Giustino l’apri con gran curiosità, gittò lo sguardo sulla firma e

rimase attonito leggendo il nome di Lucia Horms. La sua maraviglia si

accrebbe a mille doppi, allorchè divorò le seguenti righe.

«Signore — Per quanto strana e inconveniente sembrar possa la mia

condotta, una ragione, che non posso confidare alla carta, mi fa

ardimentosa a segno d’invitarvi a volervi trovare questa sera,

verso le nove, e mezzo, al primo piano della casa n. 8, strada D.,

dov’io sarò immancabilmente e sola. La tirannia di un marito geloso

e barbaro mi costringe a tal passo, che per altro sarà scusato

dalla vostra anima generosa e discreta, quando saprete i motivi che

mi hanno indotta. Le offensive parole che scagliò contro voi mio

marito alla porta dell’Albergo _des Princes_ mi stanno sul cuore,

ed ho bisogno che voi stesso mi assicuriate di averle perdonate. È

superfluo raccomandarvi la maggior segretezza su questa faccenda,

di cui non direte motto neanche al vostro amico d’Orbeil.

Comprenderete la mia delicata posizione: rimandatemi però questa

lettera con una vostra parola. Addio — Parigi 7 luglio 1829 —

_Lucia Horms_.»

Giustino lesse e rilesse cento volte questa strana lettera fermandosi

un minuto su ciascheduna riga. Era la prima volta che un’avventura

di questo genere solleticava il suo amor proprio... Quella lettera

gl’incendiava il cervello; e tosto gli ricorrevano alla mente il

_Faublas_ e i _Racconti_ di _La Fontaine_, libri che non mancano mai di

esser divorati dai collegiali, non ostante la severa oculatezza che si

pone perchè questi libri non vengano a loro mani... Giustino aveva un

batticuore che gli toglieva il sospiro.

Dopo aver bene letta e considerata la lettera della Napolitana, in

sino a mandarsela a memoria, Giustino chiamò il suo domestico; si fece

recare in letto l’occorrente da scrivere, e sotto la lettera di Lucia

pose queste semplici parole:

«Questa sera, alle nove e mezzo, io sarò immancabilmente al primo

piano della casa N. 8, strada D... Verrò solo; e giuro che nessuno

al mondo saprà quanto io sono felice di avervi ispirato, bella

straniera, questa per me lusinghiera confidenza. G. V.».

La lettera fu consegnata al messo che l’avea portata, il quale partì a

corsa battuta.

Giustino intanto, abbandonato il capo su i cuscini del suo letto, si

piaceva di trasportare il pensiero alla gioia che lo aspettava. Gli

parea che da questo giorno ei cominciasse a diventar uomo.

L’idea che quella lettera fosse un agguato non si presentò neppure

per un istante al suo pensiero; e, avvegnachè vi avesse pensato, le

particolarità menzionate nella lettera erano tali da allontanare ogni

dubbiezza.

Dopo un quarto d’ora, Giustino, che ormai avea addosso la febbre

della prima _buona fortuna_, siccome si addimandano in Francia le

turpitudini, gli adulterii ed altre scostumatezze di questo genere, si

gittò dal letto, si vestì e si pose a spasseggiare in lungo e in largo

per la sua camera, pensando al modo che dovea tenere per colorare con

un pretesto agli occhi d’Isalina e d’Augusto la sua gita a Parigi.

Giustino non si fermò a verun proponimento per sottrarsi alle

interrogazioni della sua fidanzata e della famiglia d’Orbeil. Soltanto

egli avea fermato di svignarsela dopo il pranzo, adducendo per pretesto

una chiamata frettolosa del suo Ammiraglio che era tuttavia a Parigi.

E nel fatto, non sì tosto, verso le sei fu finito il pranzo, il

domestico di Giustino, che avea ricevuto l’ordine di ciò fare, venne ad

annunziargli che un uomo, espressamente venuto da Parigi, lo aspettava

al casino, dovendo dirgli cose della massima urgenza. Giustino dimandò

il permesso di allontanarsi per un momento, e, dopo un quarto d’ora

tornò e disse che il suo Ammiraglio lo aspettava in quella sera stessa

a Parigi, e che però gli era forza di volare, senza perdere un minuto,

alla capitale. Fu messo in ordine un buon cavallo. Augusto si offrì di

accompagnarlo; ma Giustino si scusò dicendo che egli sarebbe giunto a

Parigi prima che annottasse, e che però era affatto inutile, per lui

Augusto, di darsi il fastidio di accompagnarlo.

Questa inaspettata chiamata dell’Ammiraglio faceva presagire il

prossimo avanzamento di Giustino; onde i voti e gli augurii della

famiglia d’Orbeil lo seguitarono.

Giustino si partì, non senza un piccolo rimorso di aver ingannata la

sua cara Isalina, la quale avealo accompagnato collo sguardo lunghesso

il viale dei nocciuoli. Il giovine sentì una pena nell’anima ch’ei non

seppe spiegarsi, e provò un momento di tristezza cupa e profonda; ma

tosto il pensiero della felicità che lo aspettava dissipò quella nube

dalla sua fronte.

Al cader delle prime ombre, Giustino era a Parigi.

Mentre Giustino leggeva a Auteuil la lettera che abbiam posto sotto gli

occhi dei nostri lettori, un’altra lettera era consegnata a Eduardo

Horms, a Parigi. Questi usciva per sue faccende, quando il portinaio

dell’Albergo _des Princes_ pose tra le sue mani il biglietto pocanzi

arrecato da un _commissionario_.

La lettera consegnata a Eduardo conteneva queste poche parole:

«Signore — Un amico dei più leali e affezionati alla vostra

persona, tenerissimo dell’onor vostro, vi avverte che questa sera,

alle nove e mezzo, vostra moglie si troverà con Giustino Victor,

al primo piano della casa n. 8, strada D... Se volete sorprenderli,

sappiate che alle spalle di questa casa ci è un albereto, e che una

delle finestre, a cui si abbarbica un grande albero, è dischiusa.»

Lasciamo immaginare l’effetto che produsse questa scritta sull’animo

dello Scozzese. Vi sono dolori che per la loro estrema violenza

cagionano una specie di stordimento: dapprima par che l’animo non

voglia prestarci fede. E in fatto, cinque minuti rimase Eduardo

colla carta tra le mani, quasi colpito da idiotaggine. Sulle prime,

egli tenne quale infame calunnia la scritta, dimandò al portinaio

chi l’avesse recata, e, questi gli ebbe risposto di bel nuovo averla

ricevuta da un fanciullo commissionario, il quale non avea indicato

donde veniva. Eduardo die’ in accesso orribile di collera, e ruppe in

due una bella mazza d’India che avea nelle mani.

Ebbe poscia l’idea di risalir sul suo appartamento, mostrar la lettera

alla moglie, e, dalla impressione che le avrebbe fatta, scorgere la

verità. Oh! se avesse seguitato questo impulso del suo cuore! Ma il

demone della gelosia gli aveva acciuffato il cervello e lo strascinava

in sua maledetta balia.

Eduardo si persuase che quel foglio contenesse il vero: uscì, senza

dare alcuna direzione ai suoi passi: la testa gli girava come una

trottola; le orecchie gli zufolavano; la vista perdeasi: le gambe gli

tremavano.

Eduardo era pallido come un cadavere; correva per le strade di Parigi,

urtava nei passeggieri, si cacciava tra le carrozze, non ostante le

grida dei cocchieri; poco mancò non rimanesse pestato dai cavalli; e

correva... correva... correva come un corpo senz’anima, spinto da un

soffio violento, tratto da una mano inesorabile.

Eppure quel corpo aveva un’anima troppo bella, troppo nobile,

troppo generosa, un’anima che ora venia gittata nella più crudele

disperazione, quella della virtù!

Eduardo corse per oltre un’ora lunghesso i _boulevards_. Le immagini

di Lucia, di Marietta, dei suoi cognatini, le ricordanze dei pochi

dì passati a fianco della virtuosa consorte, se gli presentavano alla

mente come sogni di un’antica felicità ch’ei non doveva più rigustare,

come larve adorate le quali ora erano armate di un ghigno laido e

feroce.

Eduardo, arrivato sul Ponte Nuovo, si fermò e si lasciò cadere sopra

una pietra: egli era spossato, affranto, fulminato dal suo dolore

più che dalla corsa disperata che avea fatta. Durante la febbrile

agitazione del cammino, egli non aveva avuto, per così dire, una

chiara coscienza della orribile crisi che lo colpiva: ma, cessato il

movimento, lo stato suo se gli mostrò in tutta la spaventevole sua

nudità.

Eduardo avea tenuto sempre stretta convulsivamente nella mano la

funesta lettera che divorava il più nobil dei cuori. Egli ritornò a

leggerla con quella feroce voluttà, onde un infermo di cangrèna gode

a scoprire e a guardar la piaga che lo tragge a inevitabil morte.

Ogni parola di quella scritta fatale era un colpo di pugnale vibrato

nelle più calde visceri del cuore: ciò non ostante, mille volte quella

lettera fu letta, insino a tanto che macchinalmente il poveretto la

ripeteva tra i denti, senza più guardare sulla carta.

Eduardo ebbe dunque un momento lucidissimo, in cui tutta la propria

situazione presentossegli nella orridezza della sua verità. Allora quel

nobil cuore, così vulnerato e tradito nei suoi affetti e nella sua

ardente fede alla virtù, sentì torcersi e convellersi e schiantarsi;

allora il misero abbandonò il capo sulle mani e diè sfogo alle lagrime

che sin a quel momento gli aveano pesato sul petto come un mare di

piombo. E pensava tra sè: — Qualche ora fa, io era felice, il più

felice degli uomini: avevo una moglie amante e virtuosa; le nostre

labbra si sono incontrate prima che io fossi uscito; i suoi occhi

erano bagnati di tenerezza e di amore per me; tutto ciò era finzione,

tradimento, infamia. Questa donna era già adultera nel suo pensiero.

A queste idee Eduardo vedea tinto di rosso il biglietto che avea tra le

mani, e la vendetta dava al suo cuore la più violenta reazione.

Eduardo avrebbe dato il resto della sua vita, la quale gli era omai un

inutile fardello, perchè si fossero consumate qual polvere al fuoco le

ore che lo allontanavano per poco ancora dal momento della vendetta.

Egli aveva ormai concentrato tutto il sentimento della vita in questo

istante.

Aspettò sul Ponte Nuovo che passasse quella eterna giornata di luglio.

Il sole, a perpendicolo sulla sua testa, gli aveva bruciato il corpo;

ma egli era freddo, però che la sua anima bruciava di più.

Quando il sole tramontò, Eduardo si mosse dal sito ov’era stato per

sì lunghe ore; gittò un’ultima occhiata sul rosso cupo onde si era

rivestito l’estremo occidente, e sorrise a questa perfetta immagine dei

suoi pensieri. Egli s’incamminò alla fabbrica d’armi di un inglese suo

corrispondente; dette al proprio aspetto la maggior serenità che potè,

e chiese una delle migliori pistole a due colpi che ci fosse nella

fabbrica: pregò non si badasse al prezzo! ne fece cinque o sei volte

la pruova; finse di tirare al bersaglio, così per divertimento, e da

ultimo, veduto che la pistola non fallava, caricolla solidamente con

buone palle, e l’intascò, gittando un pugno d’oro all’armiere.

Le nove suonavano a tutti gli orologi di Parigi. Eduardo s’incamminò

alla strada D....

Erano le nove e venticinque minuti, quando il marito si trovò alla casa

num. 8. Studiò la posizione dell’edificio, e si accorse in fatti che un

albereto era a ridosso della casa. Le tenebre non erano siffattamente

dense da non lasciare una trasparenza all’occhio linceo della gelosia.

Tutte le particolarità menzionate nella lettera erano vere; una

finestra dischiusa sosteneva quasi in sulla sua soglia un grande albero

che vi si abbracciava tra le pannocchie dell’ellera che copriva tutto

quel muro scalcinato. Eduardo, a mo’ di ladro, al favor delle ombre,

arrampicossi ai rami dell’albero; giunse col capo all’altezza della

finestra; diè un’occhiata nella stanza, ma nulla scorse, interamente

soffusa di tenebre, non pertanto ei spiccò un salto, e fu colà entro:

il suo petto balzava con un urto terribile.

Guidato da un filo di luce che gli veniva dal cielo sereno di una

bella sera di està, quasi a tentoni e in punta di piedi avanzossi nelle

interne stanze: dappertutto era solitudine e squallore: nessun mobile

dava impaccio agl’incerti passi dello Scozzese.

Per un momento, nell’animo di Eduardo si affacciò la speranza che egli

fosse stato ingannato, e che la lettera non fosse altro che un’amara

burla. Eduardo fermossi a mezzo del suo sospettoso cammino, temendo

che un rumore qualunque, un raggio di luce in qualche stanza venisse a

dileguare così cara speranza. Ma poco stante, ei dette altri passi...,

un debol lume gli colpì la vista. Eduardo fremè!

Quel lume partiva da una stanza non molto discosta.... Pochi altri

passi, e tutta la orrenda verità era per discoprirsi!

Eduardo impugnò la pistola; tenne la mano sinistra sul cuore, e

s’incamminò alla volta di quella stanza...

Udì la voce di Giustino... e quindi una voce di donna, ma sì fioca...

che appena toccava l’orecchio.

Il lume non era situato propriamente nella stanza dove udivansi le

voci....

Eduardo si trovò all’uscio della camera donde sentivasi a parlare.

Egli vide Giustino e.... Lucia! Ma, non appena l’ombra sua si era

proiettata sul suolo, la donna mise un gran grido e fuggì, udivasi lo

scoppio della pistola...

Un altro grido era messo... grido di morte.

Giustino Victor, ferito al cuore, cadeva immerso nel proprio sangue!

Eduardo si era immantinente involato allo spettacolo della spirata

sua vittima; e gittatosi in una carrozza, disse distrattamente al

cocchiere: all’Albergo _des Princes_.

Una voce intanto risuonava sul capo del moribondo ed infelice Victor.

Quella voce dicea lentamente:

— Giustino Victor, oggi è il 7 luglio! Ricordati di Federico Lennois,

del monello di Auteuil... Tu ammazzasti in Grecia con un colpo di

pistola un Inglese, _pregandolo di recare un messaggio a tuo nonno_;

oggi, con un colpo di pistola, uno Scozzese _ti prega di recare un

messaggio a suo nonno_!

Giustino Victor chiese a Dio perdono... e perdonò anch’egli.

Il lampo della Giustizia di Dio balenò sull’anima del moriente e

rischiarò un oceano sterminato di luce: la Misericordia di Dio.

Giustino spirava!!

Eduardo intanto, pallidissimo e stralunato, entrava senza pensarvi, nel

cortile dell’Albergo _des Princes_, e saliva le scale, senz’accorgersi

di quel che facesse.

Avea posto il piede sulla prima branca della scalinata, quando una

donna che avea pianto assai, corse all’incontro di lui, lo abbracciò

piangendo ancora, e teneramente gli disse:

— Star fuori di casa una giornata intiera e senza prevenirmelo! Che è

stato? Oh come sei pallido! Eduardo, Eduardo mio, che fu?

Quella donna era Lucia.

Una benda fatale cadde dagli occhi dello sventurato marito.

_Parte Seconda_

I.

LA CASA DI SATANA

Lasciamo per alcun tempo la città del rumore, del lustro, delle ciarle,

e trasportiamoci sotto un cielo assai più bello e più puro, in Italia,

dove ci chiama una trista istoria, la cui conoscenza è indispensabile

per lo rischiaramento de’ fatti che andremo narrando.

Passato il ponte di marmo, uno de’ tre ponti che congiungono la città

di Pisa attraverso il canale del fiume Arno, e, lasciatesi addietro

parecchie strade popolate da merciai alla minuta, incontrasi una

seguenza di altre strade, le quali si mostrano men popolate secondo che

si succedono, insino a che si giugne in quella parte della città, dove

l’erba cresce dappertutto tra le commessure d’un bel pavimento, fatto

per lo più di piccole lastre di marmo. Pisa può ben dirsi la città

marmorea: i monumenti, i palagi, il suolo, le chiese, le tombe, tutto

è di marmo. Gli stranieri sogliono dire che anche gli uomini di questa

città sono di marmo, forse perchè così, per essi, vi trovarono le

donne.

In una strada solitaria quasi presso alle tetre mura della _Torre della

fame_, renduta così famosa dal canto trentesimoterzo dell’Allighieri,

giacciono le ruine di una casa, chiamata la _Casa di Satana_ per una

delle più strane e curiose tradizioni del paese, la quale ci piace di

far nota a’ nostri lettori.

Si conosce che il celebre pittore Giotto, dolente che nissuno

comperasse più quadri e che però più di un giorno gli convenisse

contentarsi d’una magra polenta, ebbe un mattino il pensiero di

dipingere una figura di donna di mezzana bellezza (forse più brutta che

bella), e di esporre il suo quadro in su l’uscio della sua abitazione,

a vista dei viandanti, dopo di avere scritto a grandi lettere, a

piè del quadro: _Ritratto della più bella donna di Pisa_. Ben si può

immaginare qual si fossero il dispetto e la collera delle donne pisane,

non meno che de’ loro mariti o amanti, nel veder fatto così grave

oltraggio al bel sesso, e a tal guisa disconosciuta e disprezzata

la bellezza delle loro donne e moltissimi andarono dal pittore a

dimandargli ragione del perchè avesse osato dire che quella donna,

di cui avea fatto il ritratto, era la più bella in tutta Pisa, mentre

spasseggiavano per la città certi visini da far morir di passione anche

un morto. A simiglianti rimostranze e rimproveri il Giotto, che avea

il suo disegno, rispondeva, in quanto a lui, non conoscere in Pisa una

donna più bella di quella di cui avea posto l’immagine sulla tela, e

che se altra ve ne fosse più bella, si desse l’incomodo di farsi vedere

a lui, perciocchè subitamente, se così era nel fatto, avrebbela dipinta

ed esposta al pubblico.

Come prima si divulgò nella città la risposta del Giotto, la sua

casa diventò il convegno delle più belle e ragguardevoli gentil donne

di Pisa, le quali si faceano in tutta fretta ritrarre sulla tela, e

compensavano largamente l’opera dell’artista, cui non bastava il tempo

per li tanti incarichi ond’era assediato. I quattrini gli pioveano nel

borsellino da ogni parte, sì che ei benediceva il bel pensiero che avea

avuto di scavare nella più inesauribile miniera, quella della vanità

femminile. Le dame Lanfianchi e Lanfranducci, la marchesa di Palvolo,

la signora Albaccini, reputate in quel tempo le più belle donne, non

pur di Pisa, ma d’Italia tutta, esposero le loro leggiadre sembianze

agli sguardi del pittore e vollero essere riprodotte dal suo esperto

pennello.

Viveva ancora in Pisa un certo conte P...., il quale, volendo, per

prave ragioni, rompere un malaugurato nodo che avea stretto pensò di

chiedere il permesso a Roma, e, per dare un plausibile pretesto alla

sua strana dimanda, immaginò di dire che sua moglie fosse divenuta, per

effetto di malattia, d’una deformità spaventevole. Per appoggiare una

tale assertiva, egli pensò di mandare a Roma il ritratto d’una donna

così mostruosa.

Venuto in questa determinazione, il conte P.... fece assegnamento sul

Giotto per la buona riuscita del suo disegno; e, come quegli che era

straricco, promisegli un guiderdone generosissimo, se fosse pervenuto

a dipingere la bruttezza nel suo tipo più orrendo. Il Giotto, che molto

avido era di danaro, accettò la commissione, e disse al Conte che fosse

tornato a capo di 15 giorni per tor via il quadro e dargli la somma

promessa.

Dice il più comune degli adagi popolari: _Dal detto al fatto ci è

un gran tratto_; e Giotto ebbe, con sua grandissima mala voglia ad

esperimentare la verità di questo proverbio, imperocchè la cosa era

assai più malagevole di quel che si pensava. Per oltre un mese Giotto

avea tenuto dinanzi agli occhi i più leggiadri e cari visini di Pisa;

così che la sua fantasia, ripiena di begli occhi, di nasi profilati,

labbra porporine e di tante gentili fattezze che formano l’appannaggio

delle belle donne, non sapea più raffigurare il brutto, e, per

quanto si studiasse di concentrare il pensiero nelle forme sconce e

contraffatte, il bello era sempre nelle sue recenti reminiscenze.

Il Giotto disperava dell’impresa, quando gli ricorse alla mente un’idea

che molto potea giovargli nella presente congiuntura.

Ei ricordossi che un pittore per nome Malfeo avea fatto un quadro

rappresentante una donna così brutta che le si era dato il nome

di _Sposa di Satana_. Questo quadro aveva fatto tale impressione

sull’immaginazione degli abitanti di Pisa, che nessuno volle

compararlo, temendo di portarsi nientemeno che lo stesso Satana a casa.

Laonde il quadro rimase al pittore che l’avea dipinto; e quelli che

avevano in pregio le belle arti si limitavano ad andare a vederlo,

e restavano stupefatti ed atterriti dalla singolare bruttezza della

figura. Per molti anni quella dipintura formò il soggetto della

ammirazione e dello spavento, non solo dei Pisani, ma dei forestieri

che traevano a contemplarla. A poco a poco il terrore si comunicò

financo alla casa di Malfeo ed alla strada ov’egli abitava; e il

pregiudizio popolare si spinse così oltre da tener quella via siccome

luogo di sinistro presagio, e quella casa come scomunicata e maledetta.

I monelli scaraventavano contro i vetri di quelle finestre i ciottolini

le donne costrette di passare lunghesso quell’abitazione, affrettavano

i passi, abbassavano lo sguardo, e mormoravano avemmarie. Il povero

Malfeo fu mostrato a dito per le vie di Pisa, e poco mancò non venisse

lapidato o arso vivo come l’autore della _Sposa di Satana_.

A Giotto si affacciò dunque alla mente il pensiero di andar

novellamente, dopo molti anni, ad affissare la _Sposa di Satana_ per

nutricare la fantasia con forti impressioni del brutto. A dispetto

d’una certa paura che non mancava di incutergli la credenza popolare, e

non ostante la ripugnanza che si avea di ricalcare i mattoni d’una casa

che tenea scomunicata e maledetta, il Giotto era un dì nel cospetto

del quadro di Malfeo. Egli usciva di quella abitazione pallido ed

esterrefatto; la sua fantasia era incesa. A capo di pochi giorni, la

incumbenza datagli dal conte P... era eseguita, e questi era pienamente

soddisfatto e contento dell’opera dell’artista.

Intanto, moltissimi anni dopo la morte di Giotto e di Malfeo, la

costui casa cui si era appiccato il nome di _Casa di Satana_, la quale

era sempre rimasta disabitata, fu trovata un bel mattino un mucchio

di pietre, senza che mai si fosse saputo in che modo era avvenuta la

strana catastrofe. Non pertanto quel mucchio di rottami serbò sempre

in appresso il nome di _Casa di Satana_, e la via deserta e tetra fu

tenuta sempre come appestata.

Ma fin dal 1805, più non vi erano le macerie della _Casa di Satana_.

Un altro novello edificio era stato costruito sull’antico; bensì una

specie di _iettatura_ era appiccata a quel suolo: la nuova casa rimase

sempre senza pigionali; ed il suo fondatore morì senza aver avuto il

piacere di trarre un obolo di rendita da quelle mura. Gli eredi del

fondatore abbassarono e ridussero la pigione fino a un prezzo esiguo; e

ciò nulladimeno, la _Casa di Satana_ (poichè sempre questo malaugurato

nome erale rimasto) non trovava affittuali, siccome non ne avrebbe

trovati neanche se la si fosse data per mera limosina. Gli accattoni

si sarebbero contentati di dormire al fresco, anzichè ricettarsi entro

quelle mura bazzicate dal nemico degli uomini in persona.

Un giorno intanto, un brutto giorno di novembre, dopo venti anni e più

dalla sua nuova fondazione, dietro gli opachi vetri di una finestra

della _Casa di Satana_ si vide per la prima volta una figura umana...

ma così pallida, così diafana, che i curiosi fermati a guardarla

credettero esser quello un fantasma.

Eppure, non era fantasma, e, quando si fe’ sera un lume vacillante

per mancanza di alimento, una lucernina, situata sovra una tavola

scassinata, mandava a corti intervalli un getto di livida luce sovra

un quadretto dell’ADDOLORATA sospeso alla parete, e serviva a far

distinguere una miseria e un dolore che avrebbero fatto piangere un

macigno.

Gittata sovra un letticciuolo, sprovveduto al tutto di lenzuola,

giaceva una donna che, alla macilenza estrema del volto e allo

sfinimento mortale ond’erano ricoperte le sue sembianze, mostrava

la devastazione di una cronica infermità, la quale sembrava oramai

pervenuta a quello stato che non lascia più adito alla speranza.

Un giovinetto di poco più di tre lustri, smilzo, pallido e macerato

dalle sofferenze, era seduto vicino al capezzale di quel letto di

dolore.

Questo giovinetto era il pittore Ugo Ferraretti, di Pisa, e quella

donna era sua madre.

Quando cadde la sera, il tempo, che era stato scuro e nebuloso durante

tutto il giorno, si ruppe in pioggia dirotta, e il vento urlava da

forsennato nella deserta via della _Casa di Satana_.

Ugo Ferraretti e sua madre erano stati la mattina mandati via dalla

loro abitazione in Lung’Arno, perocchò da tre mesi non aveano pagato

la pigione; tutto era stato venduto; e i quadretti del giovine artista

bastavano a mala pena per suo sostentamento e per provveder di rimedii

la dilettissima genitrice, cui lentamente menava alla tomba una di

quelle malattie che non perdonano mai.

Federico Lennois · 第 6 / 22 段