giudicherete secondo l’impressione che faranno in voi. Per me, mi
limito a dirvi che le trovo adorabilissime. Le Napolitane! oh, voi
altri che non siete stati giammai laggiù, non vi farete giammai
un’idea di quel che sono le Napolitane, care figlie del sole... Queste
donne sono la perfetta immagine del loro vulcano; coperte di neve
all’esterno, ripiene di fuoco nell’interno.
— In verità che mi sa mille anni di vedere coteste due immaginette del
Vesuvio, disse ridendo Giustino; a che ora verranno?
— Alle undici rispose Federico, e die’ una occhiata al suo oriuolo;
sono le dieci e trentacinque minuti. Avete fretta signori?
— No, propriamente, disse Augusto, e ancorchè avessimo fretta, ora
vogliamo positivamente esser presentati a queste signore.
— Badate per altro, amici, osservò Federico che il marito è geloso, a
quanto mi sembra.
— Tanto meglio, esclamò Giustino, avremo il piacere di farlo un poco
arrabbiare.
— Badate che egli è Scozzese.
— Ci ho gran diletto; è come se fosse un _John Bull_[2], ed io non mi
diverto mai tanto quanto a tormentare i figli del Regno Unito. Ho avuto
in Grecia un piccolo _affare_ con uno di essi, ed ebbi il piacere di
spedirlo lassù con un colpo di pistola, pel quale ricevetti gli encomii
di tutt’i miei camerati.
— L’ammazzaste? dimandò Federico.
— No, solamente il pregai di recare un messaggio a mio nonno.
Federico sorrise, e disse cupamente tra sè.
— Fra qualche giorno forse GLIEL RECHERAI TU STESSO.
— E che uomo è cotesto Sir Eduardo Horms? dimandò Augusto alquanto
distratto.
— _Ce n’est pas un homme, c’est un mari_, rispose col suo solito
sorrisuccio di scherno il Victor.
— Riflettete, signor Giustino, che tra pochi mesi anche voi sarete
marito disse Federico.
— E che però? Fin qua, nol sono ancora; e quando il sarò, non
rappresenterò certamente l’Otello, come fanno questi arrabbiati
Britanni. Ma dimmi, Ducastel, è molto geloso cotesto isolano di Horms?
— Tal lo credo estremamente, e così lo dicono tutti.
— Allora io m’impegno di farlo disperare. Che ne dici, Augusto?
— Ben pensato; ed io mi attengo alla sorella minore; alla cognata del
selvaggio. Va bene?
— Bravo! Ora le due napolitane son nostre, intendo dire, nostre per
mezz’ora.
— Ed io vi prendo in parola, signori, disse Federico, e darò solenne
baia a quello dei due che farà fiasco.
I parlari seguitarono in su questo tenore per altro quarto d’ora
all’incirca, e Federico non cessò un momento di stimolare i due giovani
ad attener la loro parola, rialzando con ogni sottile artifizio il
valore dell’impresa.
Le undici erano passate da pochi minuti, quando un domestico
dell’Albergo annunziò la visita della famiglia Horms.
I tre giovani si alzarono e andarono a ricevere le dame.
Lucia entrò appoggiata al braccio dello sposo; Marietta si appoggiava
al braccio della sorella.
Nel veder apparire la giovine forestiera, Giustino e Augusto rimasero
attoniti e muti.
Non mai parigina vestì con più finezza di gusto e con più ricercatezza,
come vestiva la napolitana Lucia Horms. La semplicità si sposava
alla grazia, l’eleganza del taglio alla perfetta scelta dei colori.
All’infuora di questo, Lucia, essendo di persona alta e ben formata,
spiccava con nobiltà di disegno attraverso le graziose pieghe del suo
scialletto bianco. Un cappello di paglia di Italia senz’alcun ornamento
ombreggiava le sue dilicate sembianze.
Marietta era, al pari della sorella, vestita con perfetto buon gusto;
ma, comechè più bella di Lucia, non ne aveva il gentilesco e grazioso
portamento, nè la cara malinconia. Qualche cosa di sbrigliato e di
troppo gaio era nel viso di questa fanciulla, che le toglieva gran
parte dell’effetto che avrebbe prodotto la sua avvenenza più composta
e più seria. Ella avea nel suo tutto, quel che si chiama una salute
insultante.
Eduardo Horms e le due giovanette salutarono i circostanti e strinsero
la mano di Federico Lennois, il quale fu prodigo verso di loro di
distinte cerimonie e convenevoli.
La brigata si sedè in circolo in fondo al salotto. Federico chiese il
permesso di andare a porre in giusta luce il quadro, e ritirossi nella
stanza contigua, dopo di aver presentato i due suoi amici a sir Eduardo
e alle damine.
Eduardo serrò colla sua solita cordialità la mano ai due Francesi,
e aprì la conversazione sul suo tema favorito, le belle arti. Ma i
due giovani scambiarono, per convenienza, poche frasi col marito, e
rivolsero poscia i loro discorsi, ciascuno alla donna, vicino a cui si
era allogato.
Giustino era seduto a fianco di Lucia, e Augusto d’accanto a Marietta.
Eduardo rimase segregato. Benchè per la seconda volta ei si trovasse
a Parigi, era poco avvezzo alla vita parigina e ai costumi singolari
di questa gente; non sapea che, nei crocchi, il bel sesso è tutto, e
che un uomo il quale ha la qualità di padre, di marito o di fratello
è un’ombra e non altro, e qualche volta un’ombra importuna. Così, per
altro, non la pensava Eduardo, accostumato a maggior rispetto della
società in generale e a nessuna affettazione di modo e di linguaggio.
Giustino era sorpreso e trasportato udendo a parlare la _signora_.
Egli, senza darsi verun pensiero del marito presente, scaricava negli
orecchi di Lucia un fiume di elogi alla finezza del linguaggio di
lei, al senno onde ragionava di cose le quali sogliono essere affette
per la mente di una donna, e alla irreprensibile pronunzia che ella
aveva acquistata dell’idioma francese. A questo assalto di lodi, dal
quale Lucia si schermiva il meglio che poteva e senz’alcuna affettata
esagerazione di modestia, seguitava un torrente d’interiezioni
ampollose, e di avverbii stravaganti, solite forme d’una lingua povera
e svenevole che si sostiene su le più iperboliche figure.
È incomprensibile come la lingua francese, così schifa e inceppata
nella sua costruzione, così monca e zoppa nel suo andamento, così
stentata e ridicola nella sua pronunzia, così poco atta ai grandi
pensieri, è incomprensibile come questa civettuola abbia ottenuto in
Europa una specie di universalità, e venga dai più tenuta in concetto
di vaga e dolce favella.
Augusto era men verboso verso Marietta, perocchè costei, non
conoscendo il francese, non rispondeva che con monosillabi, per lo più
affermativi.
Eduardo intanto cominciava ad impazientarsi, e forse avrebbe rotto
bruscamente una conversazione a cui lo avean fatto straniero e che però
non gli andava più a sangue, quando per buona ventura, Federico invitò
la brigata a passare nella stanza contigua, dov’era il quadro.
Giustino s’impadronì del braccio di Lucia, e Augusto di quello di
Marietta.
Eduardo era corso il primo a rigustar la gioia di affissare i suoi
occhi sul gran dipinto.
Uscendo i cinque personaggi dalla stanza dove era il quadro, la
maraviglia e l’ammirazione erano su’ loro volti. Eglino erano rimasti
atterrati dalla possanza del genio.
Eduardo era pallidissimo; ma il suo estremo pallore non era tutto
effetto di ammirazione: il suo nobil cuore avea ricevuto un colpo
mortale.
Lo sguardo di Federico scintillava di un doppio trionfo.
VIII.
GELOSIA
Alcuna spiegazione è necessaria di quanto era avvenuto nella camera di
Federico, nel tempo che quelle cinque persone erano ivi per ammirare
il sublime dipinto, il quale doveva avere il suo posto alla Grande
Esposizione del Louvre.
Mentre l’appassionato giovine scozzese figgeva, rapito in cielo,
gli avidi sguardi sulla tela del Lennois, questi iva ravvolgendo per
l’animo i più sinistri pensieri.
Lucia, per non mancare a’ precetti della più semplice creanza,
sorrideva alle ampollose ciance di Giustino, e parea compiacersene,
o almeno fingea che le gradissero. Questo attentamente osservava il
Lennois, e, colpendo il momento in cui Lucia bisbigliava alcune parole
quasi nell’orecchio dell’uffiziale di marina (ella facea notargli come
la Marietta erasi fatta rossa e sembrava sconcertata oltremodo per non
capire quello che le spiattellava il galante), il Lennois avea chiamata
l’attenzione di Eduardo su la moglie e su Giustino e a fior di labbra
gli avea detto:
— È mestieri che vi guardate da quello scostumato giovinotto, il quale
è un fatuo insolente capace d’infangare ogni onesta riputazione di
donna.
A queste parole lo Scozzese lanciò sull’uffiziale di marina un’occhiata
di sdegno, e dal cuor suo sprizzò una scintilla di quegli odii che
non perdonano mai. La significazione di quello sguardo non iscappò
a Federico: onde, per non far morire e spegnersi quella favilla di
odio, lasciò cadere sul cuor di Eduardo piuttosto che nelle orecchie
di lui queste altre parole, che vi sgocciolarono come stille di vetro
arroventato:
— Badate, Sir Eduardo; colui è capace di riempir tutta Parigi colla
voce d’una immaginaria conquista; e non sarebbe improbabile che andasse
quest’oggi spacciando e trombando su i _boulevards_, nelle botteghe
da caffè e nelle sale de’ bettolieri e bozzolari alla moda, che egli è
l’avventurato amante della vaga napolitana dell’Albergo _des Princes_.
Io sono tanto più persuaso di questo che dico, quanto più veggo vostra
moglie in confidenza con quel pessimo garzone.
A grandissima pena Eduardo si tenne dal prorompere in un violento
scoppio di collera: il suo animo schietto e ardente, non assuefatto a
dissimulare i propri sentimenti, era vicino ad infiammar que’ nervi e
quei muscoli, facendo divampare un incendio, che avrebbe avuto funesti
e terribili effetti. Ma Federico antivide questo scoppio inopportuno
che avrebbe ruinato tutto il suo disegno, e si diè fretta a dileguarlo.
— Or gli parlerò come va fatta, ei disse al sospettoso marito: or gli
dirò qualche cosa di pesante a cotesto zerbinaccio di Victor, e vedremo
se, dopo le mie ammonizioni, perdura tuttavia a fare lo sdolcinato con
la signora.
Detto ciò, si scostò per poco dal fianco dello Scozzese; trasse
alla volta di Giustino, il tirò un tantino in disparte e gli mormorò
nell’orecchio:
— Il marito è sulle furie; badate a voi; ma non abbandonate l’impresa,
che è onorevole e degna. Pensate a non far fiasco.
Congedandosi dall’artista, Eduardo sperava di sbarazzarsi finalmente
da que’ due insolenti; ma qual fu la sua sorpresa e il suo dolore nel
veder Lucia accettare, con amabile sorriso, il braccio del Francese,
per andar via! Egli era stato in procinto di colpire la guancia
del giovine uffiziale; ma ormai la sua collera era volta contro la
moglie, la quale sembrava sì compiaciuta dei modi e del linguaggio del
Parigino.
Pur si contenne; divorò in silenzio il proprio dolore, e maledisse tra
sè quella falsa e sciocca civiltà francese che impone tanti inutili e
vergognosi sacrificii.
Arrivati nel gran cortile dell’Albergo, un’altra spina era riserbata al
cuore del povero Eduardo. Egli volea far salire la moglie e la cognata
nel cocchio che li avea attesi; ma Lucia gli significò il desiderio
di andare a piedi insino al Piccolo Lussemburgo, dov’ella dovea fare
alcune compere tra gli oggetti lavorati dalle dame di Parigi, ed
esposti in vendita in benefizio dei poveri.
Indarno Eduardo fece osservare a sua moglie che la distanza era molta,
ed eccessivi il caldo e la polvere a quell’ora. I due galanti non
abbandonarono le braccia delle due donne, e, poi ch’ebbero risposto
alquante parole di opposizione al parere dello Scozzese, strascinarono
quasi le dame, ridendo in corpo della vessazione che pativa il marito.
Eduardo seguitò le due coppie quasi a rimorchio: egli era pallido
come un morto: la gelosia, tormento delle anime sensitive, lo gittava
per la prima volta in un’angoscia che gl’inceppava il respiro. Ei
camminava a sghembo, dava la vista di essere un ebbro morto: qualche
cosa gli frullava negli orecchi si che più nulla udiva: e il rumor di
Parigi, a mezzodì, nell’ora della maggiore operosità, il colpiva tardo
e smorto, come un frastuono lontano e poco sensibile. Giù per la vista
gli scendeva una frastagliata di oggetti e di colori che l’annebbiavano
per forma ch’ei non discerneva neanche più sua moglie e il costei
cavaliere.
Lucia si era avveduta del contraggenio onde pareva esser preso il
marito; ma non seppe esser forte abbastanza da attirarsi la taccia di
goffa o di malcreata per non dar dispiacere al consorte.
Gli è una giusta e curiosa osservazione a fare, che le donne le quali
sono generalmente capaci de’ più inauditi sacrificii per gli oggetti
del loro amore, sono in pari tempo così fiacche contro gli assalti
della vanità. Dite a una madre che si butti nel fuoco per salvare
il figliuolo, non tituberà un momento a buttarsi: ma se le dite di
turarsi gli orecchi al serpe che la innalza con le lodi al cielo,
ella li aprirà maggiormente, ancorchè un’esistenza a lei cara dovesse
pericolare in quelle allettatrici lusinghe.
Fu una ben trista ora per Eduardo Horms quella che passò con quei
forzosi compagni. Arrivati al Piccolo Lussemburgo, egli era come un
uomo stordito da un poderoso colpo di mazza sul capo: più non capiva
ciò che si mormorava attorno a lui. Lucia lo interrogò su la scelta
degli oggetti che doveva comprare, e non ottenne che risposte vaghe e
senza sentimento. Quando si trattò del donativo, che Lucia intendeva
di fare ad Emma Barkley, indarno si chiese il piacere e il gusto del
marito, il quale era alienato dai suoi pensieri di gelosia. Si differì
ad altro giorno la compera del dono ad Emma.
Giunti all’Albergo _des Princes_, Giustino Victor, nel tor commiato da
Lucia, accostò la destra di lei alle sue labbra e vi pose un bacio.
Eduardo era stanco di sofferenze.
— Basta ormai, disse scuotendo con furore il braccio dell’uffiziale,
sono stanco e stomacato delle vostre effeminatezze che non mi vanno per
nulla a sangue. Ritiratevi in buon’ora signor profumatuzzo uffizialetto
dall’acqua di colonia, e guardatevi di parlar di mia moglie in
qualsivoglia luogo, se vi è cara la vita. Per ora vi proibisco di
venire a visitarci per qualunque pretesto.
Uno scoppio di risa sgangherate tenne dietro a queste violenti parole
di Eduardo. Giustino e Augusto si tenevano i fianchi per le risa, e
seguitarono cogli occhi, insino alla prima branca delle scale Eduardo,
il quale afferrato il braccio della moglie e della cognata, le menava
seco quasi a corsa battuta su pe’ gradini, senza volger loro nè lo
sguardo nè la parola.
— Voi siete un fanciullo, disse con certo dispetto Lucia arrivata nella
sua camera; e, gittato lo sciallo sul letto, lasciò solo il marito.
Eduardo si abbandonò sovra una sedia mormorando tra sè:
— È questa la vantata città dell’incivilimento! la Capitale modello
d’ogni squisitezza di modi e di favella! Questa la Parigi che detta
leggi di buon vivere e di perfetta educazione! Impostura! Impostura!
La più meschina e povera città d’Italia ne sa più, in fatto di
civiltà, che questa vanitosa ciarliera che vi abbraccia, vi abbaglia
e vi strangola. Qui tutto è simulato, tutto finzione; l’intonaco
e il belletto coprono i volti come gli animi: indarno ti sforzi di
trovare qui l’uomo; non vi trovi che il parigino: tutto qui ha una
veste accattata, un colore non proprio: l’aria stessa non è naturale!
Oh suolo della mia Glascovia, ed oh terra d’Italia! Estreme e opposte
contrade di Europa, voi vi rassomigliate nella purezza de’ vostri
costumi! In Inghilterra e in Italia la moglie appartiene al marito;
ma in Francia!!! Qui hanno inventata una parola che si chiama IL
RIDICOLO!... Ogni cosa è qui sottoposta al governo di questo terribile
despota, il quale si compiace a fulminare il suo anatema sulle cose
più sante e rispettabili... Oggi io ho sofferto tanto, e son sembrato
ridicolo agli occhi di quei due giovinastri! Oh! sento che non rimarrò
lungo tempo a Parigi. Non sì tosto finito il tempo dell’Esposizione,
e messomi in possesso del quadro del Lennois, abbandonerò questa
terra, per non più riporvi il piede. La virtuosa indole di mia moglie
non sarebbe certamente bastante a salvarla: fa d’uopo allontanarsi e
subito. Lucia mi ha chiamato _fanciullo_! Ma dunque ella non sa quanto
ho sofferto questa mattina! Oh! io amo questa donna con tal passione di
cui io stesso non mi sarei sentito capace... Se questa donna un giorno
mi tradisse, io l’ucciderei...
«Ma Lucia mi ama; sì, ella mi ama, ne son sicuro, e bisogna ormai
cacciar dall’animo ogni ombra di sospetto offensivo alla virtù di lei.
Eppure, che cosa hannosi detto tra loro per oltre un’ora? Perchè spesso
ridevano tra loro? Mi è parso che ella si appoggiasse con un certo
abbandono sul braccio di lui... Ma che! Son io demente da foggiarmi
simiglianti fantasmi! Lucia, la virtù più pura, il cuore più candido,
ingannar me! Ancorchè il vedessi cogli stessi occhi miei, nol dovrei
credere. Via, ripigliamo il nostro buon temperamento e scacciamo questi
pensieri nemici della mia pace.
Marietta entrò nella camera di lui. La fanciulla non era ilare e
spensierata secondo il consueto.
— Signor cognato, ella disse con istizza, accostandosi alla finestra, e
mettendosi quasi di spalle a lui, la bella cosa che avete fatta! Lucia
è là che piange...
— Piange! E perchè?
— Perchè questa mattina siete stato di un umore insopportabile; avete
detto un sacco di villanie a quei due compitissimi giovani che noi
proteggevamo, e che in fin dei conti non vi aveano certamente guardato
alla storta.
— Lucia piange! parlava tra sè pallido e alienato il giovin marito.
— E torniam da capo, ripigliava la fanciulla; ella non sa ch’io sono
venuto a dirvelo; non vuole che sappiate ch’ella ha molto sofferto
per la vostra ruvidezza. Che diascine! Siete un geloso matto, e questa
mattina siete stato d’un grugno il più truculento; non vi ho visto mai
così!... Licenziar con modi così selvaggi quei due che aveano avuto
la cortesia di accompagnarci fin qui... Non ho capito propriamente
quello che avete detto loro perchè questa maledetta lingua francese
non è così chiara come l’italiana; ma sonomi accorta che avete dovuto
dire di famose scioccherie da eccitare il riso di quelli carissimi
nostri cavalieri, giovani di tanto brio. Meno male che han riso!...
Che ne sarebbe avvenuto se avessero preso le cose in sul serio? Lucia
è in collera, ed io particolarmente, signor cognato garbatissimo, non
so perdonarvi di avermi maltrattato il mio cavaliere: egli era così
avvenente, così gentile, così buono per me, m’ha sembiante di così
onesto! Mi dicea certe cose che mi faceano ridere così saporitamente! È
vero che io non intendeva sillaba di quello che affastellava con quella
fregola di lingua che mi sembrava un passarino che cinguetti; ma, alla
fin fine, doveano certamente essere cose inzuccherate quelle che mi
diceva, e vi ripeto che io non so perdonarvi di avervelo inimicato...
Con lui avrei così presto imparata la lingua francese. E che cosa è
quello che fate adesso? Anche voi piangete? Ma voi siete matti tutti e
due; non ne capisco niente.
Mentre la giovinetta arroncigliava le frasi e i ragionamenti a
suo modo, Eduardo, concentrato in una sinistra idea che se gli era
affacciata al cervello, aveva abbandonato il capo sulle due mani, e
poco stante erasi messo a singhiozzare come un fanciullo. La sinistra
idea era che sua moglie piangesse perchè più non doveva incontrarsi
con Giustino Victor. La gelosia è madre delle più stravaganti
fantasticherie, ed è ingegnosa a trovar pretesti e fomite onde
alimentarsi.
Marietta, cogli occhi già rossi di lagrime, si era avvicinata a
Eduardo, e colla destra mano cercava di rialzar la fronte di lui.
— Via mo, Eduardo, mi sembrate un bambino! Che vuol dir questo? Venite
da vostra moglie, abbracciatela, e tutto sarà finito.
Ella non avea terminato di profferir queste parole che Lucia era alla
soglia dell’uscio. Udendo a piangere il marito, ella si era slanciata
verso di lui, e l’aveva chiamato per nome.
Al suono di quella cara voce, Eduardo balzò dalla sedia, levò il capo.
Marito e moglie eran nelle braccia l’uno dell’altra; e tutto era
perdonato, tutto era posto in obblio, tutto era come prima.
Il resto della giornata passò nella gioia più schietta. Eduardo e Lucia
non si lasciarono per un momento: la felicitò raggiava negli occhi
loro. Anche Marietta, vedendo felice la sorella e il cognato, avea
dimenticato Augusto d’Orbeil, e si era di bel nuovo abbandonata alla
cara giovialità del suo naturale.
Il pranzo della famiglia fu lietissimo. Si parlò molto di Maurizio
Barkley e di Emma, del dono che si dovea fare a questa dolcissima
amica, degli stupendi lavori che erano esposti al Piccolo Lussemburgo,
e da ultimo, Eduardo cadde ne’ suoi trasporti di ammirazione pel quadro
del Lennois, trasporti a’ quali questa volta si univano anche le due
donne che lo aveano veduto. Eduardo fece in inglese un vivo brindisi
alla Italia, di cui era innamorato, e per la cui libertà e indipendenza
ei faceva caldissimi voti: fece quindi un altro brindisi alle belle
arti, al genio e alla salute di Federico Lennois.
Ma questo nome, non sappiam perchè, ruppe in un istante l’ilarità del
desinare, come quando si nomina in un cerchio d’amici una persona di
sinistro augurio.
La sera si andò a passeggiare in carrozza: tutta la famiglia fu della
partita. Un bel chiaro di luna illuminava Parigi.
Dappresso al teatro delle _Variétés_, un bel carrozzino tratto da
superbo cavallo sauro fermò il cammino al cocchio della famiglia Horms.
— Ducastel! sclamò Eduardo, salutando la persona che era nel carrozzino.
— Ducastel! ripeterono le donne e i fanciulli, levandosi per vederlo.
Ferdinando Ducastel era intanto smontato dal suo carrozzino e si era
avvicinato allo spaccio de’ biglietti.
Ritornati all’Albergo, e smontati dalla carrozza, Eduardo e la famiglia
di sua moglie si accingevano a salir le scale, quando il guardaportone
consegnò nelle mani dello Scozzese due biglietti di visita. Eduardo vi
gittò gli occhi e impallidì di rabbia.
Quelle due cartelline portavano i nomi di _Giustino Victor_ e _Augusto
d’Orbeil_.
IX.
IL 7 LUGLIO
Parecchi giorni sono scorsi. Federico Lennois avea presentato il suo
quadro alla Commissione incaricata di raccogliere e distribuire le
opere di arte nelle sale dell’Esposizione, la quale aprivasi al 15
luglio nelle Gallerie del Louvre.
Nessun incidente era venuto a turbare la quiete che si godeva a
Auteuil. Giustino Victor era sempre l’idolo della famiglia d’Orbeil.
Isalina lo amava sempre con tenerezza, con passione, con illimitata
fiducia. Si appressava il tempo della loro sospirata unione, per la
quale si andavano facendo i necessari preparativi. Giustino si era
astenuto dal raccontare alla sua fidanzata le scappatelle di Parigi,
la conoscenza che avea fatta delle due signore napolitane all’Albergo
Mirabeau, nello studio di Ferdinando Ducastel, e l’avventura col
marito scozzese: anzi, avea pregato l’amico Augusto non toccasse
questo discorso al cospetto della sorella; imperciocchè se Isalina
avesse tutto ciò saputo, avrebbene al certo sentito dispiacimento,
ed avrebbe potuto impedire che eglino fossero novellamente tornati a
Parigi. Augusto, complice de’ divertimenti del suo futuro cognato, avea
promesso di serbare il segreto.
Giustino abitava a Auteuil in un piccolo casinetto attiguo al castel
d’Orbeil, per modo che si considerava quasi dimorare in casa del
Visconte. E nel fatto, tutto il dì egli era nel castello, in compagnia
di Augusto: prendeva la colazione e il pranzo colla famiglia della sua
fidanzata; e solamente la notte ritraevasi nel suo casinetto, dov’era
aspettato da un veterano, che era stato al servizio del colonnello
Victor, suo padre.
Dal suo ritorno in Francia, una sola volta Giustino erasi recato
a Parigi in compagnia di Augusto, ad oggetto di ammirare il quadro
di Ducastel. La sera stessa del giorno in cui i due giovani aveano
tormentato di gelosia Eduardo Horms, erano tornati a Auteuil, dopo aver
consegnate, per lo Scozzese, le loro cartelline di visita al portinaio
dell’Albergo _des Princes_, e dopo aver raccontato tutto l’accaduto a
Ferdinando Ducastel, al quale erano andati a fare altra visita.
Una mattina (qualche settimana dopo la visita a Ducastel) Giustino
Victor era ancora in letto, nel suo casino a Auteuil, e il suo veterano
gli consegnò una lettera che avea recata un corriere particolare da
Parigi.