima sua addiveniva così trista che tutto gli pesava, e la
vista degli uomini, e l’aspetto sereno di natura, e i benefici raggi
del sole, e la fresca aura che giocava ne’ suoi più fieri nemici, i
polmoni.
Ugo trovava un supremo conforto in quella religione che sa porgere un
lenitivo ad ogni piaga; una consolazione ad ogni tribolo, una gioia ad
ogni dolore. Egli pregava con fervore, con piena fede; e le sue preci
non mancavano di spargere un balsamo dolcissimo su quel cuor giovanile
che amava la vita, non per sè, ma per la cara madre.
Lasciamo immaginare a’ lettori quale corrispondenza di affetti
avvenisse tra questo giovinetto e la genitrice, dappoi che morto
ebbe per tre volte visitata la loro casa, e gli ebbe lasciati soli
a piangere e ad amarsi. Era un delirio di ogni momento, un pensiero
costante, che l’un de’ due si avea per l’altro. Un leggiero impulso
di tosse facea balzar di spavento il cuor della madre o del figlio,
secondo che l’una o l’altro avealo sofferto.
In qualche sera di està, verso il tramonto del sole, quando Ugo avea
fornito il suo compito di lavori, e la mamma avea dato ordine alle
faccende domestiche, soleano trarre entrambi a diporto a qualche miglio
della città, nell’aperta campagna. La giovin donna appoggiavasi al
braccio dell’amato giovinetto, ed era così lieta, così felice, che il
suo volto di cera si colorava del più leggiadro vermiglio; e una piena
di lagrime le correva agli occhi.
Eglino si trovavano spesse volte soli nelle vaste pianure, quando le
prime ombre s’inchinano sulla terra. Allora si sedevano su qualche
tronco rovesciato l’uno a fianco dell’altra; e così strettamente
abbracciavansi, come se qualcuno avesse minacciato di separarli.
Le essenze più pure si esalavano dalla terra umettata dalla brina
serotina, e il fogliame de’ giovani alberi eseguiva tali melodie di
mormorii sul capo di quella coppia benedetta da dirsi quasi che la
natura festeggiava un amore che scuote e fa vibrare anche le visceri
della terra.
Chi si fosse trovato a passare per quelle amene solitudini, ed avesse
veduto quel giovine e quella donna sì amorosamente solleciti l’uno
dell’altra, avrebbe al certo creduto esser quelli due felici innamorati
o sposi novelli, imperciocchè la donna, tuttora giovine e bella
quantunque eccessivamente sfinita dalla persona, avea negli occhi
tanto fuoco di tenerezza e tanta vita di amore, che soltanto un’amante
avventurata può avere.
Agli occhi di Ugo nessuna donna era più bella della madre sua, di
cui l’immagine ei ripetea in ogni quadretto che facea: quella donna
aveva una chioma sì bella e sì ricca, che sciolta le scendea sino
alle ginocchia; e quei capelli erano passati su tante tele, che il
Ferraretti era soprannominato in Pisa il dipintore delle belle chiome.
E anch’egli avea lasciato crescere i propri capelli che gli cascavano
in vaga zazzaretta quasi fin sulle spalle, e vieppiù faceano risaltare
la fosca bianchezza delle sue sembianze.
A quindici anni, in questa età in cui a’ dì nostri un giovanetto
suol mostrarsi tanto profondo conoscitore e pratico del male, Ugo era
innocente come quando era bambinello nelle fasce. Egli non conosceva
il mondo che attraverso il prisma della sua ardente fantasia; tutte
le donne erano rappresentate nel suo cuore dalla madre. Quanto più
la sua intelligenza e il suo genio si sviluppavano, tanto più la vita
positiva, il mondo, la società prendevano agli occhi di lui colori e
vesti non proprie. Le gioie dei banchetti, i piaceri delle veglie, gli
svagamenti dell’età giovanile erano per lui misteri, o non indovinati
giammai, o troppo lontani dallo stato della sua anima.
Ugo fuggiva le sale assordate per canti di letizia, le galanti
passeggiate al rezzo di molli acacie, le profumate camere di facili
amori. Sola, pallida, lenta scorrea sua vita, simile alla luna ne’
placidi campi dei cielo; avea sedici anni all’incirca, eppure nissun
amico gli avea stretta ancora la mano, nissuna fanciulla avea susurrato
al suo orecchio parole di amore.
Il giovine artista amava la solitudine: faceva parecchie volte
scorrer le ore sul bruno declivio d’un colle, e vi restava immobile
a contemplare un ultimo riverbero di sole oscillante nel convesso de’
cieli, o l’ombra bigia d’una nube sospesa sovra un gruppo di poggetti,
o una lontanissima veduta avvolta in una ondosa squame di raggi.
Dicemmo che fin da’ primi anni di sua fanciullezza, Ugo appalesava
il fuoco di un’anima artistica. Non fu l’ipocrito sorriso di amicizia
o il bacio venduto di un lubrico amore, che accolsero i primi slanci
dell’animo di lui. Solo, sempre solo, ei non idolatrava che sua madre
e l’arte sua, cioè la pittura: e questa non era già per lui un vano
accozzamento di forme e di colori; ma le sue dipinture tramandavano non
so che profumo del cielo.
Ugo aveva una divozione grandissima per la Madre Addolorata. Non sì
tosto egli fu al caso di dipingere una immagine, dipinse quella sacra,
rivestendola di soprannaturale dolcezza e malinconia. A questa immagine
ei confidava i più segreti affanni del suo cuore; a questa BENEDETTA
FRA TUTTE LE DONNE ei susurrava i misteri delle sue notti passate in
veglia: a questa Madre Celeste ei raccomandava la sua madre terrestre.
Il mattino e la sera egli appoggiava la fronte scottante su quella
sacra Immagine, e subitamente una pace, una calma, una soavità gli
scendea nel pensiero e gli fluiva sul cuore. Ugo si rialzava dalla sua
prece con un mondo di speranze ravvivate, e si slanciava a’ suoi lavori
con freschezza di mente e con giocondità di animo. Quell’immagine
operava prodigi sul giovine artista.
E ora il miserello andava a vendere quella gioia dell’anima sua per
comprare un ristoro alla madre. Nello staccare il quadretto dal muro,
gli parve che tutto ormai l’abbandonasse, e che era finita per sempre
per lui e per la mamma infelice.
La Madonna si partia di casa loro! La disperazione vi entrava.
Parve ad Ugo che il lumicino che ardeva dinanzi all’Addolorata avesse
messo un lamento e si fosse tosto rabbuiato, quando il quadro più non
fu al suo posto. La stanza sembrò covrirsi di tenebre di morte.
III.
UN RIVENDUGLIOLO FRANCESE
Diluviava che era una pietà. I rigagnoli aveano inondato a segno le
vie di Pisa, che pareva il fiume Arno si fosse rovesciato su tutta la
città. Rimbombava il tuono, come una immensa palla di piombo rotolata
sovra un’immensa lamina di ferro.
Sonava l’Avemmaria, e i tocchi della campana aveano questa volta
qualche cosa di più solenne e di più malinconico del solito,
imperciocchè erano accompagnati dal fragor del tuono.
E il sig. Paillard, poichè si ebbe anch’egli per divozione segnata la
fronte, imboccò saporitamente un pezzo di pollo.
Questo sig. Paillard, rivendugliolo di qualche rinomanza nella piazza
de’ _Cavalieri_, insaccato in un pastrano di pelo, che gli scendeva
insino alle calcagna, avea pensato bene, per vincere la noia del
cattivo tempo, di protrarre il pranzo fino a sera, e, seduto di fronte
alla sua grassissima metà, antitesi bizzarra della sua macilenta
figura, spolpava, il più garbatamente che fatto gli venisse colle
mani e co’ denti, un pollastrello arrostito, il quale metteva una tal
fraganza da far venire l’appetito anche ad un morto. E andava così
bene levigando le ossa a quell’animaluccio, che pareva avesse avuto
in pensiero di farne uno scheletro zoologico. Ma, durante questa lenta
operazione, egli scambiava qualche parola colla sua donna:
— Affe’ mia, non ricordo un temporale più insatanassato di questo... Il
cielo è scuro come il fondo del mio ventricolo... Carlotta, accendi un
altro lume.
— Via mo, non ti basta questo? Devi forse infilzare il refe nella cruna?
E dopo un’altra boccata ben piena:
— Carlotta, con cento diavoli, perchè non mi hai fatto un po’ di fuoco
nel braciere? Le ossa mi ballano per la umidità e pel freddo.
— Ora ti scalderai; questo è il freddo della digestione.
— Che diascine dici? Non vedi i cristalli della finestra che piangono
dirottamente?... Chiudi, chiudi quelle imposte.
E la povera Carlotta che avrebbe dato volentieri la sua parte di
pollastro per non alzarsi, trovò una scusa, e si stette impiombata
sulla sedia.
Il signor Paillard brontolò tra i denti qualche parola grassa, che si
perdette nella caverna dello stomaco coll’ultimo boccone del pollo.
Egli nettossi le labbra con un tovagliuolo, su cui erano parecchi
ricordi di pranzi precedenti, fe’ saltare alla soffitta il turacciolo
d’una bottiglia di sciampagna, e, glo glo glo, fece spumeggiare il
conico bicchiere. L’accostava con vera delizia alla bocca assetata,
quando un suono morto morto del campanello il fe’ ristare.
— Colga il mal sottile a chiunque viene a seccarmi con questo
tempaccio. Poffardio, non si può prendere un boccone!!
E qui, per parentesi, bisogna avvertire che il nostro uomo avea mandato
giù l’inezia di cinque generose vivande.
— Non andare in bestia, Giacomo: è il vento che ha mossa la corda del
campanello.
Giacomo vuotò il bicchiere.
Il campanello suonò un’altra volta, ma con un poco più di forza. Allora
Carlotta lasciò la salvietta sulla tavola, nettossi la bocca col dorso
della mano, ed andò ad aprire.
— Santa Vergine!... (Era un lampo).
— Perdoni, è in casa il signor Paillard?
Questa dimanda uscia tutta tremula e fioca da una figura sepolcrale,
che pareva fosse stata ivi balzata dalla vampa atmosferica, come
l’immagine di un estinto cacciata per arte magica dal fornello di un
alchimista.